Mirmecomorfismo (di PaoloF)

Ogni giorno li osservo incolonnarsi. Indefessi, monotoni, sicuri delle proprie certezze, ognuno incasellato nel proprio compito. Ogni giorno gli stessi orari, ogni giorno gli stessi tragitti, ogni giorno gli stessi compiti. Così è e così sarà. Credono di essere definiti dal proprio ruolo, credono che la loro visione della vita sia l'unica possibile, ma soprattutto la migliore possibile.

Non c'è spazio per altri, qualunque intrusione è una minaccia perché lo status quo è e deve essere conservato, qualsiasi cosa accada.

Li osservo e rido delle loro convinzioni. Credono di sapere tutto quello che serve, credono di conoscere tutto quel che deve essere conosciuto, ma tutto il loro mondo non è che un'infima porzione della realtà.

Ma per quanto li riguarda esiste una sola via, un solo modo di essere.

Non sono che patetici e ottusi.

 

Mi domando se quella strana frenesia con cui vivono le loro esistenze non sia in fondo un modo per non affrontare le falle delle proprie convinzioni. Affrontano ogni compito, ogni cosa, con una smania costante. Deve essere tutto e subito. E così non c'è tempo per interrogarsi, per mettersi in discussione, per osservare.

Vedo come si comportano con le strade che devono percorrere, affrontandole veloci e come se queste esistessero solo per loro. Ed è così che vedono il mondo probabilmente, come qualcosa che esiste solo per loro, solo in loro funzione.

Qualsiasi anomalia, qualsiasi deviazione del percorso prestabilito non fa che montare questa loro frenesia, perché tutto deve essere riportato alla norma, incasellato e circoscritto. Ansia e paura, questa è la verità che io leggo sotto quella frenesia, ma loro nemmeno se ne rendono conto.

 

Perché lo so? Perché io sono una di quelle anomalie. Sono qualcosa di estraneo, qualcosa di ignoto. Non sono che babau per loro. Qualcosa che turba la loro quiete e la loro normalità. Sono una minaccia, sono una trappola. Sono qualcosa che sfoltisce il loro gruppo quando decido di agire.

E quando lo faccio, vedo quel che accade dopo. Vedo di nuovo la frenesia, che assomiglia molto più all'ansia stavolta. Non più smania, ma agitazione che li sconvolge non appena si rendono conto. Il loro ordine si sfalda in caos. Ma lasciate correre un po' di tempo ed eccoli di nuovo a perseguire il loro stile di vita, a ripristinare le consuetudini e fingere che nulla sia mai successo. Ma, soprattutto, fingere che non potrà più succedere. E io li osservo e ne rido, provo gusto nella loro confusione e nella loro menzogna.

Magari proprio mentre cammino in mezzo a loro.

 

Probabilmente tra noi ci giochiamo tutto su un semplice binomio. Pazienza e impazienza. Fondamentalmente la pazienza non fa parte del loro essere. L'attesa, la preparazione, la scelta del momento non sono cose cui sono avvezzi, non è un modo con cui concepiscono di affrontare la vita. C'è l'ora, c'è il tra poco. Certo costruiscono cose, accumulano. Esiste un domani per loro, ovviamente. Ma è solo nel lavoro di gruppo, nella comunità, che concepiscono una certa percezione del futuro. Che, ancora una volta, rientra in un abitudine, in un'idea standardizzata.

Da soli non hanno che il momento.

Non conoscono il piacere della pazienza. Non conoscono il piacere della scelta. Non concepiscono l'idea dell'individuo, della variante. Io sì. Come estraneo ho la possibilità di notare cose di cui loro stessi non si rendono conto. La casualità mi compete poco. Le scelgo con cura le mie vittime, e questa selezione è già parte del piacere della caccia. Colgo caratteristiche peculiari nel mezzo della massa, dettagli che neppure loro sanno di avere. Si credono forti ma nascondono diverse debolezze. Le debolezze sono inviti per me e io mi scelgo quelle che preferisco. Certo, rendono più semplice la riuscita della caccia, ma ne condiscono meglio anche il gusto. Non sapete quanti fattori entrino in gioco per dare sapore... alle cose.

Dovrebbero essere in qualche modo onorati della mia scelta: ho riconosciuto la loro individualità nell'annacquarsi della collettività.

 

Non sono ciechi, certo. Eppure leggono il mondo attraverso un unico filtro, rendendosi quantomeno miopi. Per loro esiste solo ciò che è stato stabilito come "utile", tutto il resto non vale tempo, non vale coinvolgimento. Ogni cosa ha caratteristiche specifiche e una sola possibile interpretazione. Una forma significa una peculiarità, un a peculiarità un compito. E basta. Per loro la predestinazione non è una possibilità, ma uno status quo. Così sei nato e questo sarai.

Perché parlo di miopia?

Lo so, sembrano così efficienti, così quadrati, così perfetti. Così furbi.

Eppure io posso camminare in mezzo a loro, io morte, io orrore, senza che neppure se ne rendano conto. Sono minaccia, sono incubo, sono anomalia. Ma sono loro stesse a concedermi di camminargli accanto.

E non si tratta di nessuna magia, di nessun trucco, di nessun mistero.

Quando hai deciso che il mondo è semplice, che tutto si divide soltanto in due categorie, noi e loro, utili e inutili, buoni e cattivi, quando hai deciso che quello che appare è, che non esiste impressione perché tutto ciò che percepiscono è esatta realtà, allora non possiamo dirti che grazie.

Grazie perché regali il mondo ai cacciatori, ai predatori.

Grazie perché hai scelto di essere preda.

 

Non c'è bugia più facile da raccontare se non quella che chi ascolta vuole sentire dire. Non sono io a mentire, sono loro che vogliono lasciarsi ingannare. Preferiscono accogliere l'incubo, piuttosto che accettare che la loro idea di realtà non corrisponda al vero. È inebriante camminare tra loro, mentre cerco le prede che ho scelto. O magari sceglierne di nuove, li, proprio mentre mi passano vicino.

Mentre mi ignorano e io so.

Mentre fremono per il proprio compito e io pregusto.

Mentre si sentono tranquilli, giusti, invincibili, e io scelgo il momento in cui spezzare tutte queste convinzioni con un colpo solo, rapido, e feroce. Per me la frenesia è quell'unico momento, quando tutto ciò che sono trova il suo compimento nell'atto di uccidere, ma soprattutto di fare quello di cui loro si sono private. Scegliere.

Io trionfo nel loro momento di orrore, nei loro ultimi spasmi. Si agitanto sotto la mia mandibola. Per il dolore, certamente. Per la paura. Ma sono convinto soprattutto per la consapevolezza che improvvisamente le travolge con una violenza peggiore persino di quella con cui li ho colpiti.

La consapevolezza di essere esistito solo per seguire, mai per scegliere.

 

Siamo forse della stessa specie? No, non siamo neppure cugini.

Eppure. Eppure vesto i loro stessi colori. Alzo le zampe davanti sulla testa e ai loro occhi sono uno di loro e questo gli basta. Sono "noi" e non più "loro".

Basta davvero così poco per finire vittima quando hai deciso di accontentarti.

Commenti

Ritratto di DBones

Racconto che può essere letto come una metafora. Scritto bene, anche se forse troppo a senso unico. Chissà che le formiche (sono formiche, vero?) non riconoscano la minaccia...

Ritratto di Pilgrimax

Non ho capito di quale animale si tratti, mi viene da pensare a un insetto velenoso ma comunque non ne sono sicuro. Forse qualche dettaglio per i non esperti poteva aiutare. Poi, magari sbaglio anche qui, credo che l’animale parli degli umani ma potrebbe parlare anche di altri animali (considerato il titolo, sì, potrebbero essere le formiche, ma senza quel titolo, bho?). Insomma, mi è mancato qualcosa che mi facesse mettere bene a fuoco. Al di là di questo, supponiamo che io avessi capito chi è l’animale e chi è la controparte, “loro” per intenderci, il racconto rimane un immane flusso di coscienza dove paradossalmente i protagonisti diventano “loro”, si parla soprattuto di “loro” e l’animaletto protagonista fa ben poco per quanto gli riguarda. Okay, anche tu, come almeno un altro racconto che ho letto, hai scelto di limitare il tema del gioco all’indovinello “che animale sono?” che, per carità, ci sta con il paletto del gioco, ma anche in questo caso si poteva provare a  far “agire” di più il soggetto in un principio di avventura.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Cavoli!
Ok, direi formiche... ma il predatore? Un piccolo ragno? Solleva le zampe la mantide. ci svelerai tutto nei commenti!
Sì, non mi è dispiaciuto, ma avrei spinto anche io su qualche indizio etologico o morfologico in più. La scelta di idealizzare in questi toni l'attesa e la riflessione di un predatore mi è  piaciuta molto. Ma Ricordatevi che non si può fare a meno di "Dar movimento", tessere una trama, almeno accennarla, per non cadere nel loop della riflessione pura. Il pensiero e lo spunto di riflessione attecchiscono molto meglio quando la mente è piacevolmente impegnata a costruire e tenere il filo di una storia.

Non male, ma spolveriamo sempre un poco sulla "riflessione", cerchiamo di correre meno rischi di farci abbandonare dal lettore. :)

A settembre, vero?

 

Ritratto di Alessandro Pilloni

Sono incerto. Formiche? E la voce narrante? Ma non è importante. Ritmo e atmosfera mi hanno preso parecchio, anche se forse qualcosina si può sforbiciare. In definitiva, mi sento di dare un bel voto positivo!

Ritratto di Borderline

Posto il fatto che fra tutti gli animali viventi ed estinti, le formiche sono quelli che odio di più (fin da bambina) proprio per questa loro disciplina che hai perfettamente descritto, il racconto funziona e oltrepassa il confine del realistico per arrivare quasi a una sorta di fantascienza filosofica (o sociologica), che, visto anche il tuo precedente racconto, credo proprio sia la strada che dovresti percorrere perché ti riesce molto bene. Anche io non ho capito bene quale sia l'animaletto in prima persona, probabilmente, visto il titolo (ho cercato su wikipedia, non conoscevo questo particolare mimetismo) un piccolo ragno che fa la formica, per il gusto di rompere l'ordine della loro impostatissima società :). Ottima prova