La notte del Big Ben (di MasMas)

“Santo iddio, non avrà intenzione di tenerci qui ancora per molto!”

La voce di Bombolona sprizza a fatica dalle sue guance gonfie, come un canto a morto di un usignolo isterico. Sembra davvero spaventata. Prendo la sigaretta e do un tiro. Guardo quelle facce attraverso il fumo, tra le volute bianche spesso si afferra la realtà delle cose: “A chi tocca adesso?”

“Lei è un pazzo!” la stagista dalle labbrone clintoniane in tailleur fasciante dondola il culetto sui tacchi a spillo fino alla finestra e guarda oltre i tetti di Londra: “Ormai è sera, c’è la nebbia, e le strade sono intasate dal pomeriggio. Siamo in trappola!”

Le due gemelle colf in divisa inguinale si stringono tra loro, lo sguardo indurito da inglesi adottate a trattenere le lacrime. Lanciano fugaci sguardi fuori.

Tiro ancora dalla sigaretta, e ripeto: “A chi tocca adesso?”

L’unica a Londra che avrebbe potuto fare la modella ma si è data alla professione notarile si fa avanti: “Facciamo veloce, vengo io.”

Le sorrido. Accenno agli altri: “Vi prego di aspettare nella sala, rimanendo in vista, dalla porta, grazie.”

Mentre si accomodano fuori, lei si avvicina, aggiusta lo chignon biondo e si siede nella sedia di fronte alla mia. Con quegli occhi di ghiaccio e lo sguardo da dominatrice ariana dovrebbe essere la più dura. Meglio, odio le cose troppo facili: “Bene, allora. Vedo che non è agitata, a differenza delle altre.”

Solleva un sopracciglio: “La pianista, non ricordo nome, non mi pare agitata.”

“Io la chiamo Ilona Stallona, deve essere sorella di Ivan Drago, lei non fa testo. Non ho nemmeno capito se parla, se reagisce agli stimoli esterni. Concorda? Dubito potesse avere la volontà di far fuori il fu Lord Blackwood.”

“Lo dice lei.”

“Lo dico io. Piuttosto, parliamo di lei, mi racconti dall’inizio. A che ora è arrivata?”

“Pomeriggio. Sedici e trenta, circa. Appena prima di pianista e cantante, Linda invece era già qui. Insieme a cameriere, certo.”

Tiro e soffio il fumo verso di lei, in basso, ma quello impudente risale lungo la giacca nera, si infila lungo la scollatura abbondante si arriccia attorno al collo. Gli occhi rimangono fissi sui miei, deve aver notato il mio indugiare: “Mi pare che Lord Blackwood, anche se ormai canuto, amasse essere circondato da bei panorami. Le cameriere con la divisina striminzita, la stagista clintoniana, Ilona col suo tacco e la camicia stretta. Lei.” Punto ancora sulla scollatura, lei fa un sorriso sarcastico: “Cosa devo dire, William era uomo potente, ricco. Normale ognuna usi tutte le armi che ha.” Scrolla appena i capelli, compiaciuta. Uno spiraglio nel muro di autocontrollo.

“A parte Bombolona la cantante. Non mi pare che quel tendone da circo rosa confetto che indossa abbia l’intenzione di mostrare alcunché.”

Torna a indurirsi: “Certo. Di lei era innamorato di voce. Non ho capito perché, io non ho mai trovato brava, ma lui la faceva esercitare, pagava lezioni con pianista. Credo sperasse di scoprire un talento, non so.”

“E delle gemelle kamasutra che mi dice?”

“Quelle portavano divisa provocante perché imposta da William, anche se non credo gli dispiacesse.” Una punta acuta nella frase. Chissà cosa voleva dire.

Soffio fumo verso la porta, guardo nel salotto, gli altri sono davanti alla finestra. A parte Bombolona, sgonfia sulla poltrona, e Ilona, in punta dello sgabello del piano, con la borsa in grembo. In attesa ma pronta a partire. Diversi confabulano, ma non sento.

“Torniamo al suo arrivo. Lord Blackwood era ancora vivo.”

“Certo. Sono venuta in studio, lui era seduto dove è lei. Linda era a scrivania qui a fianco, ordinava documenti. Aveva passato giorno con William a controllare carte, perché lui aveva fatto testamento. Quando sono arrivata aveva pronta busta sigillata, io ho preso in custodia. Abbiamo passato una ora a sistemare pratiche.”

“Quindi siamo alle diciassette e trenta, magari tre quarti.” Questa volta soffio il fumo dritto addosso a lei. Non fa una piega, non batte gli occhi. Fumatrice. Prendo il pacchetto dal taschino, glielo porgo: “Vuole?”

“No grazie.”

Metto via: “Un’ora e mezza dopo aver fatto testamento, Lord Blackwood è morto strangolato. Difficile pensare a una coincidenza.”

“Due, almeno.”

“Come?”

“Dopo aver firmato testamento, William è andato a sentire ultima parte di lezione di canto. Intanto io e linda abbiamo sistemato carte, poi lei andata in archivio, di là.”

“Per una mezz’ora, siamo alle diciotto.”

“Poi è andato in guardaroba a cambiarsi.”

Do un tiro e guardo ancora verso la porta: “L’ha visto da qui? Dalla porta aperta si vede il corridoio che da sul salotto, quindi chiunque passi per quello si nota da questa sedia.”

“Giusto. Io sono rimasta a finire documenti, dopo venti minuti William non tornava, la TV ha dato annuncio di bomba e sono andati a cercarlo di corsa.”

“E l’hanno trovato stecchito come un pollo pronto per la spennatura.”

Il suo sguardo si indurisce un istante. Non si scompone se una bomba atomica nel Big Ben sta per radere al suolo Londra ma il pensiero del cadavere di un vecchio la fa scomporre. Sarà che io sono abituato ai morti: “Diciamo le diciotto e trenta.”

“Diciamo.”

“Diciamo.” Do un tiro: “Da qui non ha visto chi ha trovato il cadavere?”

“No, non guardavo in quel momento.”

“Peccato. Perché potrebbe essere stata la stessa persona a entrare, commettere il delitto e chiamare i soccorsi.”

“Quando sono entrata, c’erano già cantante e cameriera, non so quale delle gemelle. Io e pianista siamo entrate insieme, Linda è arrivata dopo.”

“Mi vuole dire che penserebbe a una delle due già dentro?”

“Non mi permetto di accusare nessuno.”

Ha qualcosa da dire: “Ma?”

“Ma posso dire, cantante poco probabile, vede anche lei, è bambinona, poi William era unico che credeva in lei, unica sua possibilità per entrare in modo di lirica. Oltre che essere di famiglia ricca.”

“Quanto Lord Blackwood?”

Alza un sopracciglio: “No, non credo.”

Soffio fumo, volute evanescenti ed eteree come le prove in questo caso: “Invece le gemelle kamasutra non credo siano ricche.”

“No, anzi, per loro sarebbe bel colpo.”

Abbasso il tono: “Mi sbaglio o a lei non piacciono?”

Mi guarda con quegli occhi dalla Foresta Nera. Aspetta un istante, poi abbassa lo sguardo: “Se posso fare confidenza, credo quelle due facessero cascamorte con William, quando erano soli.”

“Come fa a dirlo?”

Torna il sorriso beffardo, anche se noto una punta d’amaro negli occhi: “Sono donna e noto tanti dettagli. Sorrisi, mani allungate dove non copre la gonna, e in risposta nessuna rimostranza, solo occhi bassi, un po’ di vergogna. Poi, una volta, in camera da letto, una mutandina di pizzo dietro la testiera.”

Affilo lo sguardo: “Potevano essere di chiunque. Anche le sue, per assurdo.”

“Ha ragione. Ma taglia piccola, adatta a corpo magro di gemelle, non certo a me, o a pianista.”

“O a Bombolona.” Accenno un sorriso.

Non ricambia e non commenta.

“La stagista clintoniana?”

“Forse.” Si interrompe, poi: “Anche lei, se posso dare impressione, faceva occhi dolci a William.”

“Non lo facevate tutte?”

“Signor Creim, un conto è vestire, un conto è ammiccare. Donne sanno bene dove è limite, come offrire o farsi guardare senza concedere oltre.”

“Capisco.” Do un tiro, guardo nel salone, si agitano come su una graticola. Ottimo: “Quindi ricapitolando: Lord Blackwood, vivo, firma il testamento e va a sentire la lezione di canto. Linda esce e va in archivio. Lei da qui vede Blackwood andare a vestirsi, poi poco dopo arriva il grido dal guardaroba. È tutto?”

“Circa.”

“E cosa manca?”

“Manca che cantante andata via da salotto, forse in cucina, ma non è venuta da questa parte. Allora gemelle sono entrate in salotto, a spolverare e pulire. Una è venuta fino in corridoio.”

“E l’ha vista superare la porta dello studio, verso il guardaroba?”

Sospira: “No, ha infilato testa dentro, ha visto che c’ero io ed è tornata di là.”

Le soffio fumo: “E a lei dispiace, perché sospetta di loro. Ma mi lasci dire, mi paiono troppo minute per strangolare da dietro un uomo, seppur anziano.”

“Lei è poliziotto. Ma da donna dico che rabbia o disperazione posso dare una forza inaspettata.”

“Questo è vero.” Le lancio un’altra voluta, mi fissa negli occhi, perfettamente in controllo. Cala il silenzio sui nostri sguardi che si puntano. Così: “Direi che è tutto.”

“Sì.”

“Allora la prego di andare di là dagli altri, e mandarmi Ilona, per favore.”

Si alza e ondeggia verso la porta quei trampoli fasciati in calze con la riga nera. Spengo la cicca mentre di là la sua voce chiede a Ilona di venire.

Bombolona commenta: “Ancora? Quando ci lascerà andare? Siamo perduti!” Si agita, va di qua e di là, la sua massa ondeggiante copre la stagista clintoniana che si contorce le mani, girata a guardare fuori, passa davanti alle due gemelle strette l’una nelle braccia dell’altra. Credo si siano lasciate andare, singhiozzano nel pianto.

La mia prossima interrogata si affaccia alla porta, più secca dell’altra ma altrettanto alta, pantaloni ma una camicetta bianca aderente che lascia intravedere il pizzo del reggiseno. I capelli legati in coda, nero lucente. Il vecchio Blackwood mi sa cercasse qualcosa di più che guardare. Chissà se Ilona era di larghe vedute.

Si siede, gli occhi stretti e tesi: “Mi dica cosa vuole, e si sbrighi, questa storia sta diventando ridicola, ma diventerà tragica se non ci lascia andare subito.”

Prendo il pacchetto e sfilo una sigaretta, mi ci vorrà tutta: “Peccato che di là c’è il suo datore di lavoro con la lingua blu penzolante dalla bocca schiumosa.”

Mi lancia un’occhiata fulminante. Poi si raddolcisce, un vago senso di colpa: “Insomma, cosa vuole?”

“Solo ricostruire l’accaduto. Cominciamo da quando Lord Blackwood è uscito da questa stanza.”

“Ed è venuto a sentire la fine della lezione. La sua segretaria l’ha seguito ed è andata oltre. Abbiamo ultimato i gorgheggi liberi, poi abbiamo finito. Lui si è complimentato con la sua pupilla, la chiama così. Lei è andata in cucina, a bere, ha detto, ma credo abbia preso anche della cioccolata perché ho notato le macchie sulle mani al ritorno. Lui è andato a cambiarsi, per uscire.”

Le soffio una voluta davanti, che la sfiora appena. Lei si interrompe e fa una piccola smorfia, poi riprende: “Io ho cominciato a mettere via gli spartiti e i libri, intanto sono arrivate le colf. Una è andata a vedere nello studio, l’altra mi ha aiutato a mettere via. Dopo un minuto la prima è tornata, credo non abbia pulito, dato che c'era il notaio, e hanno entrambe cominciato a spolverare di qua. Intanto è tornata la mia alunna. È rimasta con me cinque minuti, mentre finivo di sistemare, poi è andata a sentire alla porta del guardaroba, dato che Blackwood era là già da un po’.”

Do un tiro: “Quanto ci è stata? Per strangolare qualcuno bastano trenta secondi. La prego di essere precisa, capisce l’importanza delle sue parole.”

“Ma no.” Fa un un sorriso beffardo: “È stata via dieci, quindici secondi. Al ritorno aveva, questo è vero, una faccia stupita. Ha detto che aveva sentito dei rumori, qualcosa che si spostava, forse che cadeva, ma non aveva avuto il coraggio di bussare. È stato in quel momento che ho guardato lo schermo della TV, lo speciale del notiziario, abbiamo alzato e abbiamo sentito la notizia. Il Big Ben, polizia, esercito e vigili del fuoco. Dicevano che non si può entrare, che è pericoloso anche provarci, pena un’esplosione anticipata. Dopo il primo momento di sconcerto, lei è corsa a chiamare Blackwood, schiamazzando. Le colf hanno cominciato a tremare guardando le immagini, la voce del cronista ha attirato tutti. Mentre ci dicevamo che saremmo dovuti fuggire tutti è arrivato il grido dal guardaroba, il notaio ha detto a tutti di non muoversi, poi abbiamo chiamato lei.”

“Che abito in questo palazzo, per fortuna.” Le lancio altro fumo, le fisso negli occhi neri come opali: “O per sfortuna, per uno di voi.”

Il suo sguardo non cala, non trema: “Adesso ci vuole lasciare andare? Mi spiace per Blackwood, era un buon uomo, ma ormai per lui non c’è niente da fare, per noi invece c’è ancora speranza, se non continuiamo a perdere tempo.”

La fisso ancora. Mi guarda con rabbia repressa, non credo che gli freghi nulla di Blackwood, immagino le interessi solo di sé. Chissà, magari non le frega niente nemmeno del testamento.

Lancio una voluta grigia che si perde in alto, sfaldandosi vaga come mille ipotesi indiziarie: “Direi che può bastare, la ringrazio. La prego di accomodarsi e mandarmi le due gemelle kamasutra.”

Mi lancia un ultimo sguardo di rimprovero, frau notaio aveva più senso dell’umorismo. Poi si alza di scatto e se ne va a passo imperioso.

Di là le si stringono attorno, lanciandomi sguardi fugaci. La mia richiesta produce sospiri, proteste tra i denti, sconcerto e impazienza. Le gemelle kamasutra guardano la porta, il terrore nello sguardo. Frau notaio le esorta ad andare, poi le spinge, le accompagna fino alla soglia.

Lì rimangono, abbracciate come cappuccette rosse davanti al lupo.

Spengo la cicca, non vorrei ucciderle colpendole con fumo: “Avanti, signorine, non mordo spesso.”

Quelle avanzano appiccicate e si siedono sui braccioli della poltrona. Devo dire, piccoline ma carine, con quella punta di kamasutra dato dai lineamenti e dalla divisa. Il vecchio non si smente. Non parlano, lo farò io: “Da quanto tempo siete, anzi eravate, al servizio di Lord Blackwood?”

Una delle due guarda l’altra poi: “Cinque anni.” E abbassa lo sguardo.

“Lo conoscevate bene, dunque.”
L’altra accenna un sì con la testa.

Continuo: “Ditemi, era normale si circondasse di sventolone come Ilona Stallona o la stagista clintoniana? Mi pare se le scegliesse tutte parecchio carrozzate. A parte Bombolona, intendo.”

Alzano gli occhi su di me, sconcertati.

Ma ancora non parlano: “Immagino lo facesse per sollazzare gli occhi, e magari ricordare i bei vecchi tempi.” Prendo il pacchetto e ne estraggo una: “Voi sapete, però, se fosse solo uno spettatore o andasse ancora anche a segno? Magari solo in parte.”

Accendo la sigaretta mentre le guardo di sottecchi. Distolgono lo sguardo. Una stringe le mani in grembo, l’altra guarda per terra, il colorito dorato appena arrossato.

E niente, sarà un monologo: “Comunque, anche lui vi sarà stato di certo affezionato. Una bella perdita, per voi. Sarà stato duro vederlo così, riverso, scomposto, con la bava alla bocca, gli occhi spalancati dal terrore e la lingua viola penzoloni dalle labbra aperte.”

Quella con le mani in grembo si copre dietro i capelli ma le spalle tradiscono i singulti di un pianto silente. L’altra la sente, l’abbraccia e le posa la testa sulla spalla, sussurra: “Dai, sii forte.”

Concludo la mia fatica: “Bene, grazie delle vostre testimonianze, saranno decisive.” E non sto scherzando: “Potete accomodarvi, andiamo di là. Questa faccenda del Big Ben con la bomba dentro comincia a incuriosirmi.

Si alzano, aspetto arrivino alla porta, do il primo tiro, il migliore, e le seguo.

Commenti

Ritratto di Gana Mala

Scorre bene ma dovrò rileggerlo perché non ho scovato l'assassino :D

Ritratto di Mar_86

A me ora venire da rispondere così come personaggio tua storia.

Stile completamente diverso da "Andrea". Mi è piaciuto molto, soprattutto la figura di Creim. Spicca molto, forse più di tutti gli altri personaggi.

(Grazie per avermi fatto tornare voglia di fumare dopo 5 mesi che non tocco una sigaretta :D )

Mi ha strappato diverse risate. Il tuo stile si riconosce sempre. Bravo! 

Ho trovato solo un po' "pesante" (ma forse pesante è esagerato) il ripetersi delle azioni di "sguardi". Una sciocchezza. So di avere io un problema e di voler sempre leggere la sintesi della sintesi della sintesi. :D

 

Ritratto di masmas

Odio il fum9, ma il personaggio lo richiedeva...  :( :D 

Sullo sguardo invece mi sa che hai colto nel segno: ai di avere un tic letterario che mi fa esagerare su quel punto, ma non riesco a togliermelo. Ognuno ha i sui vizi! :D 

Grazie della lettura attenta.

Ritratto di masmas

Sorge una domanda: ho rispettato la cosegna? Cioè, doveva essere TUTTO dialogo davvero? Se no ho cannato dibbrutto...

Ritratto di Gana Mala

Ma no, c'erano alcune cose che andavano descritte tramite la voce dei testimoni, tipo la scena del crimine, ma non credo dovesse essere solo ed esclusivamente dialogo. Io l'ho svolto così per fare un ulteriore esercizio.

Ritratto di DBones

Ho letto questo racconto con piacere, anche se l'assassino continua a sfuggirmi...
Non sono riuscito a digerire le descrizioni che Creim fa di sé, in prima persona al tempo presente. "Do un tiro", ad esempio, secondo me stona parecchio.

Ritratto di Borderline

Personaggi molto interessanti. Ovviamente non ho la minima idea su chi possa essere l'assassino. Buono anche il tentativo abbastanza riuscito di descrivere la vittima attraverso testimonianze dirette di chi lo conosceva e supposizioni di Creim: era proprio questo lo scopo del gioco :)

Ritratto di LaPiccolaVolante

Direi che il gioco è riuscito.
Forse esageri un pochino con l'ostinato della mimica e del gesto, ma ha un bel lavoro di caratterizzazione! Anche l'aggettivazione a valanga non è male stavolta!
 

Ritratto di masmas

Anzi mi piacerebbe avere qualche consiglio su dove ho esagerato, in modo da tararmi meglio in futuro.

Però... davvero non si capisce chi sia l'assassino? A me sembrava di essere stato pure troppo esplicito. In realtà in un giallo in cui si capisca subito l'assassino è un po' un... delitto, quindi meglio così. Se no che ci scrivi nel continuo? Infatti poi avevo pensato al fatto del Big Ben per il prosieguo. La faccenda dovrebbe incastrarsi con il buon Lord Blackwood.

Dai, c'è una persona con cui parla per quasi tutto il tempo, e che è l'unica che chiama la vittima per nome... ;)