La pecora Holden (di ALittera)

Ha passato tutta la settimana a lamentarsi il vecchio pastore Bachisio. Dopo i primi mesi di proteste dei pastori sardi, anche tra noi pecore iniziava un certo dissenso a causa del lavoro che veniva meno. La diminuzione del prezzo del latte suscitò anche in noi indignazione e soprattutto forti preoccupazioni per il futuro; la situazione si è così aggravata che vede sorgere un’imprevista empatia tra noi, ruminanti lavoratrici, e Bachisio, il padrone del capitale. Se la produzione del latte ovino entra in crisi saremo noi pecore a perdere il lavoro, se continua così il pastore ci dovrà licenziare tutte.

Io e le altre pecore siamo dunque sole all’ovile, c’è solo il cane pastore Tzurchuneddu che dovrebbe sorvegliarci durante quell’assenza di Bachisio che si protrarrà per diversi giorni. Tzurchuneddu… Quello poi te lo raccomando! È un gran ruffiano quel cane, figurarsi se si occupa di noi visto che nessuno che lo controlla. Un fannullone come pochi altri, si finge cane da guardia solo in presenza del padrone tanto per dimostrargli che merita il suo schifosissimo rancio giornaliero.

Tra noi aleggia un eccitante spirito di rivalsa e libertà. Ernesta, quella tra di noi più indipendente, parla di sindacato e fronte comune delle pecore. Il senso di ribellione viene contagiato a tutte ed in poco tempo ci siamo organizzate stabilendo un piano d’azione. Rubiamo l’autocarro dell’ovile, Ernesta alla guida, con basco di lana e sigaro in bocca, e noialtre dietro.

Lungo il tragitto mi devo subire l’assordante rumore dello sciabordio delle mammelle delle pecore sul camion che ci trasporta, che fastidio ragazzi! Per non parlare delle porcherie che coprono il fondo del rimorchio, lasciate da un precedente viaggio con delle capre; anche se tutte noi avevamo bisogno di fermarci ogni tanto, almeno per espletare qualche bisogno corporale, la camionetta continuava a viaggiare a velocità sostenuta, d'altronde la rivoluzione è iniziata e non possiamo arrivarci in ritardo. Le palline di cacca di capra scivolano lungo il pianale del rimorchio, ruzzolando sincronizzate a destra e a sinistra ogni qualvolta che si prende una curva.

Per distrarmi un po’ da quello schifo di viaggio mi metto ad osservare il panorama attraverso le sponde del pianale. Al di là dei campi che fiancheggiano la strada intravvedo uno stagno costellato da macchioline rosa che galleggiano circa ad un metro dello specchio d’acqua. Sono fenicotteri.

Al mio fianco c’è la vecchia Luigia, con la sua solita sigaretta accesa, tossisce e guarda assorta l’orizzonte. Lei è l’unica che sopporto, è più simpatica delle altre proprio perché non parla quasi mai ma tossisce, tossisce e basta. Ha 4 anni, portati malissimo, la lana ingiallita dal tabacco; sul dorso completamente rasato porta un gigantesco cerotto alla nicotina che si estende dal collo sino alla coda, ma mica per smettere di fumare bensì per intensificare gli effetti del tabagismo.

«Ehi Luigia!» tutte la chiamano Gigia ma a me non piace e preferisco usare il suo vero nome e non il nomignolo, non che Luigia sia un bel nome o via discorrendo ma, insomma... Che nome da schifo è Gigia?

«Luigia? Mi senti? Ehi dico a te!» con un calcio le spedisco una pallina di cacca proprio sull’occhio, se l’avessi mirato non ci sarei di certo riuscita, ma è bastato per ottenere la sua attenzione.

Luigia si volta verso di me: «Ma che diavolo vuoi Holden? Cough… Cough.»

«Che li vedi i fenicotteri nello stagno?» gli indico fuori dal camion.

«E allora?» risponde seguito da un preoccupante rantolo di tosse.

«Ma dove vanno a finire d’inverno?» le domando.

Luigia alza le spalle e curva il capo su di un lato, abbozza un sorriso, tossisce ancora e torna rapita dai suoi pensieri. Quel sorriso di Luigia smorzato dalla tosse assomiglia tanto al mio. Esistono tanti tipi di sorrisi, da quelli che tagliano il viso da un orecchio all’altro a quelli un po’ più garbati, poi ci sono i sorrisi che nascondono parole non dette, pensieri di cui ci vergogniamo e compagnia bella. E poi c’è il mio di sorriso, che nasce già stanco. Il mio è un sorriso che non ce la fa, è un aborto. Vengo improvvisamente pervasa da un senso di malinconia, abbasso gli occhi verso i cordoli della strada e resto così per tutto il viaggio.

 

Finalmente raggiungiamo il primo cavalcavia dove i pastori si sono dati appuntamento per versare il latte sulla strada in segno di protesta. Noi latte non ne abbiamo più granché, ce l’han preso quasi tutto i padroni, ma di rabbia ne abbiamo a iosa e con quella anche la bile che vogliamo gettare sopra le auto. Si materializza davanti a noi il primo problema, superare il cordone di poliziotti in assetto antisommossa che blocca l’accesso al cavalcavia. Avevamo già previsto questo problema pertanto mettiamo subito in atto il piano per risolverlo. Scendiamo tutte dal camion, alcune di noi iniziano a costruire una staccionata, simile agli ostacoli che si usano nelle gare ippiche. Le forze dell’ordine ci guardano inebetite mentre alcune di noi girano in circolo attorno all’ostacolo saltandolo a turno. Questo continuo saltellare delle pecore produce nei poliziotti un effetto mesmerico quanto soporifero e non dà loro altra scelta che crollare a terra grazie all'efficientissima azione sedativa. Superato questo impiccio non ci resta che convincere i pastori, i quali hanno osservato tutta la scena dall’alto del cavalcavia, a lottare con loro. Con gli allevatori non c’è tanto da giocar di fino, li abbiamo messi fuori gioco prendendoli a colpi di mazzuccu in testa poi legati dalle braccia attorno al nostro collo facendo scivolare il loro corpo sulle nostre schiene a mo’ di mantello.

 

Passano i giorni e le nostre proteste ottengono visibilità mediatica e, con questo, anche la benevolenza rivendicata a gran voce dalla classe politica sempre pronta a sfruttare l’occasione di accattivarsi nuovi elettori. E ne ha ben donde! In Sardegna la popolazione ovina è il doppio di quella umana, allora quale migliore occasione per i partiti nel rimpinguare il proprio parco elettori? Le pecore ottengono così diritto di voto. Sfruttando il vantaggio numerico nei confronti degli umani in Sardegna riusciamo a conquistare politicamente diritti e benefici che prima non avevamo. Le nostre nuove spettanze portano ben presto gli umani a soffrire di un delirio d’invidia, non perché potessimo godere di privilegi che loro non avessero ma è quel senso di equità che proprio non digeriscono.

Ben presto si propaga un infondato senso di ingiustizia sociale tra gli esseri umani che manifesta un sentimento primitivo; si inizia a dar la colpa della propria situazione ad un nemico qualsiasi, basta che sia un nemico. La scelta di questo nemico ricade in qualcosa di più lontano possibile, di talmente lontano da diventare invisibile, impalpabile, e quindi indimostrabile. L’indimostrabilità della teoria del nemico è essenziale per la sopravvivenza del complotto nella testa degli umani. E devi per forza credere all’illusione, non puoi negarla visto che il nemico è così invisibile da non poter constarne la veridicità. Se il nemico non lo vedi non puoi dimostrare che è fasullo e se ci provi rischi di venir deriso ed infine allontanato dalla società. Quindi i veri pazzi sono finiti per diventare i “normali” e chiunque altro cerchi di far rinsavire le persone, di portarle alla ragione con dati oggettivamente dimostrabili, provati, viene paradossalmente accusato di pazzia o peggio ancora di corruzione. È diventato sconveniente non essere pazzo. Ma ciò che rende la faccenda ancor più preoccupante è che ora gli umani, con lo spauracchio del nemico invisibile, riescono a far fare a tutti ciò che vogliono. Temo che con questa tiritera gli umani possano convincere noi pecore a lavorare come schiave per non finire in mano all’invasore che viene da terre sconosciute.

 

Il complotto si trasferisce per osmosi ad una parte delle pecore, un gruppo ristretto inizialmente ma che poi diventa sempre più nutrito fino a farmi circondare da complottisti. Le provo tutte per far capire alle compagne pecore che il nemico non viene da lontano ma che stiamo allevando una serpe in seno: l’uomo.

«Voglio dire, perché lavoriamo per gli umani? Cosa ci guadagniamo?» inizio a dipanare il mio inventario di rimostranze.

Le compagne ormai all'unisono: «Cosa ci guadagniamo? Il cibo, Holden. Il cibo e un tetto per la notte, senza l’uomo moriremmo di sicuro di fame, senza il suo cibo, o di freddo, dormendo ogni notte all’addiaccio senza un ovile dove trovare riparo.»

Il mio tono di voce si fa più triste: «Vi dico che potremmo fare a meno di loro se solo lo volessimo. E gli agnelli? Ma non vi chiedete mai che fine fanno i nostri figli?»

Un coro di risate partono dal gregge: «Oh Holden, i nostri agnellini stanno meglio di noi. I piccoli vengono portati dagli umani nelle colonie estive in Costa Verde, chissà come si divertono.»

Ormai con un filo di voce rispondo: «Ma come fate a credere a quegli ipocriti degli umani? Avete mai sentito di un agnello che torna dalla colonia estiva? Io no, so che fanno una brutta fine!»

«Holden falla finita con queste cretinate. Sicuramente dopo il periodo estivo vengono mandate in qualche scuola per costruirsi un futuro» sentenzia il gregge.

 

 

È giunto l’inverno e intanto il movimento è sceso a patti con gli umani i quali ci hanno dato anche la possibilità di riunirci in un capannone per ridiscutere la nostra posizione lavorativa. Ma a me mica convincono tanto e ho cercato di persuadere le altre a diffidare: «Non mi convince questa storia!»

«Ma smettila Holden. Tu e le tue fantasie. Chissà da quale racconto di Salinger avrai tirato fuori questa fantasticheria» mi hanno ripreso in coro.

Le imploro: «Vi dico che è una trappola. Ho visto l’osceno e non posso raccontarvelo perché non conosco parole che possano descriverlo. Una cosa vi posso dire sull’osceno, nasce spesso da qualcosa di nobile, da una legittima richiesta, dal volere dei diritti. È tutto lecito e ragionevole all’inizio, ma poi qualcosa va storto e l’idea di cui hai fatto una bandiera si trasforma in un atto di fede, le piazze diventano i templi per i sacrifici dei diritti altrui a vantaggio dei propri. Quando ti accorgi che hai anteposto i tuoi diritti a quelli degli altri è troppo tardi ormai, sei spinto dalla folla verso l’osceno ed è impossibile riuscire ad andare controcorrente senza rischiare di essere calpestato dai tuoi compagni di lotta.»

Ma le altre non vogliono ascoltarmi, così prendo la mia rabbia e mi allontano da sola. Mi dirigo verso uno stagno dove intravvedo delle macchie rosa. Accidenti, ma sono proprio loro!

Contento di vedere i fenicotteri anche d’inverno mi precipito da loro per fare amicizia. Man mano che mi avvicino mi accorgo del loro piumaggio, brilla in alcuni punti ed il corpo ha un’insospettabile lucentezza amorfa, troppo diffusa. Che mi venisse un colpo, non sono veri ma di gomma! Vicino ai falsi fenicotteri ci sono delle papere, anche quelle di gomma galleggiante e poco più in là, nascoste dalle frasche, le canne dei fucili che aspettano altre anatre attirate dai richiami.

Un solo pensiero mi passa per la testa ed è diretto alle mie compagne in “riunione” nel capannone: avevo ragione, era una trappola.

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Ciao ALittera. La pecora Holden è troppo forte. Non avrei mai pensato al “giovane Holden” di Salinger in veste di una pecora ribelle, ma ci può stare. Mi è piaciuta l’ironia iniziale che si trasforma nella parte centrale, fino al finale, in satira politica. Sebbene non ne abbia colto il legame con il giovane Holden, mi piace l’idea di una guerra tra le pecore, che mi auspico vorranno seguire Holden dopo la rivelazione della trappola, e gli umani (i padroni). Insomma, mi hai lasciato con la voglia di leggere un seguito e questo, per me, è senz’altro positivo. Ti auguro di catturare allo stesso modo l’attenzione dei Capitani ;-)

Ritratto di DBones

Questo racconto, pur essendo distante da quello che amo leggere, è sicuramente piacevole e accattivante; la pecora ribelle è un ossimoro che ha il suo perché, se poi questa pecora si chiama pure Holden il gioco è fatto.

Ritratto di Buonbarile

Affrontare con tale tatto argomenti così vicini a noi non è scontato: è sempre semplice scadere nelle tipiche banalità che spesso caratterizzano questo tipo di racconto. Ciò che hai disegnato è invece uno scenario surreale, ma pienamente credibile; ironico, con un retrogusto amarognolo. Un racconto capace di lasciare nella mente del lettore interessanti spunti riflessivi

Ritratto di LaPiccolaVolante

Non lo so. L'idea di piazzar Holden in un gregge, sì, la trovo molto efficace.
C'è un problema, però. La caratterizzazione non è del tutto efficace, la contestualizzazione avviene troppo in fretta e troppo palese.
 

Cavolo, peccato, l'idea di un Holden pecora è deliziosa!
Non avresti dovuto presentare Holden come una pecora, l'avresti dovuto slegare e obbligarlo a comportarsi come una pecora: l'effetto migliore lo si ottiene quando il lettore scopre con cosa ha a che fare. Se svuoti la cartuccera troppo presto ti rimane solo un "c'era una volta".
Faremo un altro gioco per abituarci a questo a breve.

Altro piccolo errore, direi fisiologico nelle prime arene, è il bisogno di "raccontare" cosa succede. Qui dovete allenarvi a narrare, la narrazione si muove in infinite traiettorie possibili intorno a due cardini: Personaggi e Contesto (ambientale, sociale, culturale...). Che fine facciano, che siano mille le cose che accadano al personaggio qui a noi non interessa, o meglio, dovete innamorarci di un'idea o di un personaggio tanto da dover venire a cercarvi per costringervi a raccontarci ancora!

Per raccontare allora di una pecora, devi essere una pecora e farmi innamorare inaspettatamente di una pecora, non di una super pecora! Non sono d'accordo con la riuscita "credibilità" del personaggio. Le preoccupazioni di una pecora in realtà sono molte meno di quelle elencate in questo racconto. Vogliamo una pecora sveglia? Allora dobbiamo svegliarla! Quindi si utilizzano gli spazi per Presentare, Contestualizzare, Caratterizzare e preparare all'evoluzione. :)

Troppa fretta di dir la propria, troppa fretta di raccontar quanto più possibile. Questo Holden ovino meriterebbe mooooolta più cura. Io mi sarei dedicato solo a lui.