Alyce (di DBones)

Silenziosa, giace tra le braccia di una fanciulla. La testolina, leggermente inclinata verso sinistra, è una corona di fili da gomitolo. Gli occhi sono punti neri: guardano dappertutto, non vedono nulla. La bocca, che non conosce parola, è una linea sbilenca cucita da mani inesperte. Non sorride e non è triste. È una bambola; vuota di pensieri, arida di ricordi. Un avanzo di tessuto, un groviglio di lana. E al centro del suo corpo, un semplice bottone è come un piccolo cuore. Rosso. Eppur non batte. Non ha anima. Una piccola, insignificante bambola di pezza che del mondo non si cura.
 

Non c’è niente di interessante tra le vie polverose della città vecchia; niente nei loschi bar pronti a vendere piscio di cane per tre denari e niente neppure nei lerci meandri che puzzano di sperma essiccato e rigetti da dopo-sbornia. La strada nella quale ha inizio questa storia, non fa certo eccezione. D street. Un assieme disordinato di ciottoli, delimitato ai lati da una fila di austeri palazzoni grigi, come sinistri guardiani. Con la scheletrica schiena appoggiata al muro di uno di essi, la fanciulla con la bambola sonnecchia. Indossa un paio di pantaloncini rosa e una maglietta color panna con la scritta “I love my life”. Qualcosa le sta solleticando le caviglie; socchiude gli occhi, è troppo stanca per aprirli di più. Accanto ai suoi piedi, un gatto bianco spalanca le piccole fauci in uno sbadiglio, inarca la schiena e miagola sommessamente.
«Ciao, bel gattino!» esclama la ragazzina. Questi solleva il musetto; un gorgoglio giunge dal suo stomaco. «Hai fame?»
Il gatto si struscia, sordo alle parole, inebriandosi del suo piccolo piacere.
«Io ne ho tanta. Di fame, intendo.» Stringe la bambola senza valore nella mano sinistra, mentre le dita di quella destra si insinuano tra la folta pelliccia del felino. Un lieve sospiro stanco si leva dalle sue labbra e il gesto di gentilezza adesso è una prigione.
«Brava Alyce, brava!» Una voce, simile al fruscio di foglie secche, giunge da un punto imprecisato alle spalle della fanciulla. «Non fartelo scappare, per tutti i diavoli dell’inferno!»
Il gatto soffia, morde, graffia; i suoi artigli feriscono le braccia di Alyce come minuscole lame ricurve.
«Guarda guarda com’è bello grassoccio.» La nuova arrivata sembra una figura uscita da un libro di favole. Annusa l’aria con il suo lunghissimo naso aquilino e sfrega le rugose mani soddisfatta. «Non provare a lasciartelo scappare, ragazzina.»
Piccoli sfregi si aprono nelle carni di Alyce, rossi come il bottone della bambola che ora giace tra la polvere. Il felino miagola e il suo verso disperato è il ringhio di una minuscola tigre; conosce molto bene l’odore acre del pericolo, lo stesso che in questo momento gli ferisce le narici.
La bambola osserva senza vedere nulla. I suoi occhi sono neri, specchio della realtà nella città vecchia. Un gatto dal pelo candido che prova in tutti i modi a liberarsi dalla presa di una ragazzina con lunghi capelli biondi raccolti in una coda da un nastro rosso, il colore di un piccolo cuore. Lacrime come pioggia a goccioloni scivolano per il volto smunto di quest’ultima, finendo per depositarsi sui pantaloncini logori che celano la sua femminilità acerba. Nonostante il male, nonostante il dolore, la sua presa è ferrea.
La vecchia dal naso spiovente, osserva rapita l’animale; un vischioso filo di bava cola dalle sue labbra rinsecchite. «Lo scuoiamo ben benone e lo ficchiamo in padella.»
«Non so, zia», replica la ragazzina con voce incrinata. «Io non...»
«Smettila di cianciare a vanvera e tienilo fermo.» Digrigna i quattro denti che le sono rimasti nell’espressione di un sorriso che è un ghigno. «Se te lo fai scappare ci metto te a bollire, chiaro?» La vecchia infila le mani nelle tasche; indossa un abito rattoppato cento e una volta: una scacchiera multicolore che offende lo sguardo. «Mai che si trovi un coltello quando serve. Mexy! Dove ti sei cacciata, vecchiaccia rimbambita?»
Mexy sbuca zoppicando dalla porticina di un palazzo anonimo come e più degli altri; la gamba destra, vistosamente più corta della sinistra, le conferisce un aspetto quasi comico. Indossa un abito sformato, non troppo dissimile a un sacco. Mexy, la megera storpia.
«Che hai da sbraitare, vecchio barbagianni?» Le due anziane si osservano con sguardo torvo; nasi affilati come spade che si sfiorano.

«Guarda che bel bocconcino succulento ha trovato la nostra Alyce!»
La storpia sposta gli occhietti da rapace in direzione della bambina. Si lecca le labbra. «E brava la nostra nipotina preferita.»
«Brava sì, ma ora ci serve un coltello, sorella.»
«Un coltello?!» Il volto tutt’altro che piacente di Mexy si colora  di un’espressione stupita. «E che ci vuoi fare con un coltello, Toxy?»
Toxy avvicina una mano al collo. «Zac ! Un bel taglio e il gattone l’è bello che accoppato.»
«Ma che taglio e taglio! Ci spacchiamo la testolina con un sasso e buona notte ai suonatori.»
«No, stupida gallina! Facciamoci uscire fuori il sangue.»
Non è la prima volta che Alyce assiste a un battibecco tra le due eccentriche zie; in dodici anni di vita le ha viste discutere migliaia di volte, ma nell’ultimo periodo le cose sono peggiorate notevolmente. Il mondo è scivolato e la città vecchia con esso.
Il gatto si acquatta, si ritira in se stesso. Si quieta. «Mi dispiace!» biascica Alyce. «Mi dispiace tanto.»
«Potrai dispiacerti quando avremo lo stomaco pieno», afferma Mexy.
«Con lo stomaco pieno potrai dispiacerti sì!» aggiunge Toxy. Ridacchia.
Gli occhi celesti di Alyce si adombrano di incertezza. La fame è un demone che stringe le viscere, fa pulsare le tempie. «Mio piccolo, sfortunato amico.» Sul suo volto emaciato, neppure le lacrime hanno più la forza di scorrere; non è più il tempo dei ripensamenti.
Le mani che fino a un attimo prima avevano trattenuto il gatto, ora sono troppo stanche, abbandonate al caldo afoso e puzzolente che affossa D street. Un attimo di disattenzione, un singolo istante di pensieri che si intersecano nella mente e l’animale spicca un balzo verso la libertà.

«Che diamine combini, ragazzina!» sbraita Mexy.
«Il mio pranzo, il mio pranzo!» rincara la sorella.
Alyce spalanca la bocca; ha ancora tutti i denti ed è quasi un miracolo. Ne va particolarmente fiera, ma non lo ammetterà mai davanti alle zie.
«Chiudi quella bocca che pari un pesce lesso. E muoviti dannazione, muoviti!» 
Il gatto saltella di ciottolo in ciottolo e le vecchie lo inseguono imprecando; Toxy è più veloce della sorella, che si muove con l’andatura di un ubriaco su un vascello in balia della tempesta, ma le possibilità di raggiungerlo rimangono comunque prossime allo zero. 
«Corrici dietro, ragazzina. Corrici dietro, tu che sei giovane!»
Non sono quelle parole a scuotere Alyce, bensì il borbottio che giunge dal suo stomaco, lesto a ricordarle che non tocca cibo da...tanto, troppo tempo.
Vorrebbe correre, lo vorrebbe con tutta se stessa. Avrebbe acchiappato quel gatto e lo avrebbe divorato, magari fingendo che fosse coniglio. Solo Dio sa cosa sarebbe stata disposta a offrire in cambio di un piccolo coniglietto grassoccio. Volere è potere, dicono.
Alyce si volta: la bambola affonda nella polvere. Forse è troppo cresciuta per quel giocattolo, ma per oggi fingerà che non sia così. La afferra; la pezza le sfiora i polpastrelli. Minuscoli occhi di pece. Un bottone a forma di cuore. Alyce solleva il viso e trova la forza per spalancare le palpebre.
 

Eccolo in fondo alla strada, il gatto bianco! Come prevedibile, ha seminato le zie senza troppa fatica. Zampetta trotterellando fino all’incrocio con C street per poi intrufolarsi nella traversa che sfocia in B street.
- Non lì -, pensa la ragazzina. - Non nella città nuova!- Se i poliziotti avessero beccato una dei quartieri poveri in quel posto, l’avrebbero cacciata nella stanza buia. La stanza in cui, stando a quanto si racconta in giro, rinchiudono i bambini cattivi. Alyce si ferma, prigioniera di quel pensiero.
Le palpebre sono tende pesanti, un sipario che si chiude su una realtà sporca; una realtà che però Alyce conosce, vive. Oltre è la città nuova ad attendere. I palazzi sontuosi e i salotti per bene; luoghi che Alyce ha immaginato spesso. Immaginare va bene.
Visualizza nella mente le sue gambe che fanno dietro front; la riportano in D street, affamata ma al sicuro. Per qualche strano motivo, queste non hanno la benché minima intenzione di sottostare ai suoi comandi. Nonostante la stanchezza e nonostante tutti i nonostante del mondo, si precipita verso il gatto. La città nuova. Il quartiere proibito. La stanza buia.
Il felino sparisce al di là di una porta socchiusa; la prima porta della prima casa della città nuova. Per quanto ne sa Alyce, potrebbe anche essere l’ingresso della famigerata stanza nera, incubo dei bambini che vivono tra i rifiuti. Vorrebbe, e con ogni probabilità dovrebbe, tornare indietro, ma il demone della fame non zittisce la propria voce. Attraversare quel passaggio è come affondare in un oceano e riaffiorare in superficie è come venire al mondo.
 

La ragazzina con addosso una maglietta con la scritta “I love my life”, non ricorda nulla, nemmeno il suo nome. Un gatto bianco sonnecchia sul suo braccio destro, placido nonostante la stanza in cui si trovano sia un caos di mobili rovesciati e cose rotte. Cose rotte molto costose. Il sangue è ovunque. Sì, sangue! Di rosso vermiglio adorna le pareti, impiastra i mobili; l’opera immonda di un folle pittore. La ragazzina trema dinanzi a tale spettacolo, affascinata e disgustata al contempo. Le mosche ronzano, concentrate nella ricerca di un cadavere che non c’è. Danzano nell’inebriante odore del fluido ematico.
In quell’assurda follia, un raggio di luce saluta l’arrivo dell’imbrunire; illumina tre uova adagiate sopra un cuscino di velluto, posto al centro della stanza. La ragazzina è attratta da questi tre scrigni di vita tanto fragili eppure intatti, così come le mosche sono attratte dal corpo che...quale corpo? Mentre si avvicina per osservare meglio, comincia a percepire un lieve pulsare nella mano sinistra che fino a quel momento aveva tenuto chiusa a pugno. Improvvisamente i ricordi riaffiorano: dapprima Toxy e Mexy, poi la consapevolezza che non è stata la fame il solo motivo a spingerla fin lì. Spalanca la mano; sul roseo palmo un bottone, un piccolo bottone. Rosso. Un cuore che batte.
 

Commenti

Ritratto di Alessandro Pilloni

Forse il plot al rovescio ti ha fatto da gabbia più che da guida. Non l'ho trovato riuscitissimo. Era davvero ardua la sfida stavolta. Quindi, onore a te che l'hai combattuta, ma non mi ha saputo prendere.

Ritratto di DBones

Ciao Alessandro, io provo sempre (o quasi) a creare storie. Non so, l'idea del bottone come cuore di bambola mi sembrava buono e anche il fatto che fosse lo stesso gatto a portare la protagonista nella misteriosa stanza. Ho fatto del mio meglio e sono soddisfatto, poi magari il racconto fa schifo. Vabbè, grazie per aver letto anche questa mia prova.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Il plot era proprio la trappola. Volevamo vedere quanto sareste riusciti a non farvi imbrigliare, quindi a creare una storia indipendente che finisse in quel punto. nel punto in cui la storia avrebbe avuto due porte anzichè una: la vostra e la nostra.
Non era facile. All'inizio devo dire che ero quasi certo che ce l'avresti fatta. i personaggi e l'ambientazione mi sno piaciuti molto. Poi tutto ha cominciato a puntare sulla fuga del gatto, dal primo "tienilo stretto", e ti ha vincolato sulla pista dettata dall'imput.

Un bel tentativo comunque, non mi è dispiaciuto.
 

Ritratto di DBones

Cavolo, ce l'avevo quasi fatta! Se i personaggi e l'ambientazione non ti sono dispiaciuti, forse qualcosa di buono in questa mia storia c'è. Un bottone che in realtà è un cuore e un gatto (lo sappiamo tutti che i gatti riescono a vedere un mondo parallelo al nostro, vero?) che "guida" la protagonista in una stanza in cui tre uova attendono...attendono cosa? Un cuore, naturalmente. O meglio, sono le creature che le uova stesse racchiudono ad attenderlo. Forse una di queste creature è la causa del caos nella stanza. Questa era la mia idea (una parte di essa almeno) per questo gioco. Ho una fantasia contorta, lo so. Questa prova si è dimostrata ardua, ma divertente e intrigante. Alla prossima

Ritratto di masmas

Non l'ho trovato brutto, anzi carino.

Ciò che mi ha confuso sopratttutto nella prima parte è il punto di vista: salti da un personaggio all'altro, dall'interno di un personaggio all'altro, anche troppo in fretta, e a me ha reso difficoltosa la lettura.

Primo fra tutti questo pezzo: 

La bambola osserva senza vedere nulla. I suoi occhi sono neri, specchio della realtà nella città vecchia. (Pov della bambola)

Un gatto dal pelo candido che prova in tutti i modi a liberarsi dalla presa di una ragazzina con lunghi capelli biondi raccolti in una coda da un nastro rosso, il colore di un piccolo cuore. (Pov di chi? La bambola, che però dici che non vede? Esterno?)

Lacrime come pioggia a goccioloni scivolano per il volto smunto di quest’ultima, finendo per depositarsi sui pantaloncini logori che celano la sua femminilità acerba. Nonostante il male, nonostante il dolore, la sua presa è ferrea. (Qui sei alla bambina)

E così via, si salta da uno all'altro tanto in fretta che ci si sente sballottati.

Ritratto di DBones

Ciao MasMas, e grazie per il commento. Sulla questione punti di vista, devo dirti che principalmente è sempre quello esterno del narratore. Rileggendo la mia storia, non ho notato questo "sballottamento", ma da soli difficilmente notiamo i nostri errori. Alla prossima. 

Ritratto di Stellaoscura

Mi piace il linguaggio che usi, il modo in cui dai ritmo alla narrazione.

In alcuni punti ho forse rischiato di perdermi un po', ma temo sia colpa della mia scarsa capacità di concentrazione.

Letto e apprezzato.

A questa prova, davvero, mi siete piaciuti tutti.

Ritratto di DBones

Ciao Stella, e grazie per aver letto Alyce. Se hai rischiato di perderti, non è colpa della tua mancanza di concentrazione, assolutamente! La parte in cui gli occhi neri della bambola esprimono la realtà oscura della città vecchia andrebbe rivista. Questi giochi de LPV sono una sfida per me: sottostare a delle regole e a una traccia delineata da altri. Penso che l'inizio del mio raccontino sia abbastanza buono (ho lasciato che la mia fantasia fosse libera di esprimersi, fregandomene del plot), poi ho commesso delle ingenuità e il plot stesso è diventato un limite. 

Ritratto di Borderline

Mi sono piaciuti gli echi a Via del Campo e a La città vecchia di De André. Il racconto si legge in maniera scorrevole, anche se, come diceva il buon Cechov "se nella prima scena di un dramma compare un fucile appeso al muro, prima dell’ultima scena quel fucile sparerà". L'intro con la bambola ci ha fatto credere che potesse essere il fucile del racconto, invece è rimasta là come una bambola di pezza, forse, come altri hanno suggerito, imbrigliata dall'incipit dato dal gioco. Non era facile, per nulla, dare alla scena del delitto una veste noir per tutto il racconto, ma la lettura è stata piacevole e i personaggi, se approfonditi, potrebbero essere adatti a una moderna favola dark :)

Ritratto di DBones

Ciao, e grazie per aver letto questo racconto. Devo dirti che accetto la tua critica, ma non la condivido: la bambola alla fine spara, eccome se spara ! "Sul roseo palmo un bottone, un piccolo bottone. Un cuore..." Come puoi vedere, una parte della bambola è riuscita a introdursi nella misteriosa stanza. 

Ritratto di Borderline

Sì avevo intuito fosse il bottone della bambola, ma troppo nebbioso per avere un peso. Sicuramente con un proseguo avrebbe fatto maggiormente la sua parte :)