Lo spettacolo di Erkole (di Elisaa) - Incipit 3

"Il mio nome è Erkole; non quello all'anagrafe, il nome di scena. Ero l'attrazione principale del circo Stupendia, l'incredibile uomo che con le sue possenti braccia poteva sollevare un elefante. Il forzuto. Muscleman! Il pubblico pagava due monete d'argento per assistere al mio spettacolo; i bambini sgranavano gli occhi e le donne… Cosa resta oggi di quell'uomo? Un vecchio che stringe tra le mani un bicchiere di whisky. La meraviglia e la magia stanno scomparendo e il mio mondo con esse.

E voi? Cosa potete dire delle vostre vite? Stiamo tutti svanendo piano piano come spiriti evanescenti. Cosa rimarrà un domani ai nostri figli? Niente, solo il ricordo di vecchie carcasse, che si trascinavano tristi lungo i corridoi di questo lugubre edificio, dalle quali erano costretti a passare una volta a settimana per i saluti di cortesia. Quante parole sprechiamo? Ci chiediamo 'come va' già sapendo che la risposta sarà un sussurrato e falso 'bene' quando invece vorremmo dire tutt'altro. Cosa ci faccio io qui??? Viaggiavo per il mondo, parlavo sei lingue, avevo amici di ogni dove e una compagna nuova a riscaldare il mio letto ogni notte. E adesso? Il mio unico svago è giocare a carte con voi, siete una buona compagnia non mi fraintendete, ma siamo pur sempre in una prigione anche se legalizzata. Detenuti contro la nostra volontà in questa casa senza ruote e senza vita, costretti a ballare lo stesso identico valzer ogni fottutissimo giorno."

"Grazie Daniele per la tua condivisione."

"Ma non ho ancora finito…"

"Per oggi può bastare, facciamo parlare un po' anche gli altri, ok?" La donna indicò con la mano la sedia alle spalle del suo interlocutore. Lui obbedì, sbuffando.

Un'anziana minuta e con una rada chioma riccia scattò in piedi urlando: "Luridi bastardi io non ci voglio più stare qui dentro!" E si diresse correndo verso la porta, ma la sua fuga fu fermata dopo pochi metri dagli infermieri che la portarono di forza nella propria camera calmandola con qualche farmaco dai molti effetti collaterali. Succedeva ogni volta che Daniele parlava. Lo faceva con un tale impeto che qualcuno tra i soggetti più fragili coglieva le sue parole come un invito all'azione. Purtroppo era solo il suono della rabbia di un uomo appassito e senza speranza per il futuro.

Daniele poteva essere paragonato a un acquazzone estivo: tutto in lui, dal suo modo di porsi, al suono della voce, emana un lieve tepore simile a quello di un abbraccio che ammaliava chiunque si trovasse al suo cospetto. Stordiva così le sue prede per poi finirle a colpi di parole ben assestate nel profondo dell'anima. Riapriva vecchie ferite lasciando che sanguinassero solo un poco. E a quel punto poteva fare di loro ciò che voleva, divenivano marionette nelle sue avide mani.

L'uomo, seduto lungo il perimetro di quel cerchio fatto di persone, osservava con attenzione i suoi interlocutori scrutando le reazioni di ognuno come a volersele imprimere nella memoria, la frustrazione, la rabbia e la tristezza sembrava che tutte venissero risucchiate dai suoi occhi. Era come un tornado che assimilava dentro di sé le ansie e i dubbi altrui traendone maggior forza. Il suo ego si sentiva appagato di fronte alle debolezze della gente. Fu in quel momento che gli venne l'idea di mettere su uno spettacolo. Lo stava già mentalmente organizzando con la minuzia nei dettagli di uno showman navigato. Le immagini si susseguivano nella mente fino ad arrivare al gran finale, agli applausi traballanti e a quelle menti violentate e traboccanti di pensieri neri che l'avrebbero fatto sentire di nuovo potente e imbattibile. Tutti l'avrebbero guardato con stupore, sarebbe tornato ad essere la star assaporando l'altro lato del potere, quello nero e nascosto.

Daniele era uno di quelli che vengono definiti dalla psicologia come narcisista. Nell'ufficio del primario vi era una cartella piena di appunti. Sedute individuali alle quali l'uomo era costretto a partecipare senza però che lui fosse convinto della necessità di quelle ore. La considerava una sorta di persecuzione nei suoi confronti perché cercava di ribellarsi a quella realtà claustrofobica imposta dal direttore dello stabile. Lui, dal suo punto di vista, si riteneva una persona generosa perché permetteva agli altri di affiancarlo nelle sue imprese eroiche. Peccato che la realtà dei fatti fosse totalmente discosta da quella percezione.

Era una ventosa mattina d'autunno, di un lunedì qualunque, quando gli balenò nella mente il primo passo da fare per raggiungere l'obiettivo. Senza farsi notare da nessuno si avvicinò a Claudia, una donna esile come uno scheletro e lunga come un giunco con crespi capelli né mossi né lisci e la schiena ricurva. Tutti la evitavano e lei passava il suo tempo seduta su una sedia a dondolo rivolta in direzione della grande finestra che dava sul giardino. Dondolava e mormorava, dondolava e mormorava. Tutto il giorno. Tutti i dì. Daniele le avvicinò le labbra all'orecchio sinistro e le sussurrò una poesia d'amore. Erano le 11:30 del mattino, poco prima del pranzo, quando i lavoranti erano troppo impegnati a rassettare per prestare loro attenzione. La donna continuò quella monotona danza come se non avesse udito una singola parola. Solo un dettaglio la tradì: per una frazione di secondo i suoi occhi avevano roteato in direzione di quella voce e lui se ne era accorto, godendo di quella piccola vittoria. Continuò così per un mese, giorno dopo giorno, alla stessa ora, con il medesimo componimento. Gli occhi di Claudia avevano iniziato, contatto dopo contatto, a girarsi sempre più spesso verso l'orologio che era appeso nella sala ricreativa, il cuore aumentava i battiti più si avvicinava l'orario consueto e le piante dei piedi si alzavano e abbassavano con una grazia rispolverata nelle ultime settimane, anche la voce si era fatta più bassa e sensuale nell'intonare la solita litania. L'ansia dell'attesa l'attanagliava come una morsa comprimendole il petto fino a quando non sentiva la presenza di lui e tutto il corpo si rilassava, all'istante. Daniele aveva controllato che Franca fosse di turno, l'aveva salutata con indifferenza mentre si sincerava che fosse realmente presente. Poi si era diretto nella propria camera e vi era rimasto fino alle 12:00 quando un baccano proveniente dal corridoio aveva attirato la sua attenzione spingendolo ad uscire, non aspettava altro. Aiutò Franca a calmare Claudia che urlava di rabbia strappandosi i vestiti.

"Come hai fatto a calmarla?" Franca lo aveva chiamato per parlargli in disparte.

"Non so, ci so fare con le persone."

"Ma cosa le hai detto?" Insistette.

"Non ricordo, mi è uscito così… ho avuto a che fare con molti artisti e alcuni erano un po', come dire… pazzi."

"Ah, ok... grazie lo stesso. Lo terrò presente." E si allontanò pensierosa.

Quello fu il primo contatto di Daniele con la persona che avrebbe reso possibile la realizzazione del suo progetto. E non era affatto stato un caso. Seguirono incontri nel corridoio sempre più frequenti, all'apparenza casuali, ma che erano invece pezzi di un puzzle che si andava assemblando. Tutto doveva andare secondo i piani perché non era facile ottenere il consenso per la messa in atto del suo spettacolo. Si sentiva come un uomo del destino e sapeva che avrebbe dovuto convincere molte persone a seguirlo, ma questo non era sempre lo scoglio più difficile per ogni messia?

E così da semplici saluti iniziò a scambiare qualche frase di circostanza ogni giorno con l'infermiera Franca. Sapeva come ammaliare e faceva scivolare un complimento in ogni loro incontro con una naturalezza tale da farle sembrare parole sincere, non stratagemmi architettati con qualche minuto di anticipo. E lui si gustava le reazioni della donna sempre più affascinata dalla sua presenza. Nel giro di qualche mese aveva già spuntato tre caselle dalla sua lista.

Era giunto il momento del passo successivo. Le gocce si appiccicavano sui vetri inconsapevoli del regalo che stavano facendo a lui. Il vecchio Erkole, in piedi al centro della sala, diffondeva il suo verbo ad ognuno dei presenti. Ma quei suoni non si fermavano lì, come un nero fumo riuscivano a corrompere ogni angolo di quell'edificio appestandone l'aria. In molti si fermarono a osservarlo, chi per curiosità, chi per noia, altri, molti, per la voglia di fare parte di quella piacevole novità in un luogo dove i giorni passavano tutti identici. E così alla sua combriccola si aggiunsero ben dieci persone.

Ma mancava ancora una pedina importante: Giacomo. Daniele lo avvicinò una mattina come tante, né particolarmente soleggiata né nuvolosa, nel grande salone ricreativo. Come tutti gli ospiti della casa anche Giacomo aveva le sue abitudini. Era appassionato di scacchi e passava gran parte del  tempo seduto di fronte alle pedine bianche e nere perso nelle sue strategie. Daniele decise perciò di sfidarlo, in palio entrare a far parte del gruppo di attori. Un'ora dopo lo show aveva un addetto alle luci in cambio della possibilità di una rivincita. Quelle partite divennero un segno sul calendario.

E la mattina c'erano gli scacchi, il pomeriggio le prove teatrali e la sera gli incontri segreti con l'infermiera. E fu proprio una di quelle notti che l'idea si materializzò. La donna era seduta con la schiena nuda contro il muro, mentre l'uomo sdraiato puntava lo sguardo sul soffitto. L'odore di salato dei loro corpi miscelato al penetrante aroma dell'amore appena consumato si insinuava nelle narici dando loro l'illusione di un legame, di famigliarità laddove vi era solo interesse. In quello stato di semi-incoscienza nacque dalle labbra rosee di lei la parola spettacolo. E lui no, non sarebbe stato in grado di adempiere a un simile dovere, le disse. La pressione sarebbe stata tutta riposta sulla sua persona, ma se lei credeva che potesse portar giovamento agli altri pazienti, allora sì, ci avrebbe provato. In realtà l'idea l'aveva piantata lui molto prima…. Quando distrattamente aveva lasciato cadere nella borsa dell'amante una rivista aperta su un articolo che parlava dei benefici della recitazione, o durante le prove che coincidevano sempre con  i turni di lei.

Come previsto il direttore appoggiò con entusiasmo la richiesta partorita dalla mente di una veterana di quel luogo. Ogni pezzo stava prendendo il proprio posto e Erkole ne era contento.

Claudia osservò le lancette sfiorarsi per centoventi volte, le aveva contate nell'attesa del suo amore. E tutto era pronto per l'indomani, il debutto era prossimo. Ma l'artefice di quel teatrino non poteva ancora riposarsi, un'ultima missione doveva essere portata a termine... una solo pensiero riecheggiava nella mente di Daniele: placebo.

E fu mattina, la sala si riempì di gente, parenti degli interpreti. C'era chi armato di borsa e giacchetti prenotava il posto per congiunti che sarebbero arrivati a breve, chi arrivato all'ultimo era rimasto in piedi in fondo alla stanza e chi proprio non si era presentato. Il vociare allegro insieme alla scenografia dai colori vivaci e alle luci gialle, rosse e verdi diedero una differente maschera alla struttura che non assomigliava affatto a una clinica psichiatrica. La nota melodia di Beethoven, per Elisa, accompagnò l'ingresso degli artisti sul palco. E ci furono urla, capelli strappati, oggetti di scena lanciati come coriandoli sui volti pietrificati dei presenti. Qualcuno si lanciò dal palco come un uccello atterrando sui sedili occupati. E il gruppo di spettatori si trasformò in una mandria che si spintonava verso l'uscita, schiacciando e calpestando i deboli sotto una pioggia di sangue. Era l'essenza di lui, il gran finale, lo spettacolo di Erkole sarebbe rimasto nella storia e lui con esso.

Commenti

Ritratto di DBones

Hai sviluppato il mio incipit in maniera originale e interessante; io avevo immaginato una storia totalmente diversa, ma questa è la Tua storia non la mia. A mio parere, hai affrettato il finale: succede tutto troppo in fretta mentre avrebbe necessitato di un respiro più ampio. Un bel racconto.

Ritratto di Elisaa

Grazie. Sì, in effetti volevo arrivare a quel finale e sull'ultima parte forse ho accelerato un pò gli eventi.

Ritratto di Pilgrimax

L'idea è buona. L'Erkole decaduto che si riporta in gloria organizzando uno show in un "lazzaretto" di matti. Purtroppo, anche in questo racconto c'è molto "raccontato". Strano perchè l'inzio è buono, dinamico. Ci dà informazioni mentre va avanti l'azione. Da un certo punto in poi, vai invece avanti per blocchi stagni di descrizione prevalentemente statica, didascalica. Anche io ho avvertito un finale buttato giù in fretta. Non c'è climax, non c'è conflitto o tensione. Difficile appassionarsi. La scrittura (come stile) però è buona e, ripeto, lo era anche l'idea. È solo questione di trovare la forma giusta. A rileggerci.

Ritratto di Elisaa

In effetti a un certo punto del racconto mi sono bloccata, c'erano sempre molte cose che dovevano accadere e credo di lì di aver iniziato a raccontare invece che mostrare. Vuoi il poco tempo e spazio a disposizione ho affrettato un pò gli avvenimenti. Mi sono fatta prendere dall'ansia! :-) Grazie per i consigli, farò attenzione a mantenere attiva l'azione per tutta la narrazione nei prossimi racconti.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Io ho avuto difficoltà a leggerlo. Ho trovato la forma un tantino pesante. Andrebbe alleggerito, anche perché, come sottolineano gli altri compagni, il finale arriva improvviso e un po' insensato e risparmiare spazio avrebbe potuto garantirti un approdo più graduale. Insomma, si intravede una idea sviluppabile.

Ritratto di Elisaa

Ok proverò a riguardarlo cercando di tagliare un pò il superfulo e di bilanciare il susseguirsi degli eventi. Grazie per la dritta!

Ritratto di Kriash

Per un momento ho pensato che la scelta dell'incipit fosse solo un pretesto per raccontare un'altra storia, totalmente diversa. Invece no, il personaggio è tornato a metà percorso per dare una svolata a tutta la storia. Buona l'idea, velocizzata troppo sul finale ma che da una bella visione del suo potenziale.

Ritratto di Elisaa

No, in realtà io ho lavorato molto sulla psicologia del personaggio pensando a cosa poteva fare un uomo depresso e ho deciso di farlo combattere per la "sopravvivenza". E come spesso accade nella vita le difficoltà fanno uscire parti di noi nascoste, a volte non belle, e questo per me era il caso di Erkole. So di aver affrettato gli eventi, grazie per avermelo fatto notare, è una cosa su cui lavorerò.

Ritratto di Stellaoscura

Mi piace come è stato sviluppato Erkole e ho molto apprezzato l’inizio della storia: ci ha portato mano a mano nella quotidianità di quest’uomo e nel suo desiderio di rompere tutti questi pseudo-equilibri.

La parte centrale e quella che ci porta al finale forse andrebbero un po’ sfoltite: qualche parola in meno per far risaltare ancora di più il piano che ha in mente Erkole.

Il finale a effetto l’ho trovato funzionale, anche se mostra e non mostra.

Bella l’idea, belli inizio e finale, da lettrice suggerirei solo di sfoltire un pochino la parte centrale.

Ritratto di Elisaa

Grazie! Sei la seconda che me lo dice quindi proverò a sfoltire la parte centrale così da equilibrare di più il racconto.

Ritratto di Pistinega

Mi è piaciuta molto l'idea e forse sì, anche io avrei gradito un finale più graduale. 

 

Ritratto di Elisaa

Lo terrò a mente per i prossimi scritti, grazie!

Ritratto di masmas

E originale, mi è piaciuta. Lo stile è funzionale, tutto sommato funziona a portare al finale a sorpresa. Bello.

Ritratto di Elisaa

Grazie!

Ritratto di Borderline

Nonostante la narrazione abbia uno stile un po' troppo descrittivo e verboso, si fa seguire bene. Daniele e il suo doppio sembrano però essere gli unici personaggi sulla scena, gli altri troppo in ombra per colpire il lettore. O forse sono troppi, magari meglio concentrarsi su due o tre senza inserire troppe scene che potrebbero distrarre, e concentrarsi invece sull'azione, che come ti hanno già detto, arriva troppo repentina sul finale. Buona prova :)

Ritratto di Elisaa

Sì lo riscriverò provando a concentrarmi più sull'azione. Grazie per i consigli!

Ritratto di LaPiccolaVolante

Lo studio calmo del personaggio, il paziente tessellamento della sua strategia... Sì mi è piaciuto. Peccato, davvero, per quell'eccesso verbale e quel freno descrittivo. Il soggetto qui  è fiosologicamente lento. Di suo. E finché si esprime secondo propria natura va benissimo, ma a tratti aggiungi pesi in più e la lettura tende a trascinarsi come su un tappetto di gomma squagliata.

Lasciate fare al personaggio, non descrivete troppo, lasciate fare al personaggio e vederete che ogni suo gesto descriverà perfettamente tutto quello che è e che ha intorno. fidatevi di lui.