Paradise (di Alen Grana)

Il vento impastava la sabbia in mulinelli sempre più grandi.

Bastava un granello per portarsene appresso un altro. Poi uno ancora e ancora, fino a raggiungere dimensioni significative.

Persino i ratti delle dune avevano l’accortezza di accucciarsi nelle loro tane quando il tempo volgeva al peggio.

Ma non erano le tempeste di sabbia il problema, era il cielo.

Anche oggi, infatti, nessuna nuvola all’orizzonte.

Dai tempi del cataclisma. Così da quel maledetto giorno. E nel cielo sparirono le nuvole.

Giorno e notte.

Luce e tenebra.

Solo il limpido cielo che mostrava i tre soli gemelli durante il giorno e, invece, durante la notte, brillava solamente di nove luci.

 

Il Prete offrì il suo tributo di sangue come tutte le mattine.

Al riparo della sua casa nascosta da anni di sabbia, pregò quei suoi Dei così giovani.

Erano passati anni da quando era partito tutto solo dalla sua terra nativa per un viaggio che l’avrebbe accompagnato lungo tutta la sua intera vita.

Invece si fermò lì, in quella terra aspra, gialla come la sabbia e pungente come il morso di una vipera talpa.

Perché era lì che trovò il suo scopo.

In mezzo a quei bifolchi che pensavano solo a bere e a usare il ferro della pistola per uccidere. Pensavano al sesso, a saziare la loro fame e a nulla più.

Perché per loro c’era solo quello e il tempo per altro era tempo buttato ai morti.

Ma non erano solo quei barbari a impedirgli di proseguire oltre.

Anzi, quello era solo il contorno. Il suo scopo era un altro: rimanere il più vicino possibile a Mister Saltus, il primo.

Padrone di quella città, covo della perdizione.

Paradise, un nome che rispecchiava un’immagine distorta di quello che era in verità.

La sua non voleva essere un’opera di redenzione. Non pretendeva di cambiare l’indole di una persona che, per prima, non voleva affatto cambiare.

Voleva rimanere al suo fianco perché sapeva che lì era dove doveva stare. Molti come lui, in precedenza, erano rimasti attratti dal carisma di quel personaggio.

Ma non era solamente il carisma ad attrarli, era quello che lui poteva effettivamente fare.

 

Il panno leggermente umido passò sul braccio del prete fermandosi a tamponare il taglio che si era appena procurato volontariamente.

Le gocce raccolte nel bicchiere sporco andarono ad aggiungersi alle altre.

Altri tributi nei giorni precedenti, così da quando era giunto in quel posto.

Davanti a lui un piccolo altare improvvisato e recuperato dalle sue vecchie cose ormai distrutte.

Non sembrava nemmeno un’abitazione la sua, aveva più che altro i connotati di una grotta, anzi, di un semplice posto dove poter conservare ricordi e memorie di una vita che ormai non gli apparteneva più. Quella del ramingo.

Spense con un soffio il residuo di candela togliendo l’unica luce che poteva dar vita e immagini ai suoi occhi.

Nella sua retina rimase l’ultima immagine: quelle dieci colonne a sostegno di un libro, vecchio quanto la sua pelle arsa dal sole.

 

Fuori da lì il vecchio cieco attendeva, spalle alla nuda roccia.

Le due cicatrici, che gli solcavano verticalmente gli occhi, bruciavano, non perché fresche di ferita, anzi. Erano ormai anni che caratterizzavano il suo volto, lunghe lacrime rosate che non potevano scendere in alcun modo.

Non poteva vedere ma sapeva che, anche quel giorno, i soli avrebbero vomitato il loro calore su tutti loro.

Una benedizione che puzzava tremendamente di maledizione.

La porta in legno si aprì rumorosamente accanto a lui ma dalla sua figura non trasparì sorpresa.

Il Prete emerse dalle ombre, imprecando con lo sguardo rivolto al cielo, mano a coprirsi gli occhi.

“Sta arrivando.”

Era cieco, non muto.

E sputò a terra un bolo nero di saliva e altre cose.

Sarebbe morto per quelle “altre cose”, un giorno di questi.

“Te l’ho già detto, Prete” continuò, “…ma tu continui a non volermi ascoltare. Sta arrivando.”

“Non oggi Garrett, non oggi.”

“Hai detto lo stesso ieri.”

“E dirò lo stesso domani.”

Dicendo questo il Prete prese a camminare verso la radura. Il paese distava pochi passi da lì. Utili per completare e fumarsi quella sigaretta improvvisata con cui stava armeggiando.

“Io ti ho avvisato” prese a urlare il vecchio cieco al suo indirizzo. “Lui verrà per te! È come te e ti sarà nemico.”

Un dito medio si erse solitario. Un saluto sprecato per chi non poteva apprezzarlo pienamente.

 

La città non era così grande ma nemmeno un granello insignificante in mezzo a quel deserto. Altri gruppi isolati di case si tenevano a giusta distanza.

Timore, forse.

D’altra parte quella era la città dei dannati e nessuno sano di mente avrebbe voluto starci dentro.

Tutto attorno una recinzione a pali e assi di legno inchiodate alla meglio.

Alta.

Quanto bastava per tenere lontani gli scocciatori, o dentro i poco di buono.

All’ingresso lo riconobbero subito. Bob, scomposto sulla sedia a dondolo, teneva in braccio il fucile a doppia canna. Con l’indice alzò il cappello in segno di saluto e nulla più.

Da Gunner, al suo fianco, giunse solo un colpo di tosse.

Il Prete passò, disinteressato. I suo stivali in pelle alzarono piccole nuvole di polvere e andarono a pestare le impronte passate, come se vi fosse solo una strada in quel posto dimenticato.

E, in effetti, era proprio così.

La strada che portava all’unica bettola dove la gente potesse annegare la disperazione in un bicchiere di alcol.

Nessuno ormai si preoccupa di oliare i cardini delle porte esterne.

Nessuno si sarebbe nemmeno preoccupato se, da un momento all’altro, fossero cadute. Forse un calcio per spostarle a lato, fuori dai piedi, nulla più.

Dentro al saloon l’unico interesse stava dietro al bancone, sulla mensola delle “robe forti”.

Lo guardarono storto e lui segnò mentalmente una nuova tacca: un altro giorno vissuto nel disprezzo di quella gente.

Lui era diverso da tutti, di certo non senza peccati, ma diverso.

E non gli importava di come fossero gli sguardi a lui rivolti. Gli importava solamente di quello che c’era al piano di sopra.

“Lui è su?” disse verso l’uomo baffuto dietro al bancone.

Nessuna risposta, solo un cenno affermativo col capo.

Donne qui non ce n’erano più da diverso tempo. In effetti non le aveva mai viste, era arrivato in tempo solo per camminare sopra ai cocci rotti della città. Un posto di guerra dove donne e bambini erano utili come una pallottola in testa.

Dall’alto della scala un forte impulso di sputare in testa a tutta quella feccia gli salì alla bocca. Ma sarebbe stato come prendersela con i più deboli. Povere anime, non sapevano di essere a un solo passo dalla morte.

 

Ritti come pali, come colonne, i due sgherri facevano guardia davanti alla porta. L’unica lungo tutto il corridoio a essere tenuta decentemente.

Le altre erano tutte incrostate e rotte sugli angoli. In alcune i buchi erano talmente grandi che, passandoci davanti, si poteva scorgere dentro.

Stanze vuote e spoglie, buie per colpa delle assi inchiodate alle finestre.

Era una città fantasma, Paradise, con un cuore marcio, nero e pulsante più simile a un cancro che a un organo vitale.

 

Le due guardie si scostarono, già sapendo che era atteso, come tutte le mattine, in quella stanza.

Una delle due allungò una mano ad aprirgli la porta.

Poteva udire i suoi denti sbattere mentre il suo ghigno gli si fermò davanti, alitando tutto il suo malessere.

Un cancro, nero e pulsante.

 

La stanza dietro a quella porta era quanto di più lontano da tutto quel degrado.

Sontuosa, rivestita da stoffe colorate che scendevano dal soffitto fino a terra, raccogliendosi al suolo in soffici risvolti. Il legno alle pareti era pitturato di bianco per illuminare maggiormente l’ambiente e i mobili sparsi tutto intorno odoravano di cera.

“Prete…”

La voce dell’uomo fece fatica a lasciare le labbra. Un braccio appoggiato alla scrivania, mano pensierosa sulla fronte e occhi vecchi come la polvere a scrutare il nuovo venuto.

“La guerra è alle porte, vero?” continuò lui senza badare al silenzio del Prete.

“Gli uomini delle pianure stanno arrivando” gli rispose, continuando a camminare verso di lui. “Le nostre vedette sono tornate la scorsa notte. Il tempo di dissetarsi e ci hanno potuto confermare che i cavalli di Ector e i suoi fratelli corrono verso Paradise. Ce la faremo anche questa volta, Mister Saltus.”

Solo gli occhi del Prete potevano vedere quell’uomo così stanco e preoccupato per quello che era davvero: una luce, un faro solitario.

Lui sapeva cos’era in realtà e quali erano le sue potenzialità, per quello era rimasto al suo fianco e si era sempre preoccupato di aiutarlo a tenere alla larga i suoi nemici.

Ma una guerra era diversa.

“Abbiamo gli uomini?” chiese Saltus.

“Siamo rimasti in pochi ma riusciremo a cavarcela anche questa volta. Un paio se ne sono andati.”

“Morti?”

Il Prete annuì col capo. “Li abbiamo bruciati ieri, dopo il tramonto.”

Stando dentro quella stanza ci si poteva accorgere che non erano le stoffe e la luce a suggerire un clima ideale, anzi.

Tutto il contrario…

Più si stava lì dentro e più si poteva respirare un’aria malsana. Quasi che dall’uomo, chino su quella scrivania, giungesse un’influenza malevola e pessimistica.

Un concentrato di disperazione a cui il Prete cercava di fare da contrappeso.

Saltus si passò la mano sui lunghi baffi poi calò pesantemente la mano con cui teneva la testa.

Il rumore della sedie spostata fece rabbrividire per un momento il Prete che si ritrasse di qualche passo.

L’uomo si alzò esibendo tutta la sua gigantesca statura, in confronto il nuovo venuto poteva sembrare un bambino accanto a lui.

Prese il cappello a falda larga appoggiato al suo fianco e se lo pose in testa, muovendo in avanti i primi passi.

“Andiamo a recuperare gli uomini, Prete. È ormai tempo di prepararci!”

 

***

 

L’andatura dei due cavalli era lenta, superata in velocità anche dalle lucertole che zampettavano tenendosi a debita distanza.

Coperti da stracci gialli come la sabbia, le due figure governavano le cavalcature senza troppa fatica.

Uno dei due calò la stoffa a copertura della bocca di poco, il tanto che gli servì per parlare.

“Dovevamo fare proprio tutta questa strada?”

Da una fessura tra le vesti si scorsero gli occhi gelidi dell’altro. Nemmeno la fatica di ostruire la bocca per farsi comprendere meglio.

“Non dobbiamo farci notare, Guss” disse. “E arrivare a cavallo fino a qui è stata la soluzione migliore.”

“Arcy…”

“Quante volte ti ho già ripetuto di non chiamarmi Arcy?”

E questa volta la poca pazienza di Arcturus lo fece scoprire fino al collo.

Un’alzata di mano da parte di Guss, poco utile come scusa.

“È qui che troveremo il primo” continuò la Colonna “… andiamo.”

Sotto di loro, oltre la collina sabbiosa dov’erano posizionati, poteva scorgersi il piccolo agglomerato di case in legno recintato lungo il perimetro. Accanto ai cancelli un cartello dipinto a mano.

- Paradise -

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Commenti

Ritratto di scartabella

** E dai che lo fate apposta! Troppo bravi e noi commentatori ci troviamo in difficoltà con i voti. Qui c'è uno  di stile di scrittura che mi piace moltissimo, direi tagliato su misura per la storia che ci racconti. Stile che definirei "biblico americano". Molto duro ma pieno di suggestioni.

Ritratto di Kriash

"Biblico americano" non me l'aveva mai detto nessuno! :P

Grazie scarta per le belle parole, troppo buona!

Ritratto di masmas

Bello questo scorcio polveroso e suggestivo, un accenno a un mondo che vien voglia di scoprire.
Voto: **

Ritratto di LaPiccolaVolante

Bé, non avevo dubbi che il buon Kriash sarebbe finito su un polveroso buco di culo di mondo!
Quando salpi per un lungo viaggio, a bordo della "Serenity"!
Hihihh..bello.
Sai il bello della caccia all'uomo qual'è? che si può tenere nascosti cacciatore e preda finché l'uno non incontra l'altro. ;)
Bella Kriash, Bravo!
 

Ritratto di ambrous

Abituato ai tuoi scritti scorrevoli e ritmati, mi imbatto in una lettura lenta, tanto che ho pensato l'avesse scritta Diego Ernesto. Ma invece l'hai scritta tu e devo dirti che non mi è dispiaciuta, ma ho trovato a volte troppo solitarie alcune frasi e imprecise altre, che mi hanno distolto l'attenzione. Io nel tuo ci ho visto uno stile western alla Cowboys & Aliens.

Bravo nel complesso.

Ritratto di LaPiccolaVolante

L'aspetto affascinante di Kriash è proprio il fatto che non ha un punto fermo.
Direi che è l'aspetto che più adoro e che più ricerchiamo nei cantastorie:
l'esigenza di provare altre strade.
Si Amb, vero, questo continuo "ramingare" porta ad affilare alcuni spigoli fastidiosi nelle prime stesure, ma, diciamolo, il bello è sedersi a tavolino insieme e cercarli tutti per smussarli! Vero?
E' proprio in quell'imperfezione che si nasconde la tessera che risolve e che da un piglio nuovo al modo di raccontare. Ed è lì che siete importanti! Grazie, Amb, grazie tutti!
 

Ritratto di Kriash

Siamo in una palestra... palestriamoci!

Se non sperimento qui, dove lo posso fare altrimenti?

:D

 

Grazie a tutti!