Livello 0 - Kriash

Aprii gli occhi un caldo pomeriggio d’inverno, complice la luce verde che filtrava dalle assi di legno attaccate a quella che una volta era una finestra.

Non avevo memoria di chi fossi, nemmeno a solcare con le mani il volto magro e sbarbato che mi calzava addosso.

Un nome.

Qualcosa di famigliare.

… niente.

Se non la domanda che si agitava dentro la bocca dal momento in cui mi misi a sedere: “questa volta, quale mondo vedrò morire?”

Mi guardai attorno e posai lo sguardo su ogni singola cosa che potesse darmi qualche suggerimento.

Un armadio senza ante, un letto senza lenzuola. Un foglio di carta appoggiato nell’angolo del comodino.

E io, a terra, seduto scompostamente sopra una chiazza rossa rappresa che stonava in quel candido e semplice sottotetto.

Mi controllai addosso ma nessuna ferita evidente spiccava dalla pelle bianca.

Attesi qualche attimo poi decisi di mettermi in piedi. Crollai al primo tentativo, senza la possibilità che le gambe sottili che mi ritrovavo mi potessero reggere.

Ritentai, questa volta reggendomi al letto e issandomi con fermezza e criterio.

Quando arrivai al foglio sul comodino mi parvero passati giorni dal momento in cui si erano aperti i miei occhi. Mi sembrò di riconoscere quella scrittura ma pensai che, in fondo, tutte le scritture si somigliavano.

Pensai solo che non fosse la mia ma non avevo nulla a portata di mano per verificare.

 

Me ne vado, non posso più rimanere qui a guardarti buttare la tua vita nella merda e nel fango come hai sempre fatto.

Sono stata fin troppo brava ad aver saputo sopportare fino a qui. Tutti tuoi difetti e tutte le tue pretese. Ora basta.

Quando leggerai queste righe sarò lontana e, probabilmente, tu mi avrai già dimenticata come le quattro volte precedenti.

Ma, come quelle quattro volte, io non sarò più al tuo fianco per guidarti e farti capire quanto sei e sarai sempre uno stronzo.

Arrangiati.

Sarah”

Non mi disse niente.

Né un ricordo e nemmeno un vago alone di sentimento che mi facesse tintinnare.

Lasciai svolazzare il foglio sul comodino.

Non sapevo più cosa guardare: i miei vestiti, così anonimi e grigi; quell’ambiente così normale; fuori.

Fuori.

Andai alla vecchia finestra e inizia a tirare l’asse di legno che copriva la visuale.

Feci una gran fatica, così come le gambe anche le braccia avevano dimenticato l’attività fisica.

Ma ce la feci.

E vidi cosa mi attendeva fuori: un mondo che fece affiorare un cenno di ricordo nella mia testa.

Il riflesso verde del cielo dipinto dall’aurora e il bianco candido della neve.

Era casa.

Lo capivo, lo sentito.

Ma non sapevo quale.

 

Master - È sempre così. Fiaba il mago non ha mai disegnato nessuno con una storia vera. Più un'idea confusa di un passato, di una personalità, di uno scopo. E neanche stavolta, stavolta che Dei e Costruttori avrebbero avuto bisogno di un aiuto pronto, immediatamente utilizzabile, non è riuscito a fare l'eccezione. Devono esser liberi, dice, devono esser padroni della loro vita. Loro, non mia. Non me la devono dedicare, non mi devono pregare, devono essere belli e per esser belli devono esser liberi. Di carne, ottone, di legno o inchiostro. Dice Fiaba, siano belli come gli uomini solo sanno essere.

Fiaba non ha seminato dentro di te uno scopo, un fine. Non sei un suo utensile. Fiaba ti ha disegnato per una sua speranza in più. Ti ha messo a asciugare in un posto lontano dalla guerra, dalla ruggine, dal sale e dal legno, dalla pallottola e dall'ingranaggio. Perché tu possa viaggiare, conoscere questo mondo in bilico e decidere cosa fare. Benvenuto uomo nel mondo che fu di legno, e fu di sale e fu di legno e di sale su cui ora rotolano nascosti quattro semi che scappano dalla ruggine e nessuno sa dove sono.

 

Turno II

 

Turno 2

TUM TUM TUM

TUM

TUM TUM

TUM

Sentii il rumore giungere oltre la porta che mi apriva al mondo.

E, se non al mondo, a quella casa ancora sconosciuta.

Mi diressi alla porta e misi mano alla maniglia.

Giù in un mezzo giro.

Aprii ed esposi la testa fuori, trovandomi proiettato in un corridoio spoglio se non per un quadro appeso storto alla parete opposta a me.

TUM TUM TUM

Il rumore proveniva dalla scala. Dal basso. Oltre.

Camminai guardandomi un attimo intorno e soffermandomi su quel quadro.

Piegai la testa, scrutandolo.

Bello ma non lo capii.

Ci sarei ritornato, ciclico come la mia vita.

E come le Ere.

Scesi i gradini delle scale seguendo il rumore prodotto dal bussare violento.

Mi trovai davanti alla porta d’ingresso. Ne seguii con lo sguardo il perimetro.

TUM!

Feci un piccolo salto all’indietro, spaventandomi per l’ultimo colpo.

Poi aprii la porta, tirandola verso di me.

“Oh, meglio tardi che… mai. Ti vedo di merda, Adam.”

Davanti a me c’era una ragazza dagli occhi grandi e dalla capigliatura rossa e voluminosa. Un piumino con il collo alto venne sbottonato in fretta, mentre la sua figura mi scorreva a fianco e s’introduceva all’interno della casa.

Non seppi cosa rispondere.

Adam?

“Ti ha mangiato la lingua il cane?”

Cane?

Quella donna girava per casa come se fosse abituata a stare lì, come se fosse abituata a me, come…

“Sarah non c’è?”

Buttò su un divanetto basso il piumino e si ravvivò i capelli, sgranchendosi il collo sulla sinistra e voltandosi verso di me.

Mi guardò con fare dubbioso mentre io continuavo a fissarla e basta.

Non sapevo cosa dire. Non sapevo cosa fare.

Sarebbe stato meglio non svegliarsi.

“Ehi… Adam…” fece segno con la mano davanti alla mia faccia. “Non dirmi. Non dirmi che ti sei azzerato un’altra volta?!”

Azzerato.

“Oh, cazzo. Dovrò dirlo ai Mille. Porca merda.”

E la cosa si fece più frettolosa. Più frenetica.

La ragazza si buttò sul piumino per estrarre da una tasca un piccolo ricevitore rettangolare. I suoi pollici si mossero frenetici su una tastiera comparsa a scatto.

Si mordeva il labbro inferiore mentre digitava e passava in rassegna quello che stava scrivendo muovendo gli occhi a destra e sinistra.

“Cazzo. Cazzo. Cazzo.”

“Chi sei?”

Venne fuori una frase da me. Ma non mi accorsi di averla pronunciata. Non volevo davvero pronunciarla.

“Porca merda Adam. Questa cos’è, la quarta? Quinta volta, forse. Merda, merda. Merda.”

Buttò a lato il ricevitore dopo aver fatto quello che, forse, doveva fare e mi si avvicinò.

Mi toccò il braccio con la sua mano.

Una bella mano, effettivamente.

“Sono Tania. Ricordati questo nome, per piacere. Sarah?”

Non dissi niente ma la mia mano si chiuse a pugno e il mio dito indice si sporse. Alzai la mano a indicare il piano di sopra.

Tania si staccò dal mio braccio e prese a correre. Una massa di capelli rossi fuggì ondeggiando e risalì le scale nel percorso inverso che avevo fatto io per raggiungere il piano terra.

L’urlo si sentì chiaramente anche da lì.

“MERDA!”

Doveva aver letto la lettera.

 

Master – Eh. Sembra la sceneggiatura di una Commedia Dolce Perfetta sui fianchi di Jennifer Lopez. Ma no. Non hai dimenticato un'amante per la quinta volta. Non solo almeno. Fiaba, per te ha utilizzato un inchiostro semi simpatico. Ogni tot di tempo si cancella e si riscrive. Ogni volta che la consapevolezza di ciò che sei, o che custodisci, o che custodivi, aumenta mettendoti in pericolo, la tua memoria svansce svanisce e ripiombi  nel nulla. Ma stavolta è peggio. Ciò che custodivi l'hai trasferito a Sarah, come vedi un po' tu se ci arrivi (un bel pezzo erotico?) , e ora la caccia la daranno a lei. Ma lei non lo sa e tu non sai chi sei. Mmmm... bel casino. Se trovi una soluzione entro due turni, che mi soddisfi, per stabilizzare i tuoi ricordi (impegnati perché sono moooolto esigente), ritroveremo Saraha e seme. Ovviamente devi imparare da capo chi sei, non ti tornerà mai il ricordo di chi sei stato, ma perché non sparisca più devi lavorare su qualcosa. Se farai tardi, di Sarah troveremo un cadavere. E sarà un bel casino per tutti in quest'universo.

 

 

TURNO III

 

 

Arrangiati.

Scrisse l’ultima parola con mano tremante e lasciò la punta della biro a contatto col foglio.

Pensava che staccare quella penna da lì avrebbe segnato un punto di non ritorno.

Ringhiò a denti stretti e alzò quella dannata mano.

Era tutto un muoversi freneticamente: camminare in quella stanza così stretta, complice il corpo di Adam accasciato a terra; ripiegare il foglio; superare ancora una volta Adam; cercare le sigarette nella borsa; andarsene.

Fece le scale a due a due ma giunta al piano terra si fermò, si guardò alle spalle e ritornò su, alla stanza che aveva appena lasciato.

Rimase ferma sulla porta guardando Adam riverso al suolo e tenendosi il ventre con una mano.

 

Quando finalmente uscì da quella casa, la neve la colse di sorpresa. Non se l’aspettava. Era rimasta dentro troppo a lungo e i suoi pensieri l’avevano completamente staccata dal mondo.

Buttò il capo all’indietro e fece uscire la lingua quel tanto che bastava per sciogliere un fiocco di neve su di essa.

Ritornò bambina per un attimo.

Ritornò al primo incontro con Adam e alla sua mano tesa per recuperarla da quella discarica dove era stata buttata.

 

La macchina la portò lontano. Doveva raggiungere la città prima che Adam iniziasse a mettere in moto quello che ogni volta metteva in moto.

Questa volta non sarebbe stata con lui. Questa volta doveva stare dall’altra parte.

Parcheggiò in obliquo occupando tre posti auto. Non che fosse un grosso problema con la città deserta.

Buttò la sigaretta poco oltre lo sportello e si mise gli occhiali da sole, senza preoccuparsi che fuori, di sole, non ce n’era traccia.

 

Entrò dalla vetrata principale in quel dito medio di metallo, cemento e vetro che si ergeva poco oltre il parcheggio. I suoi passi risuonarono nei lunghi corridoi vuoti che si dividevano in tante piccole e buie porte.

Arrivò all’ascensore e salì al nono piano.

Quando la porta si aprì, ad accoglierla c’era solo un tipetto basso dalle lunghe basette e dagli occhi stanchi.

Braccia dietro la schiena e peso della testa leggermente in avanti.

Era vecchio ma non tanto quanto poteva apparire a una prima occhiata.

“Alla fine ti sei decisa.”

Sarah non rispose e passò oltre, facendolo voltare.

“I Mille dove sono?” chiese lei dirigendosi al bancone dei liquori, ben fornito come solito.

Il tipetto alzò le spalle.

“Dove vogliono essere. Non posso obbligarli. Come non ho mai potuto obbligare Adam… o te.”

Sarah si versò in un bicchiere largo un liquido ambrato e corposo.

Buttò giù tutto in un sorso prima di vuotarne una dose uguale e voltarsi.

“Ribald, sono pronta.”

Il tipetto sorrise.
 

Master – Una Averla ciondolava la testolina da sopra la curvatura del palo che reggeva il cartello stradale. Quando Sarah si gettò dentro le fauci della torre di metallo scosse le piume e spiccò il volo dalla parte opposta.

 

Al centro di un parcheggio pochi isolati lontano una ragazza magra vestita di rosso passeggiava nervosa avanti e indietro, un cinese calmo vestito di lino nero aspettava poggiato al cofano di una macchina rosa e un barbuto gigante seduto sulla sua moto fumava.
“Trovata!”

La ragazza in elastico e attillato rosso si illuminò.

“Andiamo?”

Il cinese non spettinò un solo pelo. Calmo continuava a coccolare la donnola straordinariamente lunga che gli si attorcigliava addosso.

“No.”

Motociclista e ragazza allargarono le braccia.

“Cosa?”

“Perché? L'abbiamo! Recuperiamo il primo e torniamo a casa!”

 

Il cinese non li degno di uno sguardo e neanche si mosse. Continuò a giocherellare con la sua strana donnola.

“Puoi essere un calabrone, Erly, Puoi cacciare le api. Ma se ti infili dentro un alveare, sei un calabrone morto.”

Finalmente si staccò dalla carrozzeria.

“La tua averla era troppo concentrata sulla sua preda.”

accennò col mento verso il motociclista.

“Thantos è più addormentato di un orso sotto la neve.”

La donnola smise di annodarsi alle braccia del cinese e puntò dritta al petto. Ci si tuffò dentro e sparì.

“Ci sono tante api qui intorno. Tante davvero. Una decina intorno a questo parcheggio. Non sembrano ancora interessate a noi, ma è meglio non improvvisare una festa.”

fa il giro della macchina, apre lo sportello e si siede al posto di guida. Prima di chiudere guarda i suoi compagni.

“ma ce n'è una. L'hanno lasciata da sola. E pare un'operaia molto particolare. A andiamo a prendere lei.”

L'averla fischia in picchiata e si pianta dentro al petto della ragazza.

Il barbuto sorride e scalcia sul pedalino per accendere la moto.

“A me basta che facciamo qualcosa, mi sto annoiando!”

Erly sbuffa e si arrende al volere del cinese recuperando il suo sedile.

 

Turno 4

RIBALD E I MILLE

Chiuse i suoi occhi stanchi e si portò alla bocca la lunga sigaretta sottile che aveva scroccato a Sarah poco prima di averla lasciata andare. Scostò la tenda dall’alta vetrata che gettava la strana luce del nuovo mondo in quella vuota stanza. La usava per dormire, tra un lavoro e l’altro. Ma i suoi lavori non gli davano la possibilità di dormire troppo. Una piccola formica iniziò a risalire la gamba di Ribald. Una salita ripida, veloce e dritta al collo del piccolo uomo dalle basette lunghe. Giunta alla base del collo, la formica si fermò e attese che l’occhio di Ribald s’inclinasse su di lei. Non si poteva osservare a occhio nudo, non era cosa che le persone potessero notare ma lui lo sapeva. Sapeva che quella era una delle sue formiche. Era una dei Mille. Occhio, orecchio, spia e assassino: quello era il collettivo chiamato Mille. Ma cosa ancora più importante, non erano vere formiche. Costrutti, quasi alla stregua di giocattoli, sapientemente lavorati da una mano vissuta nell’Era d’Oro della meccanica e rinvenute proprio da Ribald sulla collina del Castello in rovina che dominava la valle del suo paese natale. Leggende. Storie. A lui non importò mai da dove venissero davvero i Mille. Quello che gli interessava era che rispondessero a lui e solo a lui. Erano sue. Come Adam. La formica sembrò parlare mentalmente a Ribald e lui sorrise. “Lo sapevo” disse. “Sono arrivati e se non potranno avere Adam seguiranno Sarah. Per questo l’ho mandata alla Foresta.” Pochi secondi e continuò a parlare apparentemente da solo. “Porta in sé il seme. Sapete dove andare, nel caso vogliate proteggere uno nuovo figlio del Dio Ingranaggio. Altrimenti, basterà lasciarla morire… e Adam farà il resto.” Così come si era inerpicata sul suo corpo, la prima dei Mille tornò a terra e si allontanò dal piccolo uomo. Ribald guardò la sigaretta, trasformatasi ormai in cenere fino al filtro. “Dannazione, nemmeno una sigaretta dopo tutti questi anni…”

 

 

Master

“Perché lei?”

Erly poggiava la spalla su un palo, la sua averla sulla spalla e guardava la ragazza dall'altra parte del marciapiede. Entrava dentro una caffetteria. Thantos, sbragato sulla panchina di fianco annuiva e coccolava la donnola. A lui andava bene qualsiasi cosa, gli bastava fare qualcosa. Miilei dritto e apatico fissava la vetrina della caffetteria.

“Perché dietro Sarah ci sono mille formiche soldato. Dietro Adam c'è Sarah e non credo stia girovagando inosservato. Ora ci conviene scoprire due cosine in più in sicurezza. Quindi... lei!”

Miilei mosse un passo calmo e cominciò a attraversare la strada. Thantos si alzò goffo e gli andò dietro. Erly sbuffò un poco ma non osò contraddire il cinese. Non osava mai. Nessuno osava mai.

“la uccidiamo?”

“Spero di no, Tanthos, se sarà utile.”

“E se non ci servirà a niente?”

“Potrai nutrire le tue donnole!”

“Yaaaa!”

 

Entrarono dentro la caffetteria. Il mondo fuori vibrò per un attimo e quando tornò nitido la caffetteria era chiusa. Le poche persone dentro non s'accorsero di nulla, neanche di essere già morte. Thantos si sedette al bancone a destra della ragazza, Erly a sinistra. Dietro di lei Miilei si poggiò a un tavolino.

il cinese alzò veloce la mano.

“Ti senti pesante? Vero? Ma non è quello che hai mangiato, ma quello che ti sta per mangiare. Una delle dieci lunghe donnole di Thantos poggia i denti sul tuo cuore. Non stringerà finché io non permetterò a Thantos di permetterle di mangiarti. Io, davvero, spero di cuore tu possa renderti utile. Dimmi quello che voglio e non farmelo prendere da solo.”

Fece una pausa, si mise comodo e solo la ragazza poteva sentire il suo ronzio nella testa.

“Ops, scusa la scortesia.”

fece un inchino.

“Ciao, Tania.”

 

 

 

 

 

 

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Prossima consegna: 28 giugno.
basta poco, un passo in più, non preoccupatevi di scrivere tonnellaggi importanti di battute! :)
 

Ritratto di Eliseo Palumbo

Bella la prima parte. Si è giocato sul "classico" vuoto di memoria, un biglietto, che comunque fa il suo efetto e stimola la curiostià.

Allo stesso modo il nuovo personaggio della seconda fase creare interesse intorno a se, riferendosi a un certo gruppo dei Mille, che sia la quarta o quinta perdita di memoria (il perché non ci è ancora dato saperlo), svela il nome del protagonista e infine l'esclamazione finale fa intendere che questa Sarah sia fondamentale.

Aspetto il prossimo turno, bella prova