Thomas Bond e l’anima di Whitechapel (di Pilgrimax)

Giro l’angolo sbucando su Whitechapel road, tra la chiesa e il cancello di Mile-end. La mia ombra trema, deve essere lo sfarfallio del lampione a gas. Oppure sono io. La luce della luna non riesce a penetrare nella nebbia. Forse preferisce stare alla larga da Whitechapel.

Chi sei Jack? Chi diavolo sei?

Sono passate due settimane dalla richiesta di Sir Robert e ancora non ho un’idea chiara sul tuo profilo. Non si dica che il dottor Bond perde colpi.

Mentre avanzo sulla strada, ripenso alle foto che Sir Robert mi ha inviato. Foto che urlano. È l’eco che si propaga dal profondo delle tenebre. Sento Polly che piange. L’hai sfregiata scolpendole un sorriso sul collo. Che c’è, Jack? Ti dispiaceva che Polly fosse triste? O speravi che il sangue avrebbe tinto di passione quel volto ceruleo? Almeno non le hai inzozzato il vestito. Troppo nuovo e costoso per una come lei. Il vestito rubato ai Cowdry, dicono. Per Polly era solo un altro anno rubato alla morte, sopravvivendo all’inverno di Whitechapel. E così Polly di nuovo in strada.

Stanotte voglio camminare sul suolo che calpesti, respirare il fetore che respiri, immergermi nel buio in cui sguazzi. Voglio vivere Whitechapel. È l’unico modo per stabilire che razza di animale sei.

Uomini e donne brulicano come cavallette intorno alle bancarelle che fiancheggiano la strada. L’afrore di sudore e whisky si confonde col lezzo di piscio e gasolio. Il chiacchiericcio della gente fa da sottofondo alle urla degli ambulanti. C’è chi esalta le virtù di un paio di stivali di seconda mano; chi agita un pezzo di carne dal quale ha appena tolto qualche larva; chi vanta la freschezza della verdura che vende, ma poi versa l’acqua presa da un secchio sopra i fusti d’insalata. Le foglie sono morse dal tempo e dagli insetti, il torbido dell’acqua si mimetizza nel buio della notte.

Una donna cerca di barattare il soprabito di flanella con una coscia di tacchino. Avrà deciso di morire di freddo piuttosto che far morire i figli di fame. Magari pensa che potrà scaldarsi con una bottiglia di brandy del valore pari all’eiaculazione di uno sconosciuto. Oppure pensa alle botte di un marito affamato, che questa settimana non è riuscito a rimediare neanche uno scellino.

Il volto della donna mi ricorda quello di Annie. Hai sfregiato il volto di Polly con il sorriso della morte, ad Annie invece hai regalato un fazzoletto da mettere attorno al collo. Chissà, forse per coprire i lividi che la sua rivale in amore le aveva procurato? Che gentiluomo che sei, Jack. Peccato che il fazzoletto nascondesse una collana di sangue rappreso, i lembi di pelle hanno mantenuto il profilo di una sega. Povera Annie, una morte sofferta tanto quanto la vita. Al primo affondo e strattone avrà pensato alla figlia, cadavere a dodici anni. Al secondo avrà pensato al figlio e all’istituto in cui è rinchiuso. La morte lo coccola dalla nascita, regalandogli una vita da freak. E al terzo e al quarto, che avrà pensato?

Raggiungo un gruppetto di persone, disposte in circolo intorno a una donna che sta appollaiata sulle ginocchia, a tentoni nel fango, e con le lacrime che le solcano le guance. Agita le braccia schizzandosi il fango sulla faccia e sul soprabito. Di tanto in tanto si ferma e si porta le mani alla testa, tirando i capelli.

Adesso le cadono sfibrati sulla fronte, come quelli di Long Liz. Con lei non ti sei potuto divertire, Jack. L’arrivo del cocchiere ti ha rovinato la festa. Solo il tempo di recidere la carotide, ma niente mutilazioni, nessuna ghirlanda di budella a fianco del cadavere, nessun organo asportato e gettato come immondizia.

«Vi prego, aiutatemi!» urla la donna. «Ho perso mezzo sovrano. È tutto quello che mio marito ha guadagnato questa settimana». Si mette a piangere accasciandosi sullo strato di melma. Tre ragazzini si tuffano in quel blob di acqua e terra, tirano la donna da una parte. «Non si preoccupi, signora. Glielo ritroviamo noi» le dicono, ridendo in modo sguaiato.

«Grazie. Che Dio vi benedica!» risponde. Sebbene sia imbrattata di fango, dimostra di non abitare a Whitechapel.

Tra il circolo di persone che assistono allo spettacolo, scorgo un signore con il cappotto, il cappello a cilindro e la sciarpa. Ha infilato una mano nella tasca. Dal movimento della stoffa, riconosco che la mano rimugina all’interno. Si blocca, il braccio attaccato al fianco. L’altra mano afferra la pipa, la sfila via dalla bocca e, dopo essersi voltato, l’uomo se ne va rilasciando una scia di fumo maleodorante.

Tiro un calcio a una pietra, scaraventandola in direzione dell’uomo. Adesso vado lì e lo massacro. Sono sicuro che dalla tasca ne uscirebbe il tintinnio tipico dei nobili o dei ricchi di famiglia, di quelli che vengono a Whitechapel per godere ancora di più delle proprie fortune o per cercare emozioni che le mogli o le amanti di palazzo non possono regalare. Per certe cose ci vuole una vera puttana.

Mi fermo. Il cuore picchia nel petto e mi gira la testa. Ma che mi succede? L’aria di Whitechapel è come l’esalazione della peste, è contagiosa. Mi calmo e riprendo a camminare. Faccio per umettarmi le labbra con la lingua ma ho la gola arsa e la salivazione a zero. Mi serve un bicchiere.

 

Uomini e donne si affollano all’interno della casa pubblica. Chiacchierano con voce impastata dalla birra e dal gin. Hanno annegato le loro voci originali nello stesso momento in cui affogavano le loro pene. Queste persone che si ammassano e si spingono a vicenda per raggiungere il bancone sono o della classe degli spendaccioni o di coloro che non hanno casa. Alcuni stanno bevendo i soldi che sarebbero meglio spesi per comprare cibo e vestiti per chi aspetta il loro ritorno.

Parassiti, lurida feccia. Donne con occhi incavati e la faccia che sembra un teschio coperto di malta. Come quello di Kate Kelly, mutilata in più punti. Il suo cadavere è un puzzle composto da testa, tronco, braccia e gambe. Un varco oscuro per le tenebre al posto del naso. Se non l’avesse sistemata Jack, ci avrebbe pensato l’alcol in combutta con l’uremia. Quella troia era già spacciata.

Mentre osservo l’orda di gente che mi circonda, una scarica elettrica attraversa il braccio che tiene il bicchiere. Schegge di vetro penetrano nel palmo della mano. Gocce di sangue stillano sul bancone.

La vista è offuscata. L’alcol altera i pensieri. Quanto tempo sono rimasto in questa bettola? Minuti, ore? L’aria dentro la casa pubblica intossica l’anima. Meglio tornare in strada.

 

La strada è appiccicosa di melma e le case sono marce dal camino alla cantina, protese insieme dall’atroce coerenza della loro radicata corruzione. Ombre scure, silenziose o inquiete, che passano e attraversano.

Le grondaie, le porte, i passaggi e le scale sembrano brulicare di bambini. Guardo lì, in quella porta aperta di una casa senza un barlume di luce su di essa. C’è un bambino seduto sul pavimento del corridoio, esausto dal pianto

Ascolto in direzione della casa successiva. C’è una rissa in corso sulla scala e, prima che io abbia percorso una decina di metri, una corsa giù per le scale e un’escursione in strada con combattimenti e urla, e un’ondata di oscurantismo che mi fa rabbrividire mentre guardo quei bambini, con chiazze di capelli aguzzi sulla testa, che abbandonano i loro giochi per radunarsi attorno alla feccia.

La miseria morale e fisica di Whitechapel toglie il fiato, soffocato dall’oscurità delle strade e delle case e degli occhi dei suoi abitanti. Gira tutto. Sento le gambe vuote e mi accascio a terra in ginocchio nel fango. La testa penzoloni.

Un’ombra sul terreno avanza, si allunga fino ad avvilupparmi. «Ehi amico, qualche cicchetto di troppo?» Una voce di donna sopra di me.

«Che ore sono?» le chiedo.

«A occhio e croce saranno le tre» risponde con voce impastata. «Ma fregatene. Facciamo così: tu compra da bere e io bevo per tutti e due». La sua risata perfora i timpani e rimbomba nel cervello. Alzo di scatto lo sguardo, fissandola negli occhi. Avvampo di passione. I riccioli rossi sembrano lingue di fuoco pronte a lambire ogni parte del mio corpo, l’azzurro degli occhi e la farfalla di lentiggini sul viso formano un firmamento la cui presenza a Whitechapel suona come una bestemmia. Ma, alla fine, è solo un’altra puttana.

La risata tramuta in silenzio e gli occhi sgranati mostrano le sclere ingiallite e i capillari in rilievo. «Dai, se… se f-fai il bravo andiamo nel mio appartamento e ti do quello che ti spetta per la bottiglia di whisky» dice facendomi l’occhiolino. «Non è lontano, sto al numero tredici di Miller’s Court. A proposito, io sono Mary Jane». Mi porge la mano.

Mi alzo in piedi mentre le stringo la mano. Devo controllarmi per non stritolargliela. La passione e il desiderio di poco fa sono spariti. Ma fremiti di energia mi attraversano il corpo. Guardo la donna e provo un’euforia che non ho mai provato prima. Sono comunque attratto da lei, ma di un’attrazione che cova in qualche angolo remoto della mia coscienza. «E io sono Thomas» le dico, con tono sardonico.

 

Apro gli occhi. La luce del giorno è una morsa alla tempia. Mi guardo intorno: il mio comodino; lo scrittoio dove giacciono sparpagliate la richiesta di Sir Robert e le foto delle vittime; lo specchio che apparteneva a mio nonno. Una ragnatela di crepe parte da un angolo e si espande per tutta la sua superficie, schegge di vetro a terra. Che è successo?

Mi gira la testa e sento lo stomaco ribollire. Un conato mi costringe a sedermi sul letto con la schiena protesa in avanti. Ma, eccetto per il bruciore alla gola, non è uscito niente. Eppure, lo stomaco continua a pesare e a spingere.

Mi alzo e corro ad afferrare il vaso da notte, quello grande. Col piede schiaccio un lembo della vestaglia e per poco non cado con la faccia a terra. Abbraccio il vaso e m’inginocchio sul pavimento. L’addome si contrae ripetutamente e lo stomaco trasmette fitte che mi fanno contorcere come un verme infilzato all’amo, una sequenza di conati che mi toglie il fiato.

Non ricordo di aver cenato ieri, ma ho vomitato una poltiglia nera e densa e maleodorante nella quale galleggia quello che sembra essere uno spezzatino di carne. L’odore di sangue si mischia a quello acre dei succhi gastrici e, quando la zaffata mi raggiunge, ricomincio a vomitare.

Il fracasso del battaglio rimbomba per tutta la casa.

E adesso, chi diavolo è?

Mi pulisco il muso con l’asciugamano e mi avvio verso il corridoio.

«Grace?» urlo, sporgendomi dalla cima delle scale. Per un attimo ho dimenticato che è domenica e che le avevo concesso di andare a fare visita ai suoi genitori.

Mentre scendo le scale mi ritorna in mente l’immagine di ieri pomeriggio, di Grace in cucina. Il grembiule bianco, sull’abito nero, chiazzato dagli schizzi del brodo in ebollizione per la minestra. Prima che io uscissi, Grace aveva lasciato la tavola apparecchiata. Minestra e patate lesse, questo avrei dovuto mangiare per cena. Ma sono uscito lasciando la cena sul tavolo.

Apro la porta. Sulla soglia sta un poliziotto, ha due mustacchi arricciati e la pelle che sembra incipriata. Sul cortile alle sue spalle, una carrozza del dipartimento di polizia, un altro poliziotto siede a cassetta.

«Buon… buon giorno» mi dice il poliziotto sulla soglia. «Il dottor Bond?» La mano protesa verso di me. Sul suo volto leggo incredulità. Mi chiedo se il lezzo di vomito abbia impregnato la vestaglia. Magari no, ma di sicuro ha impregnato l’alito.

«Sì, sono io» rispondo ricambiando la stretta di mano. «Che succede?»

«Mi scusi, forse non è il momento più adatto». Mi guarda da capo a piedi. Gli faccio un cenno con la mano a indicare di lasciar perdere e andare al sodo. «Stanotte c’è stato un altro omicidio a Whitechapel. Le modalità fanno pensare a Jack lo squartatore, ma è peggio delle altre volte. Il sergente Badham e l’ispettore Beck sono già lì, ma Sir Robert ha richiesto che fosse lei a fare l’autopsia.»

«Conoscete l’identità della vittima?»

«Mary Jane Kelly. La donna viveva al numero tredici di Miller’s Court. La gola è squarciata, il viso è così mutilato da renderla irriconoscibile fino al mento, i seni e le orecchie stanno sul comodino insieme allo stomaco e ai polmoni. La vagina buttata ai piedi del letto. Il cuore è sparito». Mi porto la mano alla bocca, un altro conato di vomito.

«Se non fosse stato per la scritta “Ginger” tatuata sulla gamba, non l’avremmo riconosciuta.»

Il ricordo della scorsa notte irrompe come il flusso di un torrente in piena. Il corpo scosso da fremiti di rabbia, le unghie pungono il palmo della mano. Abbasso lo sguardo per celarlo al poliziotto.

 

Si dimenava, la troia. Piangeva. Il moccolo che colava, e il piscio che le inzuppava il vestito. Faceva schifo, la troia. Lurida e putrescente come ogni angolo, anfratto, vicolo, casa, e abitante di Whitechapel. «Murderer» ha urlato, con l’ultimo rantolo di vita che le rimaneva. Ma non sono un assassino, sono una vittima. Siamo entrambi vittime. Nella sua schifosa camera, nei cui buchi e fessure si rifugiavano ratti e scarafaggi, non ero Thomas Bond. La mia anima era posseduta. Sopraffatta dal male, la miseria e il degrado e l’omertà che abitano Whitechapel. Ero la morte che viene a mettere una pezza sugli errori e orrori della vita. Ricordo di averle sussurrato all’orecchio: «non sono un assassino, io sono Whitechapel.»

 

Ora so chi sei, Jack. Sei l’anima di Whitechapel. Non ti troveremo mai perché non sei un uomo. Sei il male che in questo quartiere vive e si alimenta. Il male che corrode, che dilania corpi e vite e sogni e nascite. Sei l’indifferenza che permette a Whitechapel di esistere. Sei la speranza che scruta ghignando attraverso le sbarre che imprigionano Whitechapel e che butta via la chiave e si volta, andandosene per sempre. Sei tutti e nessuno. Sei Whitechapel che si manifesta, carnefice e vittima di se stessa. Sei il male che tutto fagocita e distrugge, e che aleggia in ogni singola particella d’aria nel quartiere. Il male che strappa via il cuore della gente di Whitechapel. Così come, tramite me, hai fatto col cuore di Mary. Te ne nutri e poi lo vomiti per nutrirtene di nuovo e così via ancora e ancora. Un’entità malefica, l’uroboro che si ciba delle sue spire per poi rigenerarle dai propri scarti.

Mentre cerco di riprendermi e tenere a freno il veleno che scorre nelle vene, fitte di dolore mi trafiggono in ogni punto: testa, schiena, gambe. Emetto un lamento e mi appoggio allo stipite per non cadere, la mascella contratta a tenere in gabbia l’urlo che sento salire dallo stomaco.

«Dottor Bond, non si sente bene?»

«È stato solo un momento, non ho digerito la cena. Il tempo di prepararmi e arrivo.»

 

È passato un giorno ma i dolori continuano, e aumentano d’intensità ogni volta che reprimo gli attacchi di rabbia. Le dita tremano mentre batto a macchina il profilo di Jack lo squartatore. Non faccio altro che sbadigliare. Il cuore batte nel petto al pensiero di passare un’altra notte d’inferno. Mi volto a guardare la bottiglietta di laudano che sta sul comodino, il cuore rallenta la sua corsa.

Sto battendo solo con la destra perché la sinistra non vuole saperne di muoversi. Sembra proprio che i dolori non vogliano andarsene, come del resto la rabbia che m’intossica l’anima. Forse li porterò con me fin quando vivrò. Già, fin quando vivrò, e mentre me lo ripeto sento la pelle della faccia tendersi in un ghigno.

Devo ancora scrivere gli ultimi tre punti del profilo, ma il punto che ho appena scritto è quello più importante. Meglio rileggerlo.

8. In tutti i casi, le mutilazioni sono state inflitte da un individuo sprovvisto di cognizioni scientifiche o anatomiche. A mio avviso, l’assassino non possiede nemmeno le conoscenze tecniche di un beccaio, di un macellatore di cavalli o di qualcuno abituato a trinciare carne di animali morti.

Che Dio mi perdoni, o che il diavolo mi porti. Ormai fa lo stesso, mi dico, voltandomi verso la finestra aperta.

Commenti

Ritratto di Gana Mala

Hai scelto un personaggio di cui si è già scritto e fatto di tutto e nonostante questo sei riuscito ugualmente a rendere il racconto interessante, bello, coinvolgente e pure scorrevole. La bravura sta anche, e forse soprattutto, nel saper rendere ancora valido un personaggio e la sua storia e tu ci sei riuscito.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie tanto per il commento. Il mio intento di sciegliere il chirurgo (T. Bond) che fu incaricato di essere il profiler di Jack the ripper era proprio quello di scrivere “yet another story” intorno a Jack lo squartatore ma con una chiave, per quanto mi è dato sapere, un minimo originale: il quartiere di Whitechapel come quartiere maledetto che vive di autonomia propria come entità malefica. Grazie davvero. Hai saputo cogliere l’intento del racconto e ti confesso che avevo il timore che non si capisse che, qui, il vero protagonista è proprio Whitechapel :-)

Ritratto di Gana Mala

Il suggerimento c'è già nel titolo! :)

Ritratto di Pilgrimax

Eh sì, il titolo è una creatura del timore che avevo :-)

Ritratto di Alessandro Pilloni

È il racconto che mi ha colpito di più. Teso e raccapricciante. Ottima la scelta dello stile narrativo cronologicamente coerente anche se in alcuni casi lo hai perso (tipo con blob e altre parole che il protagonista non dovrebbe conoscere. Se sbaglio, però, corigetemi). Ottimo gioco.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Alessandro del bel commento e delle stelline :-)

Per quanto riguarda “blob”, mi trovi impreparato nel senso che nel dizionario inglese (Bond è di Londra) esiste e, tra i vari significati, c’è appunto quello di “massa informe”. Per questo mi sono sentito di usarlo. Però la tua osservazione può benissimo starci perché, onestamente, non ho verificato se fosse nel dizionario Inglese del 1888. Quindi faccio tesoro del commento, consapevole di aver preso un rischio che molto facilmente, con un sinonimo, potevo evitarmi. Grazie.

Ritratto di Pilgrimax

 

Seguendo la richiesta di Alessandro e il recente commento di Gana Mala in cui risponde alla sua richiesta, anche io spiego da dove nasce il racconto.

1) Thomas Bond era un chirurgo che lavorava per il dipartimento di polizia e venne incaricato di stendere il profilo di Jack lo squartatore dopo i 4 delitti del 1888 a Whitechapel. Il giorno prima di inviare il rapporto, effettuò anche l'autopsia per il quinto delitto (quello di Mary Jane). Si è suicidato sessantenne, buttandosi dalla finestra, sembrerebbe per atroci dolori che lo avevano colpito già da mezza età (quindi già dal 1888) e che sembra curasse con delle droghe. Il punto 8 del suo rapporto scagiona i chirurghi o comunque uomini di scienza o con una cultura elevata per l'epoca.

2) Jack lo squartatore, al di là dei vari sospettati collezionati negli anni e dei falsi positivi, non è mai stato trovato.

3) Cosa non è mai stato fatto nelle storie sia di narrativa e sia cinematografiche intorno a Jack lo squartatore? (almeno da quanto ne so io). Per esempio, una visione di Whitechapel come quartiere maledetto da un'entità malefica (anche se di chiara ispirazione "Kinghiana", vedi Derry in IT, sembrerebbe originale nel contesto "Jack the ripper"). Inoltre, dovevo per forza evitare di scrivere un racconto in cui Thomas Bond è Jack the ripper (vedi film con Johnny Depp: "La vera storia di Jack lo squartatore").

4) I Capitani ci hanno chiesto di introdurre un elemento fantastico. L'entità Whitechapel ci sta bene e Bond posseduto da essa e in continua lotta per il futuro con questa possessione va a braccetto con la storia dei dolori e il desiderio di suicidarsi.

Ecco, facendo 1+2+3+4+"documentarsi bene sull'ambientazione Whitechapel 1888", è nato il racconto :-)

Ritratto di Edera82

L'ho trovato coinvolgente e "maledetto", per un attimo ho pensato che il cuore della vittima fosse la causa dei dolori dell'uomo, oltre a whitechapel naturalmente. Complimenti per essere riuscito a trovare un filone nuovo in un caso già abusato.

Bravo!

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Edera. Sono contento che ti sia piaciuto :-)

Ritratto di Kriash

Ok, qui c'è esattamente quello che avrei voluto da un gioco del genere. C'è descrizione ma c'è racconto, c'è dialogo e c'è coinvolgimento. Hai saputo usare un tema ormai sviscerato all'ennesima potenza e dargli una veste che non sfigurasse con alcune delle migliori incarnazioni. Insomma, bene. Usare la prima persona ha sicuramente aiutato l'immersione. Apprezzo anche il saper saltare nel testo, farlo respirare e non trasformarlo in una colonna verticale piena fino al bordo dove l'occhio tende a socchiudersi. Buona prova!

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Kriash del bel commento e del tempo dedicato alla lettura

Ritratto di masmas

Bello questo racconto, infarcito di pensieri ma comunque avvincente. Ben scritto, racconta una versione di una storia che già ne ha avute mille ma che merita sempre. Nota di merito particolare per il senso di marciume e decadenza e perdizione che trasmette.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Mas, soprattutto per quello che dici alla fine (era proprio quello che volevo trasmettere) :D

a questo giro, per me la sfida è stata cercare di fare qualcosa di introspettivo ma comunque dinamico. È una scelta che ho voluto fare a monte per provare, visto che sino a oggi mi sono sempre concentrato di più sull’azione

Ritratto di LaPiccolaVolante

Eh! UN passo avanti ad ogni gioco.
Mi piace la tua camaleontica attitudine, Pil.
La tua capacità di adattarti al contesto, al punto di vista. A me è piaciuto molto. La catasta di immagini di quartiere è gestita bene, le scene hanno un taglio perfetto. Il racconto non mostra, no nfa la cronaca, tutto però è ben visualizzato dal lettore con un solo conato! Fatto bene, sì è fatto bene!
 

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Capitano! Sono contento che si riconosca un miglioramento. Per me è molto importante sapere di stare a procedere in modo da fare ogni volta un passo avanti :D

Ritratto di Borderline

Certo Jack lo squartatore è uno dei personaggi letterari per eccellenza. Si presta al noir, al psicologico, al visuale del cinema, al fumetto e a molto altro perché è uno dei mostri per eccellenza, che in più è riuscito a occultare la sua identità diventando macabra leggenda. Utilizzare come protagonista il medico chirurgo che si occupò degli omicidi, e farlo vivere come un Hyde "kinghiano" come tu stesso dici è davvero interessante da leggere e rende il racconto avvicente. Le donne che passano con le loro ferite e le loro miserie sono fra i passaggi più belli del racconto, davvero BRAVO, non ho altro da aggiungere

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Capitana! Sono contento che sia piaciuto.

Ritratto di Seme Nero

Vabbè ragazzi, ma se mi scrivete di queste perle, cioè, davvero.
Ti sei giocato una gran carta e hai gestito la narrazione alla grande. Confesso che a un certo punto mi stavo chiedendo quale fosse l'elemento fantastico e avevo paura lo avessi inserito troppo avanti, e invece no: hai avuto rispetto della storia, hai fatto quel che andava fatto al momento giusto.
Bravissimo.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie SemeNero! Delle belle parole e del tempo dedicato alla lettura. Sono contento che anche tu abbia gradito. :D 

Ritratto di grilloz

Bello l'hanno già detto?

Mi è piaciuto molto lo stile un po' barocco che rende alla perfezione l'atmosfera.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Grilloz! Contento che ti sia piaciuto :-)

Ritratto di DBones

Io ero lì. Mentre leggevo questo racconto, il fetore di Whitechapel invadeva le mie narici e il fango sporcava le suole delle mie scarpe. Il Male: potevo quasi sentirlo sussurrare.  Ottimo racconto!  Parlando di Jack sarebbe stato facile scadere nella banalità, ma tu sei riuscito ad evitarlo.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie DBones, sono contento che il racconto abbia suscitato una tale immersione :-)