Un giorno saprai del vento (di Elvira)

È una settimana che la scuola è occupata, ma stamattina li hanno sgombrati.
Ero in procinto di partire per lavoro e mio figlio, per non farmi preoccupare, non mi aveva detto nulla. Al mio arrivo a Parigi, un suo sms mi avvisava che avrebbero occupato, poi ieri sera tornando, ho trovato quel post-it sul frigo – Pa’ sono a scuola a dormire - E stamattina me lo ritrovo a casa, gli occhi appannati di sonno o forse anche di fumo. – Ci hanno sgombrato -.

Mi son ricordato la mia occupazione, di quando ero al Ginnasio ed avevo l’età del mio ragazzo ora, e quando tutto era cominciato non sapevo niente, niente di politica e niente di ciò che stava accadendo, niente di quegli anni, gli anni settanta. Mi piaceva perchè almeno a scuola non facevamo un cazzo e non ero costretto a stare a casa, lunghi pomeriggi con mia nonna, perché i miei erano sempre troppo occupati con il lavoro. Era quasi una fuga, rimanere a dormire fuori, anche se il fuori era la palestra della scuola.
Giacomo invece, quel Giacomo della mia giovinezza, sapeva tutto di politica e del resto. Aveva partecipato all’occupazione di alcuni centri sociali e anche alle lotte per la casa, che infiammavano quegli anni, io non capivo neanche bene cosa fossero, io la la casa ce l’avevo. Lui parlava di Marxismo, si definiva anarchico, a me queste parole risultavano lontane, arrivavano da un passato remoto, letto solo sui libri di storia, o nei giornali dell’epoca.
La notte che decisero di occupare lo stabile della scuola, Giacomo fu il primo che scavalcò il cancello, tagliò i lucchetti e in un attimo fummo tutti dentro. 
Vento, lo chiamavano Vento. Animatore contro l’ordine costituito, innarrestabile trascinatore di Compagni, sapeva dar fiducia a quelli impegnati come lui, in politica, inafferrabile e bello scuoteva l’anima di donne e uomini. Per me era solo Giacomo. Per la mia famiglia uno da non frequentare.

Ci eravamo conosciuti da ragazzini, al Quadraro, il quartiere dove entrambi eravamo nati e dove lui era rimasto, quando con la mia famiglia ci eravamo poi trasferiti in via Nocera Umbra.

Mi ricordo l’ultima estate trascorsa in città con lui e gli altri amici di strada. A volte non tornavo nemmeno a pranzo, volevo succhiare tutti i minuti rimasti di quella infanzia che da lì a poco sarebbe finita. La piazza del Quadraretto era il nostro regno. Torme di ragazzini sporchi, più o meno cenciosi, trascorrevano le ore dietro ad un pallone di cuoio, tutto spellato, le poche femmine erano più maschiacci di noi e ci sfidavano a flipper o a bigliardino nell’unico bar rimasto aperto ad agosto, con l’insegna sbiadita e che spesso ci faceva credito.
Dopo quella estate torrida e felice avvenne il trasferimento verso la zona dell’Appia. Ci salutammo senza cura, perché tra maschi non usava, anche se le lacrime ci sfioravano la soglia degli occhi.

Negli anni successivi, la vita di tutti i giorni ci vide crescere e perderci di vista, finchè il passato ricomparve il primo giorno di scuola davanti l’ingresso, io al quarto Ginnasio e lui che avrebbe fatto la maturità quell’anno.

Ciao.
Ciao.

Niente di più.
Sapevo che frequentava compagnie sospette. Me lo diceva mia madre.

Te lo ricordi Giacomo ? Dicono che ha preso strani giri.

Eppure quella mattina.

Ciao.
Ciao.

E siamo tornati amici, come quando io abitavo ancora nel quartiere e scorrazzavamo per Piazza del Quadraretto.

Sembrava già un uomo fatto, ma riprendemmo ad uscire insieme. A volte nei suoi giri strani ci bazzicavo anche io. Facce losche, coperte da barbe lunghe, mentre io una volta a settimana, provavo a rasarmi qualche pelo, da quella faccia che rimaneva dannatamente pulita, su un corpo magro, poco sviluppato ancora da pischello.
Capitava che quelli si passassero bustine, o che sbirciandoli, scoprissi un coltello nelle tasche posteriori dei loro jeans a zampa da elefante. Quando arrivavamo, con Giacomo si scambiavano le braccia nei saluti, ma il “ragazzino” lo lasciavano al margine. Non mi guardavano di buon occhio, non si fidavano, non capivano perchè Giacomo mi portasse con sè. Forse neanche io lo capivo, ma non mi facevo troppe domande.
Fumavano e iniziai a fumare anche io. Le prime volte mia nonna mi annusava.

Tu fumi, ragazzì. Vatte a cambià i vestiti che tua madre sente la puzza.

Ma quando se ne sarebbe accorta mia madre che fumavo ? Non c’era mai! Ma io non rispondevo e mi andavo a cambiare, per non sentire nonna.
Anche Giacomo aveva una lama nella giacca, un giorno gli avevo anche visto maneggiare una pistola e qualcuno diceva che facesse da palo per quei giri strani.
Io mi facevo i cazzi miei, non chiedevo niente e andavamo in giro insieme. A volte erano quei loschi incontri, a volte le donne, in quel caso lo accompagnavo all’appuntamento e me ne tornavo a casa, con gli occhi bassi, scalciando ciò che mi capitava a tiro. Qualche volta andavamo all’Appio Claudio, a rompere il cazzo alle mignotte, che stazionavano vicino alle colonne dell’Acquedotto, in mezzo a quel verde così selvaggio che potevi scordarti che era Roma.

Nonna! Quanto mi dai per una ripassata

Chiedeva Giacomo. La vecchia puttana lo squadrava da capo a piedi e lo cacciava via, raccogliendo a terra sassi da tirarci, noi scappavamo ridendo.
Una volta una di quelle, per pochi soldi, glielo aveva appena preso in bocca e io rimanevo lì, impalato, a guardarli con un senso di schifo che però me lo faceva venire duro.

Alla fine della nostra seconda settimana di occupazione, i fasci forzarono i controlli e si infilarono dentro, forse aiutati da un infame. Avevano le catene, i più esperti di noi cominciarono a difendere tirando banchi. Vento quella sera non aveva la lama con sé, ma picchiò duro. Io che non sapevo cosa fosse una rissa, ero frastornato in mezzo al casino e mentre mi guardavo intorno senza la forza di reagire, me ne ritrovai uno addosso che aveva un bastone tra le mani. Cercai di difendermi in tutti i modi, ma quello era grosso, cattivo e picchiatore e io assaggiai il mio stesso sangue. Giacomo che era amico, divenne per me fratello. Lo sorprese alle spalle, con un pugno dietro al collo lo stordì a terra, rincarando poi la dose con il suo stesso bastone, poi, senza guardarmi, raggiunse gli altri nella mischia. Alla fine i Compagni riuscirono a ributtare fuori quei quattro sorci di fogna proprio mentre  sulla strada arrivavano le volanti della celere, e mentre le guardie facevano irruzione, noi tutti scappammo. La scuola fu chiusa per un po’ di giorni, i facinorosi puniti. La disciplina ricostituita così come il regolare svolgimento delle lezioni.

Tra me e Giacomo era cambiato tutto. Non era più solo il cazzone che mi trascinava nelle sue scorribande, aveva fatto qualcosa di importante per me : troppo importante perché tutto rimanesse come prima. Ora l’amico era un fratello, mi aveva salvato la vita.

La mannaia delle punizioni calò pesante su di noi : una settimana di sospensione. Mia madre incazzata, mi impedì di uscire di casa in quella settimana e soprattutto mi proibì di frequentarlo ancora, o anche solo di contattarlo.

Stai lontano dai suoi giri! E’ pericoloso.

Non riuscii a tenerle testa, Forse nemmeno volevo farlo, anche io avevo paura dei giri di Giacomo, ma forse ciò che mi spaventava ancor di più, era il sentimento di amicizia fraterna che avevo scoperto. Mi sentivo obbligato a ricambiare senza sapere come.
A volte i sentimenti generosi, ci spaventano a tal punto da ottenere l’effetto contrario. Ero stretto tra la riconoscenza ed il desiderio di dimostrargli il mio affetto, la voglia di poterlo rivedere e parlare di quello che era successo e la paura di non essere all’altezza di quel gesto completamente disinteressato.
Al rientro a scuola seppi che lui l’aveva lasciata, che se ne era andato lontano da Roma, da qualche parte. Al cesso piansi le mie prime lacrime da adulto. Non tornai a casa per pranzo e arrivai al Quadraro. Solo allora mi resi conto che non sapevo nemmeno bene quale fosse il suo palazzo, che da ragazzini ci eravamo sempre lasciati in piazzetta, o che tante volte lui aveva accompagnato me, sotto al mio palazzo, mai il contrario. Mi ricordai solo allora che da quando ci eravamo ritrovati, ci eravamo sempre incontrati alla metro o davanti a scuola. Chi lo sa dove abitava ? Tornai più volte nella zona ma non riuscii a ritrovarlo. Chiesi a mia madre di passare a scuola per farsi dare il suo indirizzo, il numero di telefono dei suoi, ma cominciammo una accesa discussione che non portò a niente. E lui sembrava dissolto nella nebbia. Un fantasma emerso dal passato e tornato al passato, inafferrabile come il Vento.
Un mese dopo i fatti della scuola, tornai a casa senza gioia nel cuore, come facevo tutti i giorni da quella fatidica notte, mia madre mi attendeva in cucina con un giornale sul tavolo, aperto sulla foto di Giacomo. Era morto. Aveva partecipato ad una rapina, ma la pallottola era stata più veloce del Vento.

Ecco il tuo amico.

Non ebbe il coraggio di dirmi più nulla, perché la trafissi con il mio sguardo duro ma pieno di lacrime.

Persi l’anno di scuola, mi chiusi in casa e in un mutismo che riuscii a sciogliere solo con una paziente psicologa. Parlavo con lei tra le lacrime, raccontavo dei miei sensi di colpa e di ciò che mi mancava, di quanto mi mancasse e di ciò che avrei voluto dirgli. Mi sentivo morto insieme a lui, come se quel colpo glielo avessi sparato io.

A giugno stavo un po’ meglio e cominciai ad uscire qualche volta con i ragazzi che avevano condiviso con me i pochi giorni di quel Ginnasio, non so se lo facevano per pietà, ma non me ne fregava un cazzo, capivo che l’aria mi era necessaria, che la mia casa era diventata prigione e che avevo bisogno di avere amici che fossero solo cari compagni per giocare a pallone o per cazzeggiare con leggerezza.

 

Ma insomma come è andata st’occupazione ? 
Boh Pa. A me sembra che non serva a un cazzo. Io ci son stato per stare con gli amici, ma mo è finita e c’ho un sonno!

Sorrido a mio figlio Giacomo e gli preparo la colazione.
Dopo la separazione, la madre è andata a lavorare all’estero e così io e lui siamo tornati insieme a via Nocera Umbra.
Con lui di solito faccio “l’impegnato”, gli racconto dei miei trascorsi politici del periodo universitario, infondendogli l’idea che la politica si costruisca dal basso nelle azioni di tutti i giorni. Stavolta con contento che l’occupazione sia finita e gusto la mia soddisfazione in silenzio.
Un giorno gli parlerò di Giacomo Vento. Oggi no.

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Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Oh, lucignolo!
Vestire una storia di cemento e spogliarla da ogni incanto. Senza troppe scintille.
:)

 

Ritratto di Creattività

non avevo capito se il tuo commento fosse positivo o negativo... :) mi dicono positivo...

 

grazie

Ritratto di piccola mela

Amaro come una cronaca. Emozionante e scorrevole come una bella storia. Bello 

 

Ritratto di Creattività

grazie ... la tua era la sensazione che volevo dare :)

Ritratto di alessandro

**

Ritratto di quatipua

Mi sento come dopo aver visto un film di Marco Tullio Giordana.
Mi hai lasciato anche la frase da ricordare:

"A volte i sentimenti generosi, ci spaventano a tal punto da ottenere l’effetto contrario."

Ritratto di Creattività

grazie.... non posso aggiungere altro... hai citato un regista impegnato... e che impegno!

 

.....

Elvira

 

 

Ritratto di Diego Ernesto Ojos Ibarria

Ho assaporato un po', con piacere, le atmosfere di "Ragazzi di vita" e delle borgate, anche se il primo è ambientato negli anni '50 e il tuo racconto nei '70. Scritto bene e bella storia. La curiosità da lettore sarebbe: quanto vi è di autobiografico?  Ma come è giusto resterà solo una curiosità.

Ritratto di Creattività

Caro Diego Ernesto

quando scrivo utilizzo sempre cose di me, consciamente o incosciamente. Possono essere mie cose personali oppure ricordi ascoltati da altri, o spunti della vita degli altri a me vicini.

non so se può bastare :)

cmq grazie

 

Ritratto di scartabella

Dura e  poetica. L'ambientazione nelle borgate degli anni 70' è proprio quel che ci voleva. Pinocchio e Lucignolo. E Lucignolo è il personaggio più interessante, l'eroe dannato e romantico nella sua dissipazione. Povero Pinocchio, diventato troppo in fretta "un ragazzino perbene". 

Ritratto di Creattività

anche Pinocchio col tempo diventerà Lucignolo... solo più tardi...

:)

grazie

Elvira

Ritratto di Borderline

Un racconto che ha i colori desaturati e nostalgici degli anni delle rivoluzioni, una favola senza eroi, una cronaca ma non per questo meno vicino al sentimento sincero del ricordo, che arriva per caso.
 

Ritratto di Creattività

Grazie Capitana o mia Capitana...i ricordi delle persone a cui vuoi bene si mescolano con l'aria respirata , solo respirata dei tempi e diventano il sentire.... 

 

baci e grazie dell'opportunità di poter giocare con questi colori...

 

Elvira

Ritratto di Kriash

Mamma mia che bello!
Mi ha rapito e portato completamente dentro la narrazione.
Nulla da dire... proprio bello!

Ritratto di Creattività

altro da rispondere....

 

grazie

 

Elvira

Ritratto di ambrous

Devo dire che all'inizio mi ha ricordato come ambientazione Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Poi la fa da padrone il torbido della vita, non mi fanno impazzire i racconti o libri di questo genere, ma comunque scorre bene, ci sono piccole imperfezioni che si correggono in un attimo con una lettura più attenta.

Forza e coraggio.