Visus (di Borderline) – fuori concorso

È stato così, che ho iniziato a vedere. Erano giorni, mesi e forse anni che non guardavo più dalla finestra. Tenevo sempre la tapparella abbassata, inizialmente perché mi infastidiva il riflesso del sole sul mio schermo ultrapiatto, leggermente curvo “per favorire l’esperienza tridimensionale”. Mi sembrava quella luce cattiva storcesse i colori del mio plasma, quei bei colori che esplodevano in suoni, in prodotti luccicanti, buoni e belli. Non c’erano più persone in televisione dal 2069, solo cose. “La gente porta in sé un germe di imperfezione”, così dicono le istruzioni dei nuovi apparecchi, per questo è stata sostituita da robot. Inanimati e perfetti. In effetti, nessuna epidermide avrebbe potuto essere diafana e liscia come EvaX77, dea dalle labbra laccate di rosso e dagli occhi azzurro neon. E poi il cibo. Oh, quel cibo della televisione, così succulento! I supermercati erano pieni di quel cibo, e io andavo a comprarlo la notte, perché i colori nel buio erano più simili a quelli della mia bellissima tv.

Dev’essere colpa della pioggia. Il tele-meteo è sempre stato chiaro a questo proposito: è tassativamente vietato uscire di casa nei giorni di pioggia. Una delle poche regole da non infrangere. Ma cazzo, avevo finito il latte Dolly “liofilizzato naturalmente sulle sacre cime del Tibet”. Ho infranto la legge. Ben mi sta, se ora lo schermo mi appare nero e spento come un pezzo di silicio. Certo, avrei potuto farmi sostituire il chip dall’Ospedale, ma mio padre, pover’uomo, ha avuto lo stesso problema il 13 febbraio del 2100 e ora proprio quella data fa bella mostra di sé nella lapide d’acciaio lucido “eterno e indistruttibile come il dolce sonno del tuo caro”. Non ho mai visto nessuno cambiare un chip guasto. Certo, a nessuno -a parte la mia famiglia idiota- verrebbe in mente di uscire in un giorno di pioggia.

Eppure oggi ringrazio quel bicchiere di latte candido che non ho bevuto.

Ringrazio quella fottuta Dolly che belava dalla tv, così forte e con così tanta passione. Tanto convincente da farmi passare il confine fra il tele-mondo e la soglia in un giorno di pioggia.

La ringrazio per avermi mostrato il vero.

I primi giorni li ho passati in crisi d’astinenza. Crampi allo stomaco, lacrime e urla, bisogno di fissare lo schermo nero nonostante non avesse più nulla da dirmi. Muto, inutile, rotto. Per non pensare troppo alla mia situazione e alla noia mortale che aveva cominciato ad avvolgere le mie vacue giornate sono andato al supermercato, così, per vedere se qualche novità a me sconosciuta fosse arrivata dai luccicanti spot televisivi agli scaffali. La sorpresa mi ha investito come una merda di gabbiano in piena faccia. Gli scaffali erano pieni di niente. O meglio, di niente di ciò che compravo fino a pochi giorni fa. Eppure la gente era felice, i carrelli erano pieni di scatole di cibo per cani e bottiglie di vetro dai riflessi giallastri. Scatole e bottiglie di ogni dimensione. Per accertarmi di non essere impazzito mi sono avvicinato a Malcom, il mio collega alla Tele-Facoltà di Pubblicità e Packaging “Ciao Malcom, rifornisci la dispensa?” “Oh, Al, che brutta cera, ma stai bene? Non hai visto ieri l’anteprima del nuovo multivitaminico CiPlus “ricostituente, per un corpo spendido splendente?” e così dicendo agita in aria un vasetto di plastica lucida, lo afferro e faccio appena in tempo a leggere “Crocchette di fibra per un pelo luci…” che un uomo prende a correre verso di me, mi afferra per un braccio e con voce affannata prende a parlarmi a raffica “Ah, quanto tempo che non ci vediamo eh? Ma tu come stai? Fatichi ancora a leggere?” e a quest’ultima parola mi fissa, con uno sguardo che non ammette repliche né menzogne. Capisco che è come me, che anche lui riesce a vedere come il mondo si mostra quando hai camminato per la strada in un giorno di pioggia. Saluto Malcom velocemente ed esco dal market canino con lo sconosciuto. Il primo Sale di Silicio.

Una breve passeggiata nel viale di alberi di plastica, eppure prima dell’incidente mi sembrava di sentirne anche il profumo “magnolie inebrianti, appena fuori dal tuo supermarket di fiducia”, e siamo alla sua auto, una sgangherata subaru maldipinta di verde acido. Mica come le nostre bellissime automobili fiammanti “rosse come la passione”. Un rapido sguardo e mi rendo conto che tutti viaggiano invece su bagnarole arrangiate alla meno peggio, fra finestrini tenuti insieme con strati e strati di nastro adesivo e carrozzeria punteggiata di ruggine e cagate di piccione.

“Sei stupito?” mi chiede il mio nuovo amico. Accende la radio e continua a guidare per la larga arteria cittadina, Viale Rinascita, fino a superare il cartello del confine urbano, su fino ai monti, verso quello che ho scoperto esser il covo dei sali. Un edificio bianco iper-tecnologico, sormontato da centinaia di antenne. Mi guida all’interno, fino a una larga sala in cui decine e decine di piccoli schermi riproducono le mie trasmissioni preferite, o almeno, quelle che erano le mie trasmissioni preferite fino a poco tempo fa: Il mondo di Evax77, Un microonde per amico, Amici X. E tutte le pubblicità in altrettanti piccoli monitor, fra le altre noto anche la belante Dolly, quella stronza. La mia guida nota il mio risentimento verso l’ovino e mi fa cenno di seguirlo verso il secondo piano: una scala trasparente fa da collegamento a uno stanzone con il pavimento di parquet e decine di teloni che riproducono altrettanti paesaggi, dalle montagne del Tibet alle spiagge bianche della Thailandia, dai grattacieli di New York alle verdi distese irlandesi. Al centro della sala una postazione informatica come mai ne avevo viste, neppure nei serial più fantascientifici. Sguardo fisso sul monitor, una ragazza dai corti capelli violetti. Il secondo Sale di Silicio. “Ciao Vanda, il nostro nuovo amico vorrebbe conoscere Dolly…”, lei comincia ad aprire cartelle e cartelle del suo incasinato computer fino a trovare quello che cercava. “Ti presento Dolly” e mi mostra il video di un esemplare piuttosto malconcio, sporco e smunto. Poi apre un software che non conosco, New Look, e comincia l’operazione grafica. Sfuma, sbianca, lucida, aggiungi colore, aggiungi sfondo “montagne sacre del Tibet”, elimina disturbo, elimina qui ed elimina là, alla fine mi mostra la mia Dolly in tutto il suo belante splendore, dispensatrice di latte liofilizzato candido e irresistibile. “Facile, no?”

Ancora non capisco bene il significato di questo luogo, mi gira la testa e sento che la nuova realtà nasconde qualcosa di oscuro, più oscuro della precedente vita passata davanti alla tv. Intuisco qualcosa di sbagliato nel sorriso a mezza bocca dei Sali di Silicio, e mi fa rabbrividire.

“Chi diavolo siete?”, e una risata riempie l’aria e rimbomba per la sala semivuota.

“Fra di noi ci chiamiamo Sali di Silicio. Siamo stati informatici, medici e ricercatori, ora vogliamo solo divertirci un po’ con questa città di idioti”, la voce alle mie spalle è bassa, cadenzata. Un vecchio mi fissa dai suoi occhiali spessi. Il terzo Sale di Silicio.

“Ti rendi conto che non siamo noi, ma tutte le stronzate in televisione, ad avervi reso cani ammaestrati al riporto, vero? Oggetti e oggetti inutili, costosissimi e privi di significato, puntati e riportati a casa per una piccola gioia momentanea. È stato semplice, è bastato inserire un piccolo telaio di silicio nel collirio universale. Un sofisticato chip informatico per far meglio visualizzare le immagini televisive. Per accendere i nuovi apparecchi e fissare i fotogrammi nella corteccia cerebrale, perché sostituissero la realtà; le crocchette e tutta la merda che vi stiamo propinando per ridere di voi. Tutti gli inserimento dei “Chip 10/10”, obbligatori nella città dal 2067 in poi per eliminare e prevenire miopia e problemi di vista, sono stati controllati di persona dal nostro amico qua presente, il primario Niol.” E così dicendo fa un inchino verso il biondo alla sua destra: il quarto Sale di Silicio.

“Soldatini, niente altro che soldatini di plastica. Smetteremo di giocare con voi quando ci annoierete troppo!”

“Ma che cazzo significa tutto questo? Perché ci avete ridotti così?”

“Sei proprio sicuro sia nostra, la colpa?”

Faccio appena in tempo a vedere altri sorrisi cattivi, appena dietro loro. Poi il più piccolo fa fuoco con una minuscola pistola dai bagliori zincati. È appena un bambino. Ha gli occhi di mio padre.

Mi sono svegliato su un aereo, direzione Tokyo, insieme al dottore. Ora sono il decimo Sale di Silicio e non rimpiango mai la mia vita precedente.

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