In lavorazione (di Sofia)

La sua mente aveva elaborato l’idea un po’ alla volta, scartando tutte le altre possibilità fino a ritrovarsene solo una. O almeno, solo una fattibile. Era come se in cuor suo avesse sempre saputo qual era la cosa giusta, e ora, ecco il momento in cui si deve smettere di pensare e iniziare a far qualcosa di concreto.

Dopotutto era già trascorso abbastanza tempo, il signor Barrow stava invecchiando e sembrava adorare le figlie ogni giorno di più, finendo per trascurare lei. Quelle tre viperette, ragazzine petulanti che con il loro fare da angioletti innocenti si avvicinavano ogni giorno di più all’immensa fortuna depositata sul conto bancario del padre. Si fingevano disinteressate, come se il denaro per loro non avesse alcun valore. Liza conosceva bene le loro vere intenzioni, che dopotutto non erano poi tanto diverse dalle sue, ma non c’era bisogno che questo il signor Barrow lo venisse a sapere. A lei sarebbe bastato fargli aprire gli occhi sulle figlie…eppure ogni tentativo sembrava vano, come se le adorasse più della sua stessa vita e ai suoi occhi fossero sempre troppo buone e perfette per fare una qualunque cosa sbagliata. Alice, Chiara e…come si chiamava la terza? Loretta, forse? Accidenti, non le veniva mai in mente! Quei maledetti nomi italiani…suonavano così male, e poi erano nate tutte e tre in Inghilterra, che bisogno c’era di ricordare continuamente le origini dei loro antenati?

“Laura!” Ecco com’era, Laura. Detestava quando si mettevano a strillare per casa. Ma è inutile ripeterlo, del resto le detestava qualunque cosa facessero. “Laura! Dove hai messo il mio vestito?!”

“Quale? Ne avrai duecento!”

“Lo sai benissimo quale! Quello blu! Lo devo mettere stasera, tiralo fuori!”

Ennesimo bisticcio.

La donna si fece strada lungo il corridoio per raggiungere la camera delle gemelle, seguita dal marito. Abiti stropicciati erano sparsi per tutta la stanza.

“Alice! Chiara!” fece scorrere lo sguardo dall’una all’altra, incapace di distinguerle. Avevano gli stessi occhi verdi, lo stesso nasino all’insù e le loro labbra, quando piegate in un sorriso, disegnavano curve identiche, con le medesime fossette sulle guance. I capelli dorati li aveva ereditati anche la più piccola.

“Si pronuncia Alice, non Alis” le fece notare per l’ennesima volta la ragazza più a sinistra.

“Hai ragione cara, mi dispiace, ma non è questo il punto. Piuttosto, cos’è tutto questo casino? Non voglio essere io a dover riordinare…”

Chiara scoppiò in una risatina per nulla divertita. “Ma fammi il piacere! Non raccoglieresti qualcosa da terra neanche se fossero soldi!”

“Su questo non ci giurerei” commentò l’altra.

“Mi stupisco di voi, è una delusione sentirvi parlare così” John si era fatto avanti.

Liza lo fermò con un cenno. Dopotutto stava ancora recitando. Finse di ignorare il commento e si chinò verso di loro. Sussurrò: “Ragazze, lo sapete, io vi voglio bene e ci sto provando, a farmene volere anche da voi. Ma non è facile. Vi chiedo solo di darmi una possibilità, okay?”, come se non volesse farsi sentire da John.

Le ragazzine le lanciarono due sguardi infuicati ma subito dopo, per la presenza del padre, le sorrisero e si scusarono educatamente prima di vederli scomparire entrambi al piano di sotto.

Sopra al camino, in salotto, era incorniciata una vecchia fotografia della signora Barrow. Sia lei che Liza Peanks vantavano capelli biodo miele tagliati a caschetto e occhi scuri. Sebbene fisicamente avessero molti altri tratti in comune, la somiglianza finiva qui. Liza e Martha non sarebbero potute essere più diverse di già non fossero. Bastava osservare lo sguardo gelido e le sopracciglia costantemente inarcate di Liza per notare la differenza tra le due personalità. La gente da quelle parti non capiva come avesse potuto, un uomo dello stampo di John Barrow, sposare una donna come Liza Peaks. L’unica spiegazione parsa plausibile era la somiglianza dei tratti con la scomparsa moglie. Era come se avesse voluto rimpiazzarla il prima possibile e poter fingere che in realtà non fosse successo nulla. Non sembrava una cosa molto carina da pensare, ma del resto anche Liza condivideva questa teoria e ciò non sembrava turbarla minimamente. In fondo, quel che le interessava non era certo la personalità enigmatica del signor Barrow.

 

Dunque Liza aveva un piano per sbarazzarsi delle ragazzine. Nel caso delle gemelle, l’odio era ricambiato, ma per Laura, la più piccola, era tutta un’altra storia. Siamo ben lungi dal dire che Liza vi fosse affezionata, ma la bambina sembrava vedere in lei solo il lato buono e non pareva aver mai colto i suoi atteggiamenti o le sue intenzioni. Questo la lasciava perplessa. Ha solo 9 anni, si ripeteva, che importanza ha?

Ad ogni modo era determinata a spedirle in un qualche collegio, o qualcosa di simile, tutte quante. Convincere John ad allontanare le proprie figlie non era plausibile. Doveva forzarlo.

 

 

A John sembrò strano vedere che Liza gli portava le medicine in camera, su un vassoio, con un bel bicchiere d’acqua già pronto per buttare giù le pastiglie, ma preferì non indagare e si limitò a ringraziarla affettuosamente. Subito un sonno pesante lo aggredì.

La scena si ripetè per più di due settimane, e il signor Barrow smise di farci caso.

Una mattina, però, lo assalì un mal di testa tanto forte da costringerlo a letto. Non riusciva proprio a ricordare cosa fosse accaduto di diverso dal solito la sera precedente…insomma, non c’era alcuna spiegazione. Liza ovviamente si offrì di chiamare il medico, ma lui le assicurò che non vi era nulla di cui preoccuparsi e che presto di sarebbe ripreso.

Ma non fu esattamente così. Anche il giorno seguente si svegliò provando la stessa spiacevole sensazione. Le figlie andarono a trovarlo nel pomeriggio (fino ad allora Liza non aveva permesso loro di “disturbarlo”), Laura gli tenne stretta la mano e a turno raccontarono le proprie impegnative giornate scolastiche.

In una qualsiasi altro momento, il signor Barrow si sarebbe sentito sollevato, rinvigorito dalla presenza dei suoi splendidi angeli, tuttavia sentiva le loro voci come se provenissero da molto lontano, più acute e deboli. Era quasi una tortura udire quei lamenti. Chiese loro di lasciarlo solo e le ragazze, a malincuore, abbandonarono la stanza.

La storia continuò ad andare avanti così per un po’ di tempo, John non avrebbe saputo dire quanto. Qualcosa dentro di lui ripeteva che non avrebbe dovuto chiamare un medico per niente al mondo.

Una sera, prima di addormentarsi, gli apparve l’immagine di Liza che gli somministrava qualcosa da una strana boccetta e improvvisamente scoppiava a ridere. Pensò di trattasse di un sogno, o un’allucinazione.

Nel frattempo, la donna continuava a tenere le bambine lontane dal padre, cercava di tenerle occupate e inventava mille scuse. Alla sera si sedeva accanto a John, quando tutte dormivano, e gli sussurrava tutto quel che le tremende ragazzine avevano combinato durante la giornata.

Chiara e Alice non ne potevano più della matrigna. Pensavano le stesse prendendo in giro e credevano di mancare al padre esattamente quanto a loro mancava lui. Così, di nascosto, mentre Liza era distratta in cucina, si intrufolarono nella sua stanza per salutarlo.

Inspiegabilmente, egli si mise a gridar loro di sparire dalla sua vista. Disse che erano la vergogna della famiglia ed era colpa loro se la madre non c’era più. Concluse dicendo che non avrebbe più voluto vederle in tutta la sua vita.

Le ragazze corsero fuori piangendo.

 

Due settimane più tardi, arrivò un addetto per scortarle al collegio privato di St Pauline.

Delle tre figlie non si ebbero più notizie.

 

 

3 anni dopo

 

Il 27 Dicembre di quell’anno, Alice e Chiara avevano raggiunto l’età consentita per lasciare il college senza bisogno di firme del tutore. Una era stata mandata in Scozia, per le vacanze natalizie, l’altra era rimasta in Galles. Fino ad allora, le rate annuali erano pagate regolarmente, ma loro non venivano mai rimandate a casa, neanche per le vacanze.

Quel martedì mattina, ciascuna in una diversa città, firmarono il modulo d’uscita e si trascinarono dietro la valigia fino in stazione. Destinazione: una cittadina nei pressi di Londra.

Non fu una bella sorpresa scoprire che John Barrow era morto qualche mese prima per un attacco di cuore, e soprattutto non fu bello rendersi conto che nessuno le aveva mai avvertite di nulla.

 

Chiara, immobile davanti all’annuncio funebre, aveva capito all’istante cos’avrebbe dovuto fare.

Non ci pensò due volte.

 

Alice impiegò qualche giorno di più per decidersi.

Aveva fatto visita al padre, al cimitero, portandogli fiori freschi al mattino. Aveva pianto su quella lapide di materiale scadente, in un piccolo cimitero verso la campagna.

Alla fine pensò che non era successa loro una sola cosa buona nel giro degli ultimi 11 anni. La morte della madre, il quasi immediato fidanzamento del padre con una donna che le aveva odiate dal primo istante, il suo rifiuto di rivederle, la diseredazione, il biglietto di sola andata per il college cattolico, e infine anche la sua morte.

Non era giusto.

 

Nella piccola e angusta stanza del motel Chiara caricò la pistola.

Nella camera di un’amica più grande, Alice se la rigirò esitante tra le mani, con fare incerto.

 

Liza stava riordinando dei documenti nello studio quando sentì dei passi nel corridoio e vide riflessa l’immagine della ragazza.

In effetti, non c’era stato bisogno di vederla in faccia per capire chi fosse.

Doveva aspettarselo.

 

Trovarla non era stato difficile, si era tenuta la casa.

Puntata la canna alla testa,

BANG!!!

Un singhiozzo.

Sangue sul muro.

 

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Commenti

Ritratto di Diego Ernesto Ojos Ibarria

... a meno che non mi sbagli di persona, vale lo stesso discorso fatto per Emma. Sapendo quanti anni hai non posso dirti altro che sei bravissima.

Ritratto di quatipua

ci sono molti spunti interessanti, ma sembra quasi che tu avessi una certa fretta di scrivere l'inizio e la fine della "favola"

Casomai dovessi riprenderla, sono sicura che diventerebbe più incisiva e meno dispersiva.

Ritratto di piccola mela

Il filo della storia mi è sembrato interessante e ben scritto. Anche i personaggi sono ben delineati. Peccato per il finale che arriva troppo in fretta e senza una buona pianificazione. Comunque, brava. 

Ritratto di scartabella

Ben sviluppata la parte psicologica dei personaggi e ottimi anche i dialoghi (che non sono per niente facili) il finale, si, è un po' troppo repentino.Capita qualche volta quando abbiamo timore di non riuscire a concludere in tempo! 

Ritratto di Borderline

Se le altre figlie del re porcaro sono state piccole iene, le tue senza dubbio sono dei piccoli elefanti dalla lunga memoria. Un soggetto che si dipana lentamente fino ad arrivare a un boom finale, che, come dice scarta, è un po' troppo repentino. Buona scrittura e uno stile che profuma di antico, anche se io proprio per questo non avrei usato le cifre (9, 11) in numero, ma sempre le lettere.

Ritratto di Kriash

Bel finale e bell'incastro di trama.

Complimenti... ancora meglio se fosse stato un racconto di più ampio respiro.

Ritratto di ambrous

La storia è gradevole, ma trovo il finale forse troppo veloce perchè la spiegazione è arrivata in anticipo. Forse rielaborando il finale non facendo apparire subito la matrigna arrivsta, ne avrebbe guadagnato. Buona prova.