Trinità (di EmilyLagonelle)

Sono stanca, sommersa da questa stanchezza che so già avrà la meglio su di me. Giusto il tempo di raccontare questa breve storia, che va vista come un storia comune, a tratti patetica, ma la vita va così, si poggia sulla retorica, fatta di dolori ancestrali e di piaceri micidiali riguardanti la carne. La carne, questa sconosciuta che agisce d’istinto e ci comanda. Dovremmo sorvegliarla - dicono sia debole - e invece ci lasciamo distrarre dalla sua volontà, per altro poco certi del risultato.

Tuttavia, trovo che le storie brutali abbiano sempre un significato. È questo che va tramandato, il voler raccontare una storia è solo il pretesto per farlo. Cantastorie del cazzo.

Allora, è bellissima. Piccola, ma bellissima. E luminosa, con un accenno di sederino all’insù. E capelli lunghissimi, castano scuro, un poco mossi in punta, che divide in due grosse e uniche ciocche sul seno, considerato che non ce l’ha.

Poi, c’è il fattore occhi. Con questi occhi, maledetti, non si ha bisogno di alcuna forma. Perché loro catalizzano gli sguardi altrui.

In questo luogo vuoto, distratto, ogni tanto c’è attenzione quando la si incontra.

La sua amica 100-63-100 ha smesso di esserle amica quando ha capito che i suoi capezzoli rivolti a Dio non reggevano il confronto con quegli occhi. Lei, mica lo sapeva, che erano in grado di fare tutto questo, mica avevo previsto quest’opzione: erano solo un mezzo con cui vedere o spiare di nascosto quel che l’attorniava.

Suo padre, per contro, lo aveva capito fin da subito e provava a proteggerla - così diceva - dai malanni di questo luogo stanco e grigio. Mille vie strette per accumulare spazio in altezza e persone invisibili che volevano essere inarrivabili, per presentarsi nell’aldilà con il loro gruzzolo di immanenza, ma privo di sentimenti. Questione di priorità, ma senza dolore né prese di posizione del cuore.

Lo sapevate che i fari di luce possono essere di tinta marrone? Occhi di palude, i suoi e fari disorientanti. E allora le cose mutavano un po’ quando c’era. Scaturivano malumori perché pare ci fosse una subdola rivoluzione che non si riusciva a spiegare, che piaceva perché incuriosiva, ma che non si palesava apertamente con le parole, ma solo con una decisa erezione, un’impennata di dolore che bramava un piacere, però, che violava il severo ordine del corpo.

E mi dica, caro padre, si può seriamente chiamare Virginia una figlia così?

Nomen Omen - sentenziò qualche idiota d’altri tempi. Sua madre ci sperava. Beata e ingenua. Innocua finché non la devastò morendo quando Virginia ancora gattonava carponi. Carponi, non a caso. Con questo stratagemma credeva di salvarla da quel maiale del marito, forse. Dalla sua abominevole e mostruosa grassezza. Aveva bisogno di un marciapiede riservato a lui, per muoversi. Ma i porci così dovrebbero stare nella loro gabbia intrisa di fango e avanzi di cibo, non rischiare di strusciarsi su qualcuna a caso, o vivere soli con la propria figlia.

Usava fare così: la chiamava a sé e la sedeva sulle sue ginocchia traboccanti di grasso.

Per inciso, solo poi si è resa conto di tutto questo schifo. Solo ora lo conferma e lo sottoscrive, anche se...

Da piccola era il suo papà, la sola persona che avevo vicino e che si prendeva cura di lei. Era il suo mito, come tutti i papà. Alla fine, era una figlia comune, come tante altre, che amava le sue storie. Quella di un bimbo che si prendeva cura della sua rosa tenendola sotto una campana di vetro, e poi c’era quella della principessa persiana. Oh, che bella quella! Raccontava di questa principessa «figlia di un imperatore importante come il tuo papà e bellissima, ma meno di te.» Alternava toni imponenti e dolci alla voce, accompagnandoli con i classici movimenti di consenso o diniego della testa su cui pendeva come un feticcio il doppio mento. Spalmava della vaselina per evitare piaghe fra i risvolti di quella pelle in eccesso. Pare che anche la principessina in questione fosse orfana di madre e, «Bada bene, che le mamme muoiono quando le bimbe sono piccole perché sanno che staranno meglio sole col papà e per prendersi cura di lui. Tu ti prenderai cura di me, vero piccola Virginia?»

In sottofondo, il frastuono dei fuochi d’artificio, con gli ululati dei cani terrorizzati a farvi da coro. Virginia ricorda che l’agonia di quei cani le sembrò uno strazio. Quella città era infame e spietata per gli esseri puri e indifesi, come lei, come i cani. Era irrispettosa dell’innocenza, capii poi. Era capace solo di rumore che nascondesse voci, richieste d’aiuto e i sotterfugi dei papponi che imperavano su di essa.

«Certo, papà mio» - e gli schioccò un umido bacio sulla guancia.

«Lo vuoi fare, allora, il gioco che faceva la principessa bellissima con il suo papà?»

Come avrebbe potuto digli di no? Era l’unico amore che conosceva, il suo. Come si può dire di no, quando non si conoscono le alternative? Si è soffocati dall’ignoranza e anche se si è dotate di spiccata curiosità, come agire se si è convinte di essere fiore protetto da una campana di vetro, poi?

«Facevano il gioco divertentissimo degli indovinelli con caccia al tesoro.»

Glielo spacciò così, l’unto schifoso grassone che le aveva dato metà geni.

Tre merdosi indovinelli in rima baciata.

«Quale tua parte, bambina mia, è fiore che prende ogni sapore, nasconde - come le scarpe - una linguetta, e morde come una belante capretta?»

Poi:

«Quale tua parte, bambina mia, sgorga come fosse una fontanella, è di tinta rosa ed ha la forma di un’albicocca gonfia e succosa?»

Infine, e, come si sa, la parte migliore arriva a quel punto:

«Quale tua parte, bambina mia, il tuo papà schiaffeggia quando la sua unica principessa sul pisello troneggia?»

Il vero gioco consisteva nel prendere il suo indice e portarlo a ognuno dei vertici della “Trinità” bocca, fica, culo. Si mangiava le unghie fino allo sfinimento, il padre, cosicché sembravano sempre sporche, sudice. Neanche facesse il macellaio, era un semplice, ma ben pagato impiegato delle poste. Bravo, il papino col suo educato lavoro statale.

Inutile dire che solo la prima volta fu sufficiente che gli poggiasse il dito, già la seconda volle la nudità.

Poi la penetrazione. Leccava per bene il suo dito per portarlo alla fica, di cui divaricava le labbra, per poi salire nel luogo «buio buio, della principessa mia, sì, sì, brava, ancora un po’... » e poi condurlo al culo. Pensava lì facesse meno male, perché era il posto da cui usciva la pupù. Pensava fosse più facile entrarvi.

Il gioco lurido si svolgeva senza abbandonare gli occhi lucidi di Virginia, ma la costringeva a leccarlo prima di ogni meta, così finì per riconoscere molto presto i sapori del suo culo e della sua fica, rovinati dall’odore di sigaretta che usava fumare ogni qualvolta potesse. Ma la gente che dovrebbe, non muore mai presto di cancro.

Andò avanti così fino al giorno in cui non uscì sangue della sua “fontanella”. Roba da gruppi di sostegno è questa: «ciao, mi chiamo Virginia e ho perso la verginità a otto anni con il dito flaccido di mio padre.»

Inutile dire che il porco aveva gestito il tutto come un sacro segreto che dovevano conoscere solo loro, pena, l’obbligo di condividerlo e far partecipare altri amici del padre.

«Oh mio Dio, ti prego, no, sai che io voglio bene solo a te, papino.» C’era qualcosa di vero in questa sua supplica. Lui era l’unica persona che aveva, in fin dei conti, e a scuola, già si creavano le prime invidie con le immondizie di cattiveria - peggiori di quelle che può produrre un padre pedofilo - che solo i bambini invidiosi sanno gettare addosso. Bambine, cioè. E insegnanti, le femmine, anche il questo caso. Superfluo dire che Virginia era deificata dal sesso forte. Maschi segatoli. Aveva capito. Il tempo passava, nonostante la maturità giusta non arrivi mai in certi casi, e il padre iniziava a partecipare di più. Si scordò del preludio della storia della principessa persiana. Era passato il tempo di raccontarla, cambiarono le voci - più roca e impigliata nel catarro quella del padre, più piena la sua -, le forme, le conoscenze. E non bastava più un dito nei suoi tre orifizi, ma ci voleva qualcosa di più grosso e insistente, che esigeva il suo stare carponi per appoggiare la pancia paterna alla sua schiena. Di gran lunga, preferiva il momento in cui doveva stare inginocchiata e toccava a lui prendersi cura del suo grasso alzandolo. Poco importava l’odore e il sapore che avesse lui, purché finisse presto. La iniziò alla pornografia. E allora, tutto le sembrò più normale. Anche altri facevano ciò che facevano loro. Lui diceva sempre che quelle erano truccate, per quello sembravano più grandi. Virginia aveva tredici anni: aveva un telefonino obsoleto, le sue compagne - a proposito, sono ragazze o ancora bambine a quell’età? - non le prestavano il loro perché la odiavano e i compagni - poco male se bambini o ragazzini, loro sono facilmente definibili come “quelli nell’età delle prime seghe”, lo usavano appunto per fotografarla. No internet.

Ma c’era qualcosa che non le quadrava. Era innamorata di quel mostro di suo padre come lui diceva? Lei, mica lo sapeva cosa significasse essere innamorati; sapeva fare l’amore, che deve riempire un vertice della trinità di sperma, come requisito fondamentale. Preferiva la bocca alla fica e la fica al culo. Più o meno, si può riassumere così.

Dovette scappare, semplicemente, da quella vita carponi. Lo fanno in tanti, aveva sentito dire una volta all’insegnante di storia. Parlava della guerra. Dei disertori. Le pareva fosse suo diritto esserlo. D’altro canto quella violenza non era forse paragonabile alla guerra, per lei?

Se ne andò. I suoi occhi mendicavano aiuto e protezione. Imparò presto la furbizia che soggiace al ricatto del sesso. Si fece - nella connotazione volgare del verbo - tante amiche, di una notte e una sola amica non intenzionata a leccarla da qualche parte fintanto che non s’innamorò. Inutile dire che fiorì nell’oro, in totale solitudine. Gli occhi benedetti avevano trovato posto nell’appartamento lussuoso di un tipetto carino e premuroso che osannava ogni suo gesto. Benestante, per lo più mantenuto. A suo padre pensava raramente. Immaginava si fosse reso conto dello schifo commesso e non l’avesse cercata per gli enormi sensi di colpa. Forse si era imbigottito e recitava rosari nel tempo libero fra una sega e l’altra davanti ai video delle bambine nude. Buh. Non le importava molto, purchè non fosse più lei una di quelle bambine.

Era persa in questa città che ingoia (anche lei, povera...) e in cui tutto accade senza che si sappia, poiché abitata da burattini distratti, ma ben vestiti. Aveva l’obbligo di indossare sempre gli occhiali scuri.

I suoi occhi supplivano a quello che il resto del corpo non aveva motivo di entusiasmare i passanti, quindi, riusciva a nascondersi per proteggere la proprietà, lei, del suo redentore. Incontrò suo padre, proprio nel giorno in cui si svegliò con la sua mancanza per colpa di un sogno sfasato. Erano ormai anni che non lo vedeva. Aveva l’andatura faticosa dell’obeso, avvinghiato da se stesso, vecchio, finalmente vicino alla morte. Ne ebbe pena, quasi. D’altro canto gli aveva voluto davvero bene, prima di capire cosa le avesse fatto, assassinando la sua infanzia. Indossava dei pantaloni arancione di velluto e teneva le mani nelle tasche, piene di momenti di una vita giustamente distrutta.

Ci vorrebbe splatter, ora. La morte del nemico. Il gioco degli indovinelli fatto con un coltello e non con un dito. Si meritava quello.

Si misi davanti a lui, si tolsi gli occhiali, pronta a tutto. Gli disse che le era mancato, invece.

Certe mancanze sono semplicemente immonde. Ma capitano. E Virginia trovò innamoramento e ordine, finalmente, nella sua storia di sesso banale e malinconia.

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Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Sai cosa non sopporta l'uomo dabbene?
Che gli si porga una fetta di limone senza zucchero! E Se t idiranno "sta storia mi ha fatto schifo!", ti staranno rimproverando l'aver dimenticato lo zucchero.

"Tuttavia, trovo che le storie brutali abbiano sempre un significato. È questo che va tramandato, il voler raccontare una storia è solo il pretesto per farlo. Cantastorie del cazzo."

è solo un pretesto per farlo, ma se sveli il pretesto e scopri l'intenzione, quell'uomo dabbene cercherà un nuovo reality show per evitare di pensarci sopra!

E non c'è nulla di più efficace del pepare l'orrido sulla pelle degli altri per costringerli al pensiero. Risultato? "Cazzo non mi è piaciuto" (traduzione: lo hai fatto bene!) :)

 

Ritratto di alessandro

***

Ritratto di quatipua

che dire?
complimenti e ancora complimenti!

Avevamo la stessa favola, ma tu ne hai saputo fare un Nuovo Personaggio, anzi: una Nuova Principessa.

Questo è uno di quei personaggi che richiedono nuove storie :)

Ritratto di piccola mela

Wow. Scritto benissimo. Personaggio splendido.

E' vero, si vorrebbe seguire ancora un po' Virginia, in altre storie.

Spiace solo che sia finito così presto. 

Ritratto di scartabella

Anche in questo caso non ho individuato la fiaba. Poco importa, c'è una Principessa e c'è un Re. Il Re ama la sua Principessa di un amore falso e crudele ma riesce a convincerla che sia vero Amore. E lei ci crede, perché è affamata d'amore e non può credere che il suo adorato Re sia in realtà un essere spregevole. Storia cruda e dolorosa che purtroppo fiaba non è.

Ritratto di Emily lagonelle

Grazie! È stato nauseante, eccitante, ma soprattutto istintivo scriverlo.  Sogni? Incubi? Vite precedenti? Mah....

Ritratto di Borderline

anche io trovo che le storie brutali abbiano sempre un significato, per questo ti ringrazio di averla scritta e di avercela fatta leggere
 

Ritratto di Kriash

Un pugno nello stomaco.
Ma di quelli dati talmente bene da essere ricordati per molto tempo.

Ritratto di Creattività

troppo forte... sarò l'uomo dabbene che vuole zucchero sul limone? può darsi... questo genere di storie le leggo e le voglio sapere, ma non mi piacciono mai, non che mi scandalizzino ma mi fanno troppo male. 

Elvira

Ritratto di ambrous

Il racconto non scade nel torbido, ma rimane troppo leggero nella parte finale, la protagonista appare un pò distaccata, nonostante avesse subito una violena tremenda. Avrei preferito un approfondimento psicologico più aggressivo.

Il testo è perfettibile ma nulla di che, buona prova.