Gagarin (di EnricoCabua)

Il primo a far visita allo spazio non fu un essere umano, ma un prodotto della sua mente e delle sue mani: Sputnik 1 non poteva certo sapere, né pensare, a ciò che avrebbe significato per l'umanità quella prima esplorazione oltre l'atmosfera terrestre. Egli non provò alcun vuoto d'aria durante l'accelerazione del vettore, e probabilmente nemmeno si stupì per ciò che stava compiendo; si limitò semplicemente a eseguire ciò per cui era stato progettato, ignaro del fatto che - mentre viveva un'esperienza che mai nessuno poco tempo prima avrebbe potuto mai anche solo immaginare - lui, per tutti, altro non era che un pezzo di metallo utile a portare informazioni e nulla di più. La sua simpatica e amichevole silhouette rotondeggiante non gli avrebbe procurato amici né sulla Terra né in orbita e le sue antenne, tanto lunghe per inviare segnali verso la Terra, non erano però abbastanza vive da poter fungere da apparati sensoriali. E fu forse per questo che, effettivamente, non comunicò nulla di più che freddi numeri.

 

Il tavolo era imbastito in lungo e in largo, coperto da una tovaglia color mogano talmente lunga da toccare terra; fu la stessa vecchina - forse spinta dalla noia, forse dalla passione - che anni addietro mise mano su ago e filo e, minuto dopo minuto, la costruì. Quattro recipienti di bronzo erano posati rispettivamente su ogni vertice del tavolo, mentre sul lato sinistro l'anziana donna si occupava di posizionare con cura alcune cianfrusaglie di fianco al quarzo appena raccolto. Il suo sguardo si posò poi sul corpo esanime del corvo che per anni le aveva tenuto compagnia, e poche ore prima aveva cessato di vivere. Erano passati poco più di sette anni da quando, caduto dal nido costruito dai genitori, lei lo raccolse e decise di portarlo a casa con lei e provvedere alle sue cure e al suo mantenimento in cambio della fine della sua amara solitudine che durava ormai da una vita. Dopo poco tempo il piccolo corvo si riprese completamente dalla brutta caduta, e imparò a volare. Il primo battito d'ali utile a tenersi poi sospeso in aria lo fece sul tavolo: atterrò pochi metri dopo, sul camino. Fece il primo volo allora, come a consacrare la sua vera rinascita e l'inizio della sua nuova vita; esattamente sette anni dopo morì, proprio volando. La signora tornò a casa dopo una faticosa mattinata a coltivare il suo orticello. Chiamò a gran voce il nome del volatile, che con la solita energia si precipitò sulla sua forte spalla. La nonnina posò sul tavolo qualche lucertola appena catturata, e il corvo si alzò in volo, per poi precipitare dopo pochi metri. La causa fu forse un malore, chissà. Ai tempi non esistevano i veterinari e il tardo Medioevo, si sa, era ingeneroso con gli animali e con le fattucchiere.
La vecchina raccolse il corpicino nero del pennuto e lo posò dentro a un recipiente di ceramica. Lo triturò con la punta della lama del coltello mentre le lacrime le coprivano il volto; in mezzo al sangue e alla carne macinata immerse il quarzo. Una volta finito, altro non fece che attendere la notte senza proferir parola. Uscì in giardino. C'era una stella luminosissima quella notte a osservarla. Buttò il contenuto del recipiente sul terreno e lo mosse con le mani, mischiandolo al terriccio. Infine recitò, sussurrando, come se fossero parole riservate solo a lei e al suo piccolo e unico amico:
 

«Tu possa per sempre

vivere lassù

dove tutto è così luminoso

in mezzo al Nero.

E chi ti ruberà spazio

ti seguirà.
Ma senza la pace che io ti dono
per l'eternità».

 

Dieci anni prima la sua unica e ripetitiva esperienza di volo durava appena un secondo, il tempo che bastava per tornare a terra dopo essersi dato lo slancio sulle ginocchia; comunemente, tale esperienza di volo era comune esser definita «salto». Sei anni prima riuscì a effettuare il suo primo volo su un aeroplano. Nell'arco di dieci anni riuscì a saltare così in alto da metter fuori la testa dal suo pianeta natio, e quel giorno fu probabilmente il giorno che gli stravolse la vita.
Muoversi con tanti chili addosso era un'impresa tutt'altro che semplice: la tuta era scomoda e pesante e le gambe tremanti non aiutavano a sorreggerne il peso, il quale pareva moltiplicarsi esponenzialmente nel momento in cui la consapevolezza di ciò che si avviava a compiere prese il sopravvento su di sè. Quanti esseri umani nei millenni precedenti avevano sognato di avvicinarsi un poco di più all'olimpo degli déi, e quanti avevano faticato per far sì, attraverso maestosi templi, che Essi potessero ascoltare meglio le loro parole di gratitudine? E non furono certo dieci, non furono cento né un milione gli esseri umani che, prima di lui, con la schiena poggiata sulla soffice erba bagnata di rugiada ammiravano le stelle. Il primo fu quell'uomo primitivo che dopo una dura giornata di caccia finalmente si riscaldava le mani sul fuoco di fianco alla caverna, sua dimora, per poter studiare con attenzione l'incomprensibile immensità del cielo stellato che imperioso si prostrava sulla sua testa, fino ai contadini americani che - mentre Gagarin spingeva il casco sulla sua nuca, saliva sulla Vostok e si preparava alla partenza - nel religioso silenzio della notte, in quell'istante aspettavano che i loro cari defunti gli augurassero un buon dormire da lassù.

 

«Andiamo!». Jurij Gagarin non stava più nella pelle, e pareva che lo stesso veicolo per l'occasione avesse deciso di umanizzarsi per poter tramutare tale eccitazione in potenza e velocità. La schiena di Gagarin veniva schiacciata sullo schienale, la potenza dei razzi propulsori era facilmente tangibile. Pian piano si stava letteralmente lasciando tutto alle spalle. Il cielo, mai così azzurro, avvolgeva il veicolo come un soffice e fresco lenzuolo accoglie dentro sé un bimbo appena venuto al mondo, eccitato dalla novità della vita ma spaventato da tanto ignoto. I veri compagni di viaggio in quei concitati istanti erano i pensieri che ballonzolavano tra una parete e l'altra del cervello.
In pochi minuti l'astronauta si ritrovò in orbita terrestre. La Terra appariva assai diversa da lassù: nulla era più circoscritto a dei confini e la parola «casa» assumeva connotati più globali, forse più astratti: si poteva chiamare casa tutto quel pianeta che, vissuto dall'interno, pareva un'immensità inesplorabile, ma che in pochi minuti di viaggio si era rivelato essere un gigante non più così tanto gigante. Da lassù, veniva da chiedersi se qualcuno lo abitasse realmente. Dall'altra parte i corpi celesti. La Cintura di Orione, Sirio, poi Giove, le Pleiadi e... nient'altro. Per pochi istanti le stelle scomparsero, per poi riapparire subito dopo e danzare, come se le leggi fisiche non governassero più l'immensità dello spazio. La testa era diventata ora un fardello troppo pesante da tenere su, su quelle gracili spalle, e veniva più semplice poggiarla sulla prima superficie solida che capitava a tiro. E quant'erano belle quelle stelle, che così soavemente danzavano intorno. E quanto era coinvolgente quella Terra che come un inquieto liquido continuava a ondeggiare nella sua rotondità. E quanto brava era quella Terra a farsi più luminosa, e più piccola, e più grande. E a farsi immensa, e a farsi piccina, e a offuscarsi... e a sparire.

 

D'un tratto Gagarin si ritrovò senza più nessun punto di riferimento, costretto all'immobilità come fosse legato al sedile della navicella da delle grosse corde che mai avrebbero anche solo potuto fargli sperare di poter essere allentate. Gli arti gli si irrigidirono. Sullo sfondo le stelle parvero perdere di magnitudine, fino a sparire del tutto per lasciar posto ad un intenso ed avvolgente nero, che come un falco dall'ampia apertura alare dava la sensazione di poter raccogliere tutto a sè da un momento all'altro. In realtà la figura che gli si presentò dinanzi coprendo ogni possibile visuale verso l'infinità del cosmo, più che battere le ali sembrava capace di poter planare nel vuoto. Come un fantasma con una massa non meglio definita e un aspetto incorporeo e fumoso, con i tratti indefinibili con certezza, lo strano essere presentava i suoi occhietti completamente azzurri, più piccoli rispetto all'immensa dimensione del corpo che si portava appresso, ma allo stesso tempo ben più grandi del piccolo modulo Vostok che ospitava Gagarin. Una scarica elettrica attraversò il corpo di Gagarin e tutto in un istante mutò di forma. Ancora legato al sedile dalle corde invisibili, ciò che aveva intorno era così accogliente e familiare da concedergli la calma interiore, nonostante avrebbe giurato a più riprese di non aver mai visto quegli immensi palazzoni circondati da salici e tigli (talvolta ben più alti dei palazzi stessi), che sembravano abbandonati da secoli. Alcuni rampicanti avevano ormai preso il controllo della maggior parte delle pareti, trasudando umidità all'interno degli edifici. Tutto faceva immaginare di trovarsi in una strada principale di chissà quale città: una strada con un'ampia carreggiata, colma di buche e pozzanghere. La popolazione umana aveva probabilmente abbandonato da tempo il luogo - e chissà per quale motivo - ma stormi di uccelli popolavano la flora, mentre per la strada passeggiavano disinteressati corvi senza ali, pantere, scoiattoli ben più piccoli del normale, gnu dalla pelliccia giallastra. Ogni tanto si notava, mimetizzato in quel desolato panorama, qualche altro animale dormiente: mucche e cavalli con gobbe, cani, varani, draghi di Komodo e dromedari e cammelli privi invece di gobbe.

Ancora tutto mutò in un'istante. Gli animali divennero panche, le pareti esterne degli edifici divennero pareti interne d'una cattedrale. Una cattedrale che col passare dei secondi diveniva sempre più ampia, sempre più dispersiva. L'altare, materializzatosi come per magia a diverse centinaia di metri di distanza dal punto in cui Gagarin stazionava sul suo sedile, ospitava un sacerdote; la sua voce, nonostante la distanza, parve provenire al massimo da qualche metro. Tutt'intorno il riverbero di canti gregoriani d'un tratto s'interruppe e lasciò posto ad una frase, pronunciata con somma compostezza e profondo sentimentalismo dal sacerdote, come stesse leggendo il passo del Vangelo più importante in assoluto.

 

«Da innocua tentazione

fu tentato

il viaggiatore.
Esso è di chi farà

esso è di chi ha fatto:

il dolore

di chi non potendo

ci ha provato»

 

I canti gregoriani ripresero l'istante successivo, intonando queste parole sulle risonanti note minori dell'organo, suonato da chissà chi e chissà dove, in quell'immenso edificio sacro. Nel giro di poche decine di secondi, tutto ancora una volta cambiò forma, lasciando spazio per pochi istanti a quella strana città che già prima si era presentata nella sua commovente desolazione.  Il sole d'un tratto venne completamente nascosto da una strana forma: un'ombra venne proiettata lungo tutta la strada, saltando oltre gli edifici, avvolgendo così tutto lo spazio visibile. Gagarin, per puro istinto, fece per girarsi verso il sole, in modo da vedere chi o cosa fosse così mastodontico da riuscire a nasconderlo così tanto efficacemente dietro sé; gli fu però impossibile: l'immobilità non cessava di avvinghiarlo. Immobilità non più figlia della costrizione: essa era infatti ora quasi voluta, addirittura piacevole. Il sedile era diventato incredibilmente comodo e pareva fosse lo stesso Gagarin a indurre il suo corpo ad assecondare quella comodissima posizione. Il suo cervello era come assopito, e con esso ogni volontà annichilita. Solo i sensi rimanevano ben vigili e capaci di percepire ogni singolo rumore, ogni minimo movimento, ogni odore. Da dietro lo schienale si affacciò un uomo, (forse l'unico abitante del quartiere?) e si inchinò verso Gagarin. I suoi occhi erano neri - tanto che non si riconosceva l'iride dalla pupilla - e penetranti, e un sorriso che dava l'impressione di essere disegnato con il carboncino dava alla sua faccia una forma alquanto bizzarra, ma non per questo meno allarmante. L'uomo si avvicinò al suo orecchio e ripeté svariate volte tre sole parole, in una lingua incomprensibile. La voce tradiva ogni aspettativa: era seriosa, profonda e cupa, d'un profondo inumano; nulla a che vedere con l'aspetto giocondo di chi la pronunciava. Dopo qualche minuto l'uomo smise di pronunciare la frase e con una forza inaudita premette il pollice sul centro della fronte di Gagarin, per poi baciarla dolcemente. L'uomo sorrise e senza dire nessun altra parola, se ne andò.

Gagarin fu avvolto da un formicolio, e riuscì a muovere la testa. Lo sguardo cadde sulla mano, e subito la mosse fissandola attentamente e con stupore. Con fare sospetto alzò lo sguardo: la città non c'era più. Al suo posto solo comandi, stelle e pochi metri di spazio vitale. Dov'era finito tutto ciò che aveva guardato fino a pochi istanti prima, Gagarin non se lo chiese mai. Come in un fugace sogno, tutto sgusciò via dalla sua mente come non fosse mai accaduto. Rimase solo un senso di confusione e un leggero dolore sulla fronte, comunque nulla di preoccupante. Era passata solo una manciata di secondi da quando aveva iniziato ad ammirare La Cintura di Orione, Sirio, Giove, le Pleiadi. Era davvero incredibile quanto tutto, lassù, avesse un altro sapore.

 

Con espressione incredula e stizzita, Anna Takhtarova, la sua bambina e un vitellino osservarono un uomo che col paracadute, un grande casco trasparente e una tuta arancione cadeva dal cielo per poi posarsi sul prato.

Con le mani giunte la graziosa donna si avvicinò all'insolita figura umana piovuta dall'azzurro. Si fermò a pochi metri da lui, e lo osservò con gli occhi spalancati senza dire nulla. Gagarin si voltò verso di lei, e le sorrise.
«Sono uno di voi», disse,  mentre si sistemava la tuta colpendosi con veemenza le gambe, «e sono il primo uomo dello spazio. Per caso disponete di un telefono? Devo comunicare che sono tornato».

Con la fioca luce della brace a marcare flebili e indefinite ombre sulla faccia e sui muri, Jurij guardò i tratti facciali della figlia Yelena. Si alzò dalla sedia, raccolse le piccole mani della figlia tra le sue e le diede un bacio sulla fronte. Aprì la porta e la richiuse dietro di sè.

Salì sul piccolo caccia da addestramento e poi guardò fuori dal finestrino. Un debole vento pettinava l'erba ai lati della pista. Accese i motori e decollò. Dopo pochi minuti di volo i suoi muscoli si tesero, la vista si offuscò e tutto attorno sparirono i comandi, sparì il cielo, sparirono i campi coltivati, sparirono le case che da quella quota parevano sempre più piccole, e tutto divenì Nero. Nella mente di Gagarin riaffiorarono immediatamente tutte le sensazioni, i dolori e le emozioni che gli tennero compagnia sette anni prima, lassù nello spazio.

«Non tornerai» sentì rimbombare rumorosamente nella sua testa, mentre un sibilo si faceva spazio tra le meningi come fosse la colonna sonora di quell'indescrivibile evento che gli si stava ripresentando davanti dopo anni. Ricordo che sembrava essere stato completamente cancellato dalla sua mente, ma che ora si ripresentava più vivido che mai.

Una voce che solo vagamente gli ricordava qualcuno aveva iniziato ad insidiarsi nella sua testa. Una voce seriosa, profonda e cupa che aveva iniziato a recitare - come quel maledetto giorno di sette anni prima - una fastidiosissima e incomprensibile cantilena, che si fermò in poco tempo. A rompere l'insopportabile silenzio bastò una poesia sussurrata, che nella mente dell'astronauta echeggiava come una predizione:

«Tu possa per sempre

vivere lassù

dove tutto è così luminoso

in mezzo al Nero.

E chi ti ruberà spazio

ti seguirà.
Senza pace
per l'eternità».

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Hai costruito sull'incidente mortale che il famoso astronauta ebbe sette anni dopo l'impresa spaziale. Anche tu sei stato bravo a far "emergere" il dato biografico piuttosto che spiegarlo. Originale l'elemento fantastico inserito nei fatti biografici. Forse, il più originale tra quelli che ho letto. Atmosfere che mi riportano ai racconti onirici di Lovecraft. Insomma di cose buone, per me, ce ne sono, eccome! Però, come per la storia su Jung, ho trovato di tanto in tanto anche alcune descrizioni forse un po' troppo dense, considerato il ruolo che giocano. Nell'insieme, buona prova anche per te.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Ammetto di aver avuto difficoltà nel leggerlo. Non è che lo abbia proprio capito benissimo. Se è voluto è geniale!

Ritratto di Gana Mala

Mi hai catturata per buona parte del racconto, leggevo e pensavo "che bravo questo ragazzo", poi mi sono persa, poi ho riafferrato la lettura.
L'idea la trovo ottima e il tuo stile di scrittura è più che gradevole, forse andrebbero limate alcune parti per poterlo perfezionare, magari nei punti in cui divieni particolarmente prolisso.
Comunque bravo, mi sei piaciuto molto.

Ritratto di Antio

La lettura è molto piacevole per buona parte del racconto, soprattutto all' inizio e alla fine. Ci sono dei salti temporali che funzionano, altri che disorientano, e alcuni passaggi troppo densi che rallentano la lettura. La storia è comunque bella e sognante, lo stile promette bene, a mio avviso. Mi è piaciuto e spero di leggere altri tuoi racconti in futuro!

Ritratto di Kriash

Buon racconto e buonissimo spunto. Un'atmosfera alla Interstellar che getta una luce fantastica su un mondo fin troppo razionale. Forse bisognerebbe smussare qualche angolo e qualche descrizione qua e là per asciugarlo. In alcuni punti si perde il filo ma fortunatamente lo si riprende per proseguire. Piaciuto!

Ritratto di LaPiccolaVolante

OOk.
Una bella atmosfera. Scelta affascinante del soggetto, gestito neanche male, ma la lettura l'ho trovata a tratti "impegnativa".
la costruzione non è chiarissima in tutti i punti, ma vorrei leggerti ancora. Per il momento ti dico che non mi è dispiaciuto. :)
 

Ritratto di Seme Nero

Dolce vecchina, vacci piano con i doni che fai!

Confesso anch'io lo smarrimento nella lettura, però l'idea inusuale e visionaria, di echi Lovecraftiani come già suggerito, è davvero intrigante e suggestiva, e secondo me l'hai gestita bene. Buona scrittura e bel racconto, complimenti.

Ritratto di Borderline

Sicuramente l'argomento stellare è interessante, e in molte parti la scrittura avvincente. Come altri ti hanno già detto, ci si perde un po' per una narrazione troppo densa di fatti. Non ho ben capito il ruolo del corvo, o meglio, dalla mia interpretazione il corvo che la fattucchiera ha utilizzato per il suo incantesimo ha poi attraversato i secoli per rivivere nell'austronauta nel momento in cui è arrivato nello spazio, e quindi quelle visioni sono scaturite dagli occhi del corvo o da suoi voli passati. Ma, dal momento che il racconto è, credo volutamente, fumoso, questa resta un'ipotesi sospesa :). Non sempre la semplicità è la carta vincente, ma troppe informazioni e troppi avvenimenti in un breve racconto spesso scoraggiano il lettore! A rileggerti nei prossimi giochi

Ritratto di grilloz

Un personaggio molto interessante (oltretutto per chi mi conosce un po'... :P). Mi sono un po' perso nella fase onirica, ma nel complesso il racconto è ben scritto, forse una gestione migliore dei nessi logici tra le varie parti avrebbe aiutato il lettore a trovare la strada.

Avrei invece lasciato da parte l'incipit sullo Sputnik, che sembra un po' appiccicato l'ì al racconto.

P.S. Anna Takhtarova dovrebbe aver visto qualcosa di simile a questo https://cdnit1.img.sputniknews.com/images/246/11/2461102.jpg piuttosto che un uomo appeso al paracadute ;)