I Favolosi Pasternak (di Ser P.)

Tutti chiusero gli occhi, nell’attimo esatto in cui sparì, altri giurarono e spergiurarono…

Non fa così, dopotutto, quella famosa canzone?

Ma andiamo per ordine, che ogni esibizione mica inizia con la fine, altrimenti la fine sarebbe l’inizio e l’inizio sarebbe la fine e poi diventerebbe dare un problema.

Il fatto è che a chi vuoi che interessi più il circo, oggi? Hai voglia a dire che siamo i Favolosi Pasternak, che giriamo il mondo in lungo e in largo da non so più quante generazioni, che abbiamo fatto sognare e divertire contadini e re, che abbiamo regalato gioia in tempo di guerra ed emozioni e brividi in tempo di pace. Il nostro carrozzone non si è mai fermato, non abbiamo mai fatto un giorno di pausa, sempre in movimento, da una città a un’altra, da un continente al prossimo, attraversando mari, campagne, scalando montagne. No, anche se tutto intorno a noi si è fatto poco a poco silenzioso, anche se quelle mani che prima si spellavano pian piano hanno prima placato, poi interrotto il loro battere a tempo, anche se le risate dei bimbi, lo stupore degli occhi, la dolce malinconia dei ricordi degli anziani… Anche se tutto questo non ci accompagna più, noi no, non ci fermiamo. Lo abbiamo giurato sui resti dei nostri antenati, su chi ha onorato con gloria questo cognome, su chi non ha mai avuto dubbi, ma solo un sentiero, solo una via, dritta, senza deviazioni, senza indugi, senza paure, rimorsi, rimpianti.

Ma chi vuoi che possa emozionare, oggi, il circo? Oggi che una qualsiasi sciacquetta diventa famosa perché ti insegna a pittarti le unghie, o perché ha un bel culo, o canta parolacce senza saper cantare. Chi vuoi che si sorprenda, nel vedere due acrobati danzare per aria, a giocare col vuoto, a sfiorasi nel vento, in mondo di schermi, di effetti che rendono finto anche il vero, che desensibilizzano al bello, che annoiano. In un mondo che non legge più di quattro parole, che non si concentra, che non sogna.

Se nessuno pensa a noi, forse non esistiamo più. Ma noi esistiamo, eccome! E lo gridiamo a tutti! A gran voce! I Favolosi Pasternak, questi siamo!

Oh, e che nessuno si provi a dirlo che non ce l’abbiamo messa tutta, come una nave che affonda contro corrente. Noi siamo rimasti a galla e abbiamo veleggiato, e remato, e spinto, e l’abbiamo risalita forza fluente che ci voleva sconfitti, atterriti, no, questo mai!

E quando si sono radunati fuori dal tendone, coi loro cartelli, e quegli slogan, e quei pupazzi macchiati di finto sangue, a gridarci che eravamo assassini, torturatori, che una tigre non nasce in gabbia ma libera di sgattaiolare ferina nella foresta, non viene al mondo per essere umiliata con la frusta, che non esiste per essere domata. A noi vengono a gridarle queste cose, a sputarci contro il loro rancore alla moda, senza sapere nulla di noi, senza conoscere niente di loro, i nostri figlioli. Animali li chiamano, noi li chiamiamo per nome: Guru, Balzar, Liò, Astura, Verania. Cosa ne sanno delle notti insonni, accanto ai loro dolori inespressi, mentre noi gli parliamo, gli carezziamo la folta pelliccia. Chi credono di essere quando ci accusano, mentre noi dividiamo con loro i pasti, i giacigli, gli sforzi a imparare una mossa, il sudore a provare, cadere, rialzarsi. Loro le chiamano bestie, noi li chiamiamo fratelli.

Ci hanno odiato per questo, volevano liberarli, e noi li abbiamo messi al centro dei nostri spettacoli, a dimostrargli che non erano schiavi ma protagonisti. E si sono divertiti a vedere Balzar inseguirci con la frusta, ringhiante. Hanno sobbalzato sulle tribune di ferro mentre Astura faceva a botte con Plinius Pasternak, e hanno scommesso su di lei, hanno puntato sulla scimmia. E abbiamo spento i cerchi di fuoco, e abbiamo chiuso il ring della giungla, e li abbiamo saluti col pianto, quando quegli uomini in armi e divisa sono venuti a rapirceli. E li abbiamo ricordati in grandi bevute, leggendo la notizia delle loro morti.

Ma non ci siamo fermati, ci siamo allenati, ci siamo dedicati anima e corpo al nostro spettacolo, e i nostri fratelli diversi erano una parte essenziale, aorta sanguigna. E abbiamo imparato, ricordando i tanti momenti passati insieme. Abbiamo ripetuto i gesti che tante volte gli avevamo visto fare, la lingua che tante volte gli abbiamo sentito parlare. E abbiamo indossato finte pellicce, ci siamo truccati, mimetizzati. E a loro è piaciuto. Lo hanno applaudito. Per un po’, sino a che, come tutto, non gli è venuto a noia. Ma noi non ci siamo arresi, abbiamo pensato ad altro. Loro ci chiedevano di più, ci avrebbero chiesto il sangue, avessero potuto, e noi glielo abbiamo dato. In un mondo violento, nel quale nessuno si ferma a soccorrerti se cadi, ma ti fa un video mentre vieni investito da un tram, in un mondo così, che assurdità c’è in due trapezisti che dondolano sulla loro altissima altalena senza rete, sopra punte acuminate, con cerchi d’acciaio pinzati sulla schiena: d’altronde si chiamano o no, trapezisti? Perché non dondolarsi sul trapezio? E lo hanno trovato disgustoso, ma quel disgusto piacevole, quel dolore sofferto dagli altri che intriga, che lecca lascivo le labbra. E sono venuti in tanti, a guardare lo spettacolo, con quella curiosità cattiva del frustrato, in attesa che succedesse ciò che poi è successo. Perché lo puoi allenare finché vuoi quel muscolo, ma alla fine si è strappato. E il sangue, la caduta, lo sfacelo. E finito il ribrezzo posticcio, si sono alzati, come sempre, e non sono più tornati.

Ma noi non ci siamo arresi, noi no! Siamo i Favolosi Pasternak, dopotutto. I nostri spettacoli hanno fatto lustrare gli occhi ai più impassibili spettatori, costringendoli a implorare: ancora ancora ancora! E noi glielo abbiamo dato!

Così Silhouette si è alzata in piedi, fiera della sua ciccia tremolante e ha detto “Sì, lo faccio!”. E quegli ultimi risparmi li abbiamo spesi per compare quella macchina. Tutti a dire che non funzionava, tutti a parlare di eresia, di baracconata da B-movie degli anni ’50. Ma noi siamo gente cresciuta in un sogno, e se un imbonitore si ferma col suo carretto in uno spiazzo polveroso di una desolata cittadina di case di legno, come ai tempi dei migliori Western di frontiera, perbacco se non lo compriamo quello che vende!

E la abbiamo azionata quella macchina infernale, come il fracasso che faceva, di sbuffi di vapore e cigolii e bulloni con la tremarella. Poi una specie di grande lampadina ha vibrato e si è illuminata, e una serie di scariche elettriche l’hanno attraversata, e come i capelli di Agospina prima della pettinatura sono esplosi come fulminei raggi di sole e si è aperta quella specie di buco nel cielo. E loro, seduti su quelle panche sono rimasti a bocca aperta. E l’hanno spalancata ancora quando il cannone ci ha sparato dentro Silhouette. E lei non è più uscita. E le hanno spalancate sempre di più le loro bocche, che non potevano più chiuderle, quando i menti e le labbra sono state risucchiate, e il buco si è fatto sempre più largo, più buio, più vicino. E uno a uno sono saltati dentro, uno a uno ci ha attirato a sé. E avreste dovuto vederlo, oh sì, un numero degno dei Favolosi Pasternak!

 

Commenti

Ritratto di Seme Nero

Come diceva un vecchio amico: racconto strano.

Alla fine l'ho trovato un bel monologo, gli manca giusto un po' di vivacità nella prima parte, ma il guizzo di fantastico nel finale l'ho apprezzato molto!

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Grazie! Diciamo che sino all'ultimo non ero in grado di giocare, poi l'ho buttato giù di getto allo scadere del termine e non c'è stato modo di sistemarlo, ho scelto la prima persona proprio perché sapevo che mi avrebbe aiutato in questa necessità. Già mentre lo scrivevo mi venivano in mente altre idee ma oramai era tardi.

Ritratto di Pilgrimax

Ciao Ser Pilloni. Be' si vede che l'hai scritto di fretta. L'idea contenuta nel paragrafo finale mi piace, un po' meno tutto il resto e la realizzazione... mi sa che stavi un tantinello "incaxxato" con tutto e tutti quando l'hai scritto... prendilo solo come un mio sentore, probabilmente sono completamente fuori strada, ma mi ha dato proprio questa impressione. Perché, se da un lato hai usato la prima persona e quindi il narratore è uno dei (oppure sono) i favolosi Pasternak, e quindi quello che scrivi dovrebbe essere il loro pensiero e non il tuo, la soluzione del monologo, del flusso di coscienza, abbinata ai tanti, troppi, pezzi un po' sopra le righe, quasi parternalistici, troppo da morale, mi ha completamente rifatto faccia, scaraventandomi fuori. Mi riferisco soprattutto a questi pezzi:

"Ma chi vuoi che possa emozionare, oggi, il circo? Oggi che una qualsiasi sciacquetta diventa famosa perché ti insegna a pittarti le unghie, o perché ha un bel culo, o canta parolacce senza saper cantare. Chi vuoi che si sorprenda, nel vedere due acrobati danzare per aria, a giocare col vuoto, a sfiorasi nel vento, in mondo di schermi, di effetti che rendono finto anche il vero, che desensibilizzano al bello, che annoiano. In un mondo che non legge più di quattro parole, che non si concentra, che non sogna."

"in un mondo violento, nel quale nessuno si ferma a soccorrerti se cadi, ma ti fa un video mentre vieni investito da un tram, in un mondo così, che assurdità c’è in due trapezisti che dondolano sulla loro altissima altalena senza rete, sopra punte acuminate, con cerchi d’acciaio pinzati sulla schiena: d’altronde si chiamano o no, trapezisti?"

anche fossero il pensiero del personaggio (e non dell'autore), sono troppo schierati, il personaggio sarebbe troppo a senso unico e, pertanto, poco reale. Opinione mia, eh. I Capitani sapranno dirti meglio.

Del resto, anche per te, come per Semenero, le aspettative del lettore sono alte ormai ;-) Quindi, in sintesi, non ti permettere più di fare una cosa fatta di fretta! Non puoi deluderci così! ahahahhahah... si scherza, ovviamente. A rileggerci con piacere.

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Hai ragione su tutto! Soprattutto sul fatto che non volevo e dovevo scriverlo, ma la chiamata alle armi dei Capitani mi ha spinto a scendere in campo, anche solo per prendere un proiettile al loro posto. Ma ho da chiedere scusa, a loro, a voi, alla storia, per aver fatto le cose male e in fretta! Usatemi come carne da cannone, stavolta. Volevo solo farvi sapere che "Ci sono anche io!"

Ritratto di Gana Mala

Beh! Oddio! Scritto male non esageriamo! Io l'ho vista come una bozza e sono sicura che se tu avessi avuto il tempo e la serenità per aggiustarlo, ne sarebbe venuta fuori una gran storia. Conservala per il futuro, che non si sa mai! :)

Ritratto di LaPiccolaVolante

E non ci trovo niente di male nello scrivere in sella al proprio umore. Sì, qui ci sarebbe di andare di gran lima e aggiustamenti, percò alla fine è una buona strategia per la ricerca del soggetto, quella di fregarsene un pò e dar sfogo.
Intanto l'idea rimane, diminuendo la propulsione emotiva poi si scopre che quell'impatto ha aperto mille mila porte da sfruttare e ci si ritrova, certo, a dover correggere pesantemente il tiro com con una cartuccera di opzioni e alternative che da lucidi non riusciremmo mai a collezionare in una sola pagina. :)
 

Ritratto di DBones

L'hai scritto di getto, e si vede. La traccia del gioco si è dimostrata quasi una prigione; mi sarei aspettato un po' più di inventiva da parte tua. Vabbè, mica si può essere sempre perfetti. Ogni tanto ci sta una piccola caduta.

Ritratto di Borderline

Inizio dal finale perché è la parte più interessante del racconto. Tutto quell'astio che poi risucchia tutti come un buco nero di disillusione, molto convincente. Il resto, come ti ha detto Pilgrimax, sicuramente non hai avuto modo, tempo e testa (già, questo periodo è tremendo anche per la creatività) di curarlo calandoti bene sul capo famiglia Pasternak, trascinandolo in un lungo monologo interiore piuttosto che mostrarci l'azione cui ci hai abituati così bene. Io ho comunque apprezzato, e anche il nome Pasternak devo dire fa la sua glitterata ma sovietica figura :D