Ester (di Jolanda)

ESTER

 

  • La senti questa oppressione al petto?
  • Si.
  • Sai perché la senti?
  • Io...
  • Perché sei un’inetta. Sei una delusione. Non sei capace di fare niente, neanche di rispondere a una domanda.
  • Ma io non...
  • È inutile che cerchi scuse. Non c’è niente che tu sia riuscita a realizzare, niente di bello, niente di interessante, niente di niente. Lasci tutto a metà. Lo senti questo peso sullo stomaco?
  • Si.
  • È la paura. Hai paura da quando esisti. Non andrà via mai, mai. Sarai sempre bloccata con quella paura addosso. Sei debole.
  • Si.
  • Non ce la farai mai a fare niente. Sei stanca, vero?
  • ... sì.
  • Fai fatica, ma non vorresti fare fatica, sentire sempre questo peso addosso. Dovresti dormire, dimenticare tutto, lasciarti andare, lasciarti andare, così, all’indietro, è come galleggiare, cadere, come una piuma; all’indietro, lascia tutto. Lascia il corpo, il peso. Galleggia.
  • ...
  • Galleggia, galleggia e piega la testa all’indietro, così. Galleggia in questa nuvola, leggera, lascia libero il collo, brava, verso l’alAAAAGGHHHH AAHHHHGGGG...

Di colpo apro gli occhi; l’urlo animale, agonizzante, proprio sopra di me. Una sostanza viscosa e calda mi cola sulla faccia, lungo il collo, impregna i capelli, i vestiti. E c’è Sara al mio fianco, in piedi, tiene per i capelli una piccola testa mozzata che gocciola sangue scuro. Me l’avvicina alla faccia, la scuote. Ne sento l’odore ferrigno.

  • Guardalo! Stava per strapparti il collo a morsi. È lui, non vedi? Ho dovuto tagliargliela di nuovo. È sempre lui. Continuerà così finché te lo terrai addosso.

Dal minuscolo viso raggrinzito mi fissano due occhietti neri e cattivi come gli spilloni di una fattura mortale. La bocca si contrae in una smorfia oscena, scoprendo due file di zanne appuntite che si spalancano cercando di inghiottirmi.
Urlo e mi sveglio. Intorno a me c’è solo l’eco del mio grido, la foresta è silenziosa.
Ancora quel sogno. Mi sono addormentata, maledizione, e non va per niente bene. Volevo solo riposare un poco, non addormentarmi, non in questo posto che brulica di pazzoidi fanatici che danno la caccia ai mezzosangue. Sono troppi, qui, non devo lasciarmi sorprendere dal sonno. Solo pochi giorni fa hanno ucciso Sara. Sento le lacrime che si formano nel mio occhio di carne.
Sara.
Siamo state insieme poco più di un mese, ma la sua assenza mi scava dentro un solco profondo di secoli. È così fra mezzi demoni, mi aveva spiegato una sera, è istintivo. O ci si odia a prima vista e quasi non si riesce a resistere all’impulso di ammazzarsi, oppure è un’attrazione immediata, come se due pezzi della stessa anima si ritrovassero dopo una straziante separazione. È un senso di appartenenza che va oltre qualsiasi concetto d’amore.
Spingo di lato la falda del tabarro e cerco con la mano la piccola tsantsa di Shax che porto appesa in vita. Faccio scorrere i polpastrelli sulle cuciture degli occhi e della bocca e brividi di piacere mi serpeggiano nelle gambe e lungo la schiena, ma il cuore mi si riempie di malinconia, non solo per Sara.
Il piccolo Shax, un demone Gamchicolh, era una parte di me. L’ho portato dentro per anni, e da dentro mi parlava, insieme ad altre voci.

All’inizio, la maledizione che quel mercante, Jeremia, mi aveva lanciato in cambio dell’occhio di Tschador mi era sembrata un dono: essere per metà demoni è meglio di essere solo umani. E non sentire più il frastuono di cinque delle voci che mi parlano nella testa aveva creato spazi di silenzio che non credevo possibili. Ero contenta. Riuscivo a pensare con più chiarezza, a riposare la mente. Non avevo capito che il prezzo da pagare per quel silenzio sarebbe stato così alto. Le cinque voci che il mercante mi ha strappato via, sono diventate cinque piccoli demoni che mi danno la caccia per impossessarsi della Bottiglia di Djin-Laddin. Non credo che gli interessi la bottiglia, non è un artefatto unico o rarissimo. Penso che bramino invece lo spirito della fata malefica che ho intenzione di rinchiudervi. Non sanno che non sono ancora riuscita a scovarlo e non so perché lo vogliano, ma sono certa che sono disposti a tutto per averlo.
Shax è stato il primo a trovarmi, mi ha colta di sorpresa. Mi asciugo la guancia sotto l’occhio di Tschador. Quest’occhio meccanico che mi permette di vedere i morti lacrima sempre quando tocco la tsantsa di Shax. Ha cominciato a piangere quando Sara gli ha tagliato la testa e non ha smesso di lacrimare quando ha estratto le ossa del cranio e ha fatto bollire la pelle con erbe e cortecce. Ha continuato a piangere anche quando l’ha riempita di sabbia perché si asciugasse mantenendo una bella forma arrotondata.
Quante cose mi ha insegnato Sara, che male mi fa pensare a lei. Il mercante non mi aveva spiegato cosa vuol dire essere mezzi demoni. Aveva solo accennato che sarei stata rifiutata sia dagli uomini che dai demoni, ma sai che novità, ho passato la vita a essere rifiutata da qualcuno. Il rifiuto degli altri non mi interessa. Ma la fame del dolore degli altri, quella sì che era un problema. Non sapevo come contenerla, mi stordiva.
Mi alzo, scuoto il terriccio dal tabarro. Devo proseguire. Faccio pochi passi e sento un forte prurito alla nuca: qualcuno sta pasticciando con la Goezia. Voglio dare un’occhiata, se non ci sono altri demoni che hanno sentito il richiamo, vado io. Quando gli umani cianfrugliano con le arti oscure c’è sempre da divertirsi.
La casa è vicina al limitare della foresta, non c’è puzza di demoni intorno. Sbircio dentro dalla finestra. Contro la parete c’è un altare. Al centro della stanza, un ometto gracile disegna qualcosa sul pavimento. Appena si volta, entro.
Sara mi ha insegnato a smaterializzarmi, divento quasi trasparente. I contorni del mio corpo tremolano, creano un effetto miraggio. Tengo il cappuccio calato sulla testa.
L’omino ha disegnato per terra un pentacolo dentro a un cerchio e ai quattro punti cardinali ha piazzato quattro candele accese: un classico. Mentre il tizio è impegnato a recitare l’invocazione demoniaca rivolto verso una croce nera rovesciata, ornata di ossa e teschi di animali cornuti, mi metto al centro del cerchio e soffio sulle candele un bel pizzico di polvere di Zollar. Niente magia, solo un po’ di alchimia, ed è tutto uno scoppiettare di scintille, fumi, colori e puzza di zolfo che, devo dire, fa il suo effetto.
L’omino è frastornato, pensa di essere riuscito a evocarmi. Mi rivolgo a lui con la voce più bassa e cavernosa che riesco a modulare.

  • Chi sei tu, che osi disturbarmi?
  • S...s...sei tu Astaroth? Il possente Duca dei Demoni? Comandante di quaranta legioni diaboliche e...
  • IO ti ho fatto una domanda, infingardo. Rispondi immediatamente se non vuoi che ti incenerisca la lingua e ti precipiti ora nella valle infernale.

Alzo le braccia con fare minaccioso e butto altra polvere sulle candele. Aggiungo anche un po’ di salvia divinorum, molto efficace a provocare blande allucinazioni e indurre un senso di stordimento e stupefatta venerazione.

  • Chiedo perdono Duca degli Inferi, sono Salmodio, ti ho chiamato per legare il tuo volere al mio.
  • Legare il mio volere al tuo? Ahahah! Ma che stai dicendo, feccia. Cosa ti fa credere di poterlo fare?
  • Eh, ho recitato l’evocazione di Tarsus il Pettir! Sono mesi che la studio e che aspetto il momento adatto per...
  • Ahahah! E pensi che una ridicola cantilena, uno scarabocchio in terra e delle candele possano piegare il mio volere e asservirlo al tuo? Cosa mi tocca sentire. Ma sei fortunato, Salmonello, oggi sono di buon umore.
  • Guardi che mi chiamo...
  • Taci, cialtrone. Sentiamo, quale strabiliante impresa vorresti compiere col mio aiuto? E soprattutto, cos’hai da dare in cambio?
  • Ma niente, io credevo...
  • Tu credi a troppe panzane, Salamello. E NON OSARE FISSARMI! Giù in ginocchio, sguardo a terra. O ti trasformo in un’unghia incarnita.

Getto un altro pizzico di polvere di Zollar e di salvia sulla candela davanti a me. Salmodio è cotto a puntino: inginocchiato a terra, gli occhi rivolti verso il pavimento, è piegato in avanti, appoggiato sulle mani. Un filo di bava giallastra gli cola dalla bocca. Mi sa che ho usato un po’ troppa salvia. A me non fa niente, ma questo qui la regge proprio male. Balbetta qualcosa di un torneo e di una dama e di certe chiavi del regno. Insomma, la solita storia. Andiamo al sodo.

  • Va bene Salamello, ho capito. E se deciderò di aiutarti, cosa mi darai in cambio?
  • Infernale Principe degli Inferi, ti offro la mia anima!
  • E che me ne faccio! Ne ho già abbastanza giù all’Inferno.
  • Ma mio Signore, cosa... cosa...
  • Taci, Salmonello. A me interessano l’oro, i gioielli, gli artefatti rari e misteriosi di inestimabile valore. Se mi hai scomodato e non hai di che pagarmi, ti faccio diventare una ragade anale seduta stante.
  • Oh, mio Re, no, no, ti prego, non possiedo oro o gioielli... ma un artefatto sì, in quel baule. Ecco, prendi la chiave, è avvolto in un panno nero.

Salmodio mi tende una chiave e stramazza a terra cantilenando ma ti prego una ragade no, una ragade no. Prendo la chiave, apro il baule e tiro fuori un fagottino nero. Dentro c’è uno strano oggetto. Sembra una piccola pistola, ma la canna è una pompetta a vapore e alla base del calcio è fissata una minuscola scatolina iridescente.

  • Cos’è questo affare, Salmodio?
  • L’unico tesoro che possedeva mia nonna. Il suo strumento di lavoro.
  • Ah. E cosa faceva tua nonna?
  • Oh, mio signore, è lungo da spiegare e mi sento confuso, le parole mi rimbalzano in testa e sfuggono e molte non riesco più a dirle.
  • Dimmi solo a cosa serve.
  • Gna gna gna, ho la lingua molle.

Mi chiedo con cosa hanno tagliato la polvere di salvia divinorum. Salmodio ha il naso schiacciato sul pavimento. Lo afferro per i capelli e gli strattono la testa all’indietro.

  • Parla, cretino, a cosa serve questo affare?
  • Nonnina non mi picchiare.
  • Allora lo uso su di te, così vedo che effetto fa.

Gli punto la canna in mezzo alla fronte. Salmodio ride e balbetta. Si irrigidisce e si contrae. Un fiotto di bava olivastra gli esce dalla bocca.

  • Ahahah che scherzi mi fai nonnina, ma io non lo voglio usare. Non voglio sentire quelle urla, non voglio più sentire urlare. Falle tacere, nonnina. Non voglio farlo da solo, lo sai che non posso farlo. Aghhhh, non voglio sentirle mai più quelle donne che urlano e implorano di morire aghhhh.

Salmodio spalanca gli occhi e li gira all’indietro. Lo sdraio sulla schiena. Gli è presa male davvero. Mi avvicino al suo orecchio e sussurro parole rassicuranti.

  • Nonnina ti proteggerà dalle urla, Salmodio. Tu però devi dirle a cosa serve questo affare.
  • Lascia stare mio nipote, brutta puttana.

Una voce stridula alle mie spalle. Mi volto e vedo la vecchia, o meglio, una spirale di fumo verdastro con in mezzo una faccia da vecchia che si alza dal baule. Salmodio è immobile sul pavimento, respira a stento.

  • Ma guarda, è arrivata nonnina. Lo chiedo a te, allora. A cosa serve questo affare?
  • E perché dovrei dirtelo, lurida mezza demone?
  • Perché altrimenti ammazzo il tuo adorato nipotino?
  • Sì, ammazzalo, dai. Mi fai solo un piacere. Così torneremo insieme, finalmente.
  • Ah, sì? Bene, bene. Lo sai che ci sono cose peggiori della morte, vero nonnetta?

Sposto la falda del tabarro e spingo in avanti l’anca mettendo in mostra la tsantsa di Shax. La spirale verdognola vortica su sé stessa. Sul volto della vecchia un’espressione terrorizzata.

  • Oh no, non può essere una tsantsa. Nessuno le sa fare più da secoli.
  • Come vedi, io le so fare. Ci vogliono tre giorni, ma il tuo nipotino ci rimane dentro per sempre. E non tornerete insieme mai più.
  • Noooo, non lo farai, non lo farai.
  • E chi mi fermerà, vecchia? Tu sei morta. In questa dimensione non puoi fare più niente. Nessuno ti vede, nessuno ti sente. Come potresti impedirmelo?
  • Ahhhh maledetta, maledetta.
  • Arrivi tardi, ci ha già pensato un mercante a maledirmi per benino.
  • Lascia stare mio nipote, ti prego, lascialo stare, non ho che lui da aspettare. Ti dirò quello che vuoi, ma non portarmelo via.
  • Ti ascolto.

Il fumo verdognolo si divide in due serpenti che salgono verso l’alto attorcigliandosi intorno al viso della vecchia. Lascio andare il lembo del tabarro che torna a coprire la piccola testa mummificata di Shax. La vecchia sospira.

  • Quello è il TTK, il TerrificoTocoKtántas. La prima volta che lo vidi ero molto giovane. Uno stregone si era invaghito di me, mi aveva rapita e rinchiusa in una segreta sotterranea fino a quando, diceva, non mi fossi decisa ad amarlo appassionatamente. Ovviamente non avrei mai potuto amarlo, era troppo vecchio e brutto, ma certo non volevo trascorrere la vita in una cella umida e puzzolente. Finsi trasporto e sentimento e quel grullo non solo mi liberò, ma mi insegnò anche tutto ciò che vi è da sapere delle arti oscure finché, stufa di fingere, lo chiusi in una palla d’acciaio e lo gettai in alto mare.
  • Vecchia non mentirmi. Il tuo spirito è cattivo e sporco, lo sento, ma non ha l’afrore di chi ha pasticciato con le arti oscure. Non ho tempo da perdere: o mi dici a cosa serve questo affare o la testa di tuo nipote finisce appesa alla mia cintura.
  • No, non ti sto mentendo. È che non ero molto brava a praticare l’arte oscura. Ho sempre preferito la tecnologia, è molto più semplice, ha pochi effetti collaterali. Quello stregone non aveva solo libri di incantesimi e ricette di pozioni. Il TTK era il suo tesoro più grande. Ne esiste solo uno al mondo.
    Non si sa chi lo abbia fatto e nessuno è capace di costruirne un altro. È un gioiellino che va appoggiato all’ombelico di una donna gravida e in un attimo le strappa via il feto dall’utero.
  • Bah, un arnese che procura aborti. Non è certo una novità e nemmeno ‘sta gran meraviglia.
  • Aspetta, demone, non ho finito.
    Il bello è che il feto viene risucchiato e imprigionato nel piccolo scrigno di dolore che c’è alla fine del calcio. Gettato fra gli amanti, li separa per sempre. È questo quello che la gente cercava. Questo, quello per cui era disposta a pagare, e bene.

Giro il TTK fra le mani. Lo impugno. Sembra una strana pistola. È un oggetto cattivo, ideato per fare del male. Tanto male. Un brivido mi percorre dalla schiena alla nuca. Chiudo gli occhi, la fame aumenta. La brama di succhiare il dolore di qualcuno è così forte che per un attimo mi perdo, sprofondo in una smania che mi acceca, ottunde i sensi, si impossessa di tutto il mio essere.
Sara diceva ‘concentrati, è l’unico modo per controllarlo. Porta l’attenzione al centro, chiudi fuori tutto il resto, la fame, la voglia, gli spasmi.’
Mi concentro in quel piccolo spazio tondo da cui si irradia la coscienza, al centro del mio corpo. Un respiro profondo e la fame diminuisce. Un altro respiro e posso riaprire gli occhi. Respiro ancora e riprendo il controllo. La vecchia mi guarda. Punto il TTK verso la sua faccia.

  • È un oggetto cattivo, vecchia, ma va bene. Il mercato brama oggetti cattivi. Ne ricaverò un bel gruzzolo. Ti lascio tuo nipote, si sveglierà fra qualche ora.

La vecchia scompare.
Uscendo, con la coda dell’occhio scorgo la lunga tenda della finestra fremere e agitarsi. Non avverto correnti d’aria, eppure la stoffa si sposta sempre più rasente alle candele. Un filo di fumo verdognolo ondeggia piano vicino alle fiamme. Mi sa che nonnina non ha più voglia di aspettare. Sento una fitta di pena per il povero Salmodio, ma non sono affari miei. È tempo che mi rimetta in cammino.
Mancano ancora sette giorni ad Alabast La Bianca, la città dove sono cresciuta. La Yaga vive nella foresta lì vicino, devo trovarla al più presto. È stata lei a mandarmi in cerca del mercante che mi ha ridotta così. Sarà meglio per lei che mi sappia spiegare perché non riesco a trovare lo spirito di quella maledetta fata nel regno dei morti.

Commenti

Ritratto di Alessandro Pilloni

Prova

Ritratto di Alessandro Pilloni

Intanto ti dico che mi hai insegnato diverse parole che non conoscevo. Per quanto alla storia non mi ha convinto appieno come l'hai condotta. Dividendola in tre parti Dialogo/Sogno - Spiegone - Salmodio, direi che lo spiegone poteva essere tolto e bisognava trovare il modo di evitare il cambio di "umore", visto che la prima parte è molto tetra e poi invece con Salmodio è divertente. Non so se è una cosa voluta, altrimenti l'hai un po' persa. Forse le cose interessanti non le hai dette, tipo la storia che accenni nel finale, che magari era più accattivante della macchietta con la nonnina. 

Ritratto di DBones

Il racconto parte benissimo, con un oscuro dialogo onirico. Devo dire di non avere apprezzato lo scambio tra il mezzodemone e Salmodio. Qual è la vera "anima" della storia? Dark o divertente?

Ritratto di Pilgrimax

Mi associo a Ser Pilloni e a DBones, nel senso che l’inizio promette bene e trasporta il lettore in un certo mood e atmosfera nera, poi c’è un cambio di rotta brusco che vira addirittura sull’umoristico. Ma su questo si potrebbe pure sorvolare, del resto la storia intrattiene. La cosa strana, o che almeno io ho avvertito, è che il cuore di tutta la faccenda, anche in un ipotetico sviluppo del mondo che hai fatto intravedere, sta nelle ultime 4 righe del finale. Quindi perché non sviluppare il racconto intorno a quelle 4 righe? Ripeto, a me così è sembrato, magari sbaglio.

Ritratto di Jolanda

Ciao, grazie di cuore a tutti per i commenti e scusate il ritardo nel rispondere.
Il taglio che vorrei dare è dark, non umoristico, a parte magari un paio di battute, quindi riscriverò il pezzo con Salmodio e vedrò di aggiustare anche lo spiegone.

Il motivo per cui non ho sviluppato la parte finale è che mi è venuta in mente la continuazione del racconto solo verso la fine, ed ero già in mega ritardo per la scadenza del 10 giugno (per non dire poi quanto già avevo sforato le 16mila battute), quindi la sto scrivendo adesso.

@ Alessandro: alcuni termini non li conoscevo nemmeno io, ma dato che non ero mai stata mezzo demone sono andata a cercare un po' di informazioni e ho proprio scoperto un mondo ;)

Ciao.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Vero! L'impressione è che ti sia scappato dalle mani il racconto. La parte iniziale è bene gestita in tinte gotiche, oscure. Ma quando il personaggio entra in azione c'è un capovolgimento caratteriale. I colori horror si attenuano e affiorano troppo accesi negli scambi i toni umoristici.
un bel soggetto, ma troppo indipendente dal suo cantastorie ha fatto un po' come gli pareva! succede!

:)
 

Ritratto di Jolanda

Sì, ha fatto un po' come gli pareva, ma grazie ai vostri commenti riprendo in mano le briglie e vedo di portarlo dove voglio io. Grazie ancora, mi è piaciuto molto giocare ed è stato davvero utile :) Ciao!

Ritratto di Seme Nero

Cianfrugliare suona davvero bene! :D

Non ho molto da aggiungere a quanto detto, trovavo che la virata umoristica potesse starci ma se non era nelle tue intenzioni... comunque leggo che ci stai già lavorando.

Una buona scrittura, anche tu hai il vizio dei termini desueti come il sottoscritto ;) l'ho trovato piacevole, pure se l'ultima parte risulta più debole.

Spero di leggerti ancora :)