W (di Polveredighiaccio)

Gratto l’occhio destro con le nocche. È caduta un po’ di polvere dal soffitto di pietra e l’occhio mi prude. Un tonfo. Altra polvere mi cade sulla faccia, passo le mani sopra le guance e le palpebre. La spazzo via.

La lampadina appesa al soffitto si accende. Strizzo gli occhi. È ora.

Resto stesa supina. Le pietre del soffitto sono annerite, hanno chiazze di muffa e ragnatele. Il ragno che ha preparato la tela ieri sera ha catturato una falena, il bozzo di tela che la imprigiona penzola da un lato. Chissà come è riuscita a entrare qua sotto. Forse ha seguito l’Uomo del cibo.

Appoggio la mano sulla pancia. Mi piace avvertire il movimento dei succhi gastrici e della digestione, quell’insieme di sfrigolii e gorgoglii. Tamburello con le dita dal basso ventre al torace. Avanti e indietro, avanti e indietro.

È ora di mangiare, tra poco mi porterà la colazione. Spero sia budino, da un sacco non mi dà il budino. Sono stufa di mangiare uova. Uova e patate. Uova e mele cotte. Uova e pane bruciacchiato.

Ti prego, che oggi ci sia qualcosa di dolce.

Mi sollevo e siedo sul materasso. Incrocio le gambe, la camicia da notte risale a metà coscia e l’orlo sinistro sfilacciato si strappa di un altro punto.

L’odore della pezza per il sangue mi solletica il naso. Mi alzo.

A ogni passo le unghie dei piedi ticchettano sul pavimento. Oggi gli chiedo di tagliarmele, se è tranquillo.

Ho macchiato il materasso. Mi sfilo le mutandine e afferro tra pollice e indice il tampone intriso di sangue. Il cotone inzuppato cade dal rotolo di stoffa. Lo raccolgo. Apro il sacchetto di carta poggiato a terra vicino al muro. Trattengo il respiro per non sentire la puzza degli stracci sporchi. Butto dentro quello che ho bagnato e arrotolo il bordo del sacchetto.

Prendo il fazzoletto di stoffa che ho steso ad asciugare sullo sgabello di legno. È ancora umido dall’ultima volta che l’ho usato. Lo tengo sollevato per gli angoli superiori. Le macchie sul tessuto sono rosso sbiadito, me ne serve uno nuovo. Se è di buon umore e mi comporto bene, forse posso chiedergliene uno pulito.

Quanto tempo è passato da quando mi ha dato questo? Poco o tanto?

Il senso del tempo è la cosa che più mi manca da quando sono qui sotto.

Da quanto sono qui sotto?

Con la mano destra raccolgo l’acqua dal secchio e bagno il fazzoletto. Lo passo tra le gambe. Che sollievo. Immergo la mano una seconda volta e una terza. Sciacquo il telo, lo strizzo e lo rimetto sullo sgabello ad asciugare.

Mi inginocchio davanti al secchio. Lecco l’acqua fredda dal sapore ferroso. Asciugo le labbra col dorso della mano destra. Sbadiglio. Lo stomaco gorgoglia di nuovo.

Prendo una manciata di cotone dalla confezione di plastica sulla mensola. È quasi finito, ne rimane giusto per un altro tampone. Avvolgo il malloppo in un pezzo di tela ruvida, lo infilo tra le cosce. Pizzica. La tela mi scortica la pelle, la infiamma e il prurito è insopportabile. Odio questi giorni di sangue.

Rimetto le mutandine macchiate.

Raccolgo i capelli pesanti e appiccicosi dietro le orecchie, gratto il collo, la pelle è dura e polverosa.

Mi siedo sul materasso, sopra la macchia, così non la vede e non si arrabbia.

Raccolgo le ginocchia sotto il mento. Lo stomaco sfrigola, contraggo i muscoli addominali.

Le croste sulle ginocchia sono come piccoli ragnetti neri e marroni. Le bagno con la saliva e le gratto piano piano. Vengono via sotto le unghie rosicchiate, la saliva si appiccica ai polpastrelli.

Aspetto.

Un tonfo oltre il soffitto fa oscillare la lampadina che penzola dal cavo elettrico. L’intonaco screpolato si stacca e mi cade in testa. Mi sposto sul fianco destro, striscio di lato.

Non ha mai il passo così pesante.

Guardo la luce che ondeggia. Le ombre sulle pareti si allungano e si accorciano. Ancora e ancora.

Un tonfo più forte.

Scatto in piedi e mi butto contro il muro. La schiena aderisce alla parete e le scapole urtano la pietra gelida. Guardo la porta. Perché non è ancora sceso da me? Dopo aver acceso la lucetta nella stanza passa poco prima di sentire i suoi passi sulle scale, lo scricchiolio del legno vecchio, il fruscio metallico della catena che viene sollevata e lo scatto del lucchetto.

È terribile aspettare senza vedere la sua faccia.

Capisco cosa mi farà dalla sua faccia.

Unisco le mani sotto il mento, chiudo gli occhi.

Sulla mia testa esplode un crepitio. Qualcosa è andato in pezzi e i pezzi cadono e si disperdono per tutto il soffitto.

Un grido soffocato.

È l’Uomo del cibo? Ha versato la colazione?

Mi stacco dal muro e salgo sul materasso. Allungo il braccio e con la punta delle dita fermo la lampadina. È calda. Allungo l’altro braccio e la sfioro coi polpastrelli dell’altra mano. La trattengo in punta di piedi. Abbasso le mani e appoggio le dita riscaldate sotto gli occhi.

È così bello…

I rumori sono finiti.

Scendo dal materasso. Il silenzio è disturbato solo dal battito del mio cuore.

Due passi e sono davanti alla porta. Appoggio i palmi delle mani sul metallo verde chiazzato di ruggine. Avvicino la faccia, l’odore del ferro vecchio è intenso. Attacco l’orecchio alla superficie. Rabbrividisco per il gelo.

Silenzio.

Mi viene da starnutire. Mi tappo la bocca e il naso con le mani. Schiaccio forte. Lo starnuto esplode nella mia testa, nel collo. Il ventre si contrae per lo sforzo, sento il flusso del sangue uscire.

Stacco le mani bagnate di saliva e muco. Hanno un cattivo odore di muffa. Le sfrego sulla camicia da notte macchiata.

Riattacco l’orecchio alla porta. Né passi, né piatti che cozzano sul vassoio.

Io ho fame, quanto mi fa aspettare?

Batto la mano aperta sullo stipite. Ho fame! Grido, ma è solo nella mia testa, a lui non piace sentire la mia voce, non devo mai usarla o sono guai.

Appoggio la fronte al metallo, un oggetto mi cade in testa e tintinna appena tocca il pavimento.

È un chiodo nero e lungo.

Lo raccolgo, guardo in alto. Nel punto in cui lo stipite si incastra nel muro di pietra c’è una fessura. L’angolo in alto sporge, come si fosse staccato dalla parete.

Scaldo il chiodo tra i palmi delle mani. Alito sulle dita.

Ho un vortice di pensieri in testa... Avevo trovato un chiodo tempo fa e avevo graffiato una pietra sul pavimento. Ci sarà ancora?

Mi inginocchio e controllo ogni lastra, sposto il materasso. Eccola!

Ci sono dei segni, avevo iniziato a scrivere: W...

L’Uomo del cibo l’ha visto e mi ha portato via il chiodo, non ho potuto finire l’incisione. Ho dimenticato il nome che volevo scrivere. Il mio nome.

Lo stomaco fa suoni gorgoglianti, i crampi mi danno la nausea. Ho fame e non riesco a pensare.

Ho di nuovo la faccia appiccicata alla porta. Dai, scendi, fai presto, per favore.

E se non viene? E se sta male e non può scendere? E se ho fatto qualcosa che lo ha infastidito e mi tiene a digiuno?

Un calore improvviso mi risale lungo il corpo. Mi martellano le tempie, il cuore batte veloce e il petto mi fa male. Sudo.

Se non apre più la porta che faccio? Che cosa mangio? L’acqua nel secchio finisce.

Ansimo.

Cammino avanti e indietro, le dita delle mani formicolano. Mi gira la testa.

Devo vomitare.

Carponi raggiungo l’anello di metallo agganciato a una tavola di legno incastrata sul pavimento. La afferro con entrambe le mani, le dita rigide mi fanno male e scivolano sul metallo.

Non devo sporcare. È la sola cosa che ho ben chiara in testa.

La tavola si sposta, la spingo con forza e vomito nel buco del pavimento. Fili di saliva mi pendono dalla bocca, li asciugo con la mano. La pelle screpolata delle labbra sfrega sul dorso. Osservo la striscia umida sulla pelle, filamenti di sangue.

Le lacrime mi pungono gli occhi, li chiudo.

Respiro a fondo. Una, due, tre volte. Il dolore alle tempie si attenua, la nausea svanisce, il calore scompare. Sono calma.

Abbasso le mutande, mi accuccio sul buco, faccio pipì e rimetto la tavola al suo posto.

Immergo le mani nel secchio e mi schiaffeggio il viso, lecco l’acqua che cola sulla bocca.

L’Uomo del cibo non è venuto e non si sentono rumori.

Il chiodo nero è a terra vicino al materasso. Lo raccolgo, lo rigiro tra le dita. È prezioso, lo so. Lo accosto al mio petto, vicino al cuore.

Butto il telo umido a terra e afferro lo sgabello, Lo metto davanti alla porta e ci salgo sopra. Aspetto con l’orecchio appoggiato al metallo e i peli sulle braccia che si rizzano.

Lo faccio?

Lo faccio.

Pianto il chiodo nell’angolo in alto, è il punto in cui il telaio della porta tocca la pietra. Gratto veloce e scavo la malta polverosa, i frammenti mi colpiscono la faccia, li soffio via.

Gli avevo promesso che non l’avrei più fatto.

Oggi infrango la promessa.

La cicatrice al centro della mano sinistra è scura, ruvida. I primi giorni in cui mi ha portata qui ho spinto l’Uomo del cibo. Era appena entrato nella stanza, credevo di riuscire a scappare. Idiota. Mi ha afferrata per i capelli e scaraventata a terra. Ho sbattuto la faccia e un canino si è scheggiato. Il dolore è stato terribile. Non come quello alla mano sinistra, quando per punirmi me l’ha inchiodata al pavimento.

È stata l’ultima volta che ho sentito la mia voce. Le mie urla.

Deglutisco. Se mi sorprende quale sarà la punizione, oggi?

Mi farà male davvero.

Non devo pensarci o perderò la volontà. Scrollo la testa. Basta.

Gratto, gratto, gratto.

La pietra si sfila, la butto a terra. Infilo la mano nel buco e tasto una superficie compatta e friabile. Tiro un pugno, la parete emette un suono sordo.

Lo stomaco sfrigola, i succhi gastrici mi tormentano. Devo scappare prima di restare senza forze.

Pianto la punta del chiodo tra le due pietre sottostanti. Quella a sinistra si muove, mi dedico a lei, se viene via sarà più facile lavorare sull’altra.

La testa del chiodo mi scava i palmi, sanguino. Strappo un pezzo della camicia e mi bendo le mani.

Gratto, gratto, gratto.

La pietra viene via, la getto. Quella a destra resiste.

Lavoro su quella in basso. Sudo, il cuore va sempre veloce, la vista si appanna a tratti.

Un’altra pietra.

Mi fermo a riposare, ho le braccia pesanti. Non ce la farò.

Do una spallata alla porta, mi fa male il gomito sinistro. Lo massaggio. Crollo seduta sullo sgabello, respiro a fondo. Tiro su col naso.

Vigliacca. Debole. Ottusa.

Batto il pugno chiuso sulla fronte. Forza!

Di nuovo in piedi, scavo intorno a un’altra pietra.

E a un’altra pietra.

E a un’altra pietra.

Il sudore incolla i capelli alla fronte e al collo. Gratto dietro l’orecchio destro, ci sono delle bollicine che scoppiano. Il liquido mi bagna le dita.

Afferro lo sgabello di legno. Lo lancio contro la porta. La colpisce e cade giù. Lo raccolgo e faccio un passo indietro. Lo lancio di nuovo.

Una gamba si stacca.

La prendo. Spingo il lato in cui il legno è frastagliato dentro il varco lasciato dalle pietre divelte. Gratto con furia. Scavo e il legno affonda nel terriccio, un blocco si stacca e cade dall’altra parte. Un grosso blocco di malta secca fa un forte botto sul pavimento.

Faccio un balzo indietro.

È il momento. Se ha sentito è la fine.

Raccolgo il chiodo. Lo chiudo nella mano sinistra, la punta sbuca tra medio e anulare, nella mano destra impugno la gamba dello sgabello.

Ho delle armi. Posso difendermi dopo tanto tempo.

Ma lui è grosso…

Non arriva. Sbircio attraverso il varco. C’è uno spazio angusto illuminato da una lampada, intravedo la scala di legno. Sale per un tratto e poi curva a destra.

Infilo il braccio oltre l’apertura. Mi travolge una sensazione intensa.

Tendo le dita e afferro l’aria. Dall’altra parte la temperatura e più calda. Ritraggo il braccio. Annuso. L’aria ha un odore diverso, è buono, ma polveroso. Mi prude il naso.

Il desiderio mi stordisce. Voglio uscire.

Spingo le pietre, le colpisco coi pugni. Le afferro e le tiro avanti e indietro. Una cede e si apre un altro pezzetto di muro. Raccolgo la gamba dello sgabello e colpisco, colpisco, colpisco.

Mi graffio le mani. Il legno si spezza, lo getto e prendo l’altra gamba.

Non smetterò di scavare. Lo giuro.

Infilo il braccio sinistro. Infilo la testa, il busto passa fino al seno. Tasto la parte alta del muro, non ci sono appigli. Allungo il braccio e afferro la catena che blocca la porta. La spalla destra sfrega contro il muro, fa male, resisto. Mi devo tirare fuori.

Stringo la catena, trattengo il respiro, puntello i piedi e mi spingo in avanti. Una pietra sotto il fianco si sposta e cade all’esterno, i piedi scivolano.

La spalla destra sguscia fuori, scorticata e libera. Batto i piedi e mi butto in avanti. Libero il braccio destro. Mi giro, la camicia si strappa sulla schiena.

Tiro un paio di respiri brevi prima di trattenere il fiato.

Sono un insetto, posso strisciare. Posso!

Appoggio il palmo destro sulla parete esterna. Tutta la forza che mi resta la concentro sulle braccia. Spingo.

Per favore.

Chiudo gli occhi.

Cado all’indietro. È una vertigine, dura all’infinito.

La schiena batte sul pavimento, la nuca lo urta. L’aria schizza fuori dai polmoni. Resto immobile. La caviglia sinistra appoggiata al muro e la gamba destra piegata all’altezza del ginocchio.

Sono fuori.

Puntello i gomiti e mi sollevo. I piedi sfiorano il pavimento. Raddrizzo il corpo.

Ho di fronte la scala di legno. La porta chiusa è alle mie spalle: il materasso, il secchio, la buca.

Tremo. Stringo le braccia attorno ai fianchi. Stringo i denti.

Appoggio la pianta del piede sul primo scalino. Mi sostengo alla parete e salgo. Uno scalino e un altro. Le gambe tremano. Giro a destra terminata la prima rampa. Gli scalini di legno lasciano il posto a scale di metallo che terminano davanti a una porta chiusa.

Il sangue mi romba nelle orecchie. Mi abbasso e guardo dal buco della serratura. Non c’è la chiave, vedo un mobile con tre cassetti e sopra un vaso.

Appoggio la mano sul pomello, le dita circondano il metallo. Le stringo. Vada come vada, ci ho provato. Giro il pomello, scatta e la porta si apre, stacco la mano. È come se il fuoco l’avesse scottata.

Non respiro, il sudore cola lungo le scapole. Alzo il braccio, spingo la porta con i polpastrelli. Si apre. Ingoio la saliva acidula che si blocca in gola.

Sbircio dallo spiraglio. Esco. È una luce tenue quella che illumina uno stretto corridoio. Non ci sono lampade accese. Che sia il sole? Vorrei tanto rivederlo, il sole. Era caldo.

Un punto nero mi passa davanti agli occhi. Sussulto. Mi ritraggo.

È una mosca. Ronza intorno a me. La seguo.

Passo davanti a uno specchio, la coda dell’occhio scorge una figura. Mi ghiaccia il sangue. Il cuore sobbalza.

Sollevo le mani e le dita sfiorano le guance chiazzate. Gli occhi enormi, scuri, spaventati. Il bianco della pupilla, le occhiaie infossate. Muovo la testa a destra e a sinistra. Mi tremano le labbra.

Sono io quella riflessa nello specchio? Sono cambiata…

Le lacrime scendono fino al mento, soffoco i singhiozzi. Mordo il pugno chiuso.

So che sono qui da tanto tempo, so che non ho più tredici anni, so che sono io la donna riflessa.

Distolgo lo sguardo, è troppo intenso il dolore.

Qualcosa mi sfiora la gamba sinistra. Strillo.

Un gatto bianco si struscia su di me. È morbido e caldo. Mi piego e lo accarezzo, ronfa, mi annusa la mano, sfrega i denti sulle dita.

Lo prendo in braccio. È pesante, dà una zampata ai miei capelli, una ciocca gialla unta gli ricade addosso. La tocca, la annusa, sfrega il muso.

E io sorrido.

Cammino lungo il corridoio.

La luce arriva da una porta aperta che immette in una camera.

Per terra c’è un bottone nero, lucido, lo raccolgo. A destra una sedia rovesciata con lo schienale rotto. Un tappeto su cui giace un vaso di vetro spaccato in due, i fiori sono sparsi e l’acqua è stata assorbita.

Mi avvicino al divano al centro della stanza, sulla fodera bucata della spalliera ci sono macchie di sangue, le mosche ci ronzano sopra. Il gatto agita la coda e le scaccia.

Le tende alla finestra della parete di fronte sono schizzate di sangue, sul muro sotto il davanzale c’è l’impronta rossa di una mano.

Giro intorno al divano. Un cuscino è caduto a terra, dal bordo strappato esce l’imbottitura, sotto il cuscino c’è una pozza di sangue. Accanto impronte rosse che vanno ovunque. Alcune finiscono sotto un vassoio, intorno cocci di ceramica e pezzi di vetro.

Sul divano è rimasto l’altro cuscino, sopra sono appoggiate tre uova.

Nemmeno oggi mi avrebbe portato il budino.

Commenti

Ritratto di DBones

L'inarrestabile flusso di pensieri della protagonista avvolge il lettore catapultandolo nella sua psiche e nell'oscura prigione in cui si trova, anche attraverso l'utilizzo di un lessico ricercato. Il racconto pecca forse in originalità, ma in fondo questo è solo un intro. Sicuramente un'ottima prova.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Bellissimo! Mi hai inchiodato! Avevo l'ansia. Ottimo ritmo, scrittura fluente. Ciò che mi piace leggere eh eh. Complimenti davvero!

Ritratto di LaPiccolaVolante

Mancava il tenente Polvere nelle Arene!
Ben tornata!
Non c'è nulla da fare, questo è il tuo mondo. Ognuno di noi ne ha uno, e secondo me questo scuro e umidiccio sudicio è il tuo!
Sempre brava.
Ma una cosa mi ha un poco disturbato durante la lettura:
La scelta e la gestione el punto di vista.

"Raccolgo i capelli pesanti e appiccicosi dietro le orecchie, gratto il collo, la pelle è dura e polverosa.

Mi siedo sul materasso, sopra la macchia, così non la vede e non si arrabbia.

Raccolgo le ginocchia sotto il mento. Lo stomaco sfrigola, contraggo i muscoli addominali."

un personaggio gestito in prima persona e al presente mi suona strano che racconti ogni suo gesto. Oddio ci sta che la vita di buia segregazione e isolamento l'abbia deformata a tal punto da descrivere a se stessa ogni gesto, ma qui è come se lo descrivesse al lettore senza però rimarcare l'aspetto bene l'aspetto psicotico.

Mi ha un poco stranito. L'avrei trovato perfetto per una terza persona narrante. forse mi manca una pesante puntualizzazione sul lato "psichiatrico" del personaggio.
:)

 

Ritratto di masmas

Una situazione che si svela man mano, con una narrazione che punta sulle sensazioni emotive che evoca. Molto carino, si legge davvero bene.

Ritratto di Stellaoscura

Ansiogeno, veramente, mi hai catapultata nel suo mondo.

Mi muovevo con lei, pensavo con lei e sentivo quello che lei sentiva.

Prova piaciuta davvero tanto.

Ritratto di Borderline

Concordo col capitano per l'effetto straniante di una narrazione in terza persona riportata alla prima. Solitamente il punto di vista interno svela moti dell'animo, oppure racconta al passato, come se il protagonista si rivedesse su uno schermo che sta mostrando a se stesso e ai lettori. La parte della suspance invece regge, il lettore accompagna la protagonista fino alla rivelazione finale. Sicuramente è necessario riflettere sullo stile, perché il cambio potrebbe non essere funzionale (la terza persona dei romanzi funziona meglio :))