Il Canto dell’Altissimo (di Diego Ernesto Ojos Ibarria) - parte II

Per Ardua ad Astra
 
 
Doveva essere già mattino inoltrato, eppure faceva ancora così buio da sembrare notte. Pioveva da cinque giorni e la pianura attorno a Oświęcim era un desolato pantano su cui il sole si rifiutava con ostinazione di gettare anche un solo sguardo distratto.
Emettendo grandi sbuffi di vapore, come affannata per la fatica di quella lunga corsa senza soste, la locomotiva si arrestò con uno stridore di freni al termine dei binari. Spalancati i portelli, dai vagoni fuoriuscì una moltitudine stremata che, affondando nel fango fino al calcagno, s’incolonnò lenta nella direzione di un recinto di filo spinato situato in lontananza, sotto il controllo di grossi cani che abbaiavano rabbiosi e molti fucili. A testimonianza della pena di quel viaggio, nei vagoni, fra insopportabili miasmi ed escrementi, restavano solo alcuni cadaveri irrigiditi da gettare su di un carro e far sparire in fretta dentro qualche fossa comune.
“Prigionieri, voi ora siete nel campo di lavoro di Rajsko. La guerra per voi è finita, e lo è nel migliore dei modi poiché non siete morti inutilmente sul campo di battaglia come tanti vostri compagni. Qui non serve appellarsi alla Convenzione di Ginevra, perché la regola da seguire è una sola: obbedire e lavorare. Trasgredite e ne risponderete con la vita. Obbedite, e quando tutto questo sarà finito con l’inevitabile vittoria del Terzo Reich, potrete tornare a casa sani e salvi. Ora sarete registrati e assegnati alle baracche, dove un responsabile vi spiegherà tutto quel che c’è da sapere sulla vita al campo. Signori, non date fastidio a me ed io non ne darò a voi, buona permanenza.”
Il colonnello Klink finì il breve discorso senza riuscire a celare nel tono il fastidio per quella periodica incombenza. Lui aveva ben altro cui pensare, che accogliere quella massa di sconfitti. Già comandare un campo di prigionia era complicato e una grande responsabilità, anche se lui avrebbe preferito servire la Germania in prima linea al fronte e non dietro a una scrivania, ma da quando vi avevano installato anche un’area sotto il diretto controllo delle SS, le preoccupazioni e i fastidi erano aumentati. Lui era un ufficiale della Wehrmacht, uscito dall’Accademia militare di Teresiana, mentre quelli non erano che burattini senza alcun onore né tradizione. Ma erano loro a comandare adesso, per questo stava sempre bene attento a tenere per sé quel tipo di considerazioni circa il loro valore militare.
 
I nuovi arrivati si erano distribuiti su quattro file, e a capo di ciascuna, un addetto seduto a un tavolino chiedeva loro nome, cognome, grado e matricola, controllando una lista, per poi destinarli a una delle baracche.
“Anthony Gesangslehrer, capitano della Royal Air Force, matricola 345929.”
Il soldato levò lo sguardo verso un gruppetto di prigionieri in piedi accanto a una delle baracche e uno di loro fece un lieve cenno col capo.
“Numero sei” disse poi annotando qualcosa su di un registro. “Va in magazzino a prendere la tua roba.”
Quando poco più tardi il capitano fece il suo ingresso nella baracca, con un fagotto sottobraccio, trovò un piccolo comitato di ricevimento ad attenderlo.
“Sono il maggiore Dodgson e, come ufficiale più alto in grado fra i prigionieri, il referente per il campo di Rajsko. E questi i miei più fidati collaboratori: tenente Tate e sergente McKenzy.”
Anthony si limitò a un cenno di saluto. Poi, squadrandoli per bene aggiunse: “Lo sa maggiore che ha proprio una bella voce?”
L’altro trattenne a stento un sorriso compiaciuto.
“Qui siamo tutti molto intonati e scoprirà presto che disponiamo pure di un ottimo coro.”
“Molto bene”, continuò il capitano, “perché si da il caso che io sia proprio il maestro di canto che aspettavate da Londra.” 
Rimasero per un attimo tutti in silenzio, poi il maggiore tese la mano al nuovo arrivato: “È un piacere averla con noi. La radio che nascondiamo è di fortuna e non sempre funziona bene, ma le parole d’ordine erano chiare e ciascuno di noi ha recitato la propria parte, per quanto surreale, alla perfezione. Qualunque sia la sua missione qui, conti pure su di noi.” 
“Andiamo in fondo alla baracca” intervenne il tenente Tate. “Lì parleremo con più tranquillità e al riparo da orecchie indiscrete. Anche qui fra noi, purtroppo, abbondano gli spioni.”
Diressero verso l’angolo opposto alla porta d’ingresso, mentre McKenzy rimase a far da piantone impedendo a chiunque di avvicinarsi.
“È vero che i russi sono vicini?” chiese il maggiore.
“Dieci, quindici giorni al massimo” rispose Anthony.
“E allora mi deve proprio spiegare che razza di missione sia mai così importante da ficcarla in questo schifo di posto senza poter aspettare la liberazione del campo.”
Anthony non rispose, avvicinandosi a una delle finestre.
“Laggiù” disse indicando un prefabbricato coperto da reti mimetiche, oltre gli alloggi della guarnigione.”
“Quello è un laboratorio che hanno impiantato di recente, ma non siamo ancora riusciti a capire cosa ci facciano. Sappiamo solo che ci portano della gente dagli altri campi” mormorò perplesso il maggiore. “È però sotto la stretta sorveglianza delle SS della terza Divisione Panzer Totenkopf. Bruttissima gente e dal pessimo carattere.”
“Esatto ed è proprio là che io dovrò riuscire a introdurmi.”
“Allora temo che abbia fatto tanta strada per niente capitano.”
Anthony si limitò a sorridere.
“Ne ho fatta più di quanto voi ne immaginiate maggiore, e potete star certo che non sono venuto fin qui solo per godermi in prima fila l’arrivo dei tovarish dell’Armata Rossa con la loro vodka e il caviale.”
“Peter Swharzt è nella nostra stessa baracca ed è l’unico che ha il permesso di recarsi al laboratorio per le pulizie quotidiane” intervenne Tate. “Il padre era tedesco e parla benissimo la lingua. Questo gli da dei privilegi che non lo rendono simpatico a molti.”
“Allora è tutto a posto”, mormorò Anthony guardando i compagni. “Pure io parlo perfettamente il tedesco e nel far le pulizie sono un vero artista.”
“Quindi?” chiese il maggiore con sospetto.
“Quindi al povero Peter Swharzt dovrà capitare un disdicevole quanto casuale incidente.”
 
“No, non posso permetterlo” esclamò sdegnato il maggiore. “È pur sempre un effettivo sotto la mia responsabilità, in quanto ufficiale superiore, e quello che lei ha in mente è da corte marziale.”
“Maggiore, vista la nostra situazione le consiglierei d’essere un po’ più elastico nell’applicazione dei suoi regolamenti.”
“Niente da fare. Il caporale Swharzt non si è mai macchiato di nessuna colpa, né ha mai collaborato col nemico. Anzi, quando ha potuto, approfittando della sua situazione, ci ha aiutati fornendoci di nascosto cibo e medicinali.”
“E se si desse malato?”
“Qui non ci si ammala, capitano. Chi marca visita va al controllo medico per non fare più ritorno.”
“Ma io devo assolutamente entrare in quel laboratorio.”
“Le ripeto che non è possibile. Spero di essere stato chiaro. Qualunque sia la sua missione, rammenti che Londra è molto lontana da qui.”
Il capitano Gesangslehrer trattenne a stento un gesto d’insofferenza. Poi parve calmarsi, si stese nella branda e rimase solo con i propri pensieri.
Il mattino seguente, tutti i prigionieri erano inquadrati davanti alle rispettive baracche per il primo appello della giornata.
“ … ”
“McKenzy.”
“Presente.”
“Navell.”
“Presente.”
“Rooney.”
“Presente.”
“Samuelson”
“Presente.”
“Swharzt.”
Silenzio.
“Swahrzt?” tornò a chiedere il soldato incaricato del controllo. Poi, dopo un altro attimo di silenzio alcuni fischi echeggiarono nell’aria e dei soldati si precipitarono all’interno della baracca. Usciti, parlottarono in maniera concitata con un ufficiale che filò poi dritto verso la sede del comando. Poco dopo, il colonnello Klink stava davanti agli uomini della baracca sei, schierati sull’attenti. Tutti gli altri prigionieri erano stati fatti rientrare nei rispettivi alloggi con il divieto di uscire.
“Allora, il soldato Swharzt stamattina è stato rinvenuto cadavere nella propria branda. La morte di uno di voi non susciterebbe in me alcun interesse, se non fosse che il vostro commilitone mi era di una certa utilità. Siete fortunati che non sembrano esservi segni di violenza sul corpo, il che farebbe supporre una morte dovuta a cause naturali, perché altrimenti avrei preso subito dieci di voi a caso e li avrei fatti fucilare. Nessuno ha comunque qualcosa da dirmi?”
Gli uomini rimasero in silenzio, stretti nelle spalle, gli occhi fissi a terra. Poi, fra le fila una voce si rivolse al comandante in tedesco.
“Io ieri sera l’ho sentito lamentarsi a lungo signor comandante.”
A un cenno del colonnello, un paio di soldati sospinsero Anthony fuori dal gruppo dei prigionieri.
“Sì signore, credo che stesse proprio male. Mormorava di avere dei forti dolori allo stomaco.”
“Parla bene il tedesco.”
“Capitano Anthony Gesangslehrer, i miei erano originari di Dresda e ci ho vissuto da bambino” continuò sempre in tedesco.
“Dresda, eh? Curiosa coincidenza, è anche la mia città natale. Ha un cognome bizzarro, ma che non mi dice nulla. Sergente” ordinò quindi il colonnello, “mandi gli uomini al lavoro. E tu”, rivolto ad Anthony, “seguimi.”
L’ufficio del colonnello Klink era semplice nell’arredo, ma di una pulizia e un ordine perfetti.
Si accomodò alla scrivania, spostando alcune carte, poi rivolto al prigioniero che era rimasto in piedi, domandò: “È da molto che non vede la nostra bellissima città?”
“Dal ‘25” rispose Anthony. “I miei sono emigrati in Gran Bretagna per lavoro quando avevo dieci anni e da allora non vi ho più potuto far ritorno.”
“Adesso non la riconoscerebbe più. Ad agosto dello scorso anno c’è stato un pesante bombardamento che ha raso al suolo interi quartieri. E altri ne seguiranno di sicuro a breve. Ma il Blaues Wunder, il Miracolo blu, quel meraviglioso ponte che è il nostro orgoglio, s’è preso gioco della precisione dei puntatori a bordo dei B-17 ed è ancora lì a stringere in un abbraccio le due rive dell’Elba.”
“Me lo ricordo bene, ci passavo sopra tutte le mattine per andare a scuola. Come ricordo la Latteria dei Fratelli Pfund, con le sue mucche in vetrina nel cuore della città” intervenne Anthony.
“Al numero quarantuno della Bautzner Strasse” aggiunse il colonnello sopra pensiero, lasciando sfuggire un accenno di sorriso.
“Quello era il vecchio indirizzo” lo corresse Anthony, “quando vi andavo io si era già trasferita al civico settantanove, sempre della medesima strada.”
“Certo, è vero” commentò l’ufficiale tedesco dedicandogli una lunga occhiata. “Heinz” urlò poi chiamando il proprio attendente. “Quest’uomo prende il posto di quello che è morto. Dia subito disposizioni.”
 
Il capitano Anthony Gesangslehrer rientrò nella baracca che era notte. Tutti se ne stavano già nelle proprie brande e nessuno sembrò far troppo caso a lui. Fu solo quando raggiunse il letto che si ritrovò all’improvviso circondato da ombre minacciose.
“Dobbiamo fare due chiacchiere capitano.” Era Dodgson in compagnia di alcuni dei suoi.
“A che proposito maggiore? Sarei un po’ stanco.”
“Peter Swahrzt. Ieri sera nessuno l’ha sentito lamentarsi, mentre qualcuno sostiene invece d’averla vista accanto alla sua branda, come se gli stesse sussurrando qualcosa. Il fatto che poi sia morto non depone a vostro favore.”
“Io non devo spiegarle niente. Dimentica che ho una missione che ha la precedenza su tutti i suoi scrupoli.”
“Ma lei qua è solo capitano e, come le avevo già detto, Londra è tanto lontana. Qui sono io a dettare le regole del gioco e lei le deve rispettare come tutti gli altri.”
Il capitano ridacchiò. “È proprio così sicuro che io sia solo?”
A quelle parole due uomini si avvicinarono silenziosi alle spalle del gruppetto.
“Vede maggiore voglio spiegarle per bene, e una volta per tutte, come stanno le cose, sperando che così la smetta d’infastidirmi e se ne stia tranquillo nella sua cuccia.”
Il tono era diventato sprezzante.
“Nella base di Prestwick, in Scozia, ci sono due squadriglie di bombardieri pronte al decollo. Se entro tre giorni io non porto a termine con successo la missione, hanno l’ordine di radere al suolo l’intero campo. Questo per farle capire come Londra abbia già valutato lei e tutti gli uomini richiusi a Rajsko una perdita trascurabile. Ora, io ho barattato tutte le vostre vite insignificanti con quella del povero Peter Swharzt, e se mi lascerà lavorare in pace, forse il suo sacrificio non sarà stato vano. Distruggere il laboratorio con un’incursione aerea può solo far sospendere per un po’ le loro ricerche, ma poi le riprenderanno da dove erano arrivati. Se io riesco invece a indirizzarli sulla strada sbagliata, senza che loro se ne accorgano, allora un giorno saranno costretti a ricominciare tutto daccapo se vorranno capire dove è stato l’errore.”
“Ma che diavolo di storia è mai questa?” riuscì appena a mormorare il maggiore.
“Ha detto proprio bene, questa non è solo la storia del conflitto fra alleati e tedeschi, ma di una vera e propria guerra fra angeli e demoni cominciata prima ancora dell’avvento della razza umana. I nazisti con i loro studi di genetica sulla purezza ariana, sono in realtà sospinti da forze più grandi di loro alla ricerca di qualcosa che io ho nascosto quando ancora voi stavate sugli alberi.”
“Ma cosa sta farneticando?”
“In fondo cos’è il dna umano se non una partitura musicale?”
“Lei è pazzo!”
“Conclusione affrettata cui giungete sempre quando non riuscite a comprendere qualcosa.”
“Io… io la fermerò. Non so chi lei sia per davvero né cosa abbia in mente, ma ho il dovere di salvare i miei uomini. Avviserò il colonnello Klink di far evacuare il campo e…”
“Io sono An il Maestro di Canto” lo interruppe il capitano, poi iniziò a muovere le labbra, come se stesse raccontando, ma in silenzio, qualcosa al maggiore Dodgson, che impallidì.
Sgranò gli occhi, e con la bocca spalancata, iniziò a tremare. Nella sua testa c’era una voce, un sussurro melodico e terribile, che non riusciva a scacciare. Vide allora An il Maestro di Canto e Shee-eb, il Decimo Sale di Silicio, evadere dal pianeta sanatorio di LV-10 per giungere sulla Terra. Vide i progenitori della razza umana, simili a scimmie, terrorizzati davanti alla forma rettangolare del Sale, e comprese il mistero del Canto dell’Altissimo. Infine, vide il tradimento.
“Il maggiore Dodgson è stanco”, disse An tornando all’improvviso a parlare. Quello che fu accompagnato alla branda era però un essere dallo sguardo assente, la bocca semi aperta da cui colava un filo di bava sottile, mentre mormorava spezzoni di frasi senza senso. Un uomo il cui intero universo era stato sconvolto in maniera irrimediabile sin dalle fondamenta.
“Era proprio necessario?” chiese una delle due persone che erano con An.
“Forse no, ma di sicuro quel testone avrebbe finito col crearci dei problemi e noi non ce lo possiamo permettere, capitano Jack Harkness. Domani Mengele verrà da Auschwitz per il suo incontro settimanale con il professore e faranno il punto sullo stato degli esperimenti. Io tenterò di sostituire alcune carte nei suoi appunti, dopo di che il professore morirà d’infarto o qualcosa di simile. Mengele continuerà così da solo le ricerche senza sospettare che il materiale che ha in mano contiene un tranello.”
“E poi?” chiese Jack. 
“Questa rimane una piccola scaramuccia nella guerra fra la Lega dei Reietti dell’Altissimo e le Schiere del Maligno. Noi continueremo la missione più importante di far si che in un futuro prossimo gli uomini riescano a volare nello spazio. Per le Schiere sarà così tutto più difficile: un conto è saperli riuniti su questo piccolissimo pianeta, un altro è doverli rincorrere per l’intero universo. In un certo qual modo, amico mio, spalancheremo loro la gabbia”
“Non sarà facile.”
“No, non lo sarà. Ma qual è il motto della Royal Air Force?
“Per Ardua ad Astra.”
“Proprio così amico mio. Ed è anche il nostro: attraverso le avversità fino alle stelle.”
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Ritratto di scartabella

*** Proprio bello e non so dire altro. Un racconto sorprendente e accurato nei dettagli con  ambientazione e dialoghi da film e una storia che non può terminare così.

 

Ritratto di Kriash

Pieno.

Mi è subito venuto in mente questo, leggendo il racconto. All'inizio ammetto di aver faticato un po' a riprendere il filo, poi tutto si è fatto più chiaro verso il finale.

Bello l'aggancio e ottima scrittura.

Complimenti!

Ritratto di masmas

proprio bello questo racconto, anche se sa solo di inizio. Ben scritto, fila via bene, mi è piaciuto.
Voto: ***

Ritratto di LaPiccolaVolante

Si, mi è piaciuto. eccome!
Si si!
 

Ritratto di Diego Ernesto Ojos Ibarria

Grazie a tutti. Da tempo mi frullava nella testa la trama di un romanzo di fantascienza, ma non mi decidevo mai a iniziarlo, preso da altre storie da raccontare. UniverSali è stata la spinta che ci voleva. I due racconti sono frammenti della prima parte, ambientata quando la razza umana doveva ancora iniziare a evolversi, e della seconda, ambientata in epoca moderna. Ve ne sarebbe poi una terza ambientata nel futuro. Un lungo viaggio insomma, che senza LaPiccolaVolante forse non sarebbe mai iniziato. E che ora, anche grazie anche ai vostri commenti positivi, non può che continuare...

Ritratto di ambrous

Ciao ho letto il tuo racconto, trovandolo notevolmente migliore rispetto alla precedente prova. Le frasi troppo articolate rimangono, qualche imprecisione in alcune frasi c'è ma nel complesso mi è passata bene la lettura, anche se a mio gusto rimane lenta. Non mi era piaciuto particolarmente...fino al finale dove trovi ritmo e colore, facendo rivalutare il racconto. Quindi mi sei piaciuto questa volta. Bravo.