Ombiasy della foresta nera (di DBones)

Alberi maestosi protendono i loro rami carichi di foglie, cercano il cielo, il calore del sole, la luce. La foresta è un caotico miscuglio di smeraldo, verde scuro e marrone. La terra umida si innalza a ogni passo della giovane donna che sta percorrendo il sentiero che si perde tra la foschia. Odore di muschio e voci stridule di piccoli animali striscianti.
«Va tutto bene, Indro» sussurra al bambino che trasporta sulle esili spalle, «la mamma non ti lascerà morire.»
Percepisce il fiacco respiro del fanciullo, la sua disperata ricerca di aria. La fronte che preme sulla sua schiena, il calore. Povero piccolo, sono giorni che la febbre non accenna a diminuire.
«Pochi passi» biascica tra il sudore che le obnubila la vista, «ancora pochi passi e saremo arrivati.»
La donna sospira. I pochi passi si trasformano in metri e i metri in chilometri. Man mano che si avvicina al cuore della foresta, la vegetazione si fa più rigogliosa; le radici spuntano dal terreno minacciando di farla inciampare. Oltre le fronde degli alberi, nubi minacciose si addensano, liberano minuscole gocce di pioggia: come aghi la feriscono.
La vita nascosta tra i fili d’erba la accompagna con scricchiolii; da qualche parte un rospo gracida e un uccello trova riparo nell’incavo di un tronco. Lo smeraldo annega, si tinge di nero. La foresta si chiude su se stessa, quasi volesse ghermire la donna e il suo bambino in un abbraccio di acqua stagnante.
La casupola che come un miraggio appare nell’oscurità è una speranza che si fa concreta; quattro legni, un tetto di paglia e, dietro un vetro opaco, la danza monotona della fiammella di una candela.
Sistemato il bambino con la testolina appoggiata al tronco di un albero, la donna si avvicina alla porta d’ingresso. Bussa. Una, due, tre volte. Continua fino a scorticarsi le nocche, finché non le sembra che stracci di pelle dura si stiano staccando dalle mani, simili a neve sporca inghiottita dalla terra.
Una voce cavernosa prorompe dall’interno, ruvida come un gesso sulla lavagna. «Vattene via!»
La donna dà un’occhiata al figlio, al miserevole spettacolo del petto magro che si alza e si abbassa, il rantolo che lotta per uscire dalle labbra.
«Mi deve aiutare, la prego!»
«Ho detto di andartene!» sbotta la voce nascosta. «Tornatene alla Terra Rossa.»
La donna comincia a singhiozzare sommessamente, i suoi colpi diventano fiacchi. Le gambe cedono alla stanchezza, si piegano sotto il suo peso d’usignolo. E così sulle ginocchia, giunte le mani, solleva una preghiera alla lontana increspatura di blu tra le nuvole.
«Signore mio Dio.» Le lacrime si confondono con la pioggia, la voce della donna con il sommesso brontolio del cielo. «Aiuta il mio bambino, ti prego...il mio Indro!»
Con un sibilo sinistro, la porta si apre mostrando la figura ingobbita di un uomo. Il primo pensiero che sovviene alla donna è che mai nella sua pur breve vita ha visto un essere umano con dita tanto scure; il marroncino chiaro degli abitanti della Terra Rossa impallidisce al confronto. Nasconde le ossa del suo corpo, sotto una tunica purpurea e un cappuccio adombra il suo volto.
«Ascoltami bene, femmina.» Occhi luminosi come quelli delle creature della notte la osservano. «Se è l’aiuto di Dio che cerchi, faresti meglio a pigliare quel zazakely moribondo e tornartene da dove sei venuta.» Indica il bambino con una lunghissima unghia squadrata. «Se invece è uno stregone quello che cerchi...Beh! Entra e prepara la tua anima a quel che troverai oltre la soglia.»
L’interno della catapecchia è un caos di ampolle sistemate alla rinfusa su scaffali polverosi. Sostanze misteriose celate da vetri scuri. Da contenitori di ogni forma e dimensione si spandono un’infinità di odori, alcuni piacevoli, altri aspri, altri ancora indecifrabili. E, al centro di tutto, la fiamma azzurrognola della candela che la donna aveva intravisto dall’esterno; danza nel gioco di un venticello che non c’è.
«Chiudi la porta e fai sedere il zazakely.»
La donna trascina il figlio, si guarda attorno.
«Che stai aspettando? Per terra, per terra!»
Seguendo l’ordine dell’uomo, lo sistema in un angolo e lo bacia sulla fronte, appena sotto l’attaccatura dei capelli crespi.
«Sei sicura che non sia già bello che morto?!»
«Non è morto! È solo che non sta molto bene.»
Nella stanza c’è un solo sgabello e lo stregone vi si abbandona con tutto il suo peso.
«Non sta molto bene?!» Le labbra raggrinzite si schiudono in un ghigno di denti marci; forse un semplice sorriso, ma è comunque una fortuna che il cappuccio nasconda quello spettacolo. «Tu non hai bisogno di un ombiasy, ma di un medico!» Quindi, quasi sottovoce come se stesse rivelando un segreto, aggiunge: «Ho sentito che un gruppo di Vazaha è giunto alla Terra Rossa, forse loro sapranno cosa fare.»
La donna, accucciata accanto al figlio quasi a volerlo proteggere, si alza in piedi; non è molto alta, ma è bellissima. La selvaggia fisicità dell’Africa che incontra i soavi lineamenti asiatici. Occhi neri come gemme della notte, che nel frattempo ha disteso la sua coperta sull’intera foresta.
«Non esiste medico che possa salvare il mio bambino, nemmeno tra gli stranieri.»
«Eppure dicono che i Vazaha siano in possesso di conoscenze molto avanzate.»
«Mio figlio non è malato!»
Due minuscole stelle opache sbrilluccicano sotto il cappuccio dell’uomo: occhi curiosi che scrutano. «Hai appena detto che non sta bene, eppure affermi che non è malato; non ha molto senso, ti pare?»
«Prima che mio figlio cadesse in questo stato, io ho visto...qualcosa.»
«Interessante! E cosa avresti visto?»
«Una creatura, un’ombra che lo avvolgeva.»
Il ghigno sommesso dell’uomo si tramuta in una risata roboante; quasi un caotico ronzio di vespe.
«Un’ombra?! Sai quante ne esistono? Moltissime, e alcune anche molto pericolose.» Lo stregone si leva, enorme e possente.
«Posso descriverla. L’ho vista con i miei stessi occhi.»
«I tuoi occhi hanno visto solo quello che tu hai permesso che vedessero! Io invece ti chiedo: sei disposta ad accettare quello che ha visto il tuo cuore?»
«Il mio cuore?! Non capisco!»

«E perché mai dovresti? Devi solo accettare» ribatte lo stregone. «Sei disposta a farlo?»
«Se può salvare mio figlio, sono disposta a tutto.»
Un’improvvisa folata di vento spalanca la porta e, con un soffio, spegne l’anima azzurrina della piccola fiammella danzante.
«Bene allora. C’è una mia cara amica che devi incontrare. Leggerà quello che nascondi nelle tue profondità. Ma bada! Se la tua anima è marcia, anche il tuo cuore marcirà con essa.»

****

L’oscurità ammanta ogni cosa, e la donna deve faticare per non perdere di vista lo stregone che la precede. Gli animali della notte hanno spalancato i loro occhi, dischiuso le fauci al rito ancestrale della caccia.
«Dove mi state portando?»
«Zitta e cammina!»
Da un punto imprecisato nella foresta, giunge un rumore sordo, come se qualcuno, o qualcosa, stesse picchiettando sulla corteccia di un albero.
Arrivano in un piccolo spiazzo di erba rada. Ha smesso di piovere e un timido spicchio di luna, accarezza ogni cosa d’un chiarore opaco. La donna alza lo sguardo, cerca l’origine dello strano picchiettio.
«Ma quello è...»
«Silenzio!» la ammonisce lo stregone. «Credo che le larve nascoste sotto quella corteccia faranno una brutta fine.» Sghignazza.
«Andiamocene via.» Il corpo della donna viene assalito da brividi incontrollati. «Questa bestia è fady!» Il sudore scorre sul suo viso. Lacrime di sale.
«Andarcene via?! Se il tuo cuore è puro non hai di che temere! Per tuo figlio, ricordi?»
«Sì, certo, però...»
«Bene! Attendi paziente che la mia amica abbia finito di cibarsi.»
I tremori lasciano spazio a un’immobilità in bilico tra fascino e terrore. La donna non riesce a staccare lo sguardo dall’animaletto che colpisce il tronco dell’albero con il suo dito medio. Quasi un’ipnosi a cui le sfortunate prede non possono opporsi; un lungo artiglio le trafigge e, inesorabilmente, le tramuta in nutrimento.
Tic tic tic, tic tic tic
Quel rumore si insinua nelle ossa della donna; avviluppa le sue viscere.
Tic tic tic, tic tic tic
Lo stregone ha scostato il cappuccio mettendo in mostra un volto completamente glabro; forse non supera i sessant’anni, ma il chiarore lattiginoso disegna macchie tra le intersezioni delle sue rughe, donandogli la stessa età del mondo.
L’animaletto ha smesso di cibarsi e osserva incuriosito i due umani; il maschio lo conosce molto bene, ma è soprattutto la femmina ad attirare la sua attenzione. Riesce a percepire il battito scomposto del suo cuore. Scende dall’albero aiutandosi con la lunga coda e, saltellando agilmente, le si avvicina.
«Mostrale il petto» bisbiglia lo stregone. «Lascia che veda quel che nasconde.»
La donna non riesce a proferir parola. La bestiolina le si sta avvicinando sempre di più; non è un solo animale, ma tanti animali in uno. Non ha zampe, ma dita umane, dita da strega.
«Lo stai facendo per il tuo bambino, non dimenticarlo.»
Annuire costa fatica.
«Allora abbandonati. Lascia che anch’io veda l’ombra che hai visto tu. Lascia che la veda attraverso lei. »
La bestiolina si arrampica sul corpo della donna. Con le piccole dita da strega si aggrappa alla pelle. All’altezza dei seni si ferma. Enormi occhi gialli: osservano, vedono oltre. Il dito medio è un lungo artiglio.
«Se il tuo spirito è puro non hai niente da temere.»
La donna rivolge la mente ai suoi antenati, che la proteggano. Quindi rivede il figlioletto disteso per terra nella casupola dello stregone. Il suo adorato zazakely.
Mamma! Mamma! Vedo il tuo cuore! È nero, e questa bestia lo divorerà.
L’artiglio è una lama che il petto trafigge.

 

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Ottima la resa dell’ambientazione e la caratterizzazione della bestiolina che ne è parte integrante. Non ci sono dubbi sulla sua identità: è una Aye-aye. Quel “Il dito medio è un artiglio” è un dettaglio rivelatore, ma anche l’ambientazione e il suo vivere sugli alberi e il cibarsi di larve. Quindi credo che i termini del gioco siano rispettati. Anche il racconto mi sembra ben dosato, dando più o meno lo stesso spazio prima alla donna, poi allo stregone, e infine all’animaletto. Ambientazione interessante. Bel personaggio, lo stregone. Il ruolo dell’Aye-aye come strumento di chiaroveggenza per lo stregone (a caro prezzo per chi ci capita) non è niente male come idea. Ecco, la coppia stregone-animaletto fanno il racconto secondo me, e potrebbero suggerire sviluppi ulteriori. Per me, bella prova, ben giocata, a tal punto che si fa perdonare l’uso fumettistico (e meno narrativo) di “?!” (ben 3 volte) ;-)

Ritratto di DBones

Carissimo Pilgry, riesci a "leggere" il mio racconto quasi fosse tuo (anche se tu l'avresti scritto sicuramente meglio). Hai proprio ragione, la donna e i figlioletto sono quasi una scusa per introdurre lo stregone e la sua bestiolina, i suoi occhi puntati sul mondo delle ombre. Temevo che non tutti conoscessero l'animaletto che sono andato a presentare, e soprattutto quello che rappresenta nella cultura del popolo malgascio, ma vedo con piacere che non è così. Per quanto riguarda ?!, non sei il primo a farmi questa giusta osservazione. Cavolo, ci casco sempre! Vedrò di fare attenzione.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Un lemure?
Un Lori?
Siamo lì?
Oh, a me è piaciuto. Nonostante il riflettore sul gioco sia stato acceso molto tardi, è piaciuto. Sì.

Ritratto di DBones

Come ha detto Pilgry, trattasi di un aye-aye, ovvero un primate del Madagascar. Non è il più conosciuto degli animali, ma in compenso è tra i più misteriosi. Dicono che somigli a un lemure, a una volpe e a uno scoiattolo, e che con i suoi grandi occhi riesca a vedere il mondo delle ombre. Le sue zampe ricordano veramente mani da strega. La sua caratteristica principale è il lungo artiglio sul dito medio: lo usa per cibarsi, così come ho descritto nel racconto. Purtroppo gli indigeni Sakalava cacciano questi animaletti, perchè convinti che possano entrare nelle loro case per ucciderli trafiggendo il cuore con il famoso artiglio. Da qui l'idea per questa mia piccola storia. Sono contento che ti sia piaciuta.

Per la cronaca, sono stato quattro volte in Madagascar e non ho visto manco mezzo aye-aye. Che poi un mezzo aye-aye dovrebbe chiamarsi solo aye! Vabbè, a parte gli scherzi, penso che il Madagascar nasconda un sacco di misteri e un folklore molto particolare, e questo gioco mi ha regalato la possibilità di accennarne qualcuno   

Ritratto di Borderline

Credo di aver intuito che l'animaletto sia un piccolo mammifero notturno. Mi piace che il suo ruolo sia, almeno fino alla fine, abbastanza marginale nella storia. Hai portato avanti una storia di umani, più che puntare sull'animaletto come hanno fatto gli altri. Come per altri, ti consiglio di rileggere il racconto ad alta voce una volta concluso: sicuramente noterai quanto l'abbondanza di "che" appesantisca, e non poco, la lettura :). Buona prova, forse non troppo empatica, soprattutto per il tema abbastanza inflazionato, ma abbastanza riuscita. C'è da rimboccarsi le maniche per asciugare la scrittura, ora :)

Ritratto di DBones

Ciao, probabilmente ho esagerato con l'utilizzo del che, ma a parte questo mi sembra che il racconto si lasci leggere (o almeno spero). Per quanto riguarda il tema inflazionato, perdonami ma devo dissentire. Ho scelto di giocare con un animale che molti non conoscono, una bestiolina profondamente legata con il folklore malgascio, ovvero l'aye-aye. Per fortuna il buon Pilgry è riuscito a individuarlo. Grazie per i consigli.

Ritratto di Borderline

Sì, l'animaletto è originale e ho apprezzato le curiosità che stanno dietro il suo lungo dito "da strega". Come tematica inflazionata, intendevo la madre che deve salvare il figlio da una malattia sconosciuta tramite magia nera (o comunque voodo) e il sacrificio della madre. Il racconto è ben scritto, il mio voleva essere un consiglio per migliorare la fluidità di lettura :). Alla prossima!

Ritratto di DBones

Consiglio che ho apprezzato moltissimo. In questi giochi non si cercano lodi, ma critiche costruttive che aiutino a migliorarsi.