Equità (di PolvereDiGhiaccio) – fuori concorso

“Non c’è la faccio.”

La donna si siede su uno spuntone di roccia, la schiena all’indietro per bilanciare il peso del ventre gonfio.

“Hai le doglie?”

“Sto male, non respiro.”

“Spostati, fammi vedere.”

L’uomo che sorregge la partoriente si fa da parte mentre una vecchia si inginocchia e controlla tra le gambe tremanti della futura madre.

“Qui non c’è niente di nuovo figlia mia. Respira con calma, ti stai lasciando prendere dall’agitazione. Chiudi gli occhi per un poco.”

La donna scuote la testa.

“Mamma sto male, ho il petto pesante, è sempre peggio. Mi manca l’aria.” Inala veloce, tossisce. Inala ancora.

“La prendo io, la porto a casa.”

“Ti romperai la schiena e farai male a lei e al bambino. Dobbiamo aspettare che si calmi.” La vecchia si siede sulle rocce davanti alla coppia e fissa lo sguardo sul ventre della figlia. “Bisogna fare attenzione a ciò che si chiede, perché si finisce con l’ottenerlo. Sciocca sono stata.”

“Che dici mamma Egle?”

L’uomo tiene la testa della moglie sul petto e scruta la vecchia.

“Non pensarci, sono parole di sfogo. Devo andare via un momento.”

“Non ti allontanare, sta per calare il sole!”

“Figlia mia stai serena, sono solo le necessità di una vecchia che non può trattenersi. C’è tuo marito qui, io faccio presto.”

Si china sulla donna e le bacia la fronte sudata.

“Sei calda e salata come la sfoglia più buona.”

“Non lasciarmi!”

“Torno presto.”

Si avviva sulla strada da cui erano arrivati prima, raggiunge una collina di roccia e la supera, svanendo alla vista della coppia.

La vecchia si aggrappa alle pietre affilate che costeggiano l’accesso alla miniera, le dita indurite sfregano la superficie e sulla pelle si aprono ferite sottili.

“Dove sei, ti prego vieni a parlare con me!”

Le lacrime scivolano dagli occhi e il muco bagna le labbra.

“Ho bisogno che la aiuti. Ti prego signora, sii buona!”

La vecchia inciampa, la gonna si strappa e resta impigliata tra le rocce taglienti. Sul ginocchio destro il sangue bagna la calza bucata.

“Mi senti signora? Ti chiedo aiuto! Per mia figlia! Vieni qui ti prego!”

In ginocchio sull’altura che domina la valle dei minatori l’anziana unisce i palmi delle mani e mormora parole veloci, impossibili da capire. Alza lo sguardo al cielo che muta colore mentre la notte si avvicina su di lei. Le stelle sono visibili oltre le strisce indaco del crepuscolo estivo.

“Cosa sta succedendo? Non vuoi aiutarmi?”

Le pietre franano alle sue spalle. La vecchia sussulta e si gira cadendo di lato.

“Mamma Egle?”

“L’hai lasciata?” Strilla alla vista del genero.

“Ha insistito, non voleva che restassi con lei sapendoti qui da sola. Che fai? Perché piangi? Hai paura per lei?”

“Ho chiesto per lei un dono.”

Sospira asciugandosi il volto sulla manica.

“Che hai fatto?”

“Non era felice, volevo aiutarvi.”

“Che hai chiesto mamma? E a chi?”

“Ho pregato che vi mandasse dei figli.”

“Hai pregato? Non c’è nulla di male in questo.” La abbraccia per aiutarla a sollevarsi.

“Io l’ho vista, ma adesso non sono sicura che fosse lei.”

“Mamma sei confusa, ora torniamo a casa. Avete bisogno di riposare entrambe.”

“Ho pregato la signora sbagliata credo. Non era lei, ho sbagliato.”

“Sono le polveri della miniera, ci fanno stare male. Sono solo brutti sogni.”

“Hai sentito come respira male? Ho pregato anche per questo. Non va bene che io stia qui se lei deve andare. Non è naturale, vero?”

“Hai ragione, ma non decidiamo noi mamma.”

“Forse sì, decidiamo noi.”

“Sei strana oggi, sarai stanca. Stai male anche tu?”

“Vedrai che sistemo tutto. Se ho sbaglio rimedio. Posso farlo.”

Si libera dal sostegno e cammina sicura aggrappandosi alle rocce senza mostrare di avvertire il dolore delle ferite. Raggiungono la donna che nel frattempo ha perso i sensi e ha il respiro leggero.

* * *

“Bruma, tieni per mano tua sorella. Scivola!”

La bambina allunga il braccio e apre le dita per afferrare il polso della sorella che cammina alle sue spalle.

“Sei lenta!”

“Ho le scarpe strette.”

“Sono come le mie.”

“Non riesco a respirare bene quassù, l’aria è diversa.”

“A me non sembra.”

“Allora quella strana sei tu!”

Libera il polso e avanza da sola, supera la sorella e raggiunge di corsa il padre che le attende poco avanti.

“Micol, non litigate.”

“Bruma mi fa sentire stupida.” Sfrega gli occhi per fermare le lacrime che spuntano.

L’uomo osserva la bambina che li raggiunge.

“Abbiate pazienza, sono stanco. La nonna sta male e io non posso pensare a tutto. Ho bisogno del vostro aiuto.”

“Io ti aiuto papà. Non mi lamento mai.”

L’uomo sfiora la guancia della figlia.

“Lo so Bruma, ma non siamo tutti uguali e devi concedere a tua sorella più indulgenza, non ha la tua forza.”

Micol guarda in basso, resta in silenzio a pochi passi dai due.

“È difficile.” Bruma lo osserva, una smorfia le piega le labbra quando tace. Esita sotto lo sguardo del padre. Sente il cuore accelerare i battiti e il calore le riempie le guance arrossandole. “Non è come me. Siamo uguali ma non proprio.”

“Non dovete essere uguali solo perché siete gemelle, ognuna ha la sua personalità.”

“Non è per questo.”

“Allora cosa?”

Bruma scuote la testa. Micol la fissa con la fronte corrucciata.

La porta della casa alle loro spalle si apre e sbatte. Si dirigono in quella direzione e i pensieri prendono altre strade per quel pomeriggio.

* * *

 

“Come stai nonna?” Micol si piega sul letto e bacia la guancia della donna.

“Qualche dolore qua e là, nulla più del solito.”

Mentre si rivolge alla nipote che ha accanto gli occhi sorvegliano quella che è rimasta vicina alla porta. Le fa un cenno con la mano.

“Ciao nonna.”

Bruma le va vicino ma non le concede le stesse attenzioni della sorella.

“Dai un bacio alla nonna.” Il padre la spinge verso il letto.

“Non è necessario. Non voglio nulla che non mi sia dato con cuore. E Bruma sa offrire ben poco calore a chi le sta intorno.”

“Mamma, non essere severa. La timidezza la blocca.”

“Tua figlia non è timida, è solo fredda come il vetro d’inverno.” Si solleva appoggiando la schiena contro la spalliera del letto. “Tua figlia, se lo è.”

Ha abbassato il tono della voce, ma non a sufficienza.

“Basta mamma. Le bambine non devono sentire le tue cattiverie.” Si volta verso le figlie e le tocca entrambe, sorride loro. “La nonna è malata, non capisce che le sue parole sono sbagliate, è confusa. Abbiate pazienza.”

Micol annuisce, Bruma resta ferma.

“Vado a prendere legna per il camino.”

La vecchia scrolla le spalle e distoglie lo sguardo.

Quando la porta si chiude Micol va a sedere sulla sponda del letto e racconta alla nonna quello che ha fatto nei giorni passati. Bruma siede su una sedia accanto al muro e osserva in silenzio la stanza.

“Ho sete, portami un poco d’acqua.”

“Te la vado a prendere!”

Micol si alza ma la mano della donna la trattiene, stringe le dita attorno al braccio e la tira di nuovo sul letto.

“Vai tu, non stai facendo nulla di utile. Vai a prendere l’acqua.”

Bruma obbedisce.

“Che brutta cosa ho fatto!”

La vecchia avvicina le labbra all’orecchio della nipote che tiene per il braccio.

“Nonna mi fai male, non mi muovo, davvero.”

“Mi dispiace tanto.” Lascia la presa.

“Non importa, ora va meglio.” Si massaggia il braccio.

“Non dovevo chiedere nulla, tua madre sarebbe ancora qui con me.”

Bruma entra piano con in mano un bicchiere.

“Non siete uguali, lei è diversa. Non è sua.”

Nota la bambina sulla soglia.

“Ti ho portato l’acqua.”

Bruma la raggiunge e le porge il bicchiere.

“Sono stanca, quando vostro padre torna è meglio andiate via.”

“Come vuoi nonna, ma io posso restare e prepararti da mangiare.”

Micol si alza per lasciare spazio alla sorella. La nonna prende il bicchiere dalle mani della bambina. Le dita tremano mentre sfiora il vetro.

La superficie trasparente si deforma e scivola fumando sulle dita. La carne si scioglie facendo emergere le ossa delle falangi mentre gocce roventi cadono sul copriletto e il sangue evapora prima di stillare.

Le grida della donna e delle bambine travolgono l’uomo carico di legna ancora prima che possa arrivare alla porta della casa.

* * *

Micol aveva pulito lo spiazzo davanti alla tomba per piantare semi e lasciare che i fiori coprissero le tracce della sepoltura.

“Andiamo a casa.”

“Se ritorna?”

Suo padre la sollevò tirandola per la spalla e le strinse la mano sporca di terriccio.

“É ora di cena.”

“Andiamo a cercare Bruma?”

L’uomo camminava in silenzio, testa bassa, occhi fissi.

“Papà?”

“Bastiamo noi due.”

Micol resta immobile, i piedi bloccati tra l’erba. L’uomo lascia la presa e si ferma.

“Papà è sola sulla montagna e se è andata alla miniera? Può farsi male.”

“Ti importerebbe?”

Gli occhi del padre fanno rabbrividire Micol, fa un passo indietro.

“Papà andiamo a cercarla.”

Allunga il braccio ma la figlia scuote la testa.

“Siete gemelle ma io vedo che siete diverse. Lo vedeva la nonna. Se tua madre fosse sopravvissuta al parto lo avrebbe detto anche lei. Tu sei mia figlia ma Bruma è …”

“Non dirlo, non è vero!”

“La nonna ha sbagliato a pregare sulla montagna, a chiedere aiuto a quella donna.”

“Nonna pregava come fanno tutti in paese.”

“Ha pregato, è vero, ma ha confuso la figura che ha visto con qualcosa di buono.”
“Non lo pensi davvero. Sei arrabbiato!”

“Andiamo a casa. Stiamo soli e andrà bene.”

Micol esce dal cimitero rincorsa dalla voce stridula del padre. Corre sulla strada che porta verso la miniera. Corre respirando la polvere e l’aria fredda della sera. Non sente voci, le luci delle case spariscono e resta sola sotto le stelle.

Rallenta, i piedi le fanno male, si arrampica scivolando spesso, afferra le rocce per issarsi a ogni passo. Taglia il percorso su una parete dove conosce una scorciatoia. La miniera non è lontana e più si avvicina meno il coraggio la sostiene.

“Bruma!”

Il silenzio non le porta risposte.

“Bruma, fatti sentire. Ti prego!”

La miniera è davanti a lei. La bocca che per anni ha ingerito corpi e respiri ora è sigillata da assi e barre di ferro. Comincia a piovere e il cielo non offre più la tenue luce degli astri. Micol inciampa e cade mentre avanza verso la parete presso cui cerca riparo, si lascia scivolare al suolo. E piange.

“Bruma.”

Ripete più volte il nome tra i singhiozzi. Chiude gli occhi, i pugni stretti contro il petto. Il vento che le butta addosso l’acqua fredda e il fango.

* * *

“Sveglia.”

Micol strilla e si trascina a distanza prima di riconoscere la sorella.

“Bruma!”

“Sei matta? Che bisogno hai di fare tante scene?”

“Sono venuta a cercarti, ero preoccupata per te! Non trattarmi male!”

“Alzati, andiamo dentro.”

“Dove? Torniamo a casa. Ho parlato con papà, puoi venire anche tu.”

“Sì certo, ha smesso di dire che ho ucciso la nonna? E la mamma?”

Micol non risponde, la segue in silenzio. Entrano dentro la capanna in disuso dove erano ancora riposti attrezzi e abiti vecchi.

“Che puzza!”

“Puoi tornare fuori se ti va.”

“Stai qui da ieri?” Micol si siede su una panca dopo averla spazzata con la mano.

“Sì, ma non sono sola e quando lei ritorna cerca di tenere la bocca chiusa.”

“Chi lei? Con chi stai?”

“Un’amica, mi ha trovato cibo e mi aiuta a guardarmi le spalle.”

“È pericoloso stare con gli estranei!”

“Sono io quella pericolosa, non dite così?”

Micol abbassa la testa, scrolla le spalle e guarda verso la porta.

“Io non lo penso. Ma fai cose strane.”

“Non sono te, non devo fare quello che fai tu.”

“Non in quel senso!” Sbuffa. “Potevi almeno chiedere scusa.”

Bruma tira un calcio alla panca su cui siede la sorella.

“Non devo chiedere scusa, non ho fatto nulla!”

“La nonna…”

Un altro calcio. Micol si alza in piedi e si mette dietro il tavolo.

“Smettila dai! Non litighiamo, sono venuta a cercarti.”

Bruma si ferma, rilassa le braccia. Sbuffa e si siede sulla panca che ha colpito.

“Non ho fatto niente. Niente! Questo mi fa rabbia, non è giusto!”

Micol le siede accanto e l’abbraccia.

“Sei irascibile.”

“Voglio restare qui, non verrà nessuno e non mi scocceranno. La signora mi aiuterà, me l’ha promesso. Tu puoi salire a trovarmi.”

“Sei ammattita? Non puoi vivere qui non c’è nulla di nulla. E fa freddo!”

“Accendo il fuoco e mi tengo al riparo. La prossima volta che vieni portami qualcosa di utile, invece delle solite raccomandazioni.”

Si libera dalle braccia della sorella.

Micol si alza e guarda la porta che si apre alle loro spalle.

Una figura avanza nella stanza, coperta da un telo bianco sporco, una coda di capelli grigi pende sul lato sinistro sotto il cappuccio.

“Ciao, questa è mia sorella. La mia gemella, Micol.”

Bruma va verso la figura che abbassa il telo e mostra il viso. Sorride alle bambine.

“Micol, questa signora è la mia amica Essel.”

La ragazzina osserva la donna che ricambia con uno sguardo attento. Le tende la mano lasciando emergere dalla veste un braccio pallido.

“Eri vicina.”

Micol singhiozza muovendo i passi verso la figura.

“Vi conoscete?” Bruma alterna le occhiate stupita.

“Ho sbagliato per via dell’aspetto.” Essel sfiora le spalle di Micol causandole un sussulto che le fa piegare le ginocchia.

“Cosa fai a mia sorella?”

Essel scuote la testa e sorride a Bruma.

“Vi ho confuse, perdonami. Per questo non sentivo nulla insieme a te. Ora la riporto a casa.” Col braccio cinge Micol ancora più instabile sulle gambe.

“È mia sorella!”

Bruma allunga le mani per strappargliela dalle braccia ma appena le dita sfiorano la pelle della donna la sua carne si ustiona e diventa scura.

Urla, gli occhi le si appannano a causa del dolore intenso.

“Micol!”

“Perdonami, non volevo. Siamo troppo calde per te piccola mia. Resta lontana o ti consumerai come polvere di roccia.”

“Perché ti comporti così, eri mia amica!” Strilla tra le lacrime.

Essel è vicina alla porta, la apre tirando a sé Micol inerte e muta.

“Non voglio farti male, voglio portare a casa la mia creatura. Qui non è più indispensabile. Siete due, una per me e una per lei.”

Bruma in ginocchio stringe le mani ustionate contro il petto.

“Non capirai Bruma, cose immense si agitano oltre il cielo che conosci e le rocce che consumano i tuoi passi. L’Altissimo ci sfugge e io devo proteggere la mia Sali, ma tu sei viva e potrai vivere ancora a lungo.”

“Ti prego Essel, non andartene!”

La donna allunga il braccio e una luce amaranto sfiora la fronte di Bruma.

“L’hai custodita, te ne saremo grati in eterno.”

Il fuoco avvolge Essel e Micol, dura pochi attimi e si estingue ancora più rapido.

Bruma cede all’oblio e resta distesa sul pavimento d’assi di legno per un tempo che non sa calcolare. Quando si sveglia la stanza è buia, fuori è notte e vicino alla porte trova sparse schegge grigie di pietra lucida dai riflessi blu.

* * *

L’uomo salta giù dal letto e resta in piedi a occhi sgranati mentre la figlia scossa dal pianto compie passi brevi verso di lui.

Bruma ha il viso sporco e gli occhi gonfi, trema per il freddo e il dolore. Le mani martoriate penzolano ai lati del corpo.

Il padre accende la lampada accanto al letto e sospira scoprendo le ferite.

“Che hai fatto?”

Bruma avanza, balbetta prima di poter parlare.

“L’ha portata via, ha detto che era sua.”

“Chi? Micol?”

L’afferra sollevandola dal pavimento e la porta sul letto. Le lenzuola vengono strappate e usate per fasciare le dita bruciate.

“Papà io non sono capace di proteggerla.”

L’uomo ascolta e scuote la testa. Respira a fondo, chiude gli occhi stringendoli forte. Attende che il cuore rallenti prima di guardare ancora sua figlia.

“Bruma, non tralasciare niente e dimmi. Raccontami tutto e cosa hai visto e sentito.”

Lei guarda le bende macchiate, le mani callose del padre, solleva il viso.

“Sul pavimento il silicio brillava…”

E la storia di Bruma comincia.

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