Vietato toccarsi (di MartinaVe)

Lei.

 

 

 

Il mio corpo è fiero, è stabile, è pronto.

Ogni movimento è calcolato alla perfezione, ogni pensiero si rivolge al preciso incastro fra i nostri corpi, di modo che io possa tornare da te.

Finalmente, posso tornare da te.

Mi lancio.

Il mio peso è leggero e mi dirige verso di te.

Sono il tuo gabbiano.

Sento finalmente che le mie ali stanno andando avanti, mentre ci sfioriamo le labbra.

Ma poi qualcosa va storto, e mi sveglio.

Non mi hai presa.

Non riesco a toccarti mai.

E sono di nuovo sola. Un’altra splendida giornata di sole, da passare con me stessa.

 

 

Sono passati solo 15 giorni dalle nuove leggi.

Sembra che sia scoppiata una guerra, o almeno è cosi che noi medici ci sentiamo. Siamo in trincea, dicono. Siamo eroi, dicono.

Io invece non mi sento per niente un eroe e vorrei solo scappare da te, ma non posso.

La vita normale sembra un lontano e nostalgico ricordo, le persone affianco a me sono come degli alieni… io stessa lo sono. Vengo guardata con diffidenza dagli altri condomini appena torno dall’ospedale.

La sento, la signora del terzo piano che esce con la candeggina per pulire la maniglia del portone, appena torno. Che scappa subito in casa, quando ci incrociamo.

Mi osservano dalle finestre, terrorizzati.

Nei telegiornali siamo eroi, ma nella vita vera ci guardano come se fossimo peggio degli zombie.

La paura la fa da padrona, e spesso è peggio di questo schifoso virus.

 

 

Lui.

 

 

 

Sono appeso nel vuoto, elegante, forte.

Un giro attorno alla corda, e sono da te.

La schiena si inarca, le braccia si allargano, come quando ti stringevo fra le braccia ed eri mia.

Eravamo noi.

Finalmente, puoi tornare da me.

Ti sfioro le labbra e avvicino le braccia per prenderti, ma qualcosa va storto.

Colgo il terrore nel tuo viso, per pochi attimi.

E mi sveglio.

Anche stanotte non sono riuscito a toccarti.

E sono di nuovo solo, con la mia musica come unica compagna di vita.

 

 

Se ne parlava da settimane, anzi, da mesi, ma nessuno pensava che sarebbe mai arrivato qui. Io, di sicuro, non lo pensavo.

È stata una doccia fredda sapere da un giorno all’altro che non potevo più vederti. Comuni diversi. Quindici minuti di automobile, eppure mi sento come se tu fossi in un altro continente.

E i miei studenti, quanto mi mancano.

“Scuola a distanza”, l’hanno chiamata, e non c’è termine più adatto.

Distante. Distaccata. Distruttiva.

È così dannatamente difficile insegnare senza guardarvi negli occhi, ragazzi miei. Sentire il suono delle vostre risate metallico, ovattato a causa delle casse del computer.

È difficile motivarvi, spronarvi, trasmettervi che dopo tutto questo ci sarà comunque un futuro e dovete tenere duro assieme a me e continuare ad impegnarvi.

L’altro giorno un ragazzino ha sbottato, chiedendomi a che cosa servisse saper suonare la chitarra mentre la gente sta morendo.

L’ho fissato, e ho riflettuto qualche secondo.

“Serve a non far morire anche chi rimarrà vivo”, gli ho risposto.

 

Lei.

 

 

 

Sono sospesa in aria mentre guardo i tuoi occhi scuri.

Mi dispiace, penso. Mi dispiace, ma le mie braccia non si muovono. Gli chiedo di muoversi, ma stanno ferme. Sono terrorizzata, perché non si muovono?

Forse anche loro sanno che non possiamo toccarci, e cercano di proteggermi.

Ma senza toccarti io cadrò nel vuoto, e niente avrà più senso.

 

 

I turni in ospedale sono delle lunghe apnee.

Mi preparo nello spogliatoio prima di entrare, come un atleta. Prendo fiato e mi avvio.

Sono tesa, rigida, ma precisa. Non posso sbagliare, perché metterei a rischio i miei pazienti.

I capelli legati stretti mi tirano, la mascherina mi segna il viso e mi sento intrappolata in una morsa con tutte queste protezioni. Ho prurito nei segni che mi lasciano gli elastici, ma non posso toccarmi.

È vietato toccarsi il viso.

È vietato toccare la mascherina.

È vietato toccare le superfici coi guanti sporchi.

È vietato toccare i guanti sporchi con le mani.

Bisogna cambiarsi i guanti fra un paziente e l’altro.

Bisogna cambiarsi la mascherina ogni tot ore.

“Le mascherine sono finite”.

“Cosa?”

“Le mascherine sono di nuovo finite. I rifornimenti nuovi non sono ancora arrivati… Le conviene tenersi questa che ha Dottoressa”.

“Va bene”.

Non faccio polemiche, non c’è tempo per farne.

A fine turno cercherò di disinfettare la mascherina, nel caso domani non siano ancora arrivate le nuove. Si lo so, non si può fare, ma che altre alternative ho?

Nei telegiornali ci chiamano eroi. Io invece spesso mi sento come se fossi carne da macello.

 

 

Lui.

 

 

 

Devo riuscire a prenderla, altrimenti cadrà.

Guardo i suoi occhi scuri, che sembrano parlare. Ma le sue braccia non si muovono, stanno ferme, mentre mi guarda spaventata,

Perché non allunghi le braccia, amore mio? Perché stai ferma? Così cadrai nel vuoto.

E se tu cadi, cadrò anche io.

 

 

Mi aspetta un’altra giornata di sole con le mie note.

Raccolgo le idee, butto giù qualche lezione. Mi sento rallentato e sonnolento.

Devo andare per forza a fare la spesa, anche se non ne ho la minima voglia.

Sembriamo tutti dei pazzi, la fuori, tutti alieni con la mascherina e i guanti, con la tremenda paura di toccare il carrello sbagliato al market. Aspetto il mio turno con pazienza, pochi chiacchierano e ci guardiamo di sfuggita, siamo tutti imbarazzati da noi stessi.

Finalmente entro, e compro velocemente un po’ di tutto per la settimana.

Le commesse e i commessi hanno i volti segnati dalle mascherine e dalla stanchezza. Le occhiaie si sprecano. Chi l’avrebbe mai detto, che sarebbe diventato uno dei mestieri più a rischio del nuovo millennio?

Cerco di sorridere a tutti, i sorrisi non contagiano. Alcuni rispondono, altri no e la cosa mi ferisce, lo ammetto. Mi ferisce il sorriso non ricambiato di uno sconosciuto, mi ferisce che sia intimorito da me, e mi ferisce che io sia intimorito da lui.

Finalmente esco, e li arriva l’idea.

È difficile scacciarla via dalla mia testa, ormai è fiorita prepotente e sarà impossibile cancellarla. È un tarlo, mi sta martellando.

In fondo, che male c’è? Stiamo a distanza tanto.

Farà più male poi, così? Non ne ho idea, ma so che ho bisogno di te come dell’aria, adesso.

 

Lei.

 

 

 

Sto cadendo, lo sento.

Le braccia si sono mosse troppo tardi, indecise e spaventate.

Finalmente mi ascoltano, e le allungo, ma temo che non faranno più in tempo a farsi afferrare da te.

Chiudo gli occhi, preparandomi al vuoto.

 

 

Oggi sono morti due pazienti, era nell’aria. Nessun miglioramento negli ultimi giorni. Erano soli. Senza le mogli, senza i mariti, senza i figli, o un amico. Qui, quando si muore, si muore soli.

Per questo motivo si cerca di fare a turno, con le infermiere e le assistenti, nello stargli accanto. Sono per lo più sedati, non si rendono conto di ciò che hanno attorno, ma lo spazio per una parola gentile va trovato sempre.

Cura di più la medicina o una parola gentile rivolta ad uno sconosciuto?

Persa nei miei pensieri, sento una vibrazione dalla tasca. Poi un’altra. Non posso rispondere ora, devo aspettare la pausa.

Vibra ancora, stavolta mi chiamano.

Sono ancora tutta bardata con il camice monouso e i guanti. La mascherina è quella di ieri, le nuove non sono ancora arrivate.

Appena vado in pausa e riesco a leggere i messaggi, penso che sia impazzito.

Sono fuori. Affacciati nei parcheggi, ti prego. In che lato dell’ospedale ti trovi?”

È pazzo. È totalmente pazzo, è venuto fino a qui ed è nei parcheggi, e se lo beccano?

E se mi beccano?

Non gli risponderò, dirò che non potevo spostarmi. Farà meno male così.

Ma ormai l’idea di farlo è nata nella mia testa, è come un’esplosione. Io devo farlo.

In fondo si tratta solo di affacciarsi dalla finestra per un minuto.

Ma dopo, farà più male?

Non lo so, ma so che ora devo farlo.

 

 

Lui

 

 

 

Allungo le braccia sperando che non sia troppo tardi.

Ti sto toccando. Sento le tue mani, le tue dita calde. Non mi sembra vero, ce l’ho fatta per un pelo. Finalmente ti ho preso.

Anzi, ci siamo presi a vicenda. Ce l’abbiamo fatta insieme.

Sei nuovamente mia, nuovamente noi, nuovamente insieme.

Perché qui possiamo.

Qui non è vietato toccarsi, qui possiamo essere ciò che vogliamo, ogni notte nei nostri letti.

Sempre più vicini, mai più lontani.

 

 

Quarto piano, sopra i parcheggi verdi, fronte strada. Sono qui”.

Il cuore mi esplode dentro il petto, mi ha risposto. Sta venendo verso me.

La cerco con gli occhi nelle finestre dell’enorme edificio dell’ospedale, sono tantissime.

E finalmente eccola… la vedo.

La riconoscerei fra mille altre mascherine.

Mi si apre un sorriso immenso in viso, e dagli allegri occhi scuri sotto le tante protezioni, so che è lo stesso per lei.

Pensavo che sarebbe avvenuto in sordina, di nascosto, perché tutto questo è proibito. Ma non resisto.

“Sei bellissima!” le grido.

“Mi manchi come l’aria!” sento rispondere.

La sicurezza all’ingresso dell’edificio ci guarda storta per qualche secondo, poi qualcuno dalle altre finestre esplode in un timido applauso, e tutti lo seguono.

Un poliziotto mi sorride con gli occhi, per farmi poi un cenno con la mano che mi invita ad andar via.

Sì, ora posso andare via.

Mi sento sazio. Ho il cuore colmo.

Siamo di nuovo insieme.

 

 

 

 

Commenti

Ritratto di Gana Mala

Avverto la presenza del quadro come scena madre, non so se tu sia andata OT oppure no, ma mi è piaciuto come hai descritto le emozioni e il dramma di questo momento.

Ritratto di Seme Nero

Felice illuminazione quella di trasformare la tela in un sogno, per esorcizzare la paura e l'ansia attraverso il racconto.

Breve, ma per me una buona prova :)

Grazie di aver partecipato!

Ritratto di Pilgrimax

Direi che è proprio una bella prova. La scrittura è pulita, scorre liscia, complice un evidente uso spontaneo della paratassi (insomma, si vede che è il tuo stile e a me piace). Bello il desiderio dei due anche solo di vedersi per pochi secondi, in barba alla situazione. Viene fuori una passione universale in cui tutti ci riconosciamo. Bella anche l'idea di usare la tela come sogno(?) o come momento immaginifico dei due innamorati(?). Proprio a voler trovare il pelo nell'uovo, meno belle le trovate che caratterizzano l'ambientazione come scenario attuale, quello creato dal Covid, tutte immagini un pelino cliché, forse troppo realistiche e ahimè in poco tempo diventate una costante (purtroppo), perché fanno riferimento a tutte cose che leggiamo sui giornali o vediamo nei TG. Ecco, a costo di distaccarmi dalla realtà, avrei fatto lo sforzo di trovare l'eccezionale anche in quello scenario, eccezionale inteso come qualcosa che non ci raccontano da nessuna parte. Ma ciò non toglie che la tua è proprio una bella prova e mi ha fatto davvero piacere leggere il racconto. Grazie per la bella lettura.

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Complimenti! Ben scritta, toccante, sul pezzo. Mi è piaciuta.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Vero, scritto bene, scorre, un buon disegno e un buon tratto espressivo del contesto.
Non adoro La Storia d'Amore, come centro gravitazionale della trama. La preferisco quando viene usata come catalizzatore, un compressore che peggiora, migliora o complica l'andamento della trama.
Ma questo è solo un mio parere personale.
Si un buon gioco.

Ritratto di DBones

Un bel racconto, magari un po' lontano da quelli che solitamente apprezzo, ma comunque piacevole. Hai messo l'amore al centro della vicenda; io avrei preferito fosse più di contorno, come conseguenza di qualcos'altro. Un saluto.

Ritratto di Borderline

Benvenuta a bordo, Martina. Per me la prova è buona, hai trovato un modo per raccontare una storia d'amore e di attesa senza incasinare troppo la narrazione con l'espediente di suddividere il punto di vista in due perfette metà spaziali che dividono lo stesso tempo. Una sorta di cortometraggio su due vite, e anche il modo di scrivere ha un po' l'effetto della sceneggiatura e si sofferma molto sui gesti come un'esteriorizzare la psicologia interna al personaggio, che regge bene in un racconto breve. Grazie per il gioco :).