Incantesimo per un incubo a quattro mani (di Elvira)

"Ogni tanto passa qualcuno sulla spiaggia. Si ferma e guarda la casa. All'inizio tutti, mi ricordo, sospiravano il desiderio di possedere questa casa. “Come vorrei viverci!”. A chi non piacerebbe? La stagione non cambia la temperatura in questa terra, porta solo un poco di pioggia in più. Il profumo del mare è sempre buono, il silenzio, la pace... ma succedeva tempo, tanto tempo fa. Poi diceria dopo diceria, questa casa è diventata senza ombra di dubbio casa di mostri. Sono cresciuta nella paura di dover dipendere da qualcuno, chissà per qual malattia... oggi pago la mia esagerata efficienza: due braccia in più fanno la differenza a quanto pare, per gli altri. Oggi non riesco a dipendere da nessuno, per quanto lo desideri."
 
 
Quella notte feci un sogno inquieto, pervaso da una atmosfera torrida come una notte d’agosto.
 
Allora abitavo ancora nel borgo vecchio della città grande. Qualche chilometro di scogliera la separava dal salmastro, eppure, sembrava chiusa in un bozzolo di vetro offuscato. Da lassù il mare non si vedeva più, non si riusciva nemmeno ad intravederlo, eppure i vecchi raccontavano che, c’era stato un tempo, in cui potevi affacciarti alle terrazze, e da qualsiasi posizione, ammirare la trasparenza delle onde rompere il blu del cielo. Purtroppo col tempo, il cemento e i vapori dei gas di scarico avevano coperto l’orizzonte, cosicchè, non si riusciva più a scorgere quella linea incerta che avevo sognato tanto da bambina.
E si, perché io ero nata molto lontano da lì, nelle zone montagnose dell’interno e avevo sognato il mare di giorno e di notte, supplicando mia mamma affinchè me lo facesse incontrare, ma invano, il profumo però ce l’avevo dentro, pur non avendolo mai conosciuto. E’ probabile che qualche gene di pirata si fosse incastonato nel mio dna, piccolo frammento di uno sconosciuto avo bucaniere, che poi crescendo, pian piano era divenuto un intero cromosoma caratterizzante il gene amore di mare. Quello stesso desiderio aveva fatto si che un giorno, ormai donna, per storia personale o ventura, fossi approdata nella città grande, ricongiungendomi alle misconosciute origini pelagiche.
 
Quella notte feci il solito sogno inquieto. Mi alzavo dal letto, era l’alba, in una casa ignota ma che capivo fosse la mia, le pareti bianche, appena illuminate da un delicato arancio, che filtrava attraverso le tende di bianca mussola, i teli erano mossi dalla brezza mattutina, incedevo scalza e la mia camicia da notte di seta bianca, accarezzata da quella stessa brezza, accompagnava il mio passo leggero. In quella stanza, per tre lati, le pareti erano vetri socchiusi, era da lì che soffiava quell’alito fresco che smorzava il calore dell’estate piena. Mi avvicinavo al davanzale e rimanevo in contemplazione del mare con animo sospeso, sereno, placata ogni ansia del vivere. Alle mie spalle si avvicina un uomo, il viso sconosciuto alla mia coscienza, dalla sua altezza mi accoglie le braccia, prendendomi le mani. La sensazione è di delicata protezione, mi appoggio al suo petto con la schiena, il mio cuore può ascoltare il suo, avverto che anche il suo sguardo è rivolto all’orizzonte, sento le sue braccia, sposto il mio sguardo verso il basso a guardare le nostre mani intrecciate, ma il respiro si blocca. Urlo, urlo, urlo di più, inorridita: ho quattro braccia ! Urlo. Urlo. Mi sveglio. Sono sudata e mi ritrovo nella mia stanza, nella mia casa, in questo paese di mare che il mare non vede più. Sola.
 
La mattina successiva, scoprii che era nato quel coraggio che fino ad allora era mancato, per trasferirmi dove poter conoscere il mare, quello vero, scoprire come il sole ci si tuffi al tramonto e soprattutto, rifarmi una vita. Era tanto che avrei voluto farlo, avevo anche trovato chi mi avrebbe affittato la casa e sapevo che la mia avrei potuto darla in affitto in poco tempo, la città grande era la mecca di tutti i modaioli, faceva gola per il business, per i soldi che giravano facilmente, per i divertimenti ed i vizi, che non erano pochi. Ero rimasta l’unica a pensare che non c’era più nulla. Per me non c’era più nulla. Il lavoro l’avevo perso già da un po’ e vivacchiavo con quello che per me era sempre stato un hobby, piccole riparazioni di elettrodomestici o altro, piccoli lavoretti che non voleva fare più nessuno e che prima non sapevo fare neanche io, demandando ad altri. Ora mi ritrovavo a scambiarli con un pasto completo o un vestito usato, che rivendevo, dopo che la mia creatività gli aveva reso un gusto nuovo, ma sempre nel mio stile, diversamente elegante, come amavo definirlo una volta, allo stesso modo riparavo anche gli abiti delle signore bene, mi piaceva entrare nel bel mondo della città grande alla mia maniera, da infiltrata. Poi c’era la mia vecchia passione per i gioielli, creavo con tutto ciò che la città grande buttava via, i metalli scartati dalle industrie che ci rubavano il fiato, la plastica delle bottiglie che imprigionavano la nostra acqua. Le cose prendevano nuova vita nelle mie mani, diventando oggetti diversi: questo restituiva nuova vita anche a me. Un tempo era stato solo un hobby, allora ero programmatore nel centro di elaborazione dati della frontiera est, ma dopo che mi avevano licenziato era diventato un modo per mangiare, per vivere ed un modo per non aver paura di dipendere da qualcuno. 
Quelle brutte quattro braccia avevo cominciato a sognarle dopo che ci eravamo lasciati con A. Ero stata male ma riconoscevo la mia colpa nel fallimento : il mio desiderio di autonomia lo aveva a poco a poco allontanato, d’altra parte la sue tante amiche mi rendevano gelosa, facendomi vedere trame turpi nascoste sotto quella che lui chiamava riservatezza. E’ curioso che due persone che dovrebbero sentirsi vicine, si sentano schiacciate ognuna dalla indipendenza dell’altra. Era finita, stavo ancora soffrendo, quando mi licenziarono, tutto ciò non aveva fatto altro che accrescere la mia ansia, che di notte si traduceva nello stesso incubo: ogni notte una storia diversa scivolava inevitabilmente verso la scoperta di quelle mostruose quattro braccia, terminando con me che urlavo in un bagno di sudore, proprio come quella notte.
 
Caricai la mia auto, con l’ attrezzatura minima che avrebbe supportato il mio lavoro amanuense, la mia macchina da cucire, qualche stoffa, qualche pezza di pelle, qualche vestito, insomma inzeppai la quattroruote di scarrabattole, qualche genere alimentare di prima necessità, i pochi oggetti personali che mi rimanevano, e partii. Non attraversai il confine est, agli uffici della frontiera non ci avevo più messo piede, dopo che mi avevano licenziato. Avevano inventato la giusta causa, solo perché avevo rovesciato il caffè sulla testa della mia capa, lo avevo fatto per rappresaglia, quando sfilandomi l’ennesimo lavoro, lo aveva affidato alla sua nuova amichetta di letto. Con un sorriso rinnovato ritrovai nel ricordo, i suoi capelli, color cane che fugge, assumere un tono nero caffè e il liquido investire poi il suo vestitino di marca nuovo nuovo, mentre io giravo i tacchi e me ne andavo, accompagnata dai suoi strepiti e minacce che poi si formalizzarono. Glielo dicevano a mia mamma, - questa è una ragazzina di carattere -, alludendo al forte, tendente al brutto, temperamento che avrei avuto da donna.
 
Presi per ovest ed affrontai i chilometri che mi separavano dal mare. Il mio amico L che ci abitava, mi aveva parlato di una casa sulla spiaggia, disabitata da così tanto da divenire invendibile, la affittavano ad un prezzo stracciato, lui stesso curò i dettagli con l’agenzia e si fece dare le chiavi in attesa del mio arrivo, sentivo che poteva diventare il nuovo nido dove curare tutte le mie nevrosi e paure. L mi aspettava a casa sua e senza tanti covenevoli, tipico del suo fare brusco, mi ci accompagnò subito.
 
Arrivando, da lontano aveva un’aria di sinistro abbandono, Il grigio inconsueto di quella giornata non giocava a favore dell’atmosfera, ma la luce ovattata e il mare calmo, mi fecero sentire accolta. Ci avvicinammo al patio ed entrammo. L’interno non era troppo malandato, evidentemente l’agenzia si era data da fare per venderla, continuando a curarne la manutenzione. Un piccolo disimpegno apriva in una bella sala da pranzo, divisa da un muro dalla cucina, non troppo grande ma comoda, un bagno e le scale che salivano al piano superiore. Due stanze da letto, un altro bagno. Era bella, essenziale ma confortevole. La sua vera attrattiva la riconobbi nella sala hobby, affacciata sul mare, tre pareti di luce proveniente da doppi vetri. Rimasi senza fiato. Era la casa del mio sogno. Ma perché quella bella casa era sfitta da tempo? Disse L che l’incaricato dell’agenzia aveva accennato a superstiziose dicerie sugli effetti che poteva avere sugli abitanti. Non me ne curai troppo, non dopo aver goduto di quella vista. Scaricammo la macchina, per fortuna la casa era fornita di tutto il necessario per una vita spartana ma comoda, però per quella sera L mi invitò a cena, sapeva che non sarebbe stato facile rivedermi, non appena avessi riconosciuto quello, come Mio spazio. Accettai volentieri, era parecchio che non stavamo un po’ insieme, che non ci sentivamo e poi era un cuoco fantastico. A casa sua le lancette corsero veloci, avviandoci verso la mezzanotte, quando sentii il bisogno fisico di riposo nel mio nuovo rifugio.
 
Arrivata nella mia nuova tana, non mi infilai subito a letto, ma la attraversai tutta, salendo poi le scale, col solo desiderio di godermi la vista notturna del mare. Era tranquillo ma schiumoso, la risacca sull’oceano è sempre violenta, anche nella dolcezza della bonaccia, la sua voce mi arrivava dentro e il mio respiro ne seguiva il ritmo, l’odore e il salmastro catturavano le mie narici. Ero serena, non mi accadeva da tempo, forse mai prima di allora lo ero stata così nel profondo. Rimasi a lungo in quello stato, impossibilitata a muovermi.
 
Rabbrividii e tornai in me. Era trascorso abbastanza tempo da sentirmi infreddolita, al punto da dovermi spingere a scendere in cucina per preparami una tisana. Mentre ero ai fornelli, mi venne la curiosità del mondo che mi ero appena lasciata alle spalle, stavo iniziando a disintossicarmi, ma non ancora abbastanza. Accesi il telefono. Mentre armeggiavo col bollitore in una mano e accendigas nell’altra, un messaggio trillò, spingendo il telefono giù dal bordo del mobile, dove era stato incautamente appoggiato in bilico. Lo ripresi al volo. Si, lo ripresi al volo : tenendolo in una mano mi resi conto che tenevo ancora in presa sia il bollitore che l’accendino e che, a guardarci bene rimaneva ancora una presa. Guardai le mie mani e cominciai a sudare freddo. Non era possibile. Non era possibile. Il sogno si era materializzato. Guardavo incredula le mie quattro braccia. Ero sveglia, cosciente, la coppia clandestina di arti era lì ma li toccavo senza raggiungerli, erano estensioni ectoplasmatiche senza consistenza corporea, eppure la loro performance era reale, pochi minuti prima ne avevo avuto dimostrazione. Mi lasciai cadere su una poltrona del salone, immobilizzata di paura e smarrimento, non smettevo di guardarle e toccarle, poi cominciai a respirare profondamente, profondo e lungo, profondo e lungo, finchè stanchezza ed emozione non mi vinsero sprofondandomi in un sonno vigile. Dalla poltrona mi guardavo girare in casa ad organizzare, pulire, riordinare, utilizzando al meglio le quattro braccia : non sembrava più la visione di un sogno, ma piuttosto una realtà diversa osservata dall’esterno da un’altra me stessa. Le dimensioni di sogno e realtà vagavano parallele, intersecandosi in brevi momenti in cui io, vivendo in entrambe, non sapevo riconoscermi distintamente in nessuna delle due. 
Il trillo continuo dei messaggi in arrivo sul cellulare mi tirò fuori dalla atmosfera onirica. Aprii gli occhi verso l’orologio appeso al muro, le quattro, mi sentivo intorpidita, intontita, di una svagata rilassatezza senza ansie, dovetti dare tempo ai muscoli delle gambe di riprendersi per alzarmi, il cellulare continuava a trillare. Uno, due, cinque, dieci, venti, venticinque messaggi, il ritorno di campo aveva palesato la curiosità dei miei amici nei confronti della mia assenza, chiedevano come stavo, dove fossi finita, se mi serviva qualcosa. C’era anche un sms di L , forse inviato poco dopo che ero uscita da casa sua – domani mattina vuoi venire a fare colazione qui, oppure pensi di rimanere chiusa per sempre nella tua nuova casa? –.
Sorrisi e risposi solo al suo messaggio, utilizzando la mia mano destra e la mia mano sinistra, le altre due non c’erano più. Potevo farcela da sola, ma anche con gli altri, non sapevo ancora se l’incantesimo sarebbe svanito, di sicuro spariva l’incubo notturno.
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Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Mani. Quattro mani e quattro braccia. Perché lo hai detto? Elvi, perché lo hai detto? :)
Non servivano descrizioni, colpi di scena palesi. Perché lo hai detto?

Io avrei tenuto la paura di "dipendere" dagli altri, avrei tenuto vivo l'incubo delle quattro braccia, ma non avrei mai accennato alle quattro braccia di lei. Cosa più delle braccia e delle mani ci permette di giocare con il lettore? Descrizioni? no: Gesti.

Avresti dovuto lasciarle tenere la tazza, il bollitore, acchiappare il telefono contemporaneamente e lasciar al lettore il "far di conto!". Raccontare non è sempre "mostrare" tutto. Sarebbe stato un giochino molto, molto più divertente non pensi?

Te lo dico, perché mi è piaciuto.

 

Ritratto di Creattività

Si è vero. ma queste son cose che ti scappano quando sei arruginito.. mi fa comunque piacere che ti sia piaciuto

Ritratto di Beki Road

É piaciuto molto anche a me ;)
togliendo qualche informazione qua e là e mantenendo le sue paure sarebbe ancora più interessante ;)
Cmq sia brava!!!

Ritratto di Borderline

La scrittura sembra replicare lo stato ansiogeno della protagonista. Molte virgole, moltissime. Sembrano togliere aria alla scrittura che procede a singhiozzi, interrotta. La storia è bella, ti trascina dentro la casa al mare. È come un'interiorità che esplode all'esterno, ma allo stesso tempo vuol restare celata. :)

Ritratto di Creattività

Grazie Capitana il suo giudizio mi commuove sempre :)

Ritratto di scartabella

Ottimo racconto Elvira! Da accanita lettrice di genere devo dire che il tuo "incubo" è originale e arricchito da echi lovcraftiani evocati dalla vicinanza del mare e dai molteplici arti della protagonista che suggeriscono l'immagine di una creatura dotata di tentacoli. La Capitana Borderline  ha colto perfettamente nel segno, la bellezza della tua storia sta nei risvolti psichici della protagonista e l'ambientazione horror-fantastica ne rende possibile l'espressione.

Ritratto di Creattività

Mi stupisce e mi rallegra il tuo giudizio perchè io non sono una lettrice di quel genere e Lovecraft ce l'ho nel kindle, ma ancora non mi sono avvicinata, però  si, avrei voluto che la sua ansia si tramutasse in una cosa reale, tangibile  e se è così ci son riuscita.

Grazie!

Scrivere con voi è sempre piacevole, si impara e ci si confronta e ci si diverte.

Elvira

 

Ritratto di quatipua

sei riuscita a farmi sentire il suono salmastro della risacca dell'oceano, grazie!

non ti nascondo che mi è dispiaciuto un po' vedere sparire gli arti clandestini, sul finale.

la storia è ben scritta, solida, precisa, ma poi verso la fine hai messo il piede sull'acceleratore, perché? avevi bisogno di giungere al termine?

a me non ha dato fastidio la dovizia di particolari, anzi!
è un altro modo di nascondere il sottotesto quello di dare a tutto il nome e l'aggettivo.

Ritratto di Creattività

Si, so che è un difetto, ma verso la fine è come se mi stufassi, vorrei che il figliolo nascosto tra le righe si allontani in volo da solo, un racconto autonomo che se ne va da solo ed invece mi perdo.

Sono orgogliosa della risacca che hai ascoltato attraverso le stesse righe frettolose e se hai sentito anche il profumo sarebbe proprio il massimo.

Sai che ad un certo momento avrei voluto mantenere i quattro arti? Li ho tolti perchè avrei dovuto battere sul fantastico pieno e dal risultato che era uscito non mi sembravo in grado.

Comunque grazie grazie grazie anche a te

Elvira

 

Ritratto di Kriash

La storia mi è piaciuta e mi ha incollato alla lettura.
La scrittura è molto piena. Per quanto mi riguarda, forse un po' troppa. Ma non crucciarti, sono io quello sbagliato e che adora il respiro delle pause.
Brava! :)

Ritratto di Creattività

grazie... non sei sbagliato nè lo sono io... ognuno ha il suo modo e siamo qui a confrontarci per questo...

devo però dire che ho scelto questa scrittura piena che infatti è un po' diversa da quella da quella del racconto del vento (non so se lo avevi letto) . Qui volevo far passare un po' il senso di angoscia...

in ogni caso mi pare ti sia piaciuto...  :)

grazie

Elvira

 

Ritratto di Polveredighiaccio

Racconto onirico e surreale insieme. L'ansia traspare ma ho avuto difficoltà a focalizzare la ragione di tale ansia. La protagonista ne parla ma non sono riuscita ad allineare bene gli incubi con la causa scatenante. Mi sento come se mi sfuggisse qualcosa...

Ritratto di ambrous

Sono convinto che con un numero maggiore di battute, il tuo racconto ne avrebbe giovato. E' stata una piacevole lettura, che rimane nella mente, hai descritto bene ambienti e sensazioni della protagonista. Anche se avrei preferito che rimanesse tutto avvolto nella nebbia del mistero e non risolto con una soluzione facilona. Piaciuto.