B.B - Bambini e Barboni (di DBones)

Fuoco è un demone: fiamme rosse, gialle e azzurrine che danzano sulle note caotiche di urla tremende. Il canto stonato di un uomo che sta morendo, nel modo peggiore in cui un uomo possa morire. Il demone accarezza la sua pelle con alito di zolfo, si insinua in profondità e divora le sue carni; famelico chiede in pegno i suoi occhi. E al culmine, infine, tra la cenere sazio si placa.
 

John, la testa coperta da candidi peli ispidi appoggiata a un sacco carico di stracci, osserva: i suoi sensi registrano lo scempio di quell’anima offerta al grande occhio immondo della follia. Vorrebbe urlare, sputare lo sdegno che fermenta in fondo al suo stomaco, lasciare libero sfogo alla rabbia brandendo il coltello che tiene celato tra le pieghe dei pantaloni. Lo farebbe, se solo trovasse il coraggio. Dipingerebbe la realtà con pennellate rosso vermiglio. Ma la paura soffoca ogni volontà; non può fare a meno di pensare che avrebbe potuto esserci lui al posto di quello che adesso non è altro che un mucchietto di cenere fumante sul retro della chiesa. Trema, nascosto nell’angolo buio della sua codardia.
«Laggiù, guardate!» gracchia una vocetta rauca da qualche parte, non lontano. «Eccone un altro.» Sbucando come subdoli insetti, quattro bambini si mostrano a John; simili a rapaci, fiere vestite a puntino in uniformi scolastiche al profumo di lavanda.
«Abbiate pietà!» bofonchia John. Vorrebbe diventare minuscolo per nascondersi nella polvere, diventare polvere egli stesso. Una particella infinitesimale, morta per il mondo. Dimenticato, e per questo al sicuro.
Mani feroci lo colpiscono, riportandolo alla realtà impietosa. Bocche che vomitano parole di scherno lo soffocano. «Pietà?! Voi barboni di merda dovete solo morire.» La punta di una scarpetta nera lo colpisce al bassoventre. Poi un’altra, e un’altra ancora. Lo sconquassano, mentre con un colpo di tosse si imbratta la camicia di sangue.
«Adesso ci divertiamo.» Nelle mani del più grande dei quattro appare un accendino, mentre in quella del più piccolo una piccola boccetta: alcol etilico, o forse whisky, o bourbon…
Un terzo bambino estrae un cellulare da una tasca dell’uniforme. «Ti facciamo diventare famoso!» Sghignazza.
John si abbandona alle trame che il fato ha intessuto per lui. In un mondo in cui la miseria è una colpa, lui è colpevole.
Sono pronto, pensa, ed è un pensiero che forse non sta veramente pensando. Pronto ad accogliere la morte.
Se nel profondo del suo spirito un piccolo capitano Achab avesse urlato il proprio orgoglio, lui lo avrebbe zittito. Tutto quello che può fare è abbandonarsi. Ribellarsi alla balena bianca non farebbe che alimentare le braci del dolore, rimandando l’inevitabile.
Distratto da quelle considerazioni, non comprende con piena lucidità gli eventi che lo vedono testimone.
L’uomo in nero appare dal nulla, squarcia la silente follia di quella mattina con l’implacabile voce del metallo affilato della sua lama. Una danza, macabra e bellissima al contempo. E con lui danzano i quattro bambini, le loro teste, divelte dal corpo, rotolano sul cemento. Occhi vitrei ora aperti sul mondo del Dopo-vita.
John spalanca la bocca, indeciso tra il timore e la gratitudine.
L’uomo in nero lo afferra per un lembo della logora maglia, costringendolo ad alzarsi su gambe malferme. «Chi sei tu?»
«Li hai amm mmazzati!»
Lo strano abbigliamento dell’uomo, un groviglio di veli intrecciati l’uno sull’altro, lascia scoperti solo gli occhi. Scuri anch’essi come la notte. Come la morte. «Chi sei tu?» ripete. La sua presa si fa più salda.
«Un povero mendicante, sono solo un povero mendicante. Non farmi del male!»
«Ti ho appena salvato la vita, stupido ingrato. Dimmi chi sei!»
John si guarda attorno: il sole sta allungando i suoi timidi raggi su un mondo che non li merita, e presto gli abitanti di Città Vecchia avrebbero intrapreso la quotidianità delle loro esistenze. I bambini sarebbero andati a scuola. Non tutti, ovviamente.
Con un gesto stizzito, l’uomo in nero strattona John. «Presto qui ci saranno un sacco di persone, e sai bene quanto disprezzino quelli come te.»
John è un piccolo topo tra le grinfie di un predatore; tutto quello che può fare è annuire.
«Com’è che vi chiamano?» lo incalza l’uomo in nero.
Lasciami andare, pensa John. O se devi uccidermi fallo in fretta.
«Allora piccolo omino tremante, com’è che vi chiamano?»
«Barboni!» sbotta John. Due grosse lacrime abbandono i suoi occhi per seguire il sentiero tortuoso delle rughe che gli sfregiano il volto. «Barboni di merda.»
«Sì, proprio così. Hanno ragione? È veramente questo quello che sei? Uno stupido, tremante barbone di merda?»
Un secco “no” prorompe dalla bocca di John, con un’inaspettata energia.
«Certo che non lo sei.» Il tono di voce dell’uomo in nero si fa più morbido, l’espressione disegnata dalle sue sopracciglia meno severa. «Dimmi dunque, chi sei tu?»
«Non lo so, io non lo so.»
«Vieni con me, e lo scoprirai presto.»
****
Si muovono seguendo le ombre; l’uomo in nero si dimostra maestro nell’arte del mimetizzarsi con l’ambiente, e il povero John si lascia guidare con lo stupore di un fanciullo. Gli imponenti edifici quadrati di Città Vecchia accompagnano il loro viaggio verso il luogo di chissà dove. La grande fabbrica metallurgica ha aperto i battenti, pronta a fagocitare una lunga fila di operai, mesti e silenziosi. Nessuno di loro ha voglia, e tanto meno tempo da dedicare allo strano duo. Approcciandosi a un incrocio, l’uomo nero intima a John di rimanere fermo e zitto. Un gruppetto di scolari, al seguito di un maestro dal vistoso mento asburgico, sta attraversando la strada.
«Bambini d’oro.»
Simili a piccoli soldati costretti in uniformi scure perfettamente stirate, picchettano il cemento con scarpe lucide. Tam, tam, tam. Sulle testoline, rasate quasi a zero, fa mostra di sé un berretto d’un rosso talmente acceso che pare uno sbaglio...uno sbaglio perfettamente in sintonia in quel grande errore.
I Bambini d’oro sono i peggiori tra tutti i bambini, John è pienamente consapevole di questa verità; le loro voci troppo simili, dal tono rabbioso e, allo stesso tempo, sottomesso in un triste ossimoro. Il loro canto si leva a ferire i timpani:
 

Padre! Padre! Per te!
Alziamo i nostri cuor
Il tuo occhio azzurro brilla
acceso di fiero amor
mentre guardi i tuoi bambini
che a te offrono il cuor
Padre! Padre! Con te!

 

«Andiamocene» bisbiglia l’uomo in nero. «Non posso ascoltare questa cazzo di canzoncina per un altro secondo.»
«Non è colpa loro» ribatte John, non prima di essersi assicurato che i bambini siano abbastanza distanti da non sentirlo. «Il Padre ha un carisma eccezionale, e Città Vecchia è nelle sue mani.»
«Ne parli come se lo ammirassi.»
«Ho paura, tutto qui. Il timore di un insetto dinanzi a un dio.»
«Stia ben attento, questo dio. Non sono pochi quelli che lo vogliono morto, e non credo affatto che sia immortale.»
****
Giungono ai confini più nascosti della periferia di Città Vecchia, dove sorge un austero caseggiato color cemento. L’erba gramigna lambisce le sue fondamenta e lunghe crepe ne sfregiano la facciata dove una decina di finestre, tristi e opache come occhi spenti, celano segreti appena sussurrati. Il sole di Luglio, ormai alto nel cielo, ferisce l’epidermide, illumina l’anonimo e massiccio portone che delimita l’ingresso del palazzo; l’uomo in nero avvicina il dito indice della sua mano destra al pulsante del campanello per pigiarlo non una, ma tre volte. Il sole ignora se sia una sorta di codice, e neppure gli importa.
Dal citofono antidiluviano, si ode una voce femminile: «Perché suoni se hai già le chiavi?»
«Le chiavi le hai tu» ribatte l’uomo in nero. «Se non le trovi dovresti controllare che non siano finite nello sciacquone del cesso.»

Il rumore secco di uno scatto metallico è l’invito ad entrare; L’uomo in nero spalanca il portone e trascina John nella luce tremolante di una lampadina al neon che sta per tirare gli ultimi. Attraversano uno stretto corridoio, fino a raggiungere una rampa di scale; la loro destinazione è l’appartamento numero venti, lato ovest del secondo piano.
Quando John fa il suo ingresso nel minuscolo appartamento, si trova davanti una donnina in tuta ingobbita ad una scrivania: occhiali dalle lenti spesse che riflettono lo schermo di un vecchio pc.
«Dovresti fare una pausa, Maddy» le dice l’uomo in nero. «O ti usciranno gli occhi dalle orbite.»
Lei sbuffa. «Sì, certo! Penserai tu a controllare il Padre e i suoi figliocci?»
«Sei tu la tecnologica qui.»
Nonostante quello scambio di battute, Maddy si alza in piedi. John non supera il metro e sessanta, e la donna non gli arriva neppure al mento. Lo scruta con attenzione.
«Non mi avevi forse detto che erano due, Peter?»
L’uomo in nero scuote il capo. «L’altro non era chi pensavamo che fosse.»
«Bene. Uno è meglio di nessuno.» Quindi si rivolge a John: «In passato qualcuno ha detto che la bellezza salverà il mondo. Ci darai una mano a trovarla?»
«Certo, come no!» sbotta John in tono sarcastico. «Eccomi! Sono l’uomo giusto per cercare la bellezza.»
Maddy socchiude gli occhi. «A prima vista sembri solamente un vecchio che puzza di fogna, ma basterà un piccolo esame a dirti chi sei veramente, carissimo...»
«John.»
«Bene John, pronto per l’esame?»
«Posso rifiutarmi?»
«Naturalmente, non siamo mica leccapiedi del Padre noi! Ma se accetti il consiglio di una donna, io non rifiuterei.»
Meno di trenta minuti più tardi, rinfrancato da un veloce bagno e da un pasto frugale, John si trova rinchiuso in una stanza, solo e in balia del buio. I vestiti che gli hanno fatto indossare sono troppo larghi, ma non pensa che sia un problema. Non il più impellente, almeno.
«Cosa volete da me?»
Nessuna risposta giunge alle sue orecchie. Porta una mano ai pantaloni, cercando una sorta di vano conforto nel suo coltello. Non trova nulla a eccezione della paura, sua compagna fedele da troppi anni.
«Che diavolo volete, maledizione!»
Un sibilo frusciante ed è la luce. Quattro lampadine appese al soffitto illuminano due oggetti sul pavimento: una matita e un foglio di carta.

Gli sembra di udire la voce dell’uomo in nero direttamente nella testa. Peter: “Allora, John? Vuoi scoprire chi sei veramente?”
La bellezza salverà il mondo.
Spinto da un desiderio che non può spiegarsi, John allunga una mano e afferra la matita. La graffite scorre sul foglio, traccia linee delicate con una maestria che mai avrebbe creduto di possedere. Il cuore pulsa, pompa sangue in un’estasi quasi mistica.
«Allora John, che hai scoperto?» Solo in quel momento il barbone si rende conto di non essere rimasto mai solo: Maddy e Peter lo osservano.
«Eravamo cavalieri, prima che l’odio offuscasse lo splendore. Custodi delle chiavi dei mondi.»
«Lo eravamo» conferma Maddy, «e lo saremo di nuovo.»
John scuote la testa, come per sincerarsi della concretezza di quanto gli sta accadendo. «Eravamo in dodici, se non ricordo male. Dove sono gli altri nove?»
«Da qualche parte a Città Vecchia.»
«Un po’ vaga come risposta.»
Maddy sorride. «Abbiamo trovato te, troveremo anche loro.»
«Lo faremo. Dovremo esserci tutti se vogliamo affrontare il Padre.» Pronunciata questa frase, Peter si avvia verso l’uscita.
«Affrontare il Padre?!» John aggrotta la fronte. «Che storia è questa?»
Maddy gli fa cenno di seguirla. «Vieni, abbiamo molto di cui parlare.»
Nella stanza deserta, adagiati sul pavimento, restano una matita e un foglio. Sul foglio un disegno: una grande lucertola con ali da pipistrello. Nessuno a Città Vecchia ricorda il nome di quella creatura. Nei tempi antichi, i cavalieri la chiamavano drago.

 

 

 

Commenti

Ritratto di Eliseo Palumbo

Ciao DBones, la storia è molto interessante, mi piacerebbe molto leggerne il seguito però non mi è chiaro l'inizo, quando parli del demone. Poi diciamo che l'incipit non è stato proprio seguito alla lettera, hai spaziato molto.

Il racconto è scritto molto bene e mi è piaciuto comunque, bravo

A presto

Ritratto di DBones

Carissimo Eliseo, nell'introduzione ho provato a descrivere un uomo che sta bruciando paragonando il fuoco a un demone. Per quanto riguarda l'incipit, un po' hai ragione! Diciamo che l'ho concepito come punto di riferimento per poi spaziare. Spero che i Capitani mi perdonino.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Non me la sento di rimproverare il giro largo. Solitamente la fuga dalla traccia è un po' una scappatoia, mentre qui il soggetto mi ha un sacco interessato.
DBones, attento alle ripetizioni, fai scorrere meglio i passaggi dentro i contesti ambientali senza stopparti ogni volta sulle descrizioni, piccole cosine che non hanno scalfito l'efficacia del gioco. Chissà che non ne parleremo n un pre-editing. hihih

Ritratto di DBones

Le descrizioni sono il mio tallone d'Achille, ne sono pienamente consapevole. Per quanto riguarda le ripetizioni, me ne sono accorto e avrei dovuto evitarle. Mea culpa. Nonostante ciò, sono contento che il mio raccontino ti sia piaciuto.
PS È vero, mi sono preso qualche libertà. Diciamo che ho immaginato cosa avrebbe potuto produrre la vicenda descritta nella traccia, ispirandomi a un passato non troppo remoto.

Ritratto di masmas

Io ho percepito solo un po' di discontiuità dal modo di pensare del barbone (paura, quasi terrore) a come parla verso la fine, ha preso coraggio.La narrazione però mi è piaciuta, evocativa e ricercata ("squarcia la silente follia di quella mattina con l’implacabile voce del metallo affilato della sua lama" o il già mitico "maestro dal vistoso mento asburgico").

Diciamo che è un prologone, magari non mette in campo più di tanto, ma è carino.

Ritratto di DBones

Ciao Mas, in una nuova versione potrei rivedere il difetto che hai messo in evidenza.

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Ciao, D., anche io devo sottolineare un po' di discontinuità, un procedere ondivago che ha un po' smorzato l'entusiasmo iniziale della decapitazione dei mocciosi, che mi ha fatto immaginare tutt'altro. Anche io sono rimasto spiazzato dalla prima descrizione che non è chiarissima.

Ritratto di DBones

Ciao Alessandro, e grazie per l'attenzione dedicata al mio raccontino. Cavolo, l'introduzione è la parte che preferisco! Volevo descrivere un uomo che muore tra le fiamme, cercando di non essere troppo esplicito. Vabbè.

Ritratto di Seme Nero

Mi ha ricordato per un attimo V per Vendetta. Dici poco ma lo dici bene, non mi sarebbe dispiaciuto qualche particolare in più, qualche nota di colore. La storia però fila bene, tieni bene il ritmo.

Mi è piaciuto.

Ritratto di DBones

Troppo gentile, davvero.

Ritratto di Borderline

Ottimo racconto horror e distopico, davvero nulla da dire. Per me è il miglior racconto che hai scritto fino ad ora nei nostri giochi e, come sicuramente ti ha già detto il capitano, spero proprio di poter leggere ancora delle vicende dei Cavalieri contro il Padre. Avanti tutta e complimenti per l'idea (e per il coraggio di aver mostrato la scena delle teste mozzate :))

Ritratto di DBones

Ti ringrazio per le belle parole.