JC - 1000 - Eliseo Palumbo

Non c'è timore nelle persone senza cuore, schive, impavide, sprezzanti del pericolo. Non hanno nulla da perdere, nessun affetto, nessuna intimità, nessuno che li aspetti la sera, se non le fredde lenzuola del loro giaciglio, nella migliore delle ipotesi; di solito vagano, cittadini del mondo, conosciuto e non, proprietari della libertà, quella stessa libertà che li rende schiavi dei loro istinti, dei loro impulsi, padrona indiscussa del loro essere, autorevole forza soggiogante, rigida catena indistruttibile, sostanza assuefacente.

Lo sapeva bene John Chocolate, che al posto del cuore aveva tre ticchettanti ingranaggi d'ottone racchiusi dentro un cilindro di legno incastonato al centro del petto e chiuso da un oblò in vetro trasparente. Portava sempre una camicia bianca, con i primi tre bottoni aperti, si vantava del suo essere, non portava la ben che minima vergogna. Tanto meno nascondeva i suoi arti superiori: nodoso legno di quercia.

Il legno non aveva segreti per lui, gli bastava toccarlo per comprendere, per conoscere la sua storia, i suoi segreti e i malfunzionamenti. Grazie a questo dono s'inventò un lavoro: il revisore.

La sua bottega era meta di meccanici, inventori, costruttori, in cerca della perfezione, anelanti il sigillo.

John aveva appena attaccato il suo sigillo, un adesivo raffigurante tre ingranaggi sorretti dalla dicitura JC-1000, sull'ultimo manufatto appena revisionato, camminò fino all'ingresso, aprì la porta e ruotò di 45 gradi i generatori di vapore ben fissati agli stipiti, formando così uno sbarramento, indicando la chiusura momentanea della bottega.

Il revisore tornò al suo bancone, si lasciò cadere sulla sedia, aprì un cassetto e ne tirò fuori una pipetta. Raccolse i lunghi capelli porpora in una coda alta, iniziò a oliare le giunture in ottone delle sue braccia, preciso, meticoloso, una goccia per volta, guardando oltre le lentiggini che costellavano il naso piatto. Le sopracciglia corrugate denotavano un'estrema concentrazione.

L'animale domestico di John, un piccolo drago in legno dalle ali di tela, con il cuore fatto di rotondi meccanismi d'ottone, se ne stava appollaiato sullo schienale, senza fare alcun movimento, con sguardo attento.

Il primo braccio era unto abbastanza, John stava passando al secondo quando il draghetto spiccò il volo e iniziò a volteggiare vicino al soffitto emettendo sbuffi di vapore.

«Che ti prende, SteamDragon?»

La porta si spalancò.

«Ehi! La bottega è chiusa, non ha visto l'insegna di vapore?»

«Me ne infischio dei tuoi orari! E ti avviso, oggi non ho voglia di scherzare.»

John riconobbe subito quella voce.

Il nuovo arrivato lanciò ai piedi del bancone l'Eternalboiler e le bobine di rame, con passi decisi e determinati camminò dritto fino al revisore e poggiò delicatamente il nano da giardino, che aveva sottobraccio, sul ruvido legno; tra i denti stringeva il suo inseparabile sigaro, eternamente acceso.

Il revisore allungò una mano verso il nano, ma non fece in tempo a toccarlo. Il cliente gli bloccò il polso con la mano scheletrica, priva di pelle, muscoli, legamenti nervi: fredde, bianche ossa.

«Non azzardarti a toccarla, è meglio per te, parola di Franz Tausendblumen.»

«Sei più strano del solito, vecchio. Entri tutto boccheggiante, lanci oggetti a caso sul pavimento della mia bottega, proteggi con paternale cura un nano da giardino, e infine questo», disse il ragazzo indicando la mano, «che ti è successo?»

«Ho avuto a che fare con un demone, ne sono uscito sconfitto, ma non è il momento di parlarne, tanto meno con te.»

«Spegni quel sigaro, vecchio.»

«Dunque?»

«Cosa?»

«Hai finito il lavoro?»

«La stupidità delle tue domande mi lascia sempre più stupito.»

«Cosa stai aspettando? Dammi la macchina.»

«Aspetto che tu spenga questo stramaledetto sigaro, mi sto intossicando, e voglio anche sapere cosa ti sia successo.»

«Non ti riguarda.»

«Ma è troppo affascinante. Guarda il tuo braccio. Privo di pelle, ridotto a qualche osso.»

Tausendblumen tirò su la manica della camicia fin sopra la spalla, strinse gli occhi e i pochi brandelli di pelle rimasti iniziarono a dissolversi creando una piccola, densa, rotonda biglia di materia oscura.

Il revisore fischiò, gli ingranaggi iniziarono a roteare ad alta velocità dentro il cilindro, l'oblò trattenne le scintille: «Affascinante! Molto interessante, davvero. Cos'è?»

«Materia oscura, John. Prendi la macchina del tempo adesso.»

«E il nano?»

«John! La macchina! Ora!» Urlò Tausendblumen strattonandolo.

Il draghetto si buttò in picchiata sul meccanico, con le fauci aperte sprigionò una nuvoletta di vapore chiara, tagliata da una lancia di fiamme, che colpì in pieno volto Tausendblumen, lasciando una coltre nera come la cenere.

John Chocolate con un fischio ordinò al piccolo drago di tornare al suo posto, sullo schienale della sedia; s'incamminò verso il retrobottega, tornò indietro dopo pochi secondi, appoggiò la macchina del tempo sul bancone.

Franz Tausendblumen afferrò il manufatto, il nano da giardino e guadagnò l'uscita.

«Vecchio, non vuoi sapere cos'ho sistemato?»

«Non ce n'è di bisogno. Dovrò usarla soltanto una volta, poi la distruggerò.»

«Non puoi.»

«È mia, ci faccio quel che mi pare.»

«Riformulo, non riuscirai a distruggerla, l'ho revisionata io, è perfetta, indistruttibile, pe-ri-co-lo-sa.»

Il meccanico non gli diede retta.

«E questa spazzatura? Questa è una bottega, non una discarica.»

«Un bonus per il tuo lavoro, compreso la materia oscura.»

«Quella la tengo, volentieri, ma questi te li riprendi.» Disse John afferrando rame ed Eternalboiler, prese la mira e lanciò il tutto su Tausendblumen, che perse l'equilibrio. Nano da giardino e macchina del tempo caddero al suolo. La statuetta restò miracolosamente integra, solo un leggero graffio sull'orecchio. Il meccanico fulminò il revisore con lo sguardo, mentre John si avvicinava ridendo, divertito dalla patetica scena. Chiuse la porta alle spalle del vecchio, cacciò fuori da un cassetto del bancone una boccetta di vetro e con cura maniacale vi intrappolò la materia oscura, poi tornò a oliare l'altro braccio.

Su Vecchio Villaggio, intanto, continuava a splendere il sole cocente.

 

Master - Tausendblumen esce dall'officina. Fuori Vecchia Vemana è un caotico ammasso di catapecchie di lamiera adagiate su un pantano di liquami scuri, olio, grasso. Qualche fogliolina tenta di riconquistare uno spazio e migliorare il mondo, nessuno sa se la loro resistenza sarà notata o avrà un peso su una
città dal suono meccanico di ingranaggi scadenti in cui la sera ha lo stesso colore della mattina, solo più scuro. Molto più scuro. Eppur mai pesto, il buio, non vince mai sull'alone malsano del sangue di Vecchia Vemana. “È una città malata”, dicono. Ma è solo sopravvissuta e è cambiata. In male o in bene dipende da cosa tu sia: legno, sale o ruggine.

La via di fronte assomiglia a un largo cunicolo di formicaio. Pieno. Sul lato opposto della via tre uomini robusti apparentemente senza pezzi meccanici ammutoliscono il ciarlare quando Tausendblumen esce dall'officina in tutta fretta. Lo fissano a lungo. Una donna cigola lenta e fatica a scansare l'avanzare dell'uomo. Un barbone avvolto da un lercio cappotto nero tradisce spavento, poggiato al muro dell'officina di JC, al comparire del cliente. Gli manca una mano (i pezzi sostitutivi sono lussi per delinquenti o ricchi) e, immerso nell'ombra dell'ampio cappuccio, sceglie di non infastidirlo con un tentativo di elemosina. Dopo un piccolo sussulto torna all'ombra dell'ampio cappuccio. Due ragazzi di fronte all'ingresso. Uno sorride e avanza. L'altro lo ferma deciso.

“Non è aperto!”

“Ma quell'uomo è appena uscito da...”

“Ci sono orari per i clienti e orari per i peggiori.”

Dopo un tentativo di risposta l'entusiasmo muore e vanno via. Un cane (tra le ultime creature in carne, seppur rare, balza di lato lontano da Tausendblumen. Un vecchio passa e lancia due dadi sul cappotto del barbone. Il relitto farfuglia un “grazie”. Due vespe ronzano per aria, di tanto in tanto stazionano di fronte alle persone, le fissano e riprendono a girovagare a caso. Una si alza ispezionando ogni centimetro di insegna, l'altra segue Tausendblumen e come con gli altri passanti, curiosa un po' di fronte al suo viso.

Il cane tenta un approccio amichevole con un bambino, un ladruncolo randagio anche lui. Funziona e vanno via insieme. Pochi metri lontano un ragazzo ha concluso la sua fuga e è stato intercettato da quello che potrebbe essere un suo superiore. Chissà come ha provato a fregare il boss della gang! Non finirà benissimo per lui. Una ragazza giovane, ben oliata o in pura carne, cerca di scontrarsi con quanta più gente lungo la strada e trafugare il più possibile dalle tasche e dalle sacche.

Potresti pensare che sia un elenco noioso. È vero. Ma se ti dicessi che nella Vecchia Vemana, niente accade di nascosto e c'è sempre qualcuno, quasi sempre più di uno che guarda, ascolta e conosce il suono dei vostri passi? -

 

Turno II

John Chocolate, finito di oliare il secondo braccio, cacciò fuori da un cassetto una delle sue amate barrette di cioccolato. La scartò e addentò, con i bianchi e affilati denti, un bel pezzo. Lo lasciò sciogliere in bocca assaporandone ogni minima parte. Ingoiata la sua razione energetica si perse a fantasticare sulla materia oscura intrappolata nel vasetto di vetro.

La piccola sfera, sospesa nel vuoto del suo contenitore, attirava a sé la smania di grandezza e la sete di potere intrinseche del giovane John. Il revisore slacciò i capelli lasciandoli cadere fin sopra le spalle, indossò il suo cappotto di panno, intascò il vasetto e uscì dall'officina.

L'attenzione del ragazzo fu attirata da un mendicante appoggiato alla parete della bottega.

«Quante volte devo ripeterlo? Vecchia Vemana è già un buco di culo di per sé, manchi solo tu a infastidire i clienti. Sparisci.»

Il barbone, con il volto immerso nel cappuccio del suo nero cappotto, senza proferire parola alcuna, iniziò a zoppicare, lasciando la sua postazione.

SteamDragon approfittò del momento per svolazzare alto. Emise un verso.

John Chocolate, spazientito, alzò lo sguardo verso l'animale domestico e vide una vespa. Fece un cenno con il capo. Il draghetto si fiondò sull'insetto, che incenerito, precipitò al suolo. John si chinò per osservarlo, con circospezione lo raccolse. John era allergico agli imenotteri. Tuttavia notò la natura dell'insetto: era una vespa-spia, una di quelle in legno con al suo interno due minuscoli nastri registratori. Era di continuo sotto osservazione, ma, John, non riusciva ancora a capire chi lo volesse spiare con tale audacia e insistenza.

Vecchia Vemana non era un covo di santi, senza dubbio, e nemmeno John lo era, se qualcuno avesse desiderato la guerra, lui, il revisore, gliela avrebbe data, non si sarebbe di certo tirato indietro, a maggior ragione proprio adesso, entrato in possesso di una fonte di energia inesauribile.

John chiuse la porta con doppia mandata e si avvicinò a un albero nei dintorni. Appoggiò le mani di quercia, chiuse gli occhi e iniziò ad ascoltare il lamento della pianta.

«Arriveranno giorni migliori, fratello albero. Te lo prometto. La natura tornerà rigogliosa, ti chiedo solo di resistere per qualche tempo.»

SteamDragon si poggiò sulla spalla del suo padrone. Il revisore aprì gli occhi, alzò il bavero del cappotto, tirò fuori dalla tasca un berretto di lana, raccolse i capelli, e indossò il copricapo.

Sul lato opposto al suo, tre uomini fissavano il revisore. Uno di essi fece un cenno con la mano. John lo ignorò.

«Ignorarci non serve a nulla, revisore.»

«Chi vi manda?»

«La giusta domanda è: perché ci hanno mandato?»

«Non m'importa.»

«Dovrebbe, invece.»

John attraversò la via, raggiunse i tre. Gli ingranaggi al centro del suo petto iniziarono a roteare, dal naso uscì del vapore, gli occhi divennero rossi come lava incandescente. Fulmineo afferrò la testa di due facendole cozzare tra loro. SteamDragon, appollaiato sulla spalla del revisore, lanciò una lancia di fiamme sul volto del terzo.

«Adesso raccogli i tuoi compari e torna da chi ti ha mandato. Voi stessi sarete la risposta al mittente. E non fatevi più vedere.»

Qualche metro più avanti, un mugugnare attirò l'attenzione di SteamDragon che si alzo in volo alla ricerca della fonte del mormorio.

Un uomo, che di umano non aveva più nulla, se non qualche pezzetto di carne appiccicato qua e là, stringeva le mani meccaniche intorno al collo di un ragazzino. Il draghetto atterrò su uno dei bracci meccanici.

«Che vuoi tu? Pussa via, bestiaccia!» Urlò l'avanzo di galera tentando di scrollarsi di dosso SteamDragon. Per tutta risposta, il draghetto emise un verso stridulo. John Chocolate si avvicinò.

Il piccolo drago continuava a strillare. John fece un cenno e SteamDragon volò sulla sua spalla.

«Be'? Ti sei ripeso la bestia, adesso fuori dai piedi.»

Il giovane con le spalle al muro, ormai cianotico per la stretta ferrea del suo punitore, strabuzzò gli occhi alla vista di John, provò ad articolare qualche parola e lasciò cadere il braccio meccanico che stringeva fino a pochi istanti prima in mano.

«Lascialo parlare, voglio sentire cosa ha da dire.»

«Chi sei tu per darmi ordini?»

«Nessuno.»

«Allora lasciami fare il mio lavoro. Non ha nulla da dire. I ladri vanno regolati e spesso il prezzo da pagare è alto: la vita stessa.» Disse l'altro stringendo ancora più forte il collo del ladruncolo.

John diede un leggero scossone alla spalla su cui riposava SteamDragon. Il drago di legno, ottone e tela iniziò a sbattere le ali. Il movimento d'aria colpì gli occhi del delinquente, che si trovò costretto ad allentare la presa per ripararsi.

Il giovane ladro riuscì a respirare nuovamente e massaggiandosi il collo mormorò: «Grazie, John.»

«Come fai a conoscere il mio nome?»

«Stavo giusto venendo da te. Volevo che revisionassi questo braccio, con il tuo sigillo, e solo così sarebbe diventato mio.»

«Dimmi, ragazzo. Ti appartiene, forse, questo braccio?»

«No. L'ho preso a loro. Me lo avevano promesso, in cambio di un favore ignobile. Dovevo aspettarmelo che non avrebbero mantenuto la parola.»

«Non posso aiutarti. E non dimenticare che il fine non giustifica i mezzi. Non revisionerò mai qualcosa di rubato.»

«Tu non lo avresti mai saputo.»

«Ti sbagli. Sottovaluti questo revisore.»

«Non volevo. Mi dispiace.»

«Scusarsi non serve a nulla. Buona morte.»

Il delinquente osservò la scena come in trans; quando John si allontanò, l'uomo riprese quello che era stato interrotto afferrando il collo del giovane ladro.

John Chocolate continuò la sua passeggiata mischiandosi tra la folla, cercando di evitare le pozzanghere, ma era troppo tardi, le sue calzature erano tutte inzaccherate. Si calò per qualche istante, nel vano tentativo di pulizia, ma ottenne l'effetto contrario, per di più sporcò anche la manica del cappotto.

Una giovane ragazza lo colpì fortuita. John alzò lo sguardo e vide una bellissima creatura: capelli color dell'argento, occhi viola, un sorriso affabile, nessuna traccia di pezzi aggiuntivi, pura carne, bella, affascinante.

«Mi scusi.» Disse frettolosa lei.

«Colpa mia, mi sono fermato di botto. Si è fatta male?» Chiese lui.

«No, no. Grazie.» Rispose sgattaiolando via veloce.

John la osservò per qualche secondo, poi rimise le mani in tasca. Gli ingranaggi sul petto si fermarono di botto per qualche secondo. Frugò meglio, controllò le tasche interne del cappotto, rovesciò il fodero delle tasche esterne. Fischiò e SteamDragon si lanciò alla ricerca della ragazza. Le rotelle d'ottone adesso ruotavano all'impazzata: il vasetto con la materia oscura era sparito.

 

Master - A Vecchia Vemana ogni cinque minuti muoiono, in media, tre persone. Persone di cui nessuno sentirà la mancanza. In questi cinque minuti è toccato a due scagnozzi di un Boss di una gang di scarso livello, che per aumentare il prestigio della propria banda, tentavano maldestramente di pianificare un furto nell'officina di JC. Che ingenui! E a un cucciolo di strada, pericolosamente altrettanto ingenuo, che voleva solo il vantaggio di avere entrambe le braccia, ma quello mancante l'ha chiesto a una “Famiglia” troppo in alto nel gradino sociale del ghetto per poter permettersi di fregarla, troppo in basso per sperare che mantenesse una promessa.

Così va a Vecchia Vemana. È un setaccio selettivo stretto, fitto. Di migliaia di nuovi figli di noia, violenza e povertà, pochissimi scivolano quasi indenni tra le trame del filtro. Uno dei trucchi è mantenere la bellezza della carne. Morbida e flessibile si infila meglio tra le pretese del setaccio sociale. Così una ragazzina dai capelli d'argento e gran occhi viola sorride, come una lunga donnola fatta d'acqua infila le crepe più sottili sulla pelle della città e senza lasciar odore o impronta svanisce nel nulla. No non la ritroverai. Non la racconterai, se non avrai il permesso. È Danna. Una delle ultime ladre dell'antica Gilda. La quinta dei dieci ladri rossi che riuscirono a rubare e nascondere per un po' di tempo tutti i denti delle cose cattive e dare al mondo qualche anno di respiro.
Ma questa è un'altra Storia, ve la racconteremo più avanti. Ora i denti sono di nuovo sparsi e, ora, è quello che è.

La Gilda è di nuovo attiva. JC1000 ha perso la materia, Arcquanna, la donnola d'acqua è fuori dalla portata del narratore. Il flacone della materia?

Oh, Chocolate! Puoi chiudere fuori gli uomini dalla tua officina. Ma dovresti stare attento a cosa, o a parte di chi chiudi dentro. Dai muri dell'officina una decina piccoli di RodBug rotolano appallottolati per assembrarsi vicino all'uscio. In fila indiana rosicchiano una via e recuperare una fuga all'aperto.
Fuori tra i piedi di una folla inconsapevole i RodBug sollevano il secondo tergide per estroflettere ali di plastica e volano via in un piccolo sciame.

Un chilometro più lontano, un barbone avanza sotto un grande cappuccio nero e viene urtato maldestramente da una ragazzina dai capelli d'argento. Né l'uno nell'altro accennano una lamentela o una scusa.

La ragazzina sparisce dentro un'altra crepa. Il barbone abbandona la ressa per un viottolo cieco e buio.

Lo sciame di RodBug ronza sottile sopra le teste della ressa si ammassa di fronte a un vicolo e sparisce dentro le sue fauci senza luce. Il ronzio si fa più meccanico, i piccoli isopodi spia volanti, cominciano a ammassarsi l'uno sull'altro perdendo la forma originaria e compattandosi in una unica massa. La massa raggiunge un polso monco, perfeziona la forma di una nuova mano si ricongiunge al suo braccio.

Barbone e ladra non sono utilizzabili dal giocatore.

 

Turno III

 

JC-1000

 

Parte III

 

di Eliseo Palumbo

SteamDragon volava sulla folla in cerca della ladra, quando un rumoroso, repellente isopode volante, lo colpì trapassando una delle tele, strappandola. Il drago lasciò perdere la sua ricerca e a fatica, con una sola ala, inseguì l'inconsapevole aggressore.

John Chocolate diede un'occhiata verso il cielo fuligginoso, alla ricerca di SteamDragon. Lo vide deviare; svolazzava maldestro. Cambiò direzione verso il suo animale domestico, noncurante delle oleose pozzanghere, dei fumi che salivano dalle grate, guardiane delle fogne, e dal continuo strusciarsi da parte di quella folla, ridotta a un immondezzaio di carne maciullata, mutilata, e spesso anche divorata.

SteamDragon s'infilò in un cunicolo stretto, buio, silenzioso.

John aguzzò l'udito: un ronzio di insetti. Era troppo buio per poter evitare la puntura di una delle infernali bestie. Fece un passo oltre la luce, il rumore diminuiva d'intensità, tuttavia non riusciva a sentire, tanto meno vedere, il suo draghetto. Un altro passo. Il ronzio aumentò.

“Saprà arrangiarsi. Tornerà a casa, conosce la strada.” Pensò il revisore mentre tentava di districarsi tra la ressa che affollava Vecchia Vemana. Mezzi esseri umani, mezzi macchine, metà brandelli penzolanti, metà legno , sangue commisto a linfa.

Raggiunto l'ingresso della sua officina, l'attenzione del revisore fu attratta dal buco lasciato dai RodBug. Toccò il legno bagnato e appiccicoso, sembrava bava. John si fiondò dentro la bottega: era vuota, tutto in ordine.

«Che storia è questa?»

John raggiunse il retrobottega, afferrò tre TecnoAracno, diede loro la carica con la chiave d'ottone, che sporgeva dal dorso, e i tre ragni iniziarono a riparare il buco.

Sedutosi sulla sua sedia, addentò un pezzo di cioccolato. Le sue orecchie erano ancora piene di quel orripilante ronzio. John si passò un dito su entrambe le orecchie, chiuse gli occhi, e scosse la testa. Nulla da fare, quel rumore non se ne andava. Riaprì gli occhi e ai piedi del tavolo vide qualcosa di strano, che non gli apparteneva. Fece un respiro profondo e svelto allungò la mano afferrando l'insetto: aveva le piccole zane piene di bava e segatura. John, accecato dalla rabbia, strinse talmente forte il pugno da far letteralmente esplodere il RodBug. Lo scricchiolio dell'esoscheletro lo fece stare bene. Tuttavia doveva recuperare SteamDragon a tutti i costi.

Il revisore pigiò un interruttore sotto la propria scrivania, alle sue spalle si aprì un'insenatura, illuminata da alcune torce, che indicavano la discesa per il piano inferiore. La stanza era umida e maleodorante, tuttavia il suo contenuto era prezioso, unico.

John Chocolote indossò una maglia di ferro a trama stretta, un'imbottitura con tasche ricucite sul petto, l'addome e i fianchi. Ogni tasca fu riempita con SteamBomb, caricatori pieni di cartucce, armi da taglio. Tolte le calzature, il revisore indossò pantaloni e anfibi neri. Impugnò i manici di una borsa e ci ficcò dentro un elmo in legno di quercia.

Tornato al piano superiore, si assicurò che i TecnoAracno avessero completato il lavoro, li disattivò e li rimise al loro posto. Diede un'ultima occhiata alla bottega: questa volta era veramente vuota.

Con passo deciso, nascosto nel suo cappotto nero, si diresse verso il cunicolo dove aveva perso di vista SteamDragon.

Il sudore gli procurava un fastidio pruriginoso. Raggiunto l'ingresso tentò di udire qualcosa, ma tutto taceva. Tolse il cappotto, lo piegò all'interno della borsa e indossò l'elmo con una leggera fessura orizzontale all'altezza degli occhi, guarnita da un vetro spesso e opaco.

John s'intrufolò nel viottolo. Con circospezione si guardava intorno quando calpestò qualcosa. Un leggero mormorio. John si calò e riconobbe il suo drago. Lo raccolse e lo appoggiò sul suo braccio destro. Come attratta da una forza invisibile, la punta della coda strisciò e s'insinuò all'interno di un nodo.

«Bravo, amico. Prendi tutta l'energia di cui hai bisogno.» Disse passando l'altra mano sulle tele.

SteamDragon, mentre passavano i secondi, allungò le zampe avvinghiandosi saldamente all'avambraccio di John, gli artigli si unirono in una morsa. Gli ingranaggi che formavano il suo motore pulsante trovarono posto in una fessura della quercia di John. SteamDragon spalancò le fauci, tramutando il volto affusolato, la lingua si accartocciò su se stessa dando vita alla canna di una pistola. Le squame sulla schiena si sollevarono dando luogo a un cilindro, all'interno del quale andavano inseriti i caricatori con le cartucce. L'assemblaggio era completo.

John continuò a camminare lento nell'oscurità, con la sua arma puntata davanti a lui, pronto a sparare.

Il silenzio era interrotto dal rumore dei suoi passi, dallo squittire dei topi, lo svolazzare di vecchie cartacce sospinte dall'aria puzzolente, e da un suono sommesso, pacato, ma allo stesso tempo sordo. John si fermò. Cercò di distinguere quel nuovo rumore. Sembrava come se qualcuno avesse difficoltà a respirare. Chocolate fece ancora qualche passo. Una lancia di fioca e grigia luce divideva l'oscurità in cui era avvolto il revisore dalla prossima ignota. Oltre quella luce diagonale c'era la sorgente del rumore. John fece un passo. Una mano sbucò dal nulla liberando John dal suo elmo. Il ragazzo fece un passo indietro. Un ammasso ronzante, deforme, dai contorni frastagliati, si presentò sotto la luce. Lento il ronzio svaniva lasciando il posto a un respiro pesante, mentre i bordi definivano una forma umana.

«Tu chi sei?»

«Il tuo ammiratore numero uno, John.»

 

Master - “Ce ne hai messo di tempo, Chocolate!”. Una sagoma grande, grande anche per un uomo grande. La sua voce perdeva di secondo in secondo quel fastidioso effetto vibrato e si schiariva man mano che definiva i contorni e camminava sicuro verso John. “Come ti sei conciato? Non è pesante tutta quella roba addosso?”, e gli passava di fianco bussando con l'elmo sul petto per renderglielo. “E con tutto quell'arsenale rischi soltanto di saltare in aria.”. Lo oltrepassò, invitandolo a recuperare più aria e più luce fuori dal viottolo. “Quindi hai lasciato davvero la macchina del tempo a quel disperato?”
fuori dal vicolo, la luce, svelò la faccia secca e affilata del barbone monco. Ma con entrambe le mani attaccate al corpo e un'andatura agile. “Cavolo!”. Si volse verso il meccanico. “Mi sa che se hai organizzato già la tua settimana, ti toccherà disdire un po' di prenotazione e dedicarti a lui!”.

Fece spallucce. “Avrei avuto tutta la voglia di seguire quel folle dentro la tua officina e liberarmi di lui, prima che facessi una scemenza del genere, ma poi ho pensato che avresti frainteso e mi sarebbe toccato accoppare anche te!”. Scosse la testa sotto il cappuccio. “Peccato.”

“Comunque, non abbiamo il tempo per fare conoscenza più di questo, ma se vuoi ancora del tempo, e sembra che tu il tempo di cambiare sta fogna lo voglia, vedi di acchiappare quell'asino e convincilo a rassegnarsi. Non c'è più una figlia per lui neanche nel passato. I ladri della Gilda rossa son tornati...”, svolazzò una manina. “... Sì, ti spiegherò tutto con calma, tu digli che gli undici della gilda sono ora dieci. TimeLine è morto, una finestra dopo l'altra, si è consumato dando la caccia a tutte le figlie possibili che potesse avere. Ora è una donna, figlia di un mercante di spezie, moglie del Terzo ladro della gilda rossa, Felpato, Un Silmehej, due secoli prima di questo macello. Dentro un altro macello, ma quello per lei finirà almeno bene. Quello che ti interessa ora, e interessa a me, a tutti, e riprenderti quell'aggeggio, e se proprio non vuole rassegnarsi a aiutarci fallo fuori e ciccia. Non è tempo per arzigogoli morali o etici, questo. Io ho da rincorrere la mia donnolina, sulle tracce di quel piagnucolone di Varg prima che si lasci masticare da un meccalupo: ha un gusto perverso per il gotico eroe decadente e maledetto! Mannaggia a lui! Se non ritrovi quell'animale e il suo aggeggio del tempo, dati alla droga e all'alcol e goditi questi ultimi anni di mondo senza foglie.” Salutò scimmiottando una posa militare e si dissolse in uno sciame di vespe nere. Come un nugolo di frecce, in un fischio volò via.

 

Turno IV

 

 

JC – 1000

 

Parte IV

 

di Eliseo Palumbo

John sventolò una mano per sicurezza, non ci teneva a essere punto. Il revisore non capì assolutamente nulla di quello che il barbone gli aveva appena detto. Tuttavia di una cosa era certo, se quello strano essere lo aveva tallonato così a lungo un motivo doveva pur esserci. Inoltre il vecchio era in fin di vita, se l'era cercata? Non lo sapeva. Era arrivato il suo destino? Non gliene importava. L'unica cosa che contava era capire appunto il motivo, perché proprio lui, John Chocolate braccia di quercia.

John non era tipo da prendere ordini ma il barbone lo aveva osservato veramente per bene, aveva capito su cosa puntare: la curiosità di John. Il revisore voleva sapere a tutti i costi a cosa fosse destinata la macchina del tempo che aveva revisionato.

Gli ingranaggi nel petto ruotavano veloci. SteamDragon aveva recuperato le forze, ma non poteva ancora prendere il volo a causa dell'ala spezzata.

I fiochi raggi solari, filtrati dalle spesse nubi, divennero meno flebili, il cielo di oscurava e la sera stava entrando silenziosa in scena. Qualche goccia cadde dal cielo. La folla, costante di Vecchia Vemana, iniziò a diradarsi. I primi iniziarono a incamminarsi veloci in cerca di un riparo, i ritardatari correvano veloci, cercando di evitare l'acqua. John fece una smorfia di dolore, una goccia creò un vapore sinistro sul suo braccio, diede un'occhiata e l'acidità della pioggia, quel giorno, era maggiore rispetto al normale. Entrò al Maccheroni Bistrò, non voleva squagliarsi sotto l'acqua né tanto meno danneggiare ancora di più il suo draghetto. I tavoli erano pieni, ma silenziosi. John raggiunse il bancone, ordinò una cioccolata calda. Ci soffiò sopra mentre continuava a tormentarsi il cervello sempre con le stesse domande. Intanto la sera diventava sempre più tetra. Una mezza macchina, con perdite di vapore da tutte le giunture, si sedette vicino al revisore.

«Sei Chocolate, vero? John Chocolate, intendo dire.»

«Che ti serve?»

«Potresti sistemarmi? Ho dimenticato cosa significhi camminare allegramente.»

«No. Non è questo il mio mestiere.»

John pagò con due tappi di bottiglia e si alzò. L'interlocutore lo fermò per un braccio. Gli ingranaggi nel petto iniziarono a emettere scintille, gli occhi divennero incandescenti: «Non devi toccarmi.» Disse Chocolate prima di bucare il torace di legno dell'altro con un secco pugno, lasciandolo inerme a terra.

Un farfugliare si diffuse al Maccheroni Bistrò. John guadagnò l'uscita, la pioggia si era calmata, quasi sparita. Iniziò a camminare nel buio con il suo elmo in mano e l'imbottitura armata addosso.

Raggiunse i confini estremi di Vecchia Vemana. L'officina di Franz Tausendblumen era illuminata. Da dietro la porta principale si poteva sentire un frenetico battere metallico. Senza bussare, John scostò la porta ed entrò. Con passi felpati raggiunse il meccanico alle spalle.

«Come va', vecchio?»

«Chi va la'?» Disse Tausendblumen saltando in aria e capitolando a terra con la chiave inglese puntata verso il visitatore «ah, sei solo tu. Non ho tempo John. Vattene.»

«Hai mai sentito parlare di una certa Gilda rossa o dei ladri che la compongono?»

«No.» Rispose distratto Tausendblumen intento ad avvitare un bullone.

«Nemmeno io, fino a oggi pomeriggio. Ho avuto uno strano incontro.»

«Me ne frego dei tuoi incontri.»

«Un membro di questa Gilda, certo TimeLine, è rimasto intrappolato, se ho ben capito.»

«Senti, John, cosa diavolo vuoi?»

«Quel barbone farneticava qualcosa su tua figlia.»

Franz balzò in piedi, serrò le scheletriche dita attorno al collo del revisore. John spezzò il braccio del meccanico con una gomitata. Franz indietreggiò mentre radio e ulna penzolavano sul petto di JC con le dita ancora avvinghiate intorno al collo. Il revisore se ne liberò, lanciò a terra i resti dello scheletro.

«Vecchio, stai attento a quello che fai.»

«Non osare nominare mia figlia, o te ne pentirai.»

«Non hai più una figlia. Scordatelo. Tornare indietro non ti servirà a nulla.»

«Bugie. Tutte fandonie. Sono sicuro che ci riuscirò.»

Tausendblumen afferrò il nano da giardino e con un piede pigiò uno dei tasti della sua macchina del tempo. Una tempesta di fulmini si scatenò all'interno dell'officina, un impulso elettromagnetico fece sanguinare le orecchie di John Chocolate, le saette iniziarono a domare il caos organizzandosi in un turbine bianco-viola con al centro la macchina del tempo. Il revisore avvolse SteamDragon al suo braccio e con un balzo raggiunse Tasuendblumen toccandolo mentre stava per entrare nel vortice. I due sparirono.

Quando John riaprì gli occhi iniziò a vomitare. Lo stomaco era sottosopra, la faccia piena di fango e olio, era atterrato su una pozza. A pochi metri di distanza Franz Tausendblumen si disperava: il nano da giardino era andato distrutto e così l'anima di sua figlia si era persa.

John cercò di darsi una ripulita, era ridotto a uno straccio. L'imbottitura era fradicia e pesante, decise di toglierla. Raggiunse il vecchio Tausendblumen e gli poggiò una mano sulla spalla.

«Tu, bastardo insolente. È tutta colpa tua.»

«Ti avevo avvisato, vecchio. Era tutto inutile.»

«Se solo non mi avessi spinto, non sarei precipitato.»

«Era il tuo primo viaggio nel tempo, vecchio. Non puoi saperlo. Ti saresti schiantato ugualmente, perché non hai voluto sapere le modifiche apportate.»

«Non me ne frega nulla delle tue modifiche. Lasciami in pace.»

«Come vuoi, ma questa la prendo io. Torni con me o resti qui?»

«Che senso ha tornare? Cercherò mia figlia del passato.»

«Che noia, Franz.»

«Vattene, avrei voluto tanto non averti salvato la vita.»

«Adesso basta, vecchio cialtrone da quattro tappi. Non puoi scaricare su di me i tuoi fallimenti come padre. Ammettilo a te stesso, non sei mai stato e non lo diventerai mai un buon padre. La tua vita sono la scienza e le invenzioni. Se mai riuscirai a conciliarti con tua figlia in questa era, dopo qualche tempo sarai in grado di mandare tutto in aria, ancora una volta. Dici che non avresti mai voluto salvarmi, perché? Vuoi dare la colpa a me della tua sete di sapere, non te l'ho chiesto io di ridurmi a un essere senza cuore dalle braccia di legno, lo hai voluto tu, approfittando dell'amore di una madre per il suo bambino, quando in realtà ero solo un esperimento ai tuoi occhi, se fossi morto non te ne sarebbe fregato nulla. Adesso vedi di smetterla e reagisci, se ne sei in grado.»

JC prese il marchingegno, tarò il numero di anni e direzione, strinse la macchina al petto, chiuse gli occhi, visualizzò il luogo nella mente e pigiò il pulsante. Il vortice di fulmini lo fece viaggiare nel tempo e nello spazio facendolo spuntare, senza caduta alcuna, davanti la sua bottega. Entrò, poggiò l'aggeggio sul bancone, prese posizione sulla sua sedia, diede un morso alla barretta di cioccolato e iniziò a riparare SteamDragon.

Il barbone, prima o poi, si sarebbe fatto vivo.

 

Master – Timeline s'alzo brusco dalla sedia. Il consiglio dei cinque ammutolì per fissarlo.

“TimeLine, che succede?”

L'antico ladro illuse gli spettatori di una buona notizia, ma in un battito di ciglia una maschera disperata lo avvolse e si tinse di rabbia.

“NO!”

“È qui? È arrivato? Abbiamo la macchina?”

Timeline incollo il viso sul tavolo.

“Sì è qui!”

Non concesse il tempo al sorriso d'allungarsi. Una mano porse le nocche al legno del tavolo, violenti, rabbiose.

“Non era solo!”

Tassacqua allargò le braccia.

“E che problema è? Mandiamo Slow e Pavement. Abbiamo i migliori ladri rubati alle Gilde degli assassini, mandiamoli a prendere i viaggiatori e la macchina e risolviamo sto casino. Piederosso non potranno tenere al sicuro ancora per molto i Semi. Dobbiamo portarli lontano da qui!”

“Mi ascolti, Tassacqua?

La donna alta strinse gli occhi fasciati di nero, sul viso pallido.

“Ora è solo!”

“Cosa...? hai appen...”

Timeline sbottò, una brocca tracimante di rabbia e disperazione.

“È stata aperta una seconda porta!”

“Che...?”

“La macchina è tornata indietro!”

Tassacqua crollò di nuovo sulla sedia. L'unica macchina del tempo disponibile al sacrificio era di nuovo uno degli ultimi ladri della gilda rossa. Timeline. Di nuovo freddo e glaciale, torno a sfreddare il suo scranno.

“Spedite Pavement da Piederosso e Felpato, slegate Puzzle e Slow, che mi portino il viaggiatore. Lo voglio a pezzi e vivo su questo tavolo in poche ore. Dobbiamo capire da quale preciso istante arriva, da dove e chi fosse il secondo viaggiatore che ha aperto la seconda porta per tornare indie... avanti!”

E Tausendblumen finirà a pezzi, ma vivo, sparso sul tavolo del consiglio del ladri della gilda rossa.

Il giocatore non può rimontarlo. Gneheheh.

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Ser Palumbo per lei la prossima scadenza è il 26 giugno. Andiamo lunghi, ma se consegnerà prima, prima le faremo avere il seguito.

Buona fortuna.

Ritratto di Eliseo Palumbo

Ho appena inviato il seguito per mail.

Attendo la vostra parte.

A presto

Ritratto di LaPiccolaVolante

Corrooooo!

 

Ritratto di Eliseo Palumbo

Molto bella la vostra seconda parte.

Ho appena inviato la terza :)

Ritratto di LaPiccolaVolante

Aspettiamo la quarta ehehe

 

Ritratto di Eliseo Palumbo

L'ho mandata due giorni fa, se non vi fosse arrivata avvisatemi così la invio nuovamente