Per fortuna c'è Anita (di StellaOscura) - Incipit 12

Ho sempre trovato eccitante l’idea di due gemelle: due femmine, insieme, una per lato, magari così uguali da essere confuse, e intercambiabili. Uscire di nascosto prima con una, poi con l’altra, fino a proporre un giochino trasgressivo a tutte e due, e accoglierle tra le mie braccia, vederle baciare, toccarsi, magari anche insaponarsi sotto la doccia. Mi sarebbe bastato guardare, almeno all’inizio, e poi nella mia fantasia mi avrebbero preso la mano e portato con loro in un universo nuovo, inesplorato, in cui ero il primo navigatore, sì, e i loro corpi le onde da solcare con la mia grande nave.

Quando sono arrivate loro, le mie gemelle, il discorso è diventato più noioso. Pensare a due gemelle, oggi, mi riporta immediatamente a quelle due bimbette, uguali in tutto e per tutto a loro madre. Siamo ancora sposati io e lei, non so quando troverà il coraggio di lasciarmi. Da parte mia ce la sto mettendo tutta, ma sembra non dare peso alle mie disattenzioni. Parliamoci chiaro: qualsiasi donna normale se non venisse toccata dal suo uomo da almeno tre anni qualche domanda se la farebbe. Invece lei, lo Schifo, non credo si ponga il problema. Vive solo per le bambine, le veste allo stesso modo, le fa sembrare ancora più identiche, e io spesso fatico a capire se davanti a me stia facendo le bizze Lucia o Luisa. Ha voluto dare nomi che iniziassero con la stessa lettera, e la lettera è la stessa del suo nome: Luna. Stanno diventando sempre più uguali quelle tre, e se l’idea di tre femmine più o meno simili, là, nella stanza accanto alla mia, magari nel bagno, mi ha sempre eccitato, se le tre sono lo Schifo e figlie, be’, anche io devo fermarmi. È il disgusto che mi prende quando le guardo, ma anche pensare a loro mi fa lo stesso effetto, quello della repulsione.

Per fortuna c’è Anita. Anita è bella, molto bella, e anche abbastanza giovane. Frequenta il mio corso di psicologia dello sviluppo del primo anno, ha poco più di diciotto anni e mezzo. Ne dimostra meno, e questo è un bene, ho controllato la sua tessera dello studente quando me la sono trovata accanto al bancone della biblioteca. Stava prendendo in prestito un libro in programma d’esame, aveva i capelli biondi raccolti in una treccia e un piccolo tatuaggio dietro l’orecchio. Era una “A”, scritta in corsivo maiuscolo, con i riccioli che si assottigliavano fino a confondersi con una ciocca di capelli che era sfuggita all’acconciatura. Sulla sua pelle così bianca e i suoi capelli chiari, la scritta sembrava più accesa, più viva.

Era bella, sì, Anita quel giorno in biblioteca, ma più che bella aveva un profumo delizioso. Il suo è uno di quegli odori che ti entrano nelle narici e ti scuotono tutto il corpo, ti fanno venire la pelle d’oca, ti fanno riattivare la circolazione fino a ogni prominenza del corpo. Era bella, sì, ma è stato il suo profumo a farmi perdere la testa.

Anita sa che esisto solo perché sono il suo insegnante. Ho invitato più volte a ricevimento i miei alunni, per chiarire ogni dubbio, certamente, e più di tutto perché speravo che tra tutti arrivasse lei, con la sua camicia appena sbottonata sul seno ancora piccolo, e il suo profumo poco più che tenue e vivo al contempo. Non è mai venuta, non è mai venuta fino a oggi. Oggi è il giorno, oggi verrà, oggi finalmente si accorgerà di me, e del mio amore per lei. Amore, desiderio, quello che è, non credo faccia molta differenza, basta che anche lei lo voglia. Si può non volere un po’ di calore e compagnia? Si può vivere lontano da stimoli o rifiutare quella mano che appena ci tocca, quasi distratta, sull’autobus o in fila alla spesa? Forse, ma non quella rassicurante e grande del professor Versili, e lei lo saprà, forse già lo sa. Forse è venuta proprio per questo, ha finalmente capito: si sarà messa tre gocce di profumo dietro ciascun orecchio, avrà bagnato anche la lettera “A” lasciata scoperta dai suoi capelli. Avrà messo una maglietta stretta, una che le scopre appena la schiena, il basso ventre, il seno e i polsi. Mi piace la pelle morbida dei polsi, soprattutto se sono piccoli e si possono afferrare bene.

E non posso arrivare al ricevimento già in queste condizioni, ho il cervello che fatica a ragionare, sarà meglio che mi fermi un attimo e lasci uscire fuori il mio desiderio. Lasciare che sia anche lei a volermi, e non solo io ad averne bisogno. Allora chiudo gli occhi, Anita, la mia mano grande ora è simile alla tua piccola e gentile. La mia mano è la tua.

 

«Prego, accomodati Anita, puoi chiamarmi Giulio».

Le sorrido, mi esce male, sento una smorfia. Allora mi volto verso la finestra, fingo che la luce mi dia fastidio, abbasso la tapparella, c’è solo la lampada sulla mia scrivania a illuminare la stanza.

La pelle di Anita ha una sfumatura brillante. È chiara come una stella, e anche i suoi denti sono bianchissimi. Mi piacciono le persone pulite, sono contento che Anita sia così.

Sposto la mia poltrona, la accosto alla sua. Sediamo sulla pelle, la pelle delle sue cosce sfiora quella della poltrona. Sono pelli che si strofinano, una giovane, e viva, l’altra scura, morta. Mentre sposta il peso dalla gamba destra a quella sinistra, la poltrona fa una pernacchia, e io penso che sia il sudore della sua pelle a essere passato sopra le calze. Forse è eccitata.

Mi chino in avanti, mi porgo verso di lei. Il suo profumo non mi arriva ancora, ma con il mio viso sono all’altezza del suo scollo. Mi ripeto di non guardare, che non è ancora il momento, lo faccio così tanto che l’occhio ci casca, e per un attimo spero che se ne accorga, ma Anita non dice niente, niente che riguardi le sue tette. Sta parlando del programma, e poi dice qualcosa della sua vita, della sua vita incasinata. E quando scosta appena i capelli e mostra il suo tatuaggio, il profumo si libra nell’aria, e adesso tutta la stanza odora di muschio bianco, di muschio bianco sulla pelle di Anita.

Mi alzo, mi allontano, cerco di fare in fretta, mi allontano ancora di più. Mi sento goffo, per la prima volta, e lo studio mi sembra più piccolo del solito. Anche le pareti sono sottili, riesco a sentire la voce nell’altra stanza, quella di Mario, il professore di pedagogia sociale, quello sì che ci sa fare.

Mi avvicino alla porta, nel pugno destro in tasca la chiave è tiepida: l’ho scaldata io con la mia mano bollente, e fa caldo, sto sudando. Le do aria, l’avvicino alla serratura, e sospesa, nell’etere, c’è ancora la voce di Anita, ma mi sembra più lontana.

«Giulio, ti senti bene?»

È la prima volta che mi chiama così, mi si scioglie il cuore. Rimetto la chiave in tasca, lascio la porta chiusa, ma non serrata. Ho la sensazione, per un istante troppo lungo, di essere io il prigioniero, e lei, Anita, la mia aguzzina. Magari si è messa d’accordo con mia moglie e mi hanno teso una trappola. Lo Schifo non aspetta altro che l’occasione giusta per mollarmi, e la cosa non mi dispiacerebbe davvero, se non fossi certo che poi tenterebbe di spillarmi ogni centesimo, per lei e per le altre due schifezze delle gemelle.

«Solo un calo di pressione, Anita, forse qui c’è troppo caldo».

Dalla finestra, adesso, entra nuova luce. Ho spento la lampada sul tavolo, spostato la poltrona dietro la scrivania: sono a distanza di sicurezza ormai, e dall’infisso uno spiffero d’aria mi ricorda di respirare. E si è disperso anche il profumo di Anita, si è mescolato all’odore di fumo della mia sigaretta: l’ho accesa appena mi sono seduto, e il potere della ragazzina di fronte a me si è confuso nella nebbia e poi è svanito nel nulla. È una mattina di novembre, questa, oggi. Fuori fa freddo, e il freddo sembra essere entrato anche nello studio, perché Anita tira fuori dallo zaino un giacchetto e si copre la scollatura. Poi riprende a parlare, a fare domande a cui io rispondo, come non ci fossi, come fossi uno spettro, o come ne avessi visto uno.

Per fortuna c’è Martina.

 

L’ho notata la prima volta in cui sono andato a comprare il pane nel negozio nuovo a due chilometri da casa: era vicino al forno e il suo viso era cosparso di gocce di sudore. Era così bella la sua pelle, sembrava incastonata di piccoli diamanti. E il suo odore era così forte da coprire anche quello di pane, e di farina. Una commessa le era passata vicino e le aveva sporcato la punta del naso di bianco; lei aveva sorriso, senza dire niente, e allora avevo compiuto un miracolo, il miracolo dell’immaginazione. Avevo immaginato la sua voce, morbida, limpida, pronunciare il mio nome, scandendo lettera per lettera, all’inizio più forte, poi scivolando via, come sui tasti di un pianoforte.

Martina inizia a lavorare prima dell’alba, è da sola in negozio. E se oggi non è andata bene con Anita, domani mattina potrà andare bene con lei. Non so neppure se si chiami Martina, la intravedo tutti i giorni e ancora non ho sentito la sua voce. È timida, mi sono detto, non ha mai pronunciato neppure il suo nome. E allora Martina è tutto, adesso, è tutto e più di tutto, e domani sentirò la sua voce, sì, la voce di Martina, urlare il mio nome, chiedermi più forza, più passione, e io sarò lì, pronto a darle quello che vuole, quello che merita.

Mi avvio a casa, è l’ora di pranzo. Fa freddo davvero oggi, esce la condensa dalla mia bocca, ma io non lo sento, non sento neppure la stanchezza della borsa che pesa. È piena, la porto sempre con me: mi dà l’aria di uomo impegnato, uno in carriera, uno con tante cose da fare e poco tempo per finirle. Nella mia borsa c’è il mio tesoro, e stamani un po’ mi pesa: forse c’è qualcosa messo male, qualcosa che dovrei sistemare meglio, oppure spostare in una tasca, oppure togliere. È che in casa non c’è un posto sicuro, uno dove nessuno, nessuno tra lo Schifo e le gemelle, riesca a mettere mano.

È che i segreti vanno custoditi, perché i segreti e i tesori hanno in comune più di qualche lettera. È che se loro dovessero scoprire cosa c’è nella mia borsa forse mi denuncerebbero, e io dovrei smetterla, fermarmi, ma vorrebbe dire un po’ morire.

Ho l’affanno, proseguo fino a casa, finché Luna e le gemelle mi vengono incontro. Le piccole mi si buttano al collo, mi abbracciano, mi dicono che senza di me sono state tristi. Luna rimane in piedi dietro di loro, non mi parla, e io, allora, abbozzo un sorriso. Mi mostro amorevole, voglio liberarmi in fretta, e allora continuo a mostrare la solita espressione, e a regalare parole d’affetto, mentre mi allontano verso la stanza dove ho creato il mio studio. Apro la porta, la chiudo alle mie spalle, estraggo la chiave giusta: è fredda, come fredde sono le mie mani. La giro, ora sono al sicuro: accendo la musica, abbasso l’avvolgibile della finestra, la cerniera si apre sotto le mie dita.

Estraggo la custodia in pelle, e da lì a sua volta il coltello: ha la lama sporca, non doveva finire così. Non deve mai finire così, ma poi succede, non so come, mi faccio prendere la mano, e il taglio diventa rosso. È fredda la lama, ancora tiepido il sangue. Accolgo le consistenze diverse, gioco a macchiare la mia pelle: faccio un giro con il dito sopra il coltello e poi sul mio palmo disegno una “A” con i riccioli, quella che Anita aveva tatuata dietro l’orecchio, sul collo.

Bussano alla porta, devo mettere tutto via. Ripongo ogni cosa, anche la scatola con i pezzi di pelle, il mio piccolo tesoro, il mio piccolo segreto, quella che avevo posizionato un po’ male nella fretta e che per questo appesantiva la mia borsa. Chiudo la cerniera, mi avvicino alla scrivania e la appoggio come una normale valigetta da lavoro proprio dove è naturale che stia. Giro la chiave, apro la porta.

Lucia e Luisa mi guardano sulla soglia: hanno un’espressione nuova o la vedo solo adesso. Non somigliano più di tanto alla madre, sono cresciute molto, stanno già diventando grandi. Quanti anni avranno adesso? Luna dovrebbe ammirarmi, in fondo le ho cresciute come fossero davvero mie: mi chiamano papà, io le presento come mie figlie. È che, in fondo in fondo, non ho mica smesso di pensare a quell’idea con le due gemelle, e adesso loro stanno diventando grandi abbastanza, e per i tesori, come per i segreti, l’importante è che non ci sia nessuno a conoscerli.

Commenti

Ritratto di Gana Mala

Non mi aspettavo quel finale :-O
Rivedo lo stile di "American Psycho" dove il protagonista è lo stesso narratore e il racconto viene esposto attraverso i suoi pensieri. Ammetto che io amo vedere i personaggi interagire tra loro e vivere la dinamicità delle scene, ma l'ho comunque letto volentieri ed è filato senza intoppi lasciando che la mia mente proietasse tutto ciò che ci hai raccontato.

Ritratto di Stellaoscura

Mea culpa, devo ancora leggere "American Psycho", ma in genere mi piace dare voce alla mente dei personaggi torbidi o "cattivi".

La scelta dell'immersione sapevo poter essere un po' pesante, "affogante" se così si può dire.

Sono contenta che nonostante la diversità di gusti di lettura, tu lo abbia letto volentieri! Grazie!

Ritratto di DBones

Interessante viaggio nella mente del protagonista, nei suoi pensieri. La quasi totale assenza di dialoghi appesantisce un po' la storia, che ho comunque letto con molto piacere. Bel finale!

Ritratto di Stellaoscura

Grazie!
La pesantezza era voluta, anche per rafforzare quei pensieri che sono a loro volta pesanti!

Sono felice che tu abbia apprezzato questa discesa e il finale!

Ritratto di Pilgrimax

Molto bello il finale, e ben costruito nel suo essere sorprendente e nel far intuire cosa succederà senza didascalie, senza essere troppo espliciti. È stata una (bella) sorpresa anche per me. Buona prova.

Come piccolo appunto, sfoltirei tutta la parte iniziale, prima di “«Prego, accomodati Anita, puoi chiamarmi Giulio»”. In un racconto così breve, tutta quella descrizione statica (4000 e rotti battute) all’inizio porta il lettore a desistere, quando invece tutto il resto merita. Magari invece di avere una narrazione a compartimenti stagni, descrizione statica per il background + situazione presente con interazione tra i personaggi, potresti provare a creare un flusso più armonioso: partire in media res e fare intuire il background dall’interazione tra i personaggi.

Ritratto di Stellaoscura

Grazie per il commento e per il suggerimento! In effetti non avevo pensato a un inizio in media res, diciamo che volevo subito rendere la pesantezza del personaggio e dei suoi pensieri. Il rischio, però, come hai ben fatto notare, è quello di appesantire la narrazione. Sicuramente seguirò il tuo consiglio e proverò a scomporlo e ricomporlo in maniera diversa!

Ritratto di Alessandro Pilloni

Mi associo a tutti i commenti. Scorre fluido perché è ben scritto e il finale giunge bello inaspettato, però l'avvio è un pochino lento e si potrebbe alleggerire. Comunque complimenti.

Ritratto di Stellaoscura

Grazie! Il finale cazzotto nello stomaco arriva, via, sono contenta! Sulla lentezza hai pienamente ragione, la pesantezza era voluta, forse però non era necessaria! Mi state offrendo degli interessantissimi spunti di riflessione! Grazie!

Ritratto di Creattività

sia nche per me è bello ed il finale che dire..assolutamente inaspettato.

Ritratto di Stellaoscura

Grazie, sono felice che ti sia piaciuto! :)

Ritratto di AngelaCStevenson

Una bella prova di scrittura, matura, pulita. La scena della pelle contro pelle è un esempio ottimamente riuscito di "show don't tell". Concordo con gli altri commenti, un bel finale e un'ottima conduzione della trama.

Ritratto di Stellaoscura

Grazie, Angela, ho cercato di mettermi al servizio di questo personaggio! Se è arrivato, sono felice di esserci riuscita abbastanza!

Ritratto di Kriash

Mi ha dato fastidio... Per questo motivo mi sento di dire che la prova è più che buona. :D Ottima narrazione, morbosa ma naturale, come se quei pensieri e quelle dinamiche fossero assolutamente consentite, giuste quasi. Bel racconto!

Ritratto di Stellaoscura

Posso svelarti una cosa? Dopo averlo scritto, nel rileggerlo, ero totalmente disgustata e infastidita dal protagonista... Per cui capisco il tuo senso di fastidio, l'ho provato io stessa nel leggere la voce di questa persona diversa che ho accolto il tempo della narrazione nella mia testa!

Ritratto di Creattività

*

Ritratto di masmas

Ho provato una certa repulsione per questo tizio.
Il racconto è ben condotto. Vero che così senza dialoghi è un po' opprimente, ma è utile per dare un punto di vista molto interno al personaggio, che fa molto "nella testa dell'assassino".
Confermo che è ben riuscito.

Ritratto di Stellaoscura

Grazie! Sono contenta anche del senso di oppressione, perché con quello di pesantezza era voluto! Devo valutare meglio, però, dal tuo commento e da quello di altri, come queste sensazioni possano in qualche modo infastidire e distogliere il lettore dal racconto, magari costringendolo ad abbandonarlo. Il famoso non tirare troppo la corda.
Grazie per lo spunto di riflessione!

Ritratto di Seme Nero

Il protagonista all'inizio sembra un personaggio sciatto, non nella costruzione ma proprio come giudizio morale, come già detto sopra risulta fastidioso, ma diventa sempre più interessante.

Racconto che ha bisogno di rodaggio ma poi prende il via e la lettura diventa scorrevole.

Buona trama ed esposizione, mi è piaciuto.

Ritratto di Stellaoscura

Grazie, sono felice che nonostante il ritmo lento iniziale ti sia piaciuto!

Come ho già scritto, era il mio intento, ma i vostri commenti mi spingono a confrontarmi anche sui gusti del lettore, lo trovo un modo interessante anche per cercare una via di mezzo che faccia arrivare un effetto senza allontanare il lettore. Cercherò di migliorare in questa direzione, grazie!

Ritratto di LaPiccolaVolante

Uno studio calmo e ben curato dell'assassino. È vero, suona lento, ma il lento giusto. penso ci sia equilibrio nella velocità di narrazione. Ho letto eccessi peggiori e decisamente più pretenziosi di questo. No, non mi è dispiaciuto. Ora c'è da vedere come te la caverai con una narrazione più isterica. ;)

Ritratto di Stellaoscura

Sarebbe molto stimolante confrontarsi con ritmi e pensieri frenetici e isterici!

Magari la prossima volta, o magari il punto di vista di Anita che capisce cosa le sta succedendo... 

Ritratto di Pistinega

Questo racconto è molto vicino a come avevo immaginato il mio personaggio, la storia mi ha condotto fino alla fine per poi svelarsi in tutta la sua cruda verità e riportarmi indietro nella narrazione a una rilettura più profonda. Mi è piaciuto molto.

Ritratto di Stellaoscura

Grazie! Aver soddisfatto l'autrice del soggetto è già una grande conquista! :)

Ritratto di Borderline

Come già ti hanno detto, l'inizio è un po' lento ma tutto sommato serve a inquadrare il protagonista. Un uomo che per tutto il racconto sembra un passivo, e che solo sul finale svela la sua natura criminale, mentre nel racconto fin da subito il lettore ha davanti a sé il lato viscido e ripugnante. Sul lato dialoghi, credo che sul racconto breve possa reggere senza pericolo anche una narrazione in cui sono assenti, il problema si pone soprattutto nei racconti lunghi e nei romanzi. Ottima prova, speriamo di rileggerti in altri giochi LPV

Ritratto di Stellaoscura

Grazie! Sicuramente ora che ho scoperto LPV tornerò a prendere parte a questi giochi, li trovo molto stimolanti!

Ritratto di Elisaa

Mi è piacuto molto il tuo racconto. Bello il colpo di scena quando presenti l'altra ragazza, Martina, e finale inaspettato che riprende l'inizio del racconto. Brava!