Yomi Revolution (di Pilgrimax)

La nebbia lo avvolge, e Yuki deve concentrarsi, recuperare il ricordo di come si fa a gonfiare e sgonfiare il petto. Lo deve recuperare da una memoria torbida. Annaspa, sente una stretta al petto: non c’è ossigeno nell’aria, e quella non è aria.

Rinasce, Yuki. Che ironia…

Un alone scarlatto imporpora la nebbia, pulsa, a tratti è così acceso che Yuki si chiede se non sia proprio la foschia a proteggerlo dagli zampilli di lava sfuggiti a un sole rovente, in un cielo che non è cielo. È un mare di lava che turbina sospeso nel vuoto.

Non vede nient’altro, ma sente lo scrosciare dell’acqua, anch’esso corrotto, perché arriva alle orecchie come un suono melmoso. Almeno è la prova che esiste, il fiume.

Non è solo un mito o una leggenda, non è un’invenzione per esorcizzare la paura. Il fiume Sanzu esiste, e Yuki affonda fino alle caviglie nel fango fetido e sanguigno, addensato lungo la riva. Bubboni plumbei si gonfiano fino a esplodere in schizzi color pece, che si aggrappano alle gambe, divorano i parastinchi di rame, e penetrano nella pelle, per raschiarlo fin dentro le ossa. O, almeno, così gli pare, visto che non ha più la pelle. Non ha più le ossa.

Rideva di tutte queste cose, e poteva permetterselo. L’addestramento lo aveva reso arrogante e presuntuoso. Era l’unico modo per affrontare la guerra. Ma adesso la sfrontatezza non scorre più nelle vene, né il coraggio. C’è solo paura, terrore per quello che è, e per dove è. Qui, non può fare niente per esorcizzare le sue debolezze. Sarebbe come rinnegare il nuovo sé stesso.

Ormai è parte del terrore, per l’eternità.

Un vento caldo, sulfureo, si solleva dileguando la bruma. Gli lambisce l’elmo bicorne, arroventandolo. Il calore eccessivo, asfissiante, gli morde la faccia, o quello che c’è al suo posto in questa dimensione ibrida, tra il corporeo e l’incorporeo. Soffoca, Yuki, ma senza morire, purtroppo…

Si sfila l’elmo e il busto corazzato, lasciando il dorso nudo. Un oblò ambra pulsa tra i pettorali di rame, lo squarcio sul ventre cucito in un sorriso grottesco di chiodi, spaghi e bulloni.

Il vento adesso si è assopito in un rantolo gutturale. Il sipario della morte si è alzato: ora la scena è nitida. Si sente di nuovo uno sciocco, perché ha capito che il terrore di poco fa non è niente a confronto di quello che lo aspetta. Non si è mai sentito così solo. Non c’è uomo, non c’è dio, a cui possa appellarsi. Può solo avviarsi verso il destino che lui stesso si è procurato. Non può nemmeno sperare che avvenga il più veloce possibile. Non servirebbe a niente. Ora sa che tutto, da oggi in poi, si ripeterà.

Per sempre.

Li vede. Vorrebbe distogliere lo sguardo e scappare, ma una forza ineludibile lo costringe a guardare e ad avanzare verso di loro. I due compagni sono seduti di schiena lungo la riva. La chioma liscia e nera, come la massa oleosa che scorre lungo il fiume, siede di fianco a un groviglio di ciocche viscide e ondulanti, serpenti ramati senza occhi e bocca.

Una rotazione del capo e poi del corpo, la vecchia si rivela: il volto mostra l’espressione ambigua del male, il godimento del boia misto all’orrore del condannato. Le labbra si schiudono con uno schiocco metallico, versano una poltiglia rugginosa, la stessa che piangono le biglie oculari, e si trasfigurano in un ghigno beffardo emettendo uno stridio assordante. Datsue-ba sembra voler emettere l’urlo straziante dei dannati. Sbuffi di vapore le fuoriescono dal naso e dalle orecchie.

Più la guarda e più Yuki si sente precipitare nell’oscurità delle pupille imprigionate tra le sclere dorate. Trattenute da una rete di capillari in rilievo, anellidi di rame che si dimenano e si contorcono e pungono, alimentando il flusso di acido che la vecchia versa dagli occhi.

Anche l’anziano si mostra. L’abominevole figura strappa Yuki al buio in cui era stato risucchiato e lo scaraventa nell’orrore. Corna tortuose rivolte verso il basso, orecchie appuntite e zanne che svettano oltre la dentatura putrescente. Vermi di bronzo fuso spuntano dalle gengive infette, scivolando lungo il collo. Cavallette d’acciaio balzellano dalle orecchie, e blatte a vapore si rincorrono febbricitanti, dalle narici agli occhi. Occhi spiritati ed eccitati dalla bramosia di infliggergli la pena. Putride protuberanze su tutto il corpo. Seni femminili che si stendono aridi fino alla vita completano l’abominio.

Ma Yuki lo capisce, il peso dei peccati deve essere giudicato.

La sua anima è nuda adesso, spogliata dell’armatura dall’ipnotica litania della vecchia, orgia di bestemmie e maledizioni e minacce. L’anziano Keneō sottopone i suoi indumenti al giudizio dell’albero che sovrasta la riva. I rami si flettono e le vesti scompaiono annegando nel tetro liquame che domina il fiume. La colpa è svelata: Yuki è un ladro. Scippatore d’amore, e della fiducia imperiale.

Il ricordo è ancora vivo nella sua mente morta.

 

Yuki siede sui talloni, nella posizione seiza: in ginocchio, e con le punte dei piedi rivolte all’interno. La lama del pugnale nella mano destra preme sul fianco sinistro. Alle sue spalle, sta il kaishakunin che lo premierà dell’onore riconquistato, sottraendolo alle sofferenze dello sventramento con un fendente fulmineo. Un colpo secco, al culmine del dolore, la decapitazione come benedizione. Di fronte a lui, l’imperatore e i suoi samurai assistono all’harakiri: fremono bramosi, negli occhi uno stupore insensato. Altro che onore…

L’imperatore lo fissa con le mascelle contratte, tiene i pugni chiusi sulle gambe. Yuki nota che le nocche imperiali impallidiscono, sono talmente in evidenza che sembrano schizzargli fuori da un momento all’altro. Tra i suoi allievi e amici, c’è chi lo guarda con occhi spenti, rassegnati e tristi, e chi, invece, la maggior parte, lo scruta dipingendosi il viso con un ghigno sardonico e malvagio.

Ma quello che lo strazia da dentro, che lo fa sentire perso e insignificante, è che non vede lui, l’unico figlio maschio dell’imperatore. Tomomi gli aveva promesso che non lo avrebbe abbandonato, che lo avrebbe seguito anche all’inferno. Ma Tomomi non c’è. Yuki si guarda intorno con la stessa disperazione di chi, precipitando nel vuoto, sbraccia per cercare di aggrapparsi al nulla. Incrocia lo sguardo dell’imperatore: gli occhi saettano ignoranza e odio, un odio profondo, ancestrale, della peggiore specie. È l’odio malsano di chi rinnega il sangue del suo sangue, solo in virtù dell’etichetta.

E Yuki capisce. Capisce che Tomomi lo ha già preceduto.

La certezza lo accende come un incendio che divampa silenzioso, mentre il vento della vendetta lo alimenta. Ora Yuki è furia cieca che desidera soltanto una cosa: uccidere.

Il braccio destro diventa una frusta, scagliata all’indietro, a penetrare il cuore del kaishakunin alle sue spalle. Con la sinistra gli sottrae la katana. Si solleva in piedi e corre verso l’imperatore.

Con la coda dell’occhio scorge il samurai a cavallo che tende la corda della balestra, che il guerriero si è fatto impiantare al posto della mano destra. La caldaia di detonazione, cui sta collegata la leva di sgancio, gorgoglia e sputa vapore. Il luccichio della cuspide al sole di mezzogiorno abbaglia Yuki in un occhio. Quindi, un colpo lancinante lo lascia senza fiato, arrestando la sua corsa e scaraventandolo con la schiena a terra. Lo sterno brucia, ma inizia già a non dolergli più.

Un ultimo sguardo al sole, al cielo, poi la faccia dell’imperatore che lo guarda con gli occhi iniettati di rabbia.

Yuki lo vede sollevare il pugnale.

Quindi, il buio.

 

La vecchia Datsue-ba cancella ogni ricordo, afferrandogli la mano e spalancando le fauci in uno scattare di ingranaggi e carrucole micrometriche. Yuki non se lo sa spiegare, ma può avvertire la morsa e le ossa che si frantumano. Ne sente persino il rumore. A ogni schiocco, il dolore duplica e si propaga a tutte le altre ossa. Anche su questo la tradizione non si sbagliava. La sponda del fiume è un’anticamera dove dannati e demoni si manifestano umani, una maledetta stortura che gli suggerisce la salvezza. Che assurdità, pensare alla salvezza in un luogo del genere. Ma è un Rōnin, nato per sovvertire le regole.

Le falangi si disintegrano sotto il morso della vecchia. Il dolore di mille chiodi a puntellargli la mano e il braccio. Un urlo muto gli esce dalla gola, che è stretta nel cappio della catena con cui l’anziano lo ha legato ai suoi piedi. La catena che questi vomita dall’ombelico.

Yuki gira la testa verso il fiume, e la vede: il balenio dei fulmini si riflette sulla lama galleggiante. Tomomi ha mantenuto la promessa che suggellava il loro amore di fronte alla morte, di fronte all’eternità. L’amato glielo aveva detto.

 

«Non piangere, ridi. Perché io sarò con te, ti seguirò anche all’inferno, per renderti lievi le pene dalla morte. Danzeremo di fronte a Izanami in una danza di guerra e d’amore. E tu, vedrai, torneremo al mondo».

 

Tomomi è passato di qua prima di Yuki, portando con sé la sacra katana sottratta al padre. Un padre che lo ha sempre rinnegato. La spada è lì, a un metro da Yuki, galleggia sulla superfice melmosa del Sanzu.

Yuki ruota il busto e allunga il braccio libero, afferrando la katana rubata al padrone imperiale: la steamblade. Riconosce le quattro camere energetiche in fila sul ricasso, tra l’elsa e la lama, dove pulsano i quattro cristalli – Vento, Acciaio, Acqua, Fuoco – sbuffando vapore dai corni della guardia e dai due denti d’arresto. Ogni combinazione di cristalli è destinata a una specie di demone differente. La sacra lama, quando invisibile come il vento, quando dura come l’acciaio, dirompente come una cascata, o rovente come il fuoco, renderà il demone consapevole della propria fine.

La catena di Keneō strattona Yuki e lo morde. Nell’illusione generata dall’anticamera infernale in cui si trova, avverte il sangue che gli cola dal collo, e gli anelli che penetrano nella carne.

La vecchia si sbilancia in avanti col capo, piegando la schiena. Yuki aziona l’Acciaio. Quindi applica una torsione inversa del busto.

La segue con lo sguardo, animato da un’eccitazione che non credeva di poter provare di nuovo. Segue la testa di Datsue-ba che volteggia in aria, e va a tuffarsi nel Sanzu.

L’anziano sgrana gli occhi in un’espressione di stupore, è evidente che non può credere a quello che sta succedendo. Si scopre mentre solleva la clava chiodata che sta al posto del braccio. Una mossa falsa, forse suggerita dal panico di un demone che ha capito che anche l’eternità ha un inizio, e una fine.

Yuki contrae l’addome e solleva il busto da terra, dopo aver azionato il Fuoco. Il braccio che impugna la steamblade teso, in un affondo deciso e liberatorio.

Lo sguardo dell’anziano punta il vuoto, la fiamma della sacra katana ha attraversato busto, collo e testa. Un fulmine si abbatte sulla protesi a clava. Adesso Keneō è soltanto un tizzone ardente e fumante sul terreno.

Yuki spezza la catena con la steamblade. Quindi si solleva da terra, maledicendo il cielo. E proprio in quel momento la collera della madre dei demoni, Izanami, dea della morte e della distruzione, si materializza in una saetta che guizza dal cielo, arpiona la sacra katana e la scaraventa oltre le mura di fuoco, riportandola al mondo terreno, dove non può nuocerle.

Ma Yuki non si scompone, non si dispera come vorrebbe la dea. Ha ucciso i demoni guardiani. Ha sovvertito le regole. Ha ucciso l’eternità, comprendendo che se un demone può morire, allora un’anima può tornare a vivere. S’inginocchia sulla riva, recupera i resti di Tomomi spogliato da Datsue-ba e punito da Keneō. Usa la veste dell’amato per farne una specie di sacco, dove ripone prima il busto, poi le braccia, le gambe e infine, dopo averla baciata sulle labbra, la testa. Lacrime gli straripano dagli occhi, mentre lotta per distendere la bocca in un sorriso. Tomomi avrebbe voluto questo, e aveva ragione: loro torneranno al mondo. Ma, per farlo, Yuki dovrà arrivare a Izanami e, se serve, tornare a uccidere l’eternità. Uccidere tutti i demoni che vorranno ostacolarlo. Ma, prima, deve tornare nel mondo terreno e recuperare la steamblade.

Yuki si porta il sacco in spalla, riporterà indietro anche le membra maciullate di Tomomi. Le rimetterà insieme. Vapore, ingranaggi, e rame saranno la nuova anima dell’amato.

Si volta, e se ne va da dove è arrivato. Lui può farlo, lui può cambiare le regole. Perché è sempre un Rōnin, anche se dello Yomi.

Un’anima alla deriva.

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Un ronin.
Sarebbe la prima volta che Jeremia tratta con una anima ronin. Interessante. Da un inferno che non appartiene al alle sue province, poi! Interessante!
Jeremia si sfrega le mani.

Mi è piaciuto. L'impressione di aver a che fare con una sensazione, più che con un contesto ambientale mi è piciuta. Per la consapevolezza di un difetto che è anche mio, però, provo a migliorarmi pure io destinandoti un tentativo di consiglio: levigherei il terreno utilizzando meno aggettivi. Forse ti costringerà a levar molti ostinati nella descrizione, ma renderebbe la lettura più breve e paradossalmente un boccone più grande: finirebbe tutto in un grossissimo, unico boccone senza sbriciolare e frantumare la porzione. Per quanto più breve l'esperienza secondo me sazierebbe di più.

I modi continuano a piacermi un sacco, comunque. Jeremia non vede l'ora di incontrarlo.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Capitano del parere, come sempre prezioso. Sì, concordo che serve una bella sgrassata. Stavolta, mi è uscito così: ultra-carico (mea culpa) :-) Va bene, mi butto nell'arena delle trattative, allora ;-) 

Ritratto di LaPiccolaVolante

Pilgri, a breve lanciamo il gioco! pronti sugli starter!