Un attimo intensamente breve e piagnucolante (di EPalumbo)

Il capitano del mercantile, vecchio lupo di mare, stava manovrando la sua nave nel piccolo porto della così conosciuta isola delle mele, quando la sua attenzione fu attirata dal suo secondo, intento a spolliciare sul display dello smartphone acquistato da pochi giorni; il capitano lo colpì sulla nuca richiamando la sua attenzione e indicando, senza emettere suono alcuno, di tenere gli occhi fissi sulla banchina. La manovra non era facile come sembrava e la pochezza di manodopera portuale non era sicuramente d'aiuto. Quello era un giorno speciale per gli isolani, il capitano lo sapeva bene e non era sorpreso dallo scarso numero di operai.

Il carico delle casse di frutta durò un paio d'ore, il capitano pagò la somma pattuita, porse i propri omaggi agli uomini e risalito sul mercantile avviò le manovre assistito, questa volta diligentemente, dal suo secondo.

L'aria del piccolo isolotto a largo delle coste britanniche profumava di mele e allegria. La ricorrenza annuale festeggiava i millecinquecento anni dall'approdo dell'eroe sull'isola delle mele.

Tra le strette vie dell'unico villaggio si udivano uomini fischiettare mentre trasportavano grossi tronchi e donne canticchiare beate osservando orgogliose i compagni intenti a rendere omaggio, ancora una volta, al grande eroe: il cavaliere che unì tutti i popoli, lottando per essi e morendo per i loro ideali, promettendo che sarebbe tornato.

Poco distante dal villaggio, appena dentro al meleto, due alberi a destra e uno a sinistra, si nascondeva una casupola in legno e paglia con un corto camino fumante. L'unica finestra era sbarrata e la fioca luce all'interno dell'abitazione proveniva da un buco nel tetto, non ancora riparato da quando dei piccoli monelli, cercando di catturare un uccellino, calpestarono il tetto ruzzolando sulle cianfrusaglie del vecchio druido.

Arthur il druido, o per meglio dire il cainte, era l'uomo più vecchio dell'isola e le sue giornate erano più intense di quanto sembrasse o di quanto gli abitanti del villaggio potessero immaginare. Ogni giorno, appena sveglio, il cainte invocava gli dèi passati e presenti, pregava intensamente e dopo le apparizioni spesso praticava il digiuno, come ogni druido era molto devoto e la sua fede non vacillava mai, complice l'isolamento dal resto del popolo che il vecchio santone si era auto-imposto.

Quando non digiunava, il vecchio, si cibava di radici, mele e qualsiasi cosa la natura gli donasse bolliti nel suo grande calderone, finito di pranzare tornava a esercitare le sue arti magiche e in particolar modo l'evocazione degli spiriti.

La gente del posto credeva fosse un povero vecchio usurato dalla solitudine, così solo da essere impazzito vaneggiando di essere presente quando il grande eroe approdò sanguinante sull'isola e di essere il custode dei frammenti di Caliburn: la leggendaria spada del grande eroe. Sul collo pendeva una piccola boccetta di vetro contenente un liquido rosso, forse di natura ematica, chiamata dal vecchio druido la reliquia.

Arthur usciva dal meleto solo la notte della ricorrenza.

Poco prima del tramonto il capo villaggio fece suonare il corno e tutti gli abitanti in cerimonioso silenzio si disposero a centri concentrici intorno al focolare, ancora spento, con le teste chinate e gli occhi chiusi. L'uomo stringeva due pietre appuntite tra le mani, fece qualche passo mettendosi al centro del cerchio e si chinò. Lo sfregamento delle due pietre scaturì delle piccole scintille; i piccoli rametti di melo iniziarono a sfrigolare.

– Che la festa abbia inizio!

I musicisti iniziarono a suonare, i danzatori a ballare, i bambini a rincorrersi chiassosi intorno alla lunga tavolata preparata per l'occasione come voleva la tradizione, i barili di idromele furono aperti e la carne iniziò a rosolare sulle griglie.

Come sempre, quando si sta bene e l'allegria ti coccola tra le sue braccia goliardiche, le ore scorrevano veloci e la mezzanotte era questione di minuti.

Il capo villaggio fece suonare nuovamente il corno e tutto il popolo, sorreggendosi l'un l'altro a causa dell'eccessivo alcol ingollato, si posizionò nuovamente in cerchio intorno al focolare per chiudere la cerimonia. L'uomo prese il mantello in pelle d'orso, secondo la tradizione appartenuto al grande eroe, per soffocare il fuoco nella sua cenere.

– Fermo! - urlò una voce tremula – Oggi è la grande notte! - continuò Arthur con grandi gesti.

Il vecchio si avvicinò al focolare, strappò dalle mani del capo villaggio il mantello d'orso, lo piegò in quattro e lo mise a cavallo del fuoco, posizionò sopra di esso alcuni frammenti di metallo, bagnò il tutto con alcune gocce del liquido rosso, denso come sangue, e lanciò una polvere bianca sul fuoco. Le fiamme si alzarono, un fulmine colpì in pieno il focolare.

L'urto fece tremare tutta l'isola e gli abitanti del villaggio furono scaraventati in aria per diversi metri.

Al posto del focolare un altissimo vortice d'aria, illuminato di bianco, iniziò a turbinare restando fermo al suo posto e a ogni secondo sprofondava sempre più nel terreno. La luce generò un bagliore accecante, dopodiché il vortice riprese a salire concentrando la sua luce al suo interno, più rallentava più quella luce si modellava divenendo antropomorfa.

Un secondo fulmine colpì in pieno il vortice che si dissolse in un lampo.

Tornarono il buio e la calma.

La cerimonia poteva ritenersi conclusa e per prestare i primi soccorsi, il capo villaggio, che altro non era il sindaco del paese, decise di far riattivare le cabine e riportare la luce, la piccola gita nel passato era stata abbastanza terrificante.

Le luci delle piazza si accesero e illuminarono il mantello d'orso. Nessuno si sarebbe immaginato di trovarlo ancora intatto né tanto meno di trovarlo addosso a una donna.

Arthur era esterrefatto, la bocca spalancata mostrava dei denti bianchissimi e gli occhi color smeraldo trattenevano a stento le lacrime, le labbra tremavano leggermente, avrebbe voluto dire qualcosa ma la felicità lo possedeva. Aveva atteso tutta la vita per assaporare quel attimo fuggente, non avrebbe mai pensato che la felicità si potesse esprimere con una lacrima, la stessa che in quel momento si perse tra la sua folta e lunga barba rossa. Una vita di sacrifici per un attimo intensamente breve e piagnucolante.

La donna che indossava il mantello si alzò in piedi, era completamente nuda, dalle sensuali e ben definite forme, capelli lunghi di un rosso naturale e brillante, gli occhi verdi, labbra carnose e naso fine ed esile.

– Arthur! - esclamò la donna incredula guardando il vecchio cainte.

– Morgana – disse l'uomo – sorella mia. Bentornata ad Avalon.

I due si abbracciarono intensamente sentendo l'uno il cuore dell'altra battere all'impazzata.

 

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Ciao Eliseo. Vedo con piacere che sei un amante del ciclo arturiano e della mitologia delle isole britanniche, e della Bretagna. Mi sono chiesto, considerata l’apparizione di Morgana sul finale, se ti fossi ispirato a “Le nebbie di Avalon” (M. Z. Bradley) che però proprio un classico non è, considerato che se non erro la prima edizione risale agli anni ‘80. Ad ogni modo, l’idea di trasporre Arthur nelle vesti di druido potrebbe avere il suo perché. Quello che mi sfugge è il ruolo del capitano e del suo secondo in apertura. Forse mi sono perso, ma fanno quella apparizione per poi sparire. Il motivo della “riesumazione” di Morgana, a suggellare la fine della cerimonia, mi è oscuro, ma magari volevi proprio non svelarlo in questa storia. Insomma, mi è mancato il “razionale” del tutto, anche solo un piccolo indizio che mi facesse intuire quale potrebbe essere l’avventura di Arthur il druido e di sua sorella Morgana.

Ritratto di Eliseo Palumbo

Ciao caro :)

Mi sono ispirato alla legenda di Artù in sé e il racconto è stato travagliato, la prima versione non faceva bene intendere in quale epoca fosse ambientato rischiando di andare contro una delle regole del contest/laboratorio, la seconda versione ritraeva Artù come condottiero, avrei anche in quel caso infranto una delle regole e alla fine ho deciso di reinventarlo druido.

Il capitano aveva solo un ruolo marginale tipo introduttivo per far intendere il contesto ambientato nel presente o in un futuro molto prossimo.

Per quanto riguarda Morgana ho semplicemente scambiato i ruoli ai due, nell'originale lei è la maga/strega chiamiamola come vogliamo e Artù il re, nel mio racconto il tanto rinomato eroe era proprio Morgana.

L'idea iniziale la trovo tutt'ora buona però non volevo infrangere le regole e cercando di sistemare tutto alla fine è venuta fuori una specie di forzatura purtroppo.

Grazie comunque per avermi letto :)

Ritratto di DBones

Ciao Eliseo. Il ciclo arturiano affascina da sempre ed è stato un piacere vederlo trasportato in questo gioco di scrittura. Purtroppo non sono riuscito a comprendere la vicenda, forse perché troppo spezzettata e con personaggi che fanno la loro comparsa per poi sparire. Questi personaggi avranno sicuramente un ruolo nel proseguo della storia, ma in questo contesto appaiono inutili. Questo è un errore che ho fatto anche io (che di errori ne faccio un sacco ahahahah). Spero di trovarti ancora con altre storie su LPV.

Ritratto di Eliseo Palumbo

Ciao!

Beh che dire, Morgana, nella storia che ho in mente e che è ancora tutta da scrivere, ha il suo gran bel ruolo come anche Artù druido.

Il capitano e il vice erano solo introduttivi per rendere l'idea del tempo in cui si svolgono i fatti.

D'altronde è un laboratorio di scrittura questo quindi ho solo da poter imparare, apprendere e migliorare :)

Ritratto di DBones

Sì Eliseo, i giochi di scrittura de LPV sono uno stimolo ad impegnarsi e migliorare. Io ci provo, poi i risultati sono quel che sono...ahahah

Ritratto di LaPiccolaVolante

Ok, devo ammetterlo, il titolo colmo di avverbi mi ha un poco spaventato all'inizio.
Hai dissipato le preoccupazioni abbastanza in fretta, eheh.

Molto... narrativo. Anche qui la fisiologica e non così colpevole voglia di raccontare come va a finire ti ha costretto a girare veloce la manovella. Eppur ci sono spunti davvero interessanti.

L'ingresso è uno dei miei modi preferiti: L'avvicinamento. Sfruttare il passaggio di un evento, mezzo, personaggio "comparsa" per avvicinarsi all'obbiettivo è un bel modo per giocare con il lettore. Sì mi è piaciuta questa scelta.

Curioso di rileggere altro.
occhio alla prossima arene. :)
 

Ritratto di Eliseo Palumbo

Ciao!

Per gli spunti che questo racconto da, in effetti, potrebbe venire fuori qualcosa di carino e interessante. Una bozza di proseguio è nella mia testa ma è solo una bozza divisa in 3 parti: inizio, eventuale colpo di scena, fine.

L'avvicinamento dei personaggi, come lo avete chiamato voi, è una pratica ricorrente nelle cose che scrivo perchè voglio far capire a chi legge che quei personaggi sono parte integrante della storia quindi vanno fatti entrare in scena come se fossereo essi stessi la scenografia del racconto e non di punto in bianco sparare "il nome del super eroe che salverà il mondo" senza avere una minima idea di dove sia, quando sia, perchè sia eccettera eccetera

Ho appena letto il bando del nuovo gioco e non credo proprio che questi personaggi possano farne parte quindi dovrò inventarmi qualcosa di nuovo.

Buonanotte e a presto

Eliseo.