Il tempo della strega (di DBones) - Incipit 7

1

Ginetta Porri era una donna come tante, non troppo bella e nemmeno troppo brutta, un viso che non rimane nei ricordi di chi la incontra, un’ombra tra le ombre che scivolano per il mondo, un’anonima tra altri cento, mille anonimi. Nonostante tutte queste innegabili verità, fu lei a vedere per prima la grande nuvola nera. Era rimasta imbambolata con la bocca a pesce e gli occhi sbarrati davanti all’inusuale spettacolo di quell’informe massa scura. Nel Westside non pioveva da tre, forse quattro mesi e per la sete alcuni avrebbero bevuto pure il piscio dei cani, se il vecchio Carlo Donzi non li avesse inseriti tutti nel menù della sua locanda. La nuvola significava pioggia, questo pensò Ginetta Porri e questo pensarono molti altri dopo di lei. Si sbagliavano; l’unico significato della nuvola era Malattia.

Ginetta era  giovane, ma i più anziani ricordavano la Malattia, la ricordavano molto bene; non una novità, bensì un ritorno. Il tempo della strega era giunto, ancora una volta.
Il martello del fabbro smise di battere sull’incudine e la bottega del mastro ferraio divenne silenziosa. Dagli angoli polverosi solo i lamenti osavano sollevarsi e, sopra di essi, uno stantio odore di morte, persisteva.

La vecchia giunse con il vento dell’ovest, calpestando le strade ghiaiose con enormi scarpe consumate. Un pesante scialle di lana avvolgeva le sue spalle, curve sotto il peso impietoso dell’età.
«Mostri erranti, creature volanti», urlava con voce squillante. «Mostri erranti, creature volanti.»
Gli abitanti della città bassa, periferia numero 19 del Westside, avevano abbandonato le loro catapecchie per riversarsi nelle strade come bestiame allo sbando. Chinavano il capo al passaggio della vecchia, forse per rispetto, forse per ragioni più ancestrali. La paura serpeggiava nei loro guardi spenti, nei loro volti smunti.
Gino Tonni era un uomo come tanti e come parte di quella moltitudine stava combattendo una futile battaglia contro il male che pareva gli stesse rosicchiando il cervello. Fu a lui che la vecchia sorrise: una mezzaluna a illuminare un volto rubicondo. Due guance come mele mature. Minuscoli occhi di  brace annacquata.

«La tua ultima ora avrà da giungere», gli disse, «ma non oggi, non adesso.» Il sorriso della vecchia si rispecchiò in quello dell’uomo, cancellando il dolore.
La vecchia riprese il suo lento incedere. «Mostri erranti, creature volanti. Mostri erranti, creature volanti.» Le braccia si allungavano a elemosinare un sorriso, una carezza; chiedevano di essere sollevate dal male che con conosce tregua. 
«Vieni da me, vecchia. Presto!» Una voce tra i lamenti, la voce di Ginetta. «Sto male! La mia testa, la mia teeesta.»
«Zitta sciocca!» sibilò qualcuno.
«È la puttana che bazzica nei pressi della casa dello zoppo», gracchiò un altro. «Quelle come lei meritano di soffrire.»
«No che non sto zitta! Sto male, dannatamente male. Lattesta, lattesta.»

Nonostante i chili di troppo che la appesantivano, la vecchia si mosse veloce come una donnola. «Ascolta il consiglio, stattene zitta.»

«Non riesco a stare zitta; mi fa male, tanto male. Mi aiuti.» Fece una pausa per colpirsi la fronte con le nocche delle mani. «La mia testa, maledizione! La mia teeesta.»

Piccole dita a salsicciotti la afferrarono all’altezza dell’inguine. La vecchia aveva mani forti, ruvide come corteccia.
«Lasciami», bofonchiò Ginetta. «Lasciami, cazzo!»
Per un brevissimo istante, negli occhi dell’anziana guizzò un lampo di follia, uno sprazzo di perverso piacere. Solo un abbaglio, celato dalle cataratte. E la morsa continuava a stringere, senza sosta, senza pietà.
«Dovrò lavarmi le mani», si lamentò la vecchia, mollando la presa all’improvviso. «Mi hai fatto perdere un sacco di tempo, sciocca ragazzina.»
«Perché non guarisce anche me? Perché?» Al dolore alla testa si era aggiunto quello al basso ventre: la vergogna divampava. La giornata di Ginetta si stava rivelando un’autentica merda.
«Perché?! Perché mi chiedi?» La vecchia socchiuse le labbra sottili in una smorfia disgustata; aveva denti di un candore latteo. «La tua puzza mi disgusta, il tuo fetore offende le mie narici. E non fare quella faccia! Percepisco la vergogna che scorre dal tuo lurido buco.» Annusò l’aria come farebbe un cane, alla faccia di Carlo Donzi e delle sue prelibatezze.
«Non capisco», piagnucolò Ginetta. «Cos’ho che non va?»
Una nuova voce si levò, intimandole di chiudere quella fogna che aveva al posto della bocca.
«Suvvia, gente!» disse la vecchia in tono pacato. «Non è il tempo dei litigi, questo. Le creature sbattono le ali e i mostri preparano gli artigli, sono qui per voi e non hanno intenzione di andarsene.» Fece una pausa. «A meno che...»

«A meno che tu non abbia quel che è giusto tu abbia.» Una voce rauca, la voce di un uomo. Dimostrava più anni della persona più anziana dell’intero Westside. L’eccessiva magrezza aveva trasformato le sue scapole nella caricatura di due inutili ali di demone. Sul lunghissimo collo raggrinzito, poggiava una minuscola testolina rotonda come una palla, con quattro peli biancastri che spuntavano dalla nuca, simili a erba gramigna. Se ne stava ritto in mezzo alla strada come uno spaventapasseri e la tunica che aveva addosso, nonostante fosse scolorita a causa dei troppi lavaggi, metteva in mostra il rango elevato a cui apparteneva.
«Ti vedo bene», lo salutò la vecchia, senza nascondere un sorrisetto di scherno. «Hai ricevuto la mia lettera?»
L’uomo in tunica non aveva voglia di sorridere, sul suo volto le tracce di emozioni erano ben celate. «Agata! Ho sperato fino all’ultimo che avessi cambiato idea.»
«Suvvia, mio caro! Ti sembro quel tipo di donna? Ci conosciamo da un sacco di anni, dovresti aver capito che se voglio fare una cosa la faccio e basta.»
«Hai ragione.» L’uomo trasse un lungo sospiro affaticato. «Un sacco di anni, troppi troppi anni.»

«Non così tanti.»
L’uomo scrollò le scheletriche spalle, mentre un’improvvisa folata di vento gli scompigliava i radi capelli. «Cosa fate qui?» disse alle persone che si lamentavano, accasciate ai margini della via. «Tornate nelle vostre case e chiudetevi dentro. I più anziani tra voi sanno che possono fidarsi di me; ho già sistemato le cose in passato, più di una volta. Le sistemerò ancora.» Mosse qualche passo incerto in direzione della vecchia. Barcollò paurosamente e per un attimo temette di finire con la faccia nella polvere. Ritrovò l’equilibrio appena in tempo; la vecchiaia era un demonio assai ostico da gestire.
«Come se nelle loro case fossero al sicuro», gli sussurrò Agata. «Tu vendi futili speranze, mio caro Ector.»
«Fossi in te non sottovaluterei il potere della speranza.»
«Va bene, va bene. Evitiamo di perdere altro tempo che guardandoti non mi sembra tu ne abbia così tanto.»
«A volte mi sembra di sentire le campane della morte, in lontananza.»
«Quelle sono le campane della Grande Torre, mio caro.»
«Pensavo che quella Torre fosse ridotta a un rudere.»
Agata sbuffò rumorosamente. «Continuiamo a perdere tempo qui e le creature nella nuvola ammazzeranno tutti gli abitanti del regno, vedrai se non lo faranno.»
Ector alzò gli occhi ma quel che vide non furono le increspature di un cielo velato. Vide l’oscurità. Vide la Malattia.

Dalla città bassa, una straducola ciottolata si inerpicava per una collinetta sulla cui sommità, austero e imponente, troneggiava un enorme edificio; l’unico in muratura in quel buco di culo perso nelle periferie del Westside. Agata precedeva Ector di cinque passi e, a differenza di quest’ultimo,  non mostrava segni di stanchezza.
«Non sei cambiata affatto.»
«A volte penso di essere venuta al mondo così.»
«Così come?»
 «Vecchia! Vecchia e...» Rimase in silenzio per qualche secondo, quindi aggiunse: «...sterile.» Sospirò.
Nonostante l’andatura incerta di Ector, non ci volle molto prima che arrivassero al massiccio portone di legno che delimitava l’ingresso della casa sulla collina.
«Eccoci», annunciò Ector. «Le bambine ti stanno aspettando.»
«Bene.» Nei puntini scuri, che Agata aveva al posto degli occhi, saettò una luce opalescente. «Non vedo l’ora d’incontrarle.»

 

2

Caterina Tocali lavorava all’orfanotrofio cittadino da quarant’anni; era la paladina della pulizia e dell’ordine, i lavori più umili non la spaventavano. Per quanto riguarda le scartoffie e simili magagne burocratiche, era il signor Ector a occuparsene, era lui a buttarsi anima e corpo in tutte le questioni complicate che lei rifuggiva come la peste. Non era nata per certi affanni mentali; straccio, secchio, olio di gomito, la sua vita finiva lì. La tranquillità, racimolare lo stretto necessario per i fabbisogni primari: Caterina non desiderava altro. Avrebbe evitato più che volentieri la visita di Agata Picalo. La megera. La strega. Erano passati parecchi anni dall’ultima volta in cui aveva messo piede nel Westside, ma Caterina non aveva dimenticato. Non le era stato concesso. Un mal di testa del genere te lo porti nella saccoccia della memoria per sempre.

Aveva raggruppato le bambine nella sala principale, quel giorno come molti anni prima, ma riuscire a tenerle buone si stava rivelando un’impresa tutt’altro che semplice. Guardarle mentre si rotolavano sul pavimento cercando un po’ di sollievo dall’emicrania feroce che pareva azzannarle come una fiera, era uno spettacolo che le appesantiva il cuore. Quando i cardini del portone d’ingresso cigolarono, Caterina non perse tempo e si eclissò, andandosi a rifugiare nella cantina al piano inferiore. Il vino era un vizio a cui si arrendeva molto volentieri. Un po’ di alcol l’avrebbe aiutata a sopportare la Malattia. L’avrebbe aiutata a sopportare i ricordi.
Nonostante il liquido rossastro scorresse nelle sue vene, non riusciva a togliersi dalla testa l’immagine di Agata. Poteva sentirla mentre si rivolgeva alle bambine con voce melensa e fare sornione; poteva sentirla molto bene. Ma, sopra ogni cosa, invitante e ributtante al contempo, poteva percepire il profumo dei dolci. Fragola, mirtillo, arancia, ce n’erano per tutti i gusti e le piccole non si sarebbero lasciate scappare quelle leccornie.
«Avanti figlie mie», diceva Agata. «Un dolcetto a testa. C’è anche dell’acqua, tanta buona acqua. Avanti, avanti!» L’incubo si stava per ripetere.
Le mani di Caterina tremavano e la bottiglia che si stava apprestando a sollevare per l’ennesima volta, finì a terra perdendosi in migliaia di schegge appuntite. Il pavimento accolse il vino, rosso come il sangue, come il peccato. Non avrebbe atteso oltre; salì le scale, due gradini alla volta, agile come non lo era mai stata neppure negli anni perduti della sua giovinezza. Si catapultò all’interno del salone con il cuore che minacciava di scoppiarle nel petto.
«Agata Picalo!» esclamò. La strega era lì davanti a lei, illuminata dalla luce gentile delle candele, una signora rotondetta che distribuiva confetti colorati a piccole orfanelle dall’espressione estasiata.
«Caterina Caterina, mi ricordo di te. Io non dimentico mai una faccia.»
«Vattene maledetta, vattene! Non ti vogliamo qui.»
«Suvvia Caterina, sei tu che dovresti andartene. Puzzi come una carogna. Sei sporca, lercia. Il fetore del tuo buco sudicio sta impestando questa stanza!»

«Non le porterai via! Non stavolta. Non te lo permetterò.»
Dalle minuscole bocche delle bambine, una sostanza quasi impalpabile, simile a fumo, cominciò a riversarsi sul pavimento; a contatto con quest’ultimo, si trasformava in un liquido vischioso, di colore vermiglio. Il veleno nascosto nei dolci stava facendo effetto.
«Non resistete, bambine mie!» Agata pareva in preda all’estasi. «Lasciate che la sporcizia abbandoni il vostro corpo. Siate pure! Siate pure per sempre.»
E la prima bambina cadde, preda del sonno che non attende risveglio. Poi un’altra e un’altra ancora, finché ne rimasero in piedi solo cinque, le dita di una mano. Agata le cinse nel suo abbraccio; i loro corpicini vibravano sotto l’effetto del veleno. «Tranquille bambine, tranquille! Mi prenderò cura di voi. Sarò la vostra mamma, per sempre. Piccole mie, innocenti e pure.»
Elena, Carla, Telensia, Thelma, perfino Joanna, tanto timida e malaticcia: non più bambine, ma bambole dagli occhi spenti.
«Tu non sei la loro madre!» sbraitò Caterina. La rabbia le stringeva lo stomaco, come se anche lei avesse mangiato i dolci della strega.
«Caterina, mia carissima Caterina. Tu hai un figlio, vero? Oh, certo che sì. Cos’hai provato quando la tua creatura, concepita nel sangue, si è fatta strada squarciandoti il corpo?»
“Amore”: la strega conosceva il vero significato di quella parola?
Caterina aveva stretto la mano destra in un pugno. Un osservatore esterno la avrebbe trovata ridicola; una signora di sessant’anni, più ossa che carne, che si apprestava a colpirne un’altra ben più robusta di lei. Fu Ector a trattenerla. «Pensi che non ci abbia mai provato? È tutto inutile, l’unica a farsi male saresti tu stessa.»
«Un mal di testa vale il sacrificio di tante bambine, signor Ector? Un semplice mal di testa?!»
«Un mal di testa no. La salvezza dell’intero Westside forse sì.»
Lasciarono che la strega abbandonasse l’edificio portando con sé le figlie che aveva scelto. Solo a quel punto Caterina si arrese alla stanchezza; le ginocchia cedettero e si abbandonò a un pianto senza freni.
«Prendiamo un po’ di aria.» La voce del signor Ector non le era mai sembrata tanto triste.
Uscirono dandosi braccetto, come una coppia di anziani grati al Signore per la vita che stavano vivendo. Nella città bassa, gli abitanti avevano ripreso le loro faccende quotidiane. Caterina alzò gli occhi al cielo: la nuvola nera si stava spostando verso ovest, portando con sé la Malattia, portando con sé il dolore.
«Guardi signor Ector, guardi!»

«Lo vedo Caterina, la nuvola se ne sta andando e anche stavolta niente pioggia.» Si pentì subito della battuta che aveva fatto. «Il mal di testa è scomparso, vero?»
«Non deve guardare la nuvola, ma dentro di essa!»
«Cosa dovrei vedere? Mostri erranti, creature volanti?»
«Mi perdoni se la contraddico, signor Ector, ma io vedo delle bambine. Tantissime bambine! Galleggiano nell’oscurità. Mi sembra che abbiano gli occhi chiusi, ma da questa distanza non posso dirlo con certezza.»
«Sono già morte.»
«Si sbaglia, signor Ector. Stanno dormendo, stanno semplicemente dormendo.»  

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Che mi piace come scrivi non te lo dico più perché tanto lo sai ;-) La lettura fila liscia e la mente visualizza senza nessuno sforzo. Anche qua mi sembra che si tratti di un preludio per una storia magari più complessa. Non sono sicuro di aver completamente colto la conclusione: Agata sta preparando un suo esercito? O ha ragione Ector? Bella prova.

Ritratto di DBones

Non hai colto la conclusione perché non c'è!Forse ho preso la regola "Non è necessario arrivare a una fine" troppo sul serio. Agata vuole solo essere madre, ma ripudia tutto quel che anticipa questo evento (mestruazioni, atto sessuale...): un bel ossimoro! Comunque ho letto delle belle prove di scrittura e la mia non è un granché.

Ritratto di Pilgrimax

No, ma quello va bene. Per “conclusione” non intendevo della storia, intendevo del frammento che questo testo rappresenta. Mi hanno incuriosito le bimbe che galleggiano. E mi sono chiesto: dormono in attesa di risvegliarsi al servizio di Agata o altro?

Ritratto di DBones

Scusa Max, a volte sono un po' tardo! Dormono tranquille tra le "braccia della madre", perché in fondo Agata e la nuvola sono parte della medesima identità. Il sonno simboleggia proprio il senso di sicurezza e protezione che solo una mamma può trasmettere ( che questa sia una creatura dell'oscurità poco importa, la mamma è sempre la mamma.) Quando si risveglieranno, dovranno scegliere tra un'esistenza pura (e sterile in tutti i significati che questa parola racchiude) come quella di Agata, o una vita "sporca" che le trasformerà in Donne. 

Ritratto di Pilgrimax

Ora capisco. Bella interpretazione. Non l’avevo colta in pieno dal racconto ma il limite potrebbe essere mio. Però è un bel punto di vista.

Ritratto di DBones

In fondo si tratta della strega che si piglia le bambine e forse se le va a magnà! Ahahah, scherzo.

Ritratto di DBones

Colpa mia, Max. Avrei dovuto soffermarmi meglio su questo aspetto, ma il tempo scarseggiava e poi nella mia testa avevo già il proseguo della storia che avrebbe chiarito tutto. Questo racconto può essere visto come una sorta di prologo.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Mi ha fatto ridere in diversi punti. E in effetti non era chiarissimo nemmeno per me ma ho dato subito per scontato che fosse un prologo. Mi è piaciuta la scelta lessicale adeguata alla presenza della strega. Però avrei tagliato l'inizio. Ginetta viene presentata come altri e descritta ma poi, almeno qui, non ha ruolo nella storia.

Ritratto di DBones

Grazie Alessandro. Ho usato Ginetta per introdurre la storia ( calcola che questa è solo la prima parte e non è detto che il personaggio non ritorni.)e per rendere chiaro al lettore l'odio e la repulsione di Agata per le donne. Probabilmente non sono riuscito a renderla come avrei voluto, ma siamo qua per migliorare.

Ritratto di DBones

Cara Angela, rispondo qui al tuo commento. La "conclusione" del mio raccontino non è una vera e propria conclusione, pensala come la fine di un prologo. Per quel che riguarda l'originalità con cui ho sviluppato l'incipit, devo ringraziarti per averlo notato. Avevo preparato quattro versioni diverse, ma alla fine ho scelto quella più particolare. Di storie banali ce ne sono fin troppe; la mia sarà anche una mezza schifezza, ma non penso sia banale.

Ritratto di Kriash

Si capisce che il racconto è qui sviluppato in una sua parte iniziale, un buon preambolo alla vicenda e oscuro al punto giusto per far leggere i personaggi con l'ottica giusta. Bello l'utilizzo delle streghe (tema a me caro). La scrittura è adatta allo svolgimento, forse un po' scricchiolante solo nella parte iniziale.

Ritratto di DBones

Grazie Kriash. Forse hai ragione sulla parte iniziale e credimi, ho voluto sperimentare. Perché non introdurre la vicenda con un personaggio che, in fin dei conti, è esterno a essa? In questi giochi LPV, mi diverto a provare schemi leggermente alternativi al mio stile di scrittura. Siamo qui per metterci alla prova, quindi perché non osare? Io adoro i racconti, le storie brevi, ma gli incipit de Lapiccolavolante sono talmente interessanti che mi aprono un mondo intero... 

Ritratto di Kriash

Servono proprio a quello e fai bene a sperimentare (io stesso lo faccio).

Ritratto di Stellaoscura

Potente, davvero, sia la storia che il modo in cui l’hai scritta.

Unico neo è la figura di Ginetta, che in questa parte, almeno, ha un bel po’ di spazio ma poco peso nella narrazione. Avrei bilanciato un po’ di più, ma se come leggo vuoi dare a questa storia un seguito e un più ampio respiro, immagino che dopo capiremo più di lei e della sua importanza.

Ritratto di DBones

Grazie Stellaoscura. La strega rifiuta di guarire Ginetta dalla Malattia, si scaglia contro il suo essere impura, sporca. Nella storia completa avrà un ruolo molto importante.

Ritratto di Pistinega

Lo immagino come un capitolo di un romanzo...sarei curiosa di leggere il resto!

Ritratto di DBones

Questo è proprio il modo in cui ho strutturato il racconto, in quanto la storia che ho in testa è ben più lunga delle sedicimila battute. Più che un capitolo lo definirei un prologo. Se ho solleticato la tua curiosità, qualcosa di buono in quello che ho scritto c'è. Grazie Pistinega!   

Ritratto di masmas

L'ho trovato affascinanate, per il modo e per la trama, anche se devo dire che mi sono sentito un po' spaesato: questo Westside, con persone dal nome italiano, l'ho etichettato subito come un mondo fatntastico, quindi mi è mancato di contestualizzarlo in un qualche modo: un punto temporale, un ambiente, un vestito. Così ho precepito una trama e una storia ma non l'ho potuta immaginare.

Ritratto di DBones

Invece di Westside potrei chiamarlo Zonaovest; non è un nome casuale. Per quanto riguarda le descrizioni, forse hai ragione. Grazie per il commento Masmas!

Ritratto di Gana Mala

Io dell'inizio non avrei tagliato nulla. La lunga descrizione mi è servita per immedesimarmi. Non concordo neanche sul fatto che il tuo racconto non sia un granché. A me è piaciuto molto.

Ritratto di DBones

Sono contento che ti sia piaciuto. Hai colto alla perfezione il ruolo dell'intro; far immedesimare il lettore, fargli capire il disprezzo della strega nei confronti della femminilità. 

Ritratto di LaPiccolaVolante

Giocare per tentare nuove vie. Questo mi è parso leggendo, e non mi è dispiaciuto.
Ci sono alcune incrinature, come molti hanno notato.
Mi sono sembrate come cavalcature scappate di mano, tentativi di colore poi perduti o lasciati dietro senza scopo al comparire di Agata, o forse solo pezzi seminati per un futuro proseguo. Pur con un poco di inesperienza evidente questo tentativo mi è piaciuto.

Consiglio sempre di non metter sotto il riflettore, per questi giochi, nessun pezzo che non abbia un'importanza dentro il racconto, perché poi alla fine sembra solo un tentativo scappato di mano. concentratevi su quel poco utile alla storia. :)

Mi ha divertito, sì.

Ritratto di DBones

Hai assolutamente ragione! Ho scritto questo raccontino avendo in testa una storia ben più corposa, con personaggi che avrebbero avuto la loro parte nel proseguo. Al prossimo gioco vedrò di fare meglio (nel limite delle mie ridotte capacità.) Non vedo l'ora di imbarcarmi nuovamente.

Ritratto di Borderline

Secondo me, perché sia un buon horror, manca qualcosa di importante. La suspance. Appena arriva la strega, c'è subito la malattia. E se invece avessi fatto impazzire pian piano dal mal di testa la popolazione del villaggio? Svelando alla fine il sacrificio delle bimbe? Come altri, ho trovato la scrittura iniziale un po' troppo piena, per il resto bella idea, magari da sviluppare ulteriormente per render ancora più feroce la vecchia strega :)

Ritratto di DBones

Ottime osservazioni! Proverò a sviluppare l'idea in modo diverso.

Ritratto di Seme Nero

Ho fatto un po' di confusione tra la nuvola e la malattia, pensavo che il mal di testa riguardasse solo Ginetta.
Ho notato che hai introdotto sia lei che Gino come un uomo e una donna "come tanti", che non vuol dire granché. Ti sconsiglio di usare queste non-descrizioni, primo perché i personaggi restano impressi proprio per le loro peculiarità e poi perché sembra tu sia stata pigra.
L'utilizzo di nomi italiani e termini inglesi insieme stride, ok l'ambientazione fantastica ma non vedo (almeno da quanto scritto qui) un motivo per questa scelta.
Non lo trovo malvagio come racconto, ma quelle due o tre cose da sistemare non me lo fanno amare. Però l'idea è buona.

Ritratto di DBones

Grazie per il commento e per i consigli, Seme nero ! A quanto pare ho scritto una intro terribile; avrei potuto evitarla, in quanto la storia sta in piedi comunque. Ancora adesso mi domando perché lo abbia fatto. Sulla questione dei nomi hai perfettamente ragione ed è stata una svista imperdonabile. Questo racconto non è uscito come speravo. A volte si fa bene, altre meno. Ci vediamo (leggiamo) al prossimo gioco Lpv. PS Sono un maschio.