Black Swan (di Sweeney) - fuori concorso

Parigi, 1920

 

L’applauso solitario scoppiò come un insulto.

Il maestro si immobilizzò, simile a una statua, con la bacchetta tesa come un parafulmine, invocando dentro di sé una punizione divina. Il pianissimo che l’orchestra andava sfumando esalò in un silenzio imperfetto, assai prima della fine dell’intermezzo.

La poesia era irrimediabilmente svanita e la platea allungò il collo all’indietro, alla ricerca del colpevole. Infine il battimani del pubblico iniziò, dapprima incerto, come un lento acquazzone, qualche goccia qua e là, poi uno scrosciare sempre più fitto di applausi. La partecipazione del pubblico non bastò a cancellare la smorfia di disappunto dipinta sul volto del direttore d’orchestra. Quella sera, inoltre, il soprano aveva cantato sul filo di note strozzate, ignorando i suoi ripetuti cenni dal podio e il secondo violino era scivolato nei labirinti di un’accordatura inquietante.

La musica, l’universo perfetto, pareva un’ipotesi remota nonostante i suoi tentativi di spalancarne le porte all’umanità. La sua, una battaglia da combattere contro nemici irraggiungibili.

Il maestro Edmond Lalik abbandonò il palcoscenico a grandi passi, avvolto da un intenso sconforto ed entrò nel suo camerino. Chiuse la porta a chiave e sprofondò in una poltrona, lo sguardo fisso davanti a sé. Dalla finestra del Teatro dell’Opera giunsero i rumori della città, così dissonanti e metallici, freddi, inopportuni.

Bussarono ma il maestro non ritenne necessario alzarsi per andare ad aprire. La maniglia della porta girò lentamente poi più nulla. Dopo alcuni minuti udì un frusciare sommesso, si girò e vide una busta scivolare lentamente sotto l’ingresso del suo camerino.

“Un noioso musicofilo grafomane pensò Lalik. Poi la curiosità ebbe il sopravvento. Si alzò, raccolse la busta e l’aprì. La calligrafia correva sul foglio fiorendo in morbide volute dall’inchiostro nero.

Illustre Maestro,

la Vostra grande fama questa sera non è stata onorata dalla Santuzza di turno. Si sa, i soprani soffrono sovente di protagonismo e raramente di preziosa umiltà collaborativa. Se permettete vorrei segnalarVi una semplice ragazza, soprano dalle doti sorprendenti. Le sue abilità canore superano ogni immaginazione. Si chiama Niamh e potrete trovarla in qualche sperduto café chantant della nostra Ville Lumière. Bonne chance! B.Swan.”

Il maestro Lalik sorrise, pensando alle centinaia di raccomandazioni ricevute nella sua osannata carriera di direttore d’orchestra. Nessuno, però, tra tutti quelli che rammentava, gli aveva fornito indicazioni così vaghe e soprattutto sospette. Un profumo salmastro, sottile ed evanescente, si volatilizzò dalla pagina appena letta e il maestro accartocciò il foglio lentamente.

Niamh, un nome insolito. S’insinuò in lui una curiosità sotterranea mentre una sensazione di sottile disagio si depositò nei suoi pensieri.

 

Nei giorni successivi lesse una rivista che citava una certa Niamh e il suo canto insuperabile. Le notizie giungevano vaghe e inaspettate, si moltiplicavano. Lalik decise di seguire l’istinto e di far tacere un balenante guizzo di razionalità che gli suggeriva di lasciar perdere.

Iniziarono lunghe e laboriose ricerche ma la ragazza misteriosa pareva irraggiungibile. Parigi era una città infinita, un labirinto in cui perdere tracce e ritrovare silenzi, o meglio, suoni e rumori intrecciati alla nebbia, al traffico assordante delle strade, ai riflessi cangianti della Senna, alle ventose corse sotterranee dei metrò, alle luci notturne dei boulevard e della vita che fluiva, pulsante, oltre il confine dei tramonti sui tetti della città.

Quella sera Lalik si sedette al pianoforte e ritrovò quei ritmi e quelle immagini nelle musiche di Erik Satie, nello straniamento così intensamente musicato da Debussy nelle sue composizioni.

Il maestro prolungò l’ultima nota, sentendola vibrare nell’aria con un’emozione remota e la stessa nota risuonò, limpida e stizzosa nello squillo del telefono.

“Edmond, l’ho trovata! E’ lei, Niamh!” la voce del tenore Masson era eccitata, sopra le righe. “Non ho mai sentito una voce come la sua, è incredibile”.

Lalik esultò. Seguire l’istinto e trovare il tesoro: ecco la riconciliazione con la parte di se stesso che credeva nell’impossibile.

“Ascolta, Masson. Devi portarla a teatro per un’audizione, domattina. Non permetterle di rifiutare!”

“Edmond, non è semplice. Le ho parlato, Lei è convinta che il suo mondo sia perfetto così com’è. Ha già respinto un mare di offerte e mi ha ripetuto che ritiene sufficiente cantare per il suo piccolo pubblico e per gli amici, che per lei contano più di qualsiasi cosa. E’ una ragazza strana”.

Il maestro si indispettì. Nessuno poteva rifiutare un invito del grande Lalik, tantomeno una ragazzetta qualunque anche se dalle doti canore decisamente interessanti. Voleva ascoltare il suo canto, conoscerla.

La notte scorreva tiepida tra le luci del quartiere di Montmartre, un mondo a sé, dall’atmosfera molto diversa dal resto della città. Lalik seguiva il tenore Masson cercando di mascherare la curiosità che percepiva sottopelle.

Nello stretto androne apparve una vetrata stile liberty, era la porta di un locale frequentato da nostalgici bohémien. Entrarono e subito li avvolse un canto di incredibile bellezza. La splendida voce di soprano raggiungeva spazi inesplorati dalla percezione, scatenando emozioni sempre nuove a ogni variazione d’intensità. Lalik ne fu stregato.

Niamh incedeva lentamente da un lato all’altro di un piccolo palcoscenico, i capelli corvini sciolti in onde inquiete. La stoffa dell’abito bianco era drappeggiata in giochi di penombre e un medaglione di squisita fattura, dai riflessi bianchi e neri, splendeva sul suo décolleté. Dalla pelle diafana del volto e dall’imperfezione dei lineamenti scaturiva l’armonia di un dipinto preraffaellita. Al termine dello spettacolo Masson presentò la ragazza al grande Lalik. Lo sguardo magnetico di Edmond catturò la sensibilità, e forse il cuore di Niamh, sua grande ammiratrice.

Cominciò così la carriera del soprano più ambito da tutti i teatri del mondo. Iniziarono interminabili viaggi in treno, in auto, in aereo. Rare fughe sui metrò parigini o su qualche taxi anonimo e veloce la restituivano per poco al quel quartiere di Parigi che per lei era un fondamentale punto di riferimento e il canto di Niamh pareva ancora diffondersi tra le piccole strade di Montmartre.

Ora la sua vita era simile a una prigione dalle sbarre invisibili: trascorreva le sue giornate tra ore di studio, prove in teatro, prove costumi, concerti e interpretazioni al Teatro dell’Opera. Il maestro Lalik, suo mentore e scopritore la venerava come il più prezioso oggetto da collezione e pretendeva sempre le migliori esibizioni vocali, la fedeltà assoluta agli spartiti e ai testi musicati. E Niamh così viveva, nell’attesa di un cenno d’approvazione del maestro, di un suo sguardo più profondo e luminoso e intanto cantava, volteggiando tra gli spartiti e la via lattea delle note, come un vento dolcemente inquieto.

Edmond non si stancava di ascoltarla, ogni volta era un’emozione nuova e il pubblico manifestava un entusiasmo incontenibile: Niamh era la dea del canto.

Nel suo grande appartamento, quella sera di fine estate, il maestro sorseggiò a lungo il suo cognac. Niamh aveva da poco terminato di cantare una romanza, l’ennesima prova accompagnata al pianoforte, prima del debutto per uno spettacolo di beneficenza. L’incanto della sua voce aleggiava ancora tra le pareti della stanza e lei uscì sul terrazzo, quasi a voler far fuggire le note rimaste impigliate nelle sue orecchie, per regalare almeno a loro l’ebbrezza di un pizzico di libertà. Lontane stelle brillarono opache mentre lei si appoggiò alla ringhiera dell’attico e un soffio di vento le portò il profumo di Montmartre. Un braccio le circondò le spalle, inatteso quanto un gioco di perseidi.

Il maestro la strinse a sé e Niamh che aveva la mente, o il cuore, persi ancora nelle volute dell’ultima romanza, sollevò il suo sguardo straordinariamente intenso. Edmond non resistette e la baciò, strinse il suo corpo in un abbraccio intimo e travolgente; in fin dei conti anche lui era un essere mortale e poteva permettersi qualche lieve infrazione alla regola prima: mai concedere al desiderio uno spazio eccessivo.

Niamh si sentì trascinare dalle loro voci in un vortice di memorie dimenticate: erano Mimì, Tosca, Manon, Carmen, Mélisande… sparse nel suo respiro e nel suo risveglio. La porta della gabbia si stava aprendo?

La sensazione di immensa libertà durò quanto la parabola di una stella cadente. Edmond emerse con ritrovata, gelida compostezza da quell’attimo di abbandono e Niamh, percependo immediatamente il cambiamento, si scusò e uscì precipitosamente dalla casa e dal sogno.

La notte si allungava sulla città come un’ombra indifferente. Un’altra ombra, femminile questa volta, camminava lungo la Senna cercando di calmarsi e di accettare la casualità di quanto appena vissuto: una stanchezza improvvisa si impadronì di Niamh, lei si appoggiò a un lampione poi decise di sedersi su una panchina lì accanto.

Il fiume scorreva rubando luci alla città mentre le centinaia di finestre illuminate, una dopo l’altra scomparivano, simili a sogni che si spegnevano come candele al soffio del vento.

 

E Niamh pensò alla vecchia madame Dubois, la sua maestra di canto: anche lei si era spenta così, con gentilezza, al soffio dell’ultimo vento. Le aveva trasmesso un immenso amore per la musica e nei suoi ultimi giorni, in una lontana sera d’autunno, la chiamò con voce stremata e dolcissima.

Le pose in mano il medaglione da cui non si separava mai. Deux rêves era la scritta che incoronava un cigno bianco dai riflessi cangianti e che, talvolta, colpito da rare traiettorie di luce, pareva nero come le tenebre.

Mon rêve blanc et mon rêve noir…” le aveva sussurrato la donna con un filo di voce “è un regalo speciale, può darsi che esaudisca un desiderio… sarà il tuo sogno e la tua realtà, portalo sempre con te”.

 

La fioca luce del lampione avvolse Niamh in un alone dorato, lei strinse il medaglione tra le dita, disperatamente, e non riuscì a trattenere le lacrime.

Pianse sino a quando un fazzoletto di seta bianca sventolò inatteso davanti a lei. La mano che lo reggeva era curatissima e l’uomo cui apparteneva indossava un cilindro, un frac e un grande mantello, con l’altra mano si appoggiava a un prezioso bastone da passeggio.

“Non dovreste essere qui a quest’ora di notte. Asciugate quelle lacrime, nessuno le merita. Che vi succede?”.

Niamh spalancò gli occhi fissando un cigno nero ricamato in un angolo del fazzoletto. Accettò quel fatto come lo scorrere insondabile degli eventi. E forse la voce di quell’uomo, il suo aspetto così serio e rispettoso, forse il desiderio di legare l’angoscia a parole che la trascinassero via, condussero la ragazza a raccontargli la sua storia.

“Potreste abbandonare tutto e tornare a Montmartre…” lo sconosciuto la fissava con intensità.

Niamh scosse il capo, con una rassegnazione scontata.

“No, ho un debito di gratitudine. Ormai è questa la mia vita”. La voce le si incrinò e l’uomo sedette accanto a lei.

“Le vie del Signore sono infinite e quelle degli uomini spesso più creative. Gli amici… mi chiamano Swan. Black Swan” disse con voce suadente poi, con una carezza del fazzoletto, asciugò una lacrima sul volto della ragazza. L’uomo sorrise, la salutò con un elegante baciamano e si diresse verso le arcate di un ponte. Lei lo vide svanire nella notte e sillabò a fior di labbra:

Sous le pont Mirabeau coule la Seine

Et nos amours

Faut-il qu’il m’en souvienne

La joie venait toujor après la peine.

Vienne la nuit sonne l’heure

Les jours s’en vont je demeure…”

Tutto era solitario e deserto, pensò di avere sognato.

 

Alcune sere più tardi, dopo una fantastica replica della Bohème, Mimì-Niamh partecipò a una cena in suo onore. Il maestro intanto, estenuato dalla troppa soddisfazione, si addormentò nel suo camerino. Lo svegliò un fruscio sotto la porta. Una seconda busta scivolò indiscreta, il nome del maestro era scritto a grandi caratteri. Edmond estrasse il foglio, e un soffio di vento salmastro fuggì lieve nell’aria.

Illustre Maestro,

la dea Niamh ha una voce sublime e convengo che il suggerirvela sia stata una mia felice intuizione, altrettanto la Vostra nel prenderla in considerazione. Ma di questi tempi, così inclini alla scienza e al progresso, anche un soprano, dalle doti eccezionali non lo nego, potrebbe avere una rivale inattesa dalle qualità assolute: la perfezione in un corpo meccanico.

Mi permetto di farVi recapitare, quale umile omaggio alla Vostra carriera, un esemplare di quanto di più innovativo abbia mai realizzato la mia officina sperimentale, un cosiddetto prototipo.

Sono certo che il mio regalo Vi conquisterà. B.Swan.”

Edmond Lalik più che sconcertato era insolentito. Una simile intromissione nulla aveva a che spartire con il mondo della musica. Passeggiò nervosamente nel camerino poi decise di raggiungere Niamh e aprì la porta.

Immobile, con uno sguardo che attraversava il tempo, lo stava fissando una donna meravigliosa.

Il maestro impiegò alcuni attimi prima di capire che si trattava di una bambola a grandezza naturale. Il volto ricordava vagamente quello di Niamh ma era di una bellezza insuperabile. L’abito che indossava, abbagliante, rispondeva ai canoni della più recente alta moda francese. Il prototipo, così definito dall’invisibile Swan, aveva un libro in mano, sulla copertina scura era inciso a caratteri gotici il nome “Offelia”.

Lalik, esterrefatto, sfilò il libro urtando la bambola e in quell’attimo lei iniziò a camminare. Lui si scostò impallidendo, lei entrò nel camerino. Il manuale conteneva istruzioni dettagliate per l’uso e la manutenzione dell’apparecchio “Offelia”. Edmond lo lesse mentre la bambola, ora immobile, pareva osservarlo con curiosità. In breve il maestro trovò i comandi, posti in una scatola estraibile all’interno di Offelia, e provò a manovrarli.

Lei allora iniziò a cantare, emulando in bravura la voce di Niamh. In alcune arie era insuperabile, l’assoluto artistico. Poi i comandi a distanza la animarono con una grazia e una serie di movenze indistinguibili da quelle umane.

Quali possano essere le inverosimili cause di un incanto o una deviazione inattesa dell’ancoramento alla realtà, non è dato sapere. Sicuramente per Edmond, incredulo e spaurito, fu amore a prima vista, soprattutto perché privo di qualsiasi complicazione sentimentale.

Lalik pareva un bambino finalmente in possesso del più bel gioco del mondo; si accasciò sulla poltrona, incredulo, e ascoltò estasiato il canto di Offelia.

 

In quell’attimo giunse Niamh, alla ricerca del maestro, e si immobilizzò sulla porta, provando una gelida sensazione di vuoto. La bambola cantava un’aria della Bohème.

La melodia avvolse la ragazza come una nebbia irrespirabile: lei osservò con angoscia le fattezze di quel manichino, così simili e allo stesso tempo così diverse dalle sue e resto lì, muta, a fissare quell’incubo così reale.

Fu l’avvenimento del secolo. Dapprima una curiosità da salotto. Poi il maestro, in un giorno di particolare euforia, decise di sostituire Niamh, indisposta, con Offelia in una rappresentazione al teatro dell’Opera. Il successo fu immediato, con interminabili ovazioni di pubblico.

Niamh ridimensionò, in poco tempo, quell’aspetto della sua esistenza che l’aveva strappata alla semplicità della vita, al piacere del canto libero, alla serenità d’animo. Non poteva però negare a se stessa di provare una profonda avversione per quell’inquietante pupazzo chiamato Offelia. Le attenzioni del maestro Lalik si erano concentrate su una stupida bambola dalla voce artificiale il cui repertorio era limitato alle opere famose.

Con studiata discrezione Niamh si defilò dal suo ruolo, cedendo lo scettro alla bella Offelia. Edmond, perso nell’idolatria per quella donna meccanica trascinò la sua bambola sui palcoscenici dei più famosi teatri. Scienziati e amanti del progresso accolsero con entusiasmo, dibattiti e conferenze l’avvento di Offelia; il mondo dell’arte era finalmente riuscito a fondersi con quello del rigore scientifico, ma l’officina sperimentale del signor Swan, segnalata dal maestro Lalik, risultava introvabile.

Trascorsero alcuni mesi, l’inquietudine di Niamh non scomparve al suo rientro nel quartiere di Montmartre. E la gioia che aveva immaginato di riconquistare sembrava un evento remoto. Il suo chiodo fisso era Offelia: malgrado facesse di tutto per cancellarla dai suoi pensieri, lei tornava subdola nei suoi incubi a qualsiasi ora del giorno e della notte.

E Niamh sognò di distruggere la donna meccanica con un grande martello, a ogni colpo sbocciava un fiore e il sogno diventava un immenso prato fiorito, gli ultimi vocalizzi strozzati di Offelia svanivano in un canto di grilli, poi il silenzio. Niamh si trasformava in un bellissimo cigno nero che si allontanava sulle acque di un lago. Il vento increspava la superficie dell’acqua e piccole onde sussurravano: “C’est toi, c’est toi le rêve noir…”

 

Nel vagone di prima classe del metrò poche persone viaggiavano immerse nei loro pensieri. Tra queste una ragazza dal volto di madreperla, i capelli corvini, l’elegante abito da sera avvolto in uno scialle di seta color notte. Scese alla fermata del Teatro dell’Opera. Il suo incedere lento e regale ricordava l’eleganza di un cigno.

Inosservata come l’ombra di un uccello notturno, raggiunse i camerini. Trovò istintivamente quello in cui era parcheggiata la favolosa Offelia, si nascose dietro di lei, tra gli abiti di scena appesi in un surreale arcobaleno e, con estrema cura, aprì la scatola del suo meccanismo interno.

Niamh visualizzò mentalmente i disegni del manuale di istruzioni. Scambiò, svitando e riavvitando, alcuni congegni collegati ai comandi a distanza e, richiudendo lo sportello, sorrise.

Le Figaro, il giorno successivo, titolò:

 

L’ultimo canto di Offelia

 

Tragedia al Teatro dell’Opera: lo spirito di Tosca,

rinato nei favolosi meccanismi della grande Offelia,

ha coinvolto irreparabilmente la divina interprete

nel fatale volo da Castel Sant’Angelo.

Arte e scienza ammutoliscono davanti a questa immensa perdita.

 

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Commenti

Ritratto di Borderline

Un cigno nero, mai sfidare un cigno nero. Alla fine però, resta un senso di smarrimento anche per Offelia, lei che colpa ne ha se è nata con un cuore metallico? Come per "l'usignolo dell'imperatore" resta il senso di nostalgia per la Natura che l'uomo non riesce mai ad amare del tutto, e la consapevolezza che la scienza è spesso piegata al superfluo.

Ritratto di Kriash

Posso commentare con una parola?

"Uau"!

:)

Ritratto di scartabella

E alla fine l'usignolo vero si vendicò! Accadrà nel prossimo domani che dovremo rimpiangere la natura autentica soppiantata dalle nostre tecnologie di breve respiro e poco fascino? Una storia molto bella, con respiro e fascino in abbondanza che è arrivata tardi alla festa, proprio come la principessa di una favola. 

Ritratto di quatipua

Ho fatto così: l'ho letto e me lo sono goduto e poi l'ho riletto in salita, dall'ultimo canto all'applauso solitario.

La suddivisione in capoversi mi ha suggerito questa folle rilettura e... ho potuto apprezzare la circolarità de le rêve noir.

Perché sono tempi così: d'innamoramenti meccanici e contrizione e cordoglio infinito e plateale per bulloni.

Niamh tutta la vita!