Varg - di Filippo Sgarbi

Se ne stava lì, seduto, in mezzo alla sabbia che gli si infilava tra le fessure dei possenti arti metallici che ormai erano una parte di lui, il braccio e la gamba sinistra. La poteva sentire polverizzarsi tra gli ingranaggi, ad ogni movimento, e la cosa gli piaceva.

Alla cintura portava l’elsa di una spada, senza lama, che il suo maestro un tempo gli aveva donato. Quante cose avrebbe avuto da dire a quel vecchio che, forse, in un’altra vita avrebbe chiamato “padre”.

Senza quasi rendersene conto, mosse il braccio sinistro, scostò il mantello e afferrò il ciondolo a forma di sfera che indossava al collo. Logoro e arrugginito, un tempo avrebbe brillato anche sotto quei timidi raggi di sole che filtravano tra le nuvole, ma ora no. Un tempo esseri potenti avrebbero commesso stragi per averlo, per avere ciò che conteneva, ma ora non restava più niente al suo interno, privato della vita che custodiva, proprio come la donna da cui l’aveva avuto. Forse, in un’altra vita, l’avrebbe chiamata “amore”.

Non in questa. Che cosa rimaneva di lui? Non lo sapeva. Non aveva il coraggio di chiederselo. Adorava la sabbia tra gli ingranaggi, poiché era l’unica cosa che ancora era in grado di sentire. Nessun dolore lo poteva scalfire, non più. Nessuna paura poteva turbare il suo animo. Non aveva più nulla, e nella disperazione tutto sfuma, si attutisce.

A cosa serviva il suo grande potere, se non era stato sufficiente a proteggere le uniche persone che aveva amato? A cosa serviva la forza, senza un nemico da combattere? A cosa serviva la vittoria, senza amici con cui condividerla?

Si alzò in piedi. Continuare a camminare era l’unica cosa che gli paresse sensato fare.

Verso la prossima città, alla ricerca di peccati da estirpare, alla ricerca perpetua di un male da combattere, di un senso alla sua esistenza. Di un colpevole. Forse per quello gli sarebbe bastato trovare uno specchio. In quegli occhi stanchi e spenti, lì avrebbe visto l’unico colpevole della sua miseria. Aveva pensato tante volte di farla finita. Di lasciare che l’artiglio acuminato di una belva gli aprisse il torace, senza difendersi, senza urlare, ma ogni volta il suo istinto gli imponeva di difendersi, quasi contro la sua volontà. Sentiva dei fili invisibili muovere i suoi muscoli, si sentiva un burattino degli dèi. E lo odiava. Cosa volevano ancora da lui? Non aveva forse assecondato ogni loro capriccio? Non era forse già stato torturato abbastanza? I loro giochi non erano forse durati abbastanza? Perché? Perché non poteva trovare riposo? Perché la sua battaglia non poteva, semplicemente, finire?

Il tiepido sole stava per tramontare. Le belve non avrebbero tardato ad arrivare. Strinse l’elsa che teneva in cintura e da essa scaturirono vivaci lingue di fuoco. Voleva essere certo che l’avrebbero visto arrivare.

La prima lo attaccò alle spalle; Varg nemmeno si voltò, la colpì con un secco pugno sul muso e questa rimase a terra, distrutta, con la stessa facilità con cui si accartoccia una scatoletta di fagioli prima di buttarla.

Molte altre lo attaccarono, ma i suoi movimenti erano così rapidi e precisi, che nessuna riuscì nemmeno a toccarlo. Qualche boato e parecchie scintille più tardi, e di nuovo il silenzio tornò ad essere il suo unico compagno di viaggio. Raccolse alcuni pezzi di quelle belve meccaniche, li avrebbe venduti a qualche mercante, per guadagnare qualche spicciolo con cui sopravvivere.

“Ingrata la vita, non trovi?” Varg udì una voce di donna. “Salvi il mondo dalla rovina e ti trovi a vagare solo, per intere settimane, in questo schifo di deserto.”

Si guardò intorno. Nessuno. Come sempre. Quella voce era così familiare, eppure ormai estranea, appartenente ad un’altra realtà, ad un’altra vita, ad un’altra storia. Era dentro di lui, dentro la sua testa, ma ogni volta la poteva udire, come fosse lì, accanto a lui. Come una volta.

“A volte penso che avrei fatto meglio a lasciarlo marcire. L’avresti distrutto, con le tue mani, e io sarei rimasto a guardare. Allora mi sarebbe parso un tremendo delitto, ma ora…”

“Sei troppo giusto per lasciarlo morire. Troppo buono per non lottare, finché una scintilla di vita ancora ti darà la forza di reggere la spada.” Ora, poteva quasi vederla.

“Anche con la consapevolezza che non servirà a niente.”

“Ma con la speranza che non sia così”

Il vento cominciò a danzare davanti a lui, sollevando la sabbia da terra. Fissandola attentamente poteva vedere le sue forme, i suoi capelli volare e la sua bocca muoversi, mentre udiva quella dolce melodia.

“È buffo. Un tempo eri tu a scappare ed io ad inseguirti. Eri tu ad avere una miriade di dubbi ed io ad avere le risposte. Che sciocco!”

Ad un tratto, il vento cambiò e quella forma così perfetta, svanì. Varg fece un passo, per cercare di afferrarla, ma cadde in ginocchio, stremato. Gli occhi si chiusero e cedette al tenero abbraccio dell’oblio, sperando, in fondo al cuore, di non svegliarsi mai più e passare l’eternità a sognarla.

Come ogni mattina, invece, riaprì gli occhi, deluso e più stanco di quando li aveva chiusi.

 

Master – Ma guardati! Uno degli ultimi SeedStoler striscia sulla sabbia che neanche uno stercorario! Neanche il più umile dei MicroCoprys si sognerebbe di piangersi addosso tanta acqua, in mezzo al deserto. Sprecone.
Sai che non siete stati i primi a battervi per i semi? Sai che non sarete stati gli ultimi? Perché voi vi prendeste qualche minuto di gloria sulla tavola del tempo di questo universo, Anni dopo la fine della seconda grande guerra di legno e di sangue, dopo la caduta dell'ultima regina di legno, dopo l'evoluzione dei Silmehej su quella tavola, qualche casella più indietro, sono nate le Gilde Rosse e i ladri stanno combattendo per trovare e mettere al sicuro tutti i denti delle cose cattive, ora li chiamate semi. Sta succedendo proprio ora. I ladri combattono e i ladri muoiono. Come avete combattuto e siete morti voi SeedStoler. Siete morti tutti? Neanche i ladri. E ora sono in questo tempo, nel tuo, in questo mondo, tra la ruggine e ciò che resta dell'erba.
Lubrifica quell'ammasso di ferraglia che sta masticando sabbia da troppo tempo e torna a Vemana. Se fin lì non morirai, e se non morirai una volta arrivato, e se non morirai prima di riuscire a contattarli, fai di tutto per farti notare. Hanno occhi su ogni lamiera. Ti incastreranno loro per benino! I ladri son tornati, la Gilda Rossa dalla quale discendete ha ancora segugi attivi.

 

Turno II

 

 

Camminò, per tre giorni e tre notti, senza sosta, spinto dal vento come una nave alla deriva e vide, in lontananza, la sagoma di Vemana.

Tanto peregrinare per poi trovarsi sempre lì. In quell’ammasso di ferro, plastica e rottami.

Sarebbe tornato, decise. Aveva provato a scappare, ma non sapeva dove altro andare.

“Abbiamo fatto un bel casino, l’ultima volta, ricordi?” La voce gli parlò ancora, mentra la sabbia cominciava a danzare attorno a lui.

“No, TU hai fatto un bel casino.”

“Ahahahah! Hai ragione... Ma era così che doveva andare.”

“E chi l’avrebbe deciso? Parli sempre come se tutto ciò che è accaduto fosse un destino ineluttabile, ma è davvero così?”

“E chi lo sa? Forse sei TU che vuoi pensare che sia così.”

“Cosa vuoi dire?”

“Dovresti saperlo, d’altronde sono una voce nella tua testa, non esisto per davvero.”

“Tu mi farai diventare matto.”

“Sei sulla buona strada già per conto tuo, non serve che io faccia altro.”

“Sto parlando da solo, nel deserto, con una voce nella mia testa. Potrebbe andare peggio di così?”

“Decisamente si.”

“Tu credi?”

“Certamente.”

“E in che modo?”

“Ad esempio, lo vedi quel proiettile che si sta per conficcare nel tuo occhio? Se non lo eviti immediatamente prevedo per te una brutta giornata!”

Varg mosse la testa verso destra, un proiettile sibilante, gli sfiorò la faccia, rigandogli la tempia metallica.

La sabbia intorno a sé si diradò. Si trovava alle porte di Vemana. Quattro uomini stavano fermi davanti a lui e gli puntavano addosso la pistola.

“Ma allora è vivo!” disse uno di loro, ridacchiando.

“Quando un gentiluomo ti rivolge la parola, è buona educazione rispondere!” Disse il secondo. “Te lo ripeto di nuovo, dacci i soldi e tutti i pezzi che hai con te e avrai salva la pelle! Quella che ti rimane, almeno!” Il gruppo rise fragorosamente.

Varg rallentò per un momento il passo, alzò leggermente la testa per vedere chi fossero quegli uomini, ma passò oltre senza fermarsi. Uno di loro levò il calcio della pistola e provò a colpirlo, ma Varg gli afferrò il polso col suo braccio meccanico e gli spezzò le ossa senza troppi complimenti. Questo scatenò la reazione degli altri tre che si misero a sparare come pazzi, ma in pochi secondi si ritrovarono tutti riversi a terra, barbaramente massacrati di botte.

Varg non si preoccupò nemmeno di controllare se fossero vivi o morti, gli bastava essere certo che non si muovessero più, almeno finché lui era a tiro.

Clap! Clap! Un tizio appollaiato su un cumulo di rottami poco distante, applaudiva. Varg non l’aveva notato, assorto com’era nei suoi pensieri, prima, e nel duello, poi. Cercò di ignorarlo, ma quel suono lo infastidiva oltremodo.

“Che cosa vuoi? Vuoi fare la stessa fine?” gli disse indicando i resti umani ammassati dietro di lui.

“Oh, sono abbastanza saggio da sapere che è meglio non infastidire un deicida!”

“Allora vattene, e lasciami in pace.”

“Stiamo andando nella stessa direzione, permettimi di accompagnarti per un po’. La strada è lunga ancora, ma in compagnia passerà in un attimo!”

Varg annuì rassegnato. La figura davanti a lui gli porse la mano. Aveva lunghi capelli neri, lisci e ribelli, una faccia segnata dal sole e dalla sabbia e, nonostante il torrido caldo, indossava un lungo cappotto di cuoio rosso, logoro e consunto. Alla sua cintura penzolava una spada vecchia e malandata. Un anello al suo anulare recava un simbolo familiare: “Sei un ladro”, disse, lapidario, Varg.

“Solo un altro sognatore, che vede ancora qualcosa di buono oltre questa coltre di smog”, rispose, con voce impostata.

“Lasciami indovinare, un futuro radioso…? L’ho già sentita. E non è finita bene.”

“Radioso? Non credo. Ma si, vedo un futuro. E di questi tempi, non è cosa scontata.”

I due, intanto, camminavano spediti verso la città.

“Avanti, dimmi. Cosa vuoi da me? Ho visto cose davvero incredibili nella mia vita, ma credere che tu mi abbia incontrato qui per caso, trascende anche la mia più fervida immaginazione.”

“Davvero non lo immagini? Sta per iniziare una guerra. E tu ci sei dentro fino al collo, anche se continui a scappare. Ti vogliamo con noi.”

“Ne ho avuto abbastanza di guerre, di morti, di dèi traditori. Voglio che mi lasci in pace. Voglio che il mondo si dimentichi di me.”

“Eppure, la guerra ti cerca ovunque. Non eri forse alla foce del fiume quando i robot attaccarono l’alleanza? Non eri forse alla città del Sole quando l’ira degli dei quasi la rase al suolo? Non eri forse qui, a Vemana, quando le fiamme della battaglia per poco non la ridussero in cenere?”

“Ed ogni volta una parte di me è morta. Non resta nulla ormai, solo un guscio vuoto.”

Garth si fermò.

“Quando lei, qui, ti ha detto le sue ultime parole, credeva in te. Vedeva in te la speranza che lei aveva perso. Vuoi forse deluderla? Rendere vano il suo sacrificio?”

Varg alzò gli occhi. I suoi demoni lo aspettavano, davanti a quella piramide di pietra e metallo, lucida come uno specchio ma annerita dalle fiamme. Senza nemmeno rendersene conto, aveva camminato fino a lì. Cominciò a tremare. “Non nominarla nemmeno”, disse, stringendo i pugni, “TU NON SAI NIENTE!”.

Master – “C'è poco da sapere, RottamEmo. Quello che sapeva tutto era DoorTime, ma è morto per portare gli ultimi dieci ladri qui da voi. Si pensa sempre che per cambiare il futuro in meglio occorra rivivere il passato. Noi siamo scappati nel futuro per portar via quelli che chiamavamo “i denti di tutte le cose cattive” lontano da chi li avrebbe utilizzati per far del mondo il proprio canile privato. Pensa che sorpresa, per noi, passar l'ultima porta e scoprire che siete riusciti a rovinare comunque tutto anche senza i Semi. E trovarvi a piagnucolare come femminucce Emo, poi!”

L'uomo non camminava, Era la sabbia a portarlo, come un nastro trasportatore. Pavement. L'uomo che controlla ogni cosa che è Terra, Mondo, ambiente inanimato. Con lui la pietra prende vita, la dimensione si capovolge, la percezione del contesto svanisce. Un soffitto diventa pavimento e un pavimento soffitto. Se non vuole stancarsi, Terra, sabbia, roccia camminano per lui.

“Quindi, robottino, facciamo che quello che non so di lei o di te non importa une bel niente. Dati una svegliatina, fatti di ogni droga che vuoi, se ti serve, ma per favore non farmi tornare dai miei con le mani vuote. Siamo arrivati in dieci, ma qui la situazione è peggio del nostro passato e non bastiamo. Quando siamo arrivati abbiamo perso i Semi, se non li ritroviamo, pensa, neanche la sua voce ti rimarrà per trastullarti!”

Pavement ridacchiò indicando la mano del deicida che si sfregava sulle sue parti intime.

“I tuoi ingranaggi sono così pieni di sabbia, che al momento sono più miei che tuoi.”

Scimmiottò un atteggiamento sensuale.

“pensa, è come se ti stessi toccando io ora!”

Rise e la sabbia lo trascinò lontano.

“Ti ordino qualche schifezza alcolica, alla prima bettola che incontro! Muoviti!”
 

 

Turno III

 

“Chi sei per darmi ordini?”

Lo strano uomo era già lontano e non si voltò nemmeno.

“Torna indietro!”

Garth fece spallucce: “Ha smesso di ascoltarti da un pezzo, se vuoi sapere cos’ha da dirti, devi seguirlo.”

Varg colpì con un potente pugno il primo muro che ebbe a tiro, si sfregò la faccia con la mano sanguinante e si rivolse all’uomo: “Portami da lui.”

I due entrarono nella prima bettola che trovarono, un posto insolitamente ordinato e luminoso, per gli standard di quella città, si sedettero al tavolo dello strano individuo e Varg cominciò a fissarlo.

“Devi avere un attimo di pazienza” gli disse “il servizio è un po’ lento, ma ne vale la pena.”

Sorseggiava una bevanda trasparente, leggermente violacea. Dall’odore pareva più un qualche tipo di combustibile, che un qualcosa di bevibile.

Una donna corpulenta, ma dal fare aggraziato, posò un calice della stessa roba di fronte a Varg.

“Bevi” gli disse lo strano tizio.

“Non prendo ordini da te! Non ne prendo più da nessuno!”

“Faresti meglio a rilassarti, prima che ti prenda un accidente. Forse hai solo bisogno di svuotarti un po’ le palle, conosco un paio di persone che farebbero al caso tuo” ridacchiò il tizio.

“Tu non sai niente di me!” Gli disse Varg, con voce tesa, alzandosi dal tavolo e avvicinandosi a lui.

“L’hai già detto. Sei ripetitivo. Forse la sabbia ti è entrata anche nel cervello?”

Varg tentò di afferrarlo per la collottola, ma tra le sue mani rimase solo sabbia. Tentò di colpirlo ma, di nuovo, le sue mani attraversavano il nulla, come se quella davanti a lui fosse solo una nuvola di sabbia trasportata dal vento.

“Ascoltami bene, e vedi di non farmi incazzare. Ora tu ti bevi quella merda che hai nel bicchiere e la smetti con queste cazzate da bel tenebroso, perché ho brutte notizie per te, non sei né l’uno, né l’altro.” Lo strano tizio bevve un sorso dal suo calice, senza scomporsi.

Varg, rassegnato, si sedette e bevve un sorso a sua volta.

“Apri bene le orecchie, perché non lo ripeterò una seconda volta: io sono Pavement, e questo qui è Garth. Siamo tra gli ultimi rimasti della Gilda Rossa. Combattiamo perché quegli stronzi della città del Sole vorrebbero imporci un’altra delle loro divinità del cazzo e perché quei fusti di latta pieni di letame del Nomos si sono messi in testa che l’unica via per far rinascere il mondo è la scienza! La stessa che l’ha ridotto così!”

“E voi, cosa volete?”

“Vogliamo un mondo in cui gli uomini siano padroni del loro destino, non alla mercé di dèi capricciosi o di macchine troppo emancipate.”

“E cosa ti fa pensare che vi aiuterò? Te l’ho già detto, sono stanco, voglio solo stare per i fatti miei, dimenticato dal mondo intero. Fuori da tutto.”

“Oh no. Non è quello che vuoi, lo so io, lo sai tu. Sei incazzato, lo sento. Li odi tutti, forse più di me. Odi quelle teste di metallo del Nomos, per aver raso al suolo il villaggio dei tuoi amichetti, alla foce del fiume, e odi i cavalieri della Luce, per averti portato via tutto il resto. Vuoi vederli bruciare, vuoi vederli soffrire. E io posso accontentarti.”

Varg chiuse gli occhi e vide di nuovo le fiamme che divoravano la città del Sole, sentiva di nuovo il clangore del metallo del suo braccio che spaccava placche d’acciaio durante la battaglia di Focemelmosa, pregustava il sangue dei suoi nemici, scorrergli tra le dita.

“Sento il tuo cuore pulsare”, disse Pavement, “Era un bel pezzo, che non lo faceva con così tanto vigore.”

Varg si versò la bevanda che aveva nel bicchiere sul braccio e la gamba meccanica, li mosse per qualche istante e il cigolio svanì. Piccoli grumi di sabbia caddero a terra e si infilarono tra le lamiere che componevano il pavimento.

“Spero non ti offenderai se non bevo questa robaccia che mi hai gentilmente offerto, ma la vedo più adatta a questo scopo.”

“In realtà, non speravo in niente di diverso. Benvenuto tra noi.”

 

Master – Il sole, un alone opaco oltre la tenda di polveri che giungeva precedendo la notte, si arrendeva. I tre si fermarono all'uscita della betola. I due ladri si stiracchiarono. Garth Gli sorrise.

“Allora” disse “Noi siamo due dei migliori ladri mai esistiti, perché improvvisiamo veramente poco, e solo se c'è da menare le mani.”

Pavement lo sostituì.

“E quello che cerchiamo è in un posto di cui conosciamo solo il nome.”

Il sorriso di Gart si accentuò “Ci serve una buona, esperta, coraggiosa guida con una spiccata tendenza suicida.”

Entrambi lo accolsero allargando appena le braccia.
“E tu conosci bene quella fottuta città del sole e pure la cattedrale e fortezza di quei profeti di latta, no?”

 

 

Turno IV

 

“Non parliamone qui.” Disse Varg, guardandosi attorno con fare circospetto.

“Conosco un posto.” Disse Garth, e si incamminò lungo una strada che conduceva fuori dalla città. Camminò fino ad un vecchio magazzino, con un piccolo coltello a serramanico fece saltare la serratura e spalancò la pesante porta di metallo. La luce di un vecchio lampione filtrava attraverso la fessura, illuminando i milioni di granelli di polvere turbinanti che il grosso portone aveva mosso.

“Cos’è, il vostro covo?” Chiese Varg guardandosi attorno.

“Così ci offendi…” Disse Pavement. “Volevi un posto tranquillo? Eccolo.”

In fondo alla stanza c’era un grosso tavolone di legno, Varg si avvicinò, accese una vecchia lampada ad olio e prese una sedia.

“C’è almeno qualcosa per scrivere?”

“Tutto ciò che vuoi!” Pavement si sedette a sua volta e fece un cenno a Garth che qualche istante dopo tornò con un grosso pezzo di carta e una penna.

Varg disegnò alcune forme sul foglio, in silenzio. Pavement lo spiava, curioso.

In breve tempo disegnò una mappa piuttosto fedele della città, segnando i vari punti di interesse.

“Hai un talento” Disse Pavement.

“È qualcosa di cui farei volentieri a meno, una reminiscenza dei miei studi al tempio.”

Varg girò la mappa verso i due e disegnò un grosso cerchio.

“Questo è il tempio. Se cercate qualcosa, molto probabilmente è lì. La vera domanda, ora, è che cosa cerchiate. E perché avete pensato di rivolgervi proprio a me.”

“Perché tu ci sei già stato.” Rispose Garth. “E perché li odi almeno quanto noi.”

“Entrambe le cose sono vere. Ma avreste potuto trovare decine di mercenari in un qualsiasi locale di quella città infernale, pronti a vendere la madre per qualche pezzo di latta luccicante. Per l’immortalità del metallo e della plastica. Pronti ad uccidere i propri stessi figli, in cambio di un corpo nuovo! Ma no, voi siete venuti da me, pur sapendo che non me ne frega un cazzo dei soldi, né tantomeno dell’immortalità. Perché quello che volete, farebbe pisciare sotto dalla paura anche il più stronzo degli assassini. Non è vero?”

“Non mi deludi, deicida.” Disse Pavement, sorridendo. “Sei sveglio, ed è anche per questo che ti ho voluto con me. Ma, come puoi intuire, non è nemmeno la tua arguzia il vero motivo per cui sei qui.”

“E allora? Qual è? Ti avverto, non mi piacciono i segreti.” Varg si alzò battendo il pugno sul tavolo.

“Il vero motivo…” Pavement esitò “È che ci serve qualcuno di abbastanza disperato da mettere in gioco la sua vita. Che siamo sicuri non ci abbandonerà in territorio nemico alla prima difficoltà.”

“E cosa ti fa pensare che io sia quel tipo di persona? Il mio onore di cavaliere ormai non vale più un cazzo, dovresti saperlo, visto quante cose sai di me.”

“Ho le mie ragioni.” Disse Pavement con un sorrisetto beffardo stampato sulla faccia.

Varg scattò verso di lui, colpendo però soltanto la sedia, che si fracassò al suolo.

“Senti, stronzetto, prenderò a pugni ogni singolo granello di sabbia del deserto, se solo questo servirà a farti male. Se non mi dici subito che cosa cercate e non la smetti con questi giochetti del cazzo, prendo quella porta e non mi vedrete mai più.”

“A tempo debito… lasciati trasportare…” Rispose Pavement, avvolgendosi in un turbine di sabbia attorno a Varg e sollevandolo leggermente da terra.

L’uomo si divincolò e, a passo spedito, si diresse verso la porta.

“Mi hai rotto il cazzo. Vaffanculo. Trovatevi un’altra guida.”

“Randall, il tuo patrigno, è vivo. Ed è prigioniero al tempio.”

Varg si fermò di scatto. “Che cosa hai detto?”

“Hai sentito benissimo”, disse Pavement.

“No, no. L’ho visto circondato, in mezzo a una decina di soldati, trafitto da lance e frecce. Lui non può essere sopravvissuto.”

Un cavaliere non smette mai di esserlo, nel modo di agire, nel modo di pensare.”

Pavement recitò quelle parole con voce impostata, come un attore recita la parte di un grande drammaturgo, con un’enfasi addirittura eccessiva.

Varg scoppiò in lacrime: “Chi ti ha detto queste parole?”

“È stato lui, sapeva che non mi avresti creduto.”

Varg si voltò e si avvicinò a Pavement: “Partiamo domattina, ma giuro che se mi prendi per il culo, di te non rimarrà nemmeno il ricordo.”

Master – I ladri lottarono una lunga vita per rubare e nascondere le ultime cose buone e le ultime cose cattive del mondo. Sono le stesse che i SeedStoler accarezzarono solo per un istante e poi persero. Il patrigno di Varg è vivo, è vero, Giocatore. Da master ti posso dire questo e che fino a che non te lo permetterò io non potrai usarlo direttamente nella tua storia. I due ladri vogliono ciò per cui Timeline si è sacrificato, Varg il suo patrigno. Puoi utilizzare i ladri, non puoi ucciderli, puoi metterli in difficoltà, ma sono ladri, sanno passare sotto e porte, ne usciranno. Da qui alla città del sole, il viaggio è lungo, sia pieno di pericoli per voi.
Se hai dubbi sull'onestà dei due ladri, sulle loro intenzioni, puoi investigare. Ti proveremo a nascondere se ci sei vicino o lontano al prossimo turno
.

Turno V

 

Senza nemmeno sapere il motivo, era lì. In mezzo al deserto con due sconosciuti, pronto a tornare nel posto che odiava di più. Rifletteva, Varg, sull’ironia della sua storia. Vagare in ogni dove alla ricerca di un luogo dove non esistere, dove passare il tempo che la terra aveva ancora da chiedergli, dove scrivere le sue memorie sulla sabbia, in attesa che il vento le portasse via, ma trovarsi sempre a tornare laddove la sua vita, la sua storia, aveva svoltato. Quanto avrebbe voluto scrollarsi di dosso quel pesante bagaglio che si trascinava appresso, scavare una buca profonda fino al centro del pianeta e seppellirlo.

Forse quei due gli avevano mentito, agari l’avrebbero ucciso una volta ottenuto ciò che desideravano. Sarebbe stata comunque una ricompensa gradita.

Fissava Pavement: dormiva in una posa innaturale, con le gambe stese verso l’alto su una roccia e la testa piegata praticamente ad angolo retto rispetto al collo. Fino a poco tempo fa, non avrebbe nemmeno immaginato potesse esistere qualcuno con quei poteri, eppure ce l’aveva davanti, in carne e ossa… e sabbia… e di qualsiasi altra cosa fosse fatto quel corpo prodigioso. Pensò a quanti esseri straordinari abitavano quella terra e per un attimo gli balenò alla mente il pensiero di essere uno di loro. Sopravvivere a tutto quello che gli era successo era di certo qualcosa di portentoso.

Alzò lo sguardo al cielo, in mezzo al deserto si potevano intravedere alcune stelle e la luce della Luna rischiarava la serata. Non ci era più abituato, a guardare il cielo, troppo impegnato a fissare il vuoto davanti a lui.

A pochi metri, riposava Gart, rannicchiato attorno al fuoco, che ancora irradiava un tenue calore. Chissà se anche lui aveva qualche capacità eccezionale. Era uno strano personaggio, quella spada arrugginita che portava in cintura non avrebbe tagliato un panetto di burro, se impugnata da chiunque altro, ma nelle sua mani poteva tagliare anche il metallo. Poteva recidere con facilità arti e corazze di insetti meccanici e belve di plastica e metallo. Lo aveva visto con i suoi occhi, decine di volte ormai, durante i cinque giorni in cui avevano viaggiato per il deserto. E quella giacca di pelle, fragile e consunta, non lo avrebbe protetto da uno sbuffo di vento eppure, sul suo corpo non aveva nemmeno una ferita, nemmeno una volta l’aveva visto sanguinare.

Chi accidenti erano? Messi della morte, venuti ad accompagnarlo al trapasso? Demoni assetati di sangue alla ricerca del caos? Era giusto aiutarli?

I suoi pensieri si interruppero bruscamente, da tanto non si poneva più questa domanda.

Osservò di nuovo i due, e si rese conto che, da quando li conosceva, mai una volta aveva avuto paura, né di loro, né della battaglia. Sentiva la loro forza, si sentiva protetto. Qualunque cosa fossero, erano esattamente come lui, volevano ciò che, in fondo, voleva anche lui. Si alzò in piedi e battè il suo braccio metallico sulla roccia su cui era appoggiato Pavement.

“È ora di svegliarsi, se ci muoviamo ora domattina all’alba saremo in città.”

“Non ci hai ancora detto cosa faremo una volta là.” Obiettò Garth.

“Non voglio rovinarti la sorpresa.”

“Non mi piace improvvisare! Se provi a fregarci…”

“Calmati”, disse Pavement, rivolgendo un sorrisetto complice a Varg “è troppo curioso per tradirci prima di aver raggiunto l'obiettivo”

 

***

Quando il Sole si alzò, illuminando la sconfinata pianura di sabbia e roccia, i tre si trovavano già oltre le mura. I raggi del sole, che si riflettevano sulle torri dorate del tempio, creavano strani giochi di luce tra le viuzze del borgo basso.

“I cavalieri sanno già che siamo qui”, disse Varg camminando tra i vicoli, “dobbiamo agire in fretta.”

“Di solito, preferisco le tenebre per agire” obiettò Garth.

“Non è possibile agire di notte,” disse Varg, “la cripta del tempio resta sigillata completamente dal tramonto all’alba e nemmeno un granello di polvere può entrare o uscire. Di giorno, invece, vengono aperte piccole fessure, per permettere alla luce del Sole di entrare e ridare vigore al potere delle reliquie della dea. Nessun uomo, o macchina, potrebbe passare per quelle fessure, ma mi pare ovvio che per voi questo non sia un problema”

“Quindi, qual è il piano?”, chiese Pavement.

“Tramite quelle fessure, potrai entrare. Tutt’altra storia sarà uscire, portando con voi qualsiasi cosa voi vogliate portare. Per quello c’è solo una via, la porta principale. Io e Garth faremo irruzione al tempio, sperando che quella spada arrugginita sappia fare il suo lavoro.”

“Non hai idea di quanto vorrei fartela assaggiare”

Pavement fece segno a Garth di calmarsi, “Tieni questa smania per quando dovrai combattere”.

“Dovremo trattenere le guardie il tempo necessario a Pavement per aprire le porte della cripta ed uscire senza farsi vedere. Quando sarà fuori, fuggiremo.”

“Non sarà facile seminarle” obiettò Garth.

“Ho un piano anche per quello, fidatevi di me e non avremo problemi.”

“Non deluderci, cavaliere” disse Pavement, sorridendo.

“Non chiamarmi così”, replicò Varg.

I tre camminarono ancora per un po’, fino a trovarsi davanti al tempio.

“Ci siamo”, disse Varg, “ora è il tuo turno, Pavement. Quando sarai pronto per uscire, dacci un segnale, sono sicuro che troverai un modo.”

 

 

Master.

La strategia piace ai ladri. Entrare, prendere, sparire. È quello che fanno i ladri. Pavement rimpiange l'assenza dell'impulsivo Slow. In caso di crisi i ladri dalla veloce fantasia sono sempre utili, ma fa finta che Varg sappia il fatto suo riguardo l'improvvisazione. O forse non nutre alcuna ambizione riguardo al viaggio di rientro. Quello che vogliono i due ladri è “trovare”.

 

“E lo troveremo, filo di ruggine.”

 

Sussurrò il ladro figlio d'ogni sasso, all'uomo figlio di ogni lega. È su questo particolare avresti dovuto soffermarti. Oh, spero che il tuo piano di fuga valga anche se giostrato da una sola persona. Perché quando si apriranno le fessure, la roccia abbraccerà il metallo, come nel cuore di ogni montagna, di ogni filone, saranno ciò che sempre sono in natura: un unica realtà e saranno piccoli granelli. Attento, non son uomini di sabbia, di ferro... no. Sono uomini nella roccia e nel metallo. Gli elementi sono loro fratelli. Uomini il cui corpo è morto, morto da tempo ma di cui la coscienza, la crosta del mondo ha scelto di conservare e perpetuare. Uomini che vivranno la vita del pianeta. Quelle fessure le passeranno insieme, tu da solo fuori. Lo scoprirai all'ultimo e decidi se giocare per salvare Varg o entrare entrare dentro e prendere il ruolo di suo padre.

Turno VI

 

 

Pavement si tramutò in sabbia e volò dentro alla piccola fessura come trascinato dal vento.

Varg e Garth si diressero verso la porta principale. Era tutto pronto.

Due guardie gli si avvicinarono, i due continuarono a camminare, ignorandole. Una di esse tentò di afferrare Garth, ma la sua mano lo attraversò, come se fosse liquido. Il ladro sorrise a Varg e si sciolse nella pietra del pavimento. “Perdonami, ma devo andare, lascio tutto nelle tue mani arrugginite, non mi deludere!”. Come una chiazza d’olio scivolò verso la porta della cripta e si insinuò tra le fessure della pietra.

“Brutto bastardo!” disse tra i denti Varg e senza pensarci troppo sguainò la sua spada. Lingue di fuoco danzavano dalla lama e si riflettevano sul freddo metallo del suo corpo.

In un istante dieci, forse venti guardie lo avevano circondato, ruotando intorno a lui ordinate, come gli ingranaggi di una grande macchina. Le pesanti armature scricchiolavano in maniera ritmica, cadenzata. Una delle guardie gli parlò, ma lui non sentì, concentrato com’era su quell’ipnotico balletto.

Una lama si mosse verso il suo volto, con il braccio meccanico la afferrò e la spezzò senza troppi complimenti. Un mare di carne e metallo si riversò verso di lui, Varg inspirò profondamente e chiuse gli occhi. Sentiva l’aria calda e umida muoversi intorno a lui, percependone le variazioni di temperatura e densità, sentiva distintamente ogni scricchiolio intorno a lui, ora non più ritmici, ma caotici e furiosi. Si mosse, come sostenuto da un vento invisibile e in un singolo respiro ognuna di quelle vite era spezzata. Quel sublime ticchettio aveva di nuovo lasciato spazio al silenzio.

Camminò verso le porte della cripta. Altre guardie lo affrontarono, ma il destino di quelle anime condannate era già scritto. Ancora prima di capire quale uragano li aveva travolti, giacevano a terra senza vita.

Le più sagge tra le guardie, davanti a quello spettacolo raccapricciante, fuggirono, altre si gettarono a terra implorando quel demonio per aver salva la vita.

Varg gli passava accanto, ignorandoli. Non provava nulla. Nessuna emozione, nessuna.

Arrivò davanti alla porta della cripta. Lentamente la porta si aprì, Pavement lo attendeva sulla soglia: “Pare che ciò che cercavamo, non fosse qui dentro”, disse.

Varg lo guardò, inespressivo. “Ad ogni modo, il mio lavoro è finito, dov’è mio padre?”

“Seguimi”

Pavement entrò nella cripta e camminò per un po’. Si fermò davanti ad una pesante lapide di pietra e con un cenno della mano la mostrò a Varg.

“Che cosa significa?”

“Qui è dove giace il corpo di Randall, sepolto nella cripta del tempio, con gli onori delle armi. Una vergogna troppo grande ammettere pubblicamente che morì da traditore.”

“Ma tu… mi avevi giurato che era vivo! Mi hai detto di avergli parlato!”

“E non ti ho mentito! È vero, non hai trovato tuo padre qui, ma lui fa ancora parte di questo mondo! E credo che tu qui abbia trovato qualcosa di più prezioso ancora. Lo senti? Senti la terra pulsare? Senti la pietra che ti chiama? Lo senti, il metallo, che ribolle nel tuo corpo?”

Varg non reagiva.

“Tu sei come noi”, continuò Pavement, soffiando via la polvere dalla lapide di pietra.

Varg alzò lo sguardo e vide il suo nome inciso appena sotto a quello del padre. Sapeva che ciò avrebbe dovuto sconvolgerlo, ma non sentì nulla.

“E cosa siete, voi?”

“Siamo la terra su cui cammini, la pietra di questo tempio, l’aria che si insinua tra questi mattoni. Anime erranti, troppo legate a questo mondo per poterlo lasciare, con troppe battaglie ancora da combattere per potersi riposare. Pensaci, ricordi il momento in cui Randall, trafitto, esalava il suo ultimo respiro?”

Varg chiuse gli occhi. Un’immagine sfocata comparve nella sua testa. Era disteso a terra. Il sangue scorreva dal suo ventre divelto, mescolato all’olio dei suoi ingranaggi. E poi il nulla.

Avrebbe dovuto andare nel panico, arrabbiarsi, forse, piangere. Ma non sentiva nulla.

“Il seme che hai portato ha legato il tuo corpo e il tuo spirito in maniera indissolubile con questo mondo, ora ne sei parte, sei una cellula di questo gigantesco organismo, un impulso elettrico di questo immensa macchina. E vivrai con lui. O morirai con lui. Imparerai a diventare sabbia, ad essere metallo, a respirare con le foglie degli alberi, che un giorno torneranno a crescere, se vinceremo la nostra guerra”.

Varg era confuso.

“Ma Randall non ha mai portato il seme, come può essere ancora qui?”

“Il potere del seme è enorme ed egli, pur non essendone mai stato portatore, ne ha subito l’influsso. Il suo legame però è più debole del tuo e non durerà per sempre. Per questo abbiamo bisogno di te, lui vuole che tu prenda il suo posto, sei l’unico in cui creda.”

“E se non volessi più lottare?”

“Prendi quella porta, sparisci. Continua la tua non esistenza. Non ti cercheremo mai più. Non ci vedrai mai più. Oppure resta qui con me e rendi orgoglioso il tuo vecchio un’ultima volta.”

Varg prese un lungo e profondo respiro.

“Vaffanculo, Pavement. L’avevo capito da subito che di un bastardo come te non mi potevo fidare. Spero di vederti crepare nella maniera più atroce possibile.”

Pavement sorrise: “Andiamo, ci sono un sacco di cose che devi imparare ancora.”

 

Master.

“Da qualche parte, in un'altra storia il seme del legno sta già crescendo.

In questa quello della terra nera ha bisogno di un corpo, l'ultimo per cacciar via piano la ruggine e riprendersi il suo mondo. Consumato il primo del padre, ora esige un corpo che resista e che si conceda, non combatta, non lotti per sopravvivere, ma si arrenda a essere terra che avanza per i prossimi anni. Da qui, dalla cripta dove nessuno entra e tutti si preoccupino che nessuno guardi. Dove le cose vanno solo tenute nascoste.
Qui ti inginocchierai sulla tomba di tuo padre e farà male, sì. Quando la tua carne e il tuo ferro, i tuoi ingranaggi sfarineranno in grassi neri grani sotto la tua incisione. Terrà ricomincerà a crescere. Tu ricomincerai a crescere alle spalle di chi sorveglia e mai guarda. Avrai tempo. Chiuderanno ancora questa porta, diranno ancora le spalle a questa vergognosa cripta apparentemente vuota, mentre a noi daranno la caccia. Sarà la nostra ultima avventura. Moriremo tenendo lontana da qui tutta la ruggine del mondo che ci vorrà morti. Ma siamo ladri, siamo la terra e siamo la pietra. Sfuggire è il nostro mestiere. Se tutto va bene avrai un secolo per prenderti tutto questo palazzo e quando l'ultimo di noi sarà morto sentirai una manciata di terra chiamarti da lontano. Potrai rinascere e andare a cercare il legno.
Se anche gli altri hanno avuto la nostra fortuna del profumo del frutto umido d'acqua e d'aria

si riempirà il mondo. Cercatele e finite questa guerra.
Addio, Terra. Addio varg. Odiaci pure, anche quando moriremo di corsa. Non fa nulla.”

 

I due svanirono, sciolti dentro le fessure della cripta e lo lasciarono chiuso dentro.
Molti suoni e lamenti di battaglia echeggiarono oltre l'ingresso. Poi nulla.
I ladri hanno cominciato a correre e far da esca, preda, irresistibile tentazione per ogni granello di ruggine.

Ora anche Terra Nera potrà riniziare il suo percorso.

 

 

Commenti

Ritratto di Eliseo Palumbo

Pieno di demoni questo Varg, vediamo se andrà in contro a un riscatto o sarà sopraffatto dal passato

Ritratto di Rev

E questi sono solo quelli che non ha ancora ammazzato! XD