Le piccole iene (di TiroFisso)

La vedi, quella donna legata a una sedia? Riesci a figurarti le sue palpebre che sbattono, investite dal fascio violento di un riflettore? Lo senti, il suo respiro affannoso? Ce la fai a percepire l’odore di cantina umida, misto a quello della sua paura? Eccola: più vicina ai cinquanta, che ai quaranta, ma con un corpo ancora tonico, che parla di fitness, diete a zona e personal trainer. I suoi capelli, di un colore ramato finto come una moneta da tre euro, sono scomposti in ciocche disordinate.
«Bentornata tra noi, troia!» squilla a un tratto una voce femminile. Giovane, allegra, piena di vita.
«Ben svegliata, puttana!» le fa eco una simile.
«Giù dal letto: il gallo ha cantato da un pezzo» completa una terza.
Dalla zona d’ombra dietro il riflettore emergono le sembianze di una ragazza, poi di un’altra, e di un’altra ancora. Tutte e tre indossano pantaloni e felpe nere, e hanno il volto coperto da maschere.
«Idea draga, quella che hai avuto. Usare le mascherine dei Tre Allegri Ragazzi Morti» dice l’ultima ad aver parlato, quella della battuta sul gallo. «Sono comode, leggere e lasciano la bocca libera per parlare»
«Grazie, mia cara» risponde la prima, omaggiando l’altra di un inchino. «Ho sempre idee draghe, io! Non saremmo qui, altrimenti. Ma guardate la baldracca: sta muovendo le labbra, forse vuole dirci qualcosa»
«Dove sono? Cosa volete da me?» balbetta la donna legata, e le ragazze scoppiano a ridere.
«Visto? Ci avevo scommesso che se ne sarebbe uscita con una frase del genere! Ignorante come una capra, e pure prevedibile. Forza: sganciate il vostro euro»
Intascata la vincita, la prima delle carceriere si avvicina alla vittima.
«Cosa vogliamo da te…tante cose, ma innanzitutto spiegarti cos’è questo» dice, picchiandosi sul palmo della mano sinistra con un lungo sfollagente dall’impugnatura fatta a T. «Si chiama tonfa, e l’hanno usato i celerini al G8 di Genova. Ricordi la tua frase al riguardo, quando su Sky hanno dato Diaz? Aspetta, ti rinfresco la memoria: non hai detto per caso “Hanno fatto bene, dovevano infilarli nel culo, a quegli straccioni”?»
La prigioniera fissa il bastone con aria terrorizzata, e la ragazza ride di nuovo.
«Tranquilla, non guardarmi così: non te lo voglio ficcare nel culo. Non per il momento, almeno. Ti voglio solo insegnare come funziona quest’affare. Occhio, arriva!» conclude, calando un colpo da fabbro sulla coscia della donna, poi un altro, e un altro ancora, per finire con una botta sulla rotula.
«Fa male, vero? Consolati: questa non sarà la cosa peggiore che ti capiterà oggi. Prendi, tocca a te» dice rivolgendosi all’altra ragazza e passandole il manganello. «Ricordi le regole? Non più di quattro colpi, né in testa, né sulla faccia. A quella penseremo dopo»
«Forse non sarà proprio legale sai, ma sei bella vestita di lividi» canta la seconda aguzzina. «Forti gli Afterhours, vero? Ah, già! Ma tu non li hai mai neanche sentiti nominare. Solo balli latini e reggaeton, per te, giusto? Al massimo Vasco e Ligabue. Ma oggi il primo strumento che sentirai suonare sarà questo»
Stavolta le prende di mira le spalle e le braccia, prima che il tonfa passi, come il testimone di una staffetta, nelle mani della terza ragazza.
«Ci facciamo un tiro di coca?» propone la seconda picchiatrice, mentre la sinfonia di “Sock!” e “Thud!” risuona ancora nella cantina.
«Meglio una canna. Dobbiamo essere rilassate, per lavorare di trapano più tardi. E poi c’è un’altra cosetta che ho in mente…»
Le ragazze ridono, si prendono per mano e iniziano a fare il girotondo.
«Siam tre piccoli porcellin, siamo tre fratellin, mai nessun ci dividerà, trallallallallà» cantano in coro.
Poi si passano la canna in silenzio. L’odore di marijuana ne copre altri meno piacevoli.
Gli ultimi tiri del joint sono in mano alla prima ragazza, che si avvicina piano alla prigioniera.
«Vi prego…lasciatemi andare», piagnucola. «Non lo dirò a nessuno. A nessuno, ve lo giuro»
Ma comprende di avere le stesse probabilità di un topo preso in trappola che provi a trattare con  con tre gatti affamati.
La ragazza con la maschera da teschio fissa per un po’ la sua vittima, poi le spegne la canna sullo zigomo.
«Questo è per aver spifferato a mio padre che fumo, stronza» dice calma, mentre la donna lancia un urlo da maiale scannato, prima di perdere i sensi.
«E’ svenuta?»
«Così sembra…»
«Non sarà mica morta? Non può fregarci così»
«Suvvia, non muore nessuno per una sigaretta spenta sulla faccia»
«Ma quella era una canna»
«Vabbè, non muore nessuno per una canna spenta sulla faccia»
«E adesso?»
«Adesso niente: aspettiamo che rinvenga, e se no la facciamo rinvenire noi. Con quel secchio d’acqua ghiacciata»

Fino ai cinquant’anni la vita del dottor Stefano Canali aveva rasentato la perfezione. Nato in una famiglia facoltosa, aitante nel fisico e dotato di un’intelligenza sopra la media, fin da ragazzo sembrava avere le carte in regola per sfondare. Dopo il liceo si era iscritto a Medicina, laureandosi col massimo dei voti nei tempi stabiliti, e senza mancare una sola festa studentesca. Aveva scelto di specializzarsi in Cardiochirurgia, frequentando il reparto dell’ospedale Sant’Orsola, diretto dal professor Enrico Ferri, un luminare nel suo campo. Ne era diventato in breve l’aiuto, e, dopo la sua prematura scomparsa, gli era subentrato. A soli quarantatré anni era il più giovane primario dell’ospedale. Nei primi anni di specialità aveva sposato la splendida Ludovica Degli Esposti, figlia ventiduenne di un importante avvocato bolognese e in breve, ad allietare la felicità della coppia, era arrivata Alice, seguita nel giro di tre anni da Chiara e Martina. Se le prime due erano bionde come la madre, la terza aveva ereditato i capelli corvini del padre, ma gli occhi di tutte e tre brillavano dell’azzurro cielo di entrambi i genitori. Preso com’era dalla sua professione, il dottor Canali aveva dato carta bianca alla moglie per l’educazione delle tre bimbe, certo di non sbagliare. Dall’età scolare in poi, per Alice, Martina e Chiara era iniziato un continuo round di lezioni di equitazione e pianoforte, seguite da corsi di inglese e di tennis. E il loro impegno riceveva premi adeguati. Prima giocattoli costosi, poi abiti firmati, scooter, vacanze all’estero, orari di rientro che le loro coetanee potevano solo sognare, un’auto a testa. E tre appartamenti del centro storico erano pronti ad accoglierle nel momento in cui avessero deciso di spiccare il volo dalla villa di famiglia, sui colli bolognesi.
La famiglia Canali aveva pochi momenti in cui riusciva a riunirsi al completo, e uno di questi era la colazione della domenica. La signora Ludovica ci teneva come a un rito religioso. Si alzava presto, per tirare a lucido la cucina, poi sistemava in tavola ogni ben di Dio. Un paio d’ore dopo scendeva il marito, già pronto per la seduta di jogging cui dedicava un giorno alla settimana. Per ultime arrivavano le ragazze. Si sedevano a tavola sorridenti, colorate nei loro pigiamini, rilassate dalle lunghe ore di sonno.

Ma il sole non splende in eterno, e tutta questa apparente perfezione, per qualche strano giro del destino, aveva iniziato a dare a Ludovica un senso di insoddisfazione. Si sentiva prigioniera di una gabbia dorata, nella villa sui colli. Così, per riempire il vuoto esistenziale, aveva iniziato a scolare vodka di nascosto. Un micidiale cocktail di vodka e psicofarmaci, prescritti da un medico amico di famiglia che si faceva pagare sottobanco il favore. Nessuno dei familiari aveva notato cambiamenti di sorta nel comportamento di Ludovica, anche perché era dotata di un naturale talento nel mascherare il suo disagio, fino a quando, un tragico mattino, il marito l’aveva trovata senza vita, stroncata da una dose letale di barbiturici. Un biglietto sul comodino diceva “perdonami”. Tutto qui. Per l’intera famiglia era stato un colpo durissimo, e ognuno aveva reagito a modo suo. Il dottor Canali, sconvolto dal dolore, si era buttato sul lavoro, e manifestava il suo amore per le figlie in un solo modo. Aveva trasformato in anarchia la già grande libertà di cui godevano, e le foraggiava con pericolosa generosità. Le ragazze, dal canto loro, con il portafoglio gonfio e molto tempo a disposizione, avevano iniziato a trascurare gli studi, dandosi a passatempi discutibili. Bazzicavano con i punkabbestia di piazza Verdi, frequentavano rave e discoteche techno dalla dubbia fama, iniziando ben presto a familiarizzare con svariate sostanze. Il padre fingeva di non sapere. Riteneva che prima o dopo si sarebbero stancate di quella vita randagia, e meditava di acquistare un’attività per quando quel momento sarebbe arrivato. Una tabaccheria, o un bar in zona universitaria gli sembravano la soluzione ideale. E nel frattempo si stava rifacendo una vita, frequentando Paola, la titolare di un centro fitness. All’inizio la donna aveva tentato di stabilire un rapporto di amicizia con le ragazze, ma era stata accolta con freddezza. Le aveva provate tutte, compresa la colazione della domenica che tanto amavano. Ma Alice, Chiara e Martina erano troppo impegnate a smaltire i selvaggi divertimenti del sabato sera, e, quando lo facevano, si presentavano sbracate e sbadiglianti. Un giorno Alice si era seduta a tavola indossando una vecchia maglietta dei Ramones, e si capiva che non portava nient’altro.
«Non ti vergogni?», l’aveva ripresa Paola. «Scommetto che non ti saresti mai presentata a tua madre conciata così!»
«Esatto. Ma tu non lo sei», aveva ribattuto Alice con indifferenza. «Sei solo la mia perfida matrigna»
Le sorelle erano scoppiate a ridere, e subito avevano appioppato questo nomignolo a Paola. E sarebbe stato il più gentile.
Da quel giorno liti e provocazioni non si contavano più, e un giorno Paola era esplosa.
«Basta! Non ce la faccio più!», aveva urlato. «Io le ammazzo, quelle belve schifose!»
Ma il padre aveva preso le loro difese. «Sono le mie figlie! E non ti permetto di chiamarle così!»
«Va bene, allora. Decidi tu: o loro, o me!»
Ma non c’era stato bisogno di fare una scelta. Le tre sorelle se n’erano andate da casa il giorno stesso, di loro spontanea volontà. C’ era chi le segnalava a Londra, chi ad Amsterdam. Solo il padre, con il quale erano rimaste in contatto, sapeva che erano andate a vivere in uno squat  nel quartiere berlinese di Kreuzberg. Poi, un paio d’anni dopo, avevano fatto ritorno. Ed erano riprese le schermaglie con Paola, che un giorno aveva reagito prendendo Alice a schiaffi, e lei glieli aveva resi con gli interessi.
«Avete visto cos’ha osato fare, quella troia?» aveva detto indignata alle sorelle.
«Mi sembra che tu non ti sei fatta mettere sotto, cara» aveva ribattuto Martina.
«Non basta. La puttana deve pagare»

«Bene», fa Alice sollevando la mascherina. «E’ ora di mostrare a papà la nostra opera. Mi sa che è già qui. Ho sentito il rumore dell’auto»
«Perfetto» dice Chiara. «Vado a chiamarlo»
La ragazza scende le scale della cantina tenendo il padre per mano.
«E’ venuto il momento delle presentazioni» esclama Martina. «Papà, troia fatta a pezzi. Troia fatta a pezzi, papà»
«Oh, mio Dio» balbetta il dottor Canali, pallido come un cadavere. «Cos’avete fatto?»
«Molto semplice» spiega Martina. «La puttana ci stava sul cazzo, e ci siamo divertite un po’. Volevamo solo trapanarle le rotule, per poi tentare un intervento a cuore aperto. Ma Chiara- sai com’è fatta?- si è lasciata trasportare dall’entusiasmo e ha fatto buchi un po’ dappertutto. La stronza era già morta, quando le abbiamo asportato il cuore. Peccato» 
«Dai, papà! Non sverrai mica, adesso?» ridacchia Alice. «Scommetto che in sala operatoria hai visto di peggio. Ricordi quando abbiamo detto che volevamo seguire le tue orme, e tu ce l’avevi sconsigliato? Be’, avevi ragione. Non siamo molto portate per la chirurgia»

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Commenti

Ritratto di Diego Ernesto Ojos Ibarria

Sto procedendo nell'ordine e fino ad ora è quello che mi è piaciuto di più (ne mancano però ancora tanti). Una scrittura pulita, veloce e scorrevole, che ti afferra e non ti molla fino alla fine. Scrivere così non è un caso. Una favola nera non banale. Mi verrebbe da dire brava. O è bravo?

Ritratto di Emanuela Masseria

Tirofisso sa il fatto suo quando si tratta di scrivere. Non aggiungo altro:)
 

Ritratto di Emily lagonelle

Lo consco. Ne sono orgogliosa. Non "orpella" (neoverbismo? Esiste?) Sa più cose di quel che dá a vedere. È saggio.

Bravo. Ti ricorderai di me al Campiello?

 

Ritratto di tirofisso

Grazie, popolo in delirio!! :-)

Ritratto di quatipua

eh, bam bam, che idea draga hai avuto!!
ho letto con un sorriso di lungo sul viso... queste sono le favole che piacciono a me!
della serie "Piccoli Drughi Crescono" :)

ah, faccio parte del popolo in delirio!
(li vedi i punti esclamativi?!?)

Ritratto di piccola mela

Eh sì, splendido! Scritto benissimo. Decisamente tra i migliori. 

Ritratto di LaPiccolaVolante

Ben fatto. Mi è piaciuta di più la prima parte.
Delle volte basta una sola frase per dare un senso a tutto, o piccoli elementi disseminati qua e là nel racconto, senza occupare troppo spazio con spiegazioni o delucidazioni sui "perché" e  dedicarsi meglio al disegno delle tre piccole iene.
Mi annoiano le finestre aperte troppo a lungo sulle spiegazioni.

Ritratto di Kriash

Bello! Poco da dire, ti inchioda alla lettura fino alla fine. Forse forse la parte di spiegazione tutta attaccata smorza un po' il ritmo, magari spezzettarla e inserirla nella trama base della storia?

Ritratto di Emanuela Masseria

**

Ritratto di scartabella

Bravissima o bravissimo chiunque tu sia. Nera che di più non si può. Forse la parte raccontata spezza un po' il pathos e potresti provare ad inserire le parti essenziali di questa lunga  trama direttamente nella scena d'azione mediante il dialogo. Difficile ma molto efficace.

Ritratto di Borderline

È caratteristico il fatto che sia tu sia l'altra giocatrice del Re Porcaro abbiate dato voce alle figlie per la vendetta, dimenticando il re. La tua è scritta nello stile cannibale e pulp in cui il lettore risveglia certi incubi di rabbia repressa. Anche per me gli spiegoni pur dando aria al racconto delle volte ne fermano il ritmo. Nel complesso ben scritto, davvero :)

Ritratto di ambrous

Peccato hai gettato alle ortiche il miglior racconto presentato. La scelta di staccare la storia e raccontarla con gli occhi del narratore e non delle iene ha fatto perdere molto patos e tensione che si stavano creando. Peccato, la prossima volta vai fino in fondo e lascia stare il narratore che spiega per filo e per segno tutto. L'idea era molto buona.