L’ultimo volo della strega (di SemeNero)

Le urla di Mary arrivavano fino oltre i cancelli della residenza estiva dei Noonan. Laney Bench attendeva nervoso di avere qualche notizia, ignorando le nubi che si ammassavano sulla sua testa. Finalmente le grida di dolore cessarono e furono sostituite dai vagiti di due infanti. Pochi minuti dopo dall'abitazione uscì il dottore, di passo spedito nella sua direzione.

«Come stanno?»

Un lampo li illuminò e in quel breve attimo Laney lesse sul volto del dottore il rimprovero. L’aveva rintracciato in un tugurio nei pressi dell’aeroporto, un tizio abituato a rattoppare ferite da taglio e fori di proiettile più che a far nascere bambini, solito a vedere vagine solo per far abortire le prostitute. Eppure sembrava disgustato da quanto aveva scoperto quella sera. Sputò in terra e prima di andarsene disse una sola parola, come un’imprecazione: «Panhuy!»

La pioggia cominciò a cadere ma Laney non entrò.

Dopo quella sera non avrebbe più visto Mary per molti mesi.

 

Vistanuvola era viva e gremita come ogni anno in quel periodo, piena di festoni per le strade, bancarelle lungo le vie, centinaia di appassionati e, ovviamente, aviatori. La traversata avrebbe avuto inizio solo il giorno seguente e i festeggiamenti veri e propri sarebbero cominciati solo di lì a pochi giorni, appena fosse stato comunicato il nome del primo concorrente giunto a Laputa, capitale dell'impero volante, centinaia di chilometri più a est.

Laney Bench terminò gli ultimi controlli al suo velivolo, un Senit MM8 con motore Fumor a termoturbina, di cui aveva curato e migliorato l’aerodinamica fino a renderlo un vero proiettile. I record che aveva battuto nei test parlavano chiaro: era il favorito. Ma, per chi conosceva bene la Traversata del Ditlantide, i pronostici sbagliavano spesso; troppi fattori incidevano sulla vittoria, a cominciare dall’affidabilità del mezzo sulla lunga distanza, la vera incognita della gara. Era prevista una sola tappa, l'isola sospesa di Shalima. Ogni tappa extra, a patto che l’aereo ripartisse, costava ai piloti una penalità di sei ore, che unita al tempo di eventuali riparazioni diventava una sconfitta conclamata.

Mac, il suo copilota e meccanico, consultava schede tecniche e poi tornava a leggere il grosso vademecum del regolamento.

«È tutto a posto, smettila o ti farai venire un esaurimento. Mi servi sveglio e riposato per domani.»

«Non si preoccupi signorino Laney, solo verifiche di routine per i commissari.»

«E lascia perdere quel “signorino” quando siamo fuori casa, mi dà sui nervi. Sembri quel damerino inamidato di Tomas!»

Si fecero una grossa risata e si diedero appuntamento a più tardi. Laney si diresse verso la taverna. Al banco sedeva una donna, ed era strano lo spazio vuoto attorno a lei. Nessuno a tentare un approccio, come se un aura respingesse gli altri avventori. Capelli lunghi e grigi scendevano sulle spalle. La riconobbe solo per lo stemma sulla tuta di volo: era Mary Noonan.

«Non credevo ce l’avresti fatta.»

Lei lo ignorò, vuotò in un sorso il liquido chiaro che aveva davanti a sé e sbatté una moneta sul bancone. Il barista tornò a riempirle il bicchiere.

«Non pretendo che mi ringrazi, ma almeno potresti rivolgermi la parola. Saresti morta se non fosse stato per me.»

«Oh, sei davvero un nobile cavaliere dall’animo puro, Laney! Bell’affare. davvero. Fatti gli affari tuoi la prossima volta, avresti risparmiato un sacco di grane a entrambi.»

L’odore di gin era intenso, ma la sbornia di Mary non era la sola cosa a rovinare quello che una volta era stato un bel viso. Occhiaie profonde, l’aria smunta. Incredibile pensare che aveva appena diciott’anni. Ne dimostrava il doppio.

«Come stanno i tuoi bamb...» L’occhiata restituita dalla ragazza gli troncò le parole in gola. Annuì. «Ci si vede a Laputa.»

«Mi trovi là ad aspettarti. O magari no.»

Laney uscì dalla taverna, gli era passata la voglia di bere.

“Lockey” Noonan non era mai stata una tipa facile, ma l’ammirava, e Laney era stato quanto di più vicino ci fosse a un amico. Nel futuro che aveva immaginato per lei c’era la grandezza. Non sapeva cosa fosse successo quasi un anno prima, niente più di quanto si dicesse in giro. E se non avesse visto coi suoi occhi la differenza di una Mary nel suo periodo migliore a solo tre mesi dopo, in evidente stato interessante e prossima al parto, non ci avrebbe creduto. Sapeva dei gemelli, naturalmente. Poi lei l’aveva allontanato come tutti e Laney Bench non aveva cercato di forzarla. Si era immerso nel lavoro al suo progetto. Non pensava che anche Mary avrebbe portato avanti il proprio.

Sovrappensiero, quasi finì addosso a un ragazzo che gli si era parato davanti.

«Le chiedo scusa, signore.» Il tono era educato, ma la voce profonda e melliflua, così inadatta al viso giovane e pallido del ragazzo, lo turbò. «Conoscete una certa Mary Noonan, signore? Sapete dove potrei trovarla?»

Aveva strani segni sul volto. Tatuaggi forse, ma più simili a una tintura. Gli scendevano dagli occhi fino alle guance. Non sapeva che razza di cultura avesse generato quello straniero, Vistanuvola era un crocevia di commercianti di ogni nazionalità, ma non voleva averci a che fare e, soprattutto, non voleva aiutarlo a trovare Mary.

«Mi spiace, temo di non poterla aiutare.»

Gli passò oltre e si diresse verso l’hangar.

«Il suo velivolo è davvero stupefacente, signor Bench.»

Laney si girò a guardarlo, irritato.

«Un po’ me ne intendo, sa? Mia madre mi ha insegnato qualcosa sul volo.»

«Chi diamine sarebbe sua madre?» chiese Laney, ma l’altro si limitò a sorridere con malizia.

«Buona fortuna per domani, signor Bench.»

Lo straniero se ne andò. Laney lo seguì con lo sguardo finché quello non sparì tra la folla.

 

La partenza era programmata per il mattino, alle prime luci. Alcuni concorrenti avevano preferito non chiudere occhio per terminare la messa a punto o sistemare inconvenienti dell’ultimo minuto. O perché il nervosismo non concedeva quiete. Non fu il caso di Laney Bench. La Cometa Azzurra era pronta sulla pista, il lungo serbatoio, situato sulla parte anteriore della fusoliera, era colmo d’acqua e pronto a rifornire il motore a vapore. Ad alcuni ricordava un razzo o un missile, ma c’era chi scherniva il velivolo, evidenziandone la vaga forma fallica.

«Mac, questione di minuti. Controlla un’ultima volta gli ugelli e poi avvia il flusso.»

«Agli ordini Comandante! Tu intanto porta il culo dietro la cloche!»

Laney scoppiò in una grassa risata. Mac era dell’umore giusto: bene così. Si sedette ai comandi, attese il segnale dei commissari di gara e poi accese il motore.

«Siamo in temperatura, sali a bordo!» gridò. Pochi secondi dopo un paio di colpi alla fusoliera indicarono che il secondo era al suo posto. Il cupolino fu abbassato. «Pronto Mac? Tieni d’occhio il segnale di via libera, non voglio perdere nemmeno un secondo.»

Due colpetti alla tempia, Laney si voltò e vide la bocca della canna di una pistola. Il cane venne armato.

«Lieto di rivederla, signor Bench» disse lo straniero dal volto dipinto.

 

La Strega dei Monsoni era un velivolo enorme. L’eptaplano occupava in larghezza quasi tutta la pista. Poco male visto che Lockey aveva espressamente richiesto l’ultima posizione: la Strega avrebbe avuto bisogno di ogni metro utile per prendere il volo. Lo scafo non era stato dipinto, fatta eccezione per il nome, una scritta rossa a caratteri grezzi sulla lamiera. Tutto era imponente in funzione del motore: un prototipo vaporelettrico da 1200 chilowatt, che necessitava di una grande portanza e una solida struttura per poterlo mantenere in volo. Il tutto spinto dall’incredibile elica di 28 piedi di lunghezza.

Lockey era seduta in cima al motore, nel punto più alto della carlinga. Accarezzava l’elica e la guardava con tenerezza mista ad avidità.

«Ci siamo quasi, Pamela. Tra poco mostreremo a tutti di cosa sei capace.»

Il suo secondo, Winston, era a terra, in attesa del segnale dei commissari. La chiamò a gran voce: «Siamo pronti, circuiti in funzione! Falla girare!»

Lockey fece un salto, si aggrappò all’elica e lasciò che il peso del suo corpo facesse il resto del lavoro. Arrivata quasi a terra si tuffò, l’elica aveva già preso sufficiente velocità e il motore si avviò con un tremendo rombo. Lockey e Winston si portarono sulla parte anteriore, salirono una lunga scaletta che li portò alla cabina di guida; quella del secondo era posta più indietro, in una sede divisa.

C’erano ventidue partecipanti alla competizione quell'anno. I primi cinque partirono senza problemi, e tra questi Laney Bench. Certo, se si escludono cambi imprevisti di equipaggio. La caldaia del sesto velivolo esplose prima di staccarsi da terra, getti di acqua bollente e vapore si riversarono sul pubblico: ci furono due ustionati gravi. Tim Fussemberg e il suo Sterredom A-XX, la Fiamma Scura, fecero una buona partenza e un altrettanto rapida picchiata a pochi secondi dal decollo. Le sue quotazioni subirono la stessa sorte.

Il premio in palio era sostanzioso, ma la gara era piena di insidie. Di rado non moriva nessuno.

Nella cabina anteriore della Strega dei Monsoni l’interfono gracchiò: «Tutti gli altri sono partiti e la pista è libera, abbiamo il via. Quando vuoi.»

Lockey azionò i comandi per dare la massima potenza. Il motore sbuffò vapore dagli ugelli e potenti scariche elettriche fluirono nei circuiti. La possente elica spinse l’eptaplano alla massima velocità e la Strega prese il volo tra gli applausi festanti della folla.

Prima di sera altri sette velivoli erano precipitati o erano stati costretti a una prematura sosta. Tutti gli altri, prima che il sole fosse calato oltre l’orizzonte, erano invece giunti alla tappa intermedia di Shalima. Tutti tranne uno. La velocità di punta non era il miglior pregio della Strega. Il vero asso nella manica era l’autonomia potenziale. Il suo serbatoio era certamente ampio e poteva contenere diverse decine di litri d’acqua, ma ciò non era sufficiente.

Lockey si portò sotto i duemila metri d’altitudine e si immerse in un grosso nimbostrato dal colore scuro.

Premette il pulsante dell’interfono: «Apri le bocchette di aspirazione e aziona i filtri.»

L'aria umida delle nuvole veniva risucchiata. Una serie di tubature e centrifughe condensava e ripuliva l'acqua, prima di essere immagazzinata. Dopo alcuni minuti l’indicatore di livello del serbatoio cominciò a salire. Il sistema di rifornimento funzionava! A questo punto la vittoria non le interessava nemmeno più: anche il terzo posto bastava a dimostrare la validità del suo prototipo. I tempi di percorrenza dei velivoli di linea erano dimezzabili, niente più scali, autonomia quasi infinita. Era già un record.

Winston gridò all'interfono: «E quello chi diavolo è? Ore nove, ore nove!»

Lockey si girò di scatto, cercò tra le nubi scure e lo vide. La Cometa Azzurra di Bench li aveva affiancati. Non era impossibile, ma era comunque assurdo: non poteva essersi rifornito a sufficienza per completare la gara, non con un motore come il suo. Ulteriori ragionamenti furono superflui, accadde tutto in pochi secondi. La cabina della Cometa si illuminò per un attimo, un lampo fugace. Poi il velivolo virò deciso verso di loro e, nonostante i riflessi di Lockey, non ci fu il tempo di evitare lo scontro. I due aerei rimasero incastrati, senza possibilità di manovra, e picchiarono veloci verso il suolo. Lockey tentò di ammorbidire l’atterraggio per quanto possibile, ma lo schianto fu tremendo.

Erano passati forse alcuni minuti quando Lockey riaprì gli occhi. Aveva sbattuto il capo e un rivolo di sangue scendeva dalla tempia. Forzò l’apertura meccanica del cupolino e diede un’occhiata attorno. La Cometa Azzurra si era staccata da loro e giaceva a qualche metro di distanza, quasi completamente a pezzi, fatta eccezione per la carlinga, dalla quale non scorgeva movimenti. Guardò in basso, una rapida ispezione alla sua Strega: sarebbe stato impossibile riprendere il volo, ma il motore era ancora in funzione. Pamela ruotava ancora con vigore sul suo asse. Salì la breve scaletta che conduceva alla postazione del secondo. Non ci fu bisogno di aprire il cupolino per accertarsi delle condizioni di Winston: una trave di sostegno era penetrata all’interno della struttura e poi nella nuca del suo secondo, rifiorendo dalla sua faccia. Tornò al suo abitacolo solo per prendere il più grosso e pesante attrezzo a disposizione, poi scese e si diresse verso i resti della Cometa Azzurra con l’intenzione di fracassare la testa di Laney Bench. Salì la scaletta di lato alla carlinga e azionò i comandi di sicurezza del cupolino, che si aprì all’istante. Laney era appoggiato con la testa di lato, pallido come uno straccio. Sul suo ventre si spandeva una larga macchia scura, che aveva tutta l’impressione di essere sangue.

Il secondo pilota, che fino a quel momento era rimasto a capo chino, si alzò, mostrando il viso chiaro con le guance striate e un sorriso agghiacciante. Guardò Mary negli occhi e Mary guardò lui.

«Ciao, mamma.»

Esplose un colpo, il proiettile attraversò la carlinga e si piantò sul fianco di Lockey. Lei perse la presa e cadde a terra, slogandosi una caviglia. Urlò di dolore e di rabbia. Si mise supina e tentò di strisciare lontano, verso la Strega. Il ragazzo intanto scese con calma, arrivato a terra lasciò cadere la pistola e camminò verso Lockey. Era arrivata a pochi metri dal suo velivolo quando lui le pestò la caviglia. Lei gridò.

«Non so se essere deluso dalla tua stupidità o ammirato per la determinazione e il coraggio. Ero sicuro di trovarti a Vistanuvola e ti avrei fatta fuori là se non fosse stato per tutta quella gente. E poi sapevo dove ti saresti diretta. Dopotutto, hai fatto tutta questa fatica per raggiungere il tuo scopo… e guarda cos’hai fatto a lei!» Si chinò su Lockey e la prese per il mento, le sollevò la testa e indicò la Strega, più precisamente l’elica.

«Lei ti amava. Noi ti amavamo! Valeva così tanto questa stupida gara? Tanto da sacrificare la vita di tua figlia? Tanto da ucciderla?»

«Non l’ho… uccisa… io...» Lockey respirava a fatica. Il ragazzo la rivoltò con violenza.

«Cosa’hai detto?»

«Hai frainteso tutto, Victor. Non avevo intenzione di farle del male. Avevo rinunciato al volo da prima che voi nasceste. Non sono un’assassina.» Riprese fiato, cercava di trattenere le lacrime. «Sono partita da Laputa con un sogno e una richiesta per un uomo… Ah, mi chiedo se posso chiamarlo “uomo”. Lui mi ha maledetta, Victor, mi ha condannata. Ho cercato una scappatoia ma non c’era modo di sfuggire alla profezia. Non avrei più volato e sarei stata ciò che altri volevano che fossi, lo stereotipo contro cui ho lottato fin da quando ho imparato a pensare con la mia testa. Sarei stata vostra madre e non avrei mai potuto farvi del male. Qualunque sia la vostra natura.»

«Eppure eccoci qui. E Pamela è morta. Divenuta un pezzo del tuo prezioso aereo.»

«È stato tutto un inganno.»

Victor la schiaffeggiò a man rovescia.

«Sei solo una bugiarda. Niente può salvarti adesso.»

«Lo so! Morirò per mano tua, Victor, sono pronta a tutto questo dal momento in cui lei... Devi ascoltare. Dal giorno in cui Jeremia mi sparò quei due proiettili maledetti, il seme che vi ha generato, io l’ho odiato. Mi ha violentata. Derubata del mio essere, del mio futuro. Ho sperato di morire, ho atteso ma non è successo nulla. Allora mi ha rivelato la maledizione: sarei stata vostra madre o avrei compiuto il sacrificio e tu mi avresti dato la caccia. Non potevo sopportarlo. Ho tentato di uccidermi. La prima volta due settimane prima che voi nasceste. L’inserviente che si occupava di me si allontanò per una commissione. Avevo nascosto una pistola e al momento giusto la puntai alla tempia: si inceppò. Non feci in tempo a tentare una seconda volta. L’inserviente era tornata quasi subito per una dimenticanza e mi bloccò. Capii che non potevo ingannarlo. E capii anche che aveva ragione. Io vi amavo. Victor ti amo. E amavo Pamela. Ricordi? Ti ho mandato da tuo nonno, perché imparassi tutto sui motori, come lui aveva insegnato a me.»

«Hai tentato di allontanarmi. Per avere campo libero con Pamela.»

Lockey diniegò. «In quei giorni ero triste e tormentata. L’amore per il volo era ancora parte di me, ma era diventato un veleno. Crescevate in fretta, la gente mi chiamava “strega” e chiamava voi “demoni”. La paura che nutrivano nei vostri confronti era sufficiente perché non vi importunassero. Credevo sareste stati in buone mani con mio padre, per questo decisi di riprovare con la pistola. Stavolta fu Pamela a bloccarmi. Litigammo, e infine le confessai il mio tormento. Le dissi che amavo troppo il mio sogno, forse più di voi. E le spezzai il cuore. Pianse lacrime nere, lacrime che tu ben conosci, e la maledizione della tua razza fece il resto. Si tramutò in un albero, come Jeremia aveva detto. Materiale per la mia elica. Solo allora ebbi la rivelazione: non ho mai avuto scelta. Gli avevo chiesto un oggetto e lui me l’ha dato, a un prezzo terribile. Un prezzo del quale portiamo entrambi il peso. Sì, Victor, l’ho modellata, ne ho fatto una componente del mio aereo. Ma non perché non l’amassi, proprio per il motivo opposto. Io l’ho onorata!»

La follia di Mary “Lockey” Noonan brillava nei suoi occhi, vibrava nella voce tremante.

«Tu l’hai… onorata.»

Lockey annuì. Victor le mise con delicatezza le mani attorno al collo. Lei chiuse gli occhi, rassegnata, accettando l’ultimo capitolo del suo destino. Victor strinse, conficcò le sue dita nella gola della madre. Gli occhi di Mary cominciarono a lacrimare, parevano pronti a scoppiare fuori dalle orbite. Lei guardò un punto lontano alle spalle del figlio, una mano tremante si alzò. Sembrava cercasse di dire un’ultima parola. Lo schiocco secco del collo mise fine alle sofferenze di Mary Noonan.

Victor si alzò. La sua vendetta era compiuta. O quasi.

«Adesso tocca a te essere vendicata, madre. Vado a cercare papà. Vado da Jeremia.»

Il rumore del motore ancora acceso della Strega dei Monsoni coprì quello del tonfo alle sue spalle. Si voltò per andarsene e solo troppo tardi si rese conto di quello che lo aspettava. Un colpo di pistola, quella che aveva lasciato a terra accanto alla Cometa Azzurra, quella che Laney Bench, agonizzante, aveva preso dopo essere sgattaiolato fuori dall’abitacolo del suo aereo. Il proiettile centrò il cuore di Victor, che barcollò all’indietro, fino all’aereo che fu di sua madre. Inciampò di spalle e Pamela, l’elica, che ancora ruotava sul suo asse, gli fracassò la testa, decapitandolo. Il terreno si tinse del sangue nero del panhuy.

Laney Bench esalò l’ultimo respiro e si accasciò al terreno.

 

I resti degli aerei vennero ritrovati solo due giorni dopo. Un cortocircuito aveva fatto incendiare la Strega dei Monsoni della quale era rimasto poco più che lo scheletro del telaio e l’ammasso di metallo fuso del motore. La cosa più curiosa fu che tra i rottami carbonizzati c’era un albero che, chissà come, era stato risparmiato dalle fiamme.

Commenti

Ritratto di Seme Nero

Test

Ritratto di Alessandro Pilloni

Prova

Ritratto di Alessandro Pilloni

Ben scritto! Lineare, pulito scorrevole. Complimenti. La storia ti porta dentro di sé, vedi tutto. Unico difetto lo spiegone finale. Andava bene come la stavi conducendo. Visto il gioco il richiamo a Jeremia è inevitabile ma, secondo me, ci hai spiegato troppo. Comunque un voto alto di sicuro!

Ritratto di LaPiccolaVolante

Scorrevole, veloce. Personaggi ben abbozzati.
Si avrei limitato lo spiegone a due scambi che chiarissero la posizione. Ma devo dire che l'evoluzione dei panhuy, mentre passano da una mano all'altra di questa ciurma è affascinante!
Non vado oltre. fatto bene, con la piccola falla dello spiegone, ma fatto bene!
Bravo Seme.
 

Ritratto di Pilgrimax

Sto leggendo Pane vol. 3 dopo aver divorato i vol. 1 e 2 e devo dire che l’idea di far nascere dei nuovi PanHuy mi è piaciuta tanto :-) come anche il finale in cui Pamela nella sua piena metamorfosi continua a “vivere”. Poi sulla scrittura, vabbè, è SemeNero, si sa che è bravo e in questo racconto si conferma :-) Una lettura davvero piacevole, sebbene il leggero infodump sul finale come già sottolineato.

Ritratto di Seme Nero

Sarò sincero, sono già contento per aver scritto qualcosa di vagamente interessante e con una trama, e di essere riuscito a sfruttare almeno in parte il background che avevo preparato per la contrattazione. Prima di questo avevo iniziato un racconto in cui Lockey si era suicidata prima del parto, peccato violasse le regole di Jeremia. Insomma, l'ho detto da subito: meglio se me l'ammazzava lui. Ci ho pensato io XD

E lo sapevo che lo spiegone avrebbe dato fastidio.

Ritratto di DBones

La cosa che più mi è piaciuta è la semplicità e la linearità della tua scrittura. Non serve essere dizionari con le gambe per dar vita a belle storie! Lo spiegone è un errore che fa cadere molti, ma non inficia sulla qualità generale della tua opera.

Ritratto di Jolanda

Lo trovo scritto molto bene. Mi è piaciuto il crescendo di tragedia.