Jung (di AlessandroVerrusio)

Il vento fresco della notte filtrava timidamente nella camera da letto. Un'ampia finestra semiaperta faceva filtrare la luce della luna all'interno della camera, riflettendo le ombre sulla parete opposta. L'arredo era di stile gotico, e il letto a baldacchino, con la sua sottile e leggera tela diafana, giocava con la luce e le ombre, dando alla stanza un'aria sinistra e spettrale. Una valigia aperta giaceva ai piedi del letto.

     Carl Gustav Jung spalancò gli occhi sentendo ancora nella sua mente l'eco delle risate, che ben presto si sostituì al leggero frusciare di quella calda brezza estiva di metà agosto.

   “Di nuovo questo sogno...” sussurrò con un sorriso sulle labbra, e ritornò a dormire.

     Il giorno seguente il cielo era limpido, d'un leggero colore violetto ancora oscurato dalle tinte della notte. Jung si infilò i suoi occhiali circolari e si avvicinò alla finestra. Nell'aprirla, si lasciò inondare dall'aria fresca del mattino, inspirando profondamente l'aria odorosa di selci. Era un uomo sulla cinquantina, dai capelli corti e neri, alto e snello, con dei baffetti neri e degli occhi sottili che gli davano un'aria severa. Lanciò uno sguardo alla donna che giaceva nel letto insieme a lui, sua moglie da più di vent'anni, Emma.

     Erano le sei in punto; l'alba era ormai prossima. Baciò Emma sulla fronte e andò alla toeletta a darsi una ripulita. Indossò un elegante vestito nero formato da giacca e pantaloni di cotone e una camicia bianca, con un piccolo papillon nero al collo. Al ritorno, Emma era sveglia e lo stava osservando mentre riponeva nella valigia le ultime cose.

    «Sei sempre convinto di voler partire?»

     Jung richiuse la valigia e sospirò soddisfatto. Si voltò verso Emma e le sorrise.

     «Lo sai che lo sto programmando da mesi, ormai. Mi servirà per le mie ricerche», le disse, e si avvicinò al letto, baciandola sulle labbra. «Non esplorerò solo il paesaggio. Esplorerò principalmente me stesso»

      Emma ricambiò il bacio e sorrise. «Tipico di te, Carl»

   Jung prese la valigia e si fermò davanti alla porta, guardando Emma. «Mi mancherai. Saluta i ragazzi da parte mia»

      La carrozza fu puntuale. Jung entrò e sfilò una pipa dalla tasca della sua giacca, mentre il cocchiere, un signore sulla sessantina, alto e robusto, dalla barba brizzolata, posava la valigia al di sopra della cabina. Dall'altra tasca estrasse un contenitore di pelle marrone, dal cui interno prese una manciata di tabacco e lo infilò nella pipa. Diede fuoco all'ammasso di tabacco, e inspirò il suo fumo caldo e grigio.  Mentre fumava, osservava dal finestrino le strade e i palazzi di Zurigo, con numerosi pedoni che camminavano ai lati delle strade, fornai, lattai che aprivano i loro negozi. Il tragitto fu abbastanza lungo da permettere a Jung di fumare la sua pipa con tutta calma.

    Raggiunse la stazione di Zurigo e fu aiutato a portare la valigia fino all'ingresso, dopodiché tirò fuori dalla tasca dei franchi svizzeri e li posò nella mano del cocchiere. Con la valigia in mano, Jung controllò il suo biglietto ferroviario e si diresse al binario nove, dove sostava il treno delle 7:00 diretto a Lisbona. Vi salì con calma e posò la sua valigia sullo scompartimento al di sopra dei sedili.  

    Arrivato finalmente a Lisbona, prese un'altra carrozza che lo accompagnò al por-to. La gente brulicava in tutte le direzioni. Lo scalpitio degli zoccoli e le voci sovrapposte di centinaia di persone, tra passeggeri e operai, s'imponevano in modo insistente nelle orecchie di Jung, rendendogli difficile ascoltare i propri pensieri. Si fece spazio tra la folla per raggiungere la banchina dodici, dove lo attendeva la sua nave per New Orleans, Louisiana.

       La Sweet Mary era una nave a vapore alta all'incirca trenta metri. Contava più di cinquemila persone a bordo, tra passeggeri e membri della ciurma, e Jung si confondeva tra la folla, perdendosi per lunghi minuti nella collettività. Quando ritrovò se stesso, la nave era partita e si dirigeva verso la notte che incombeva all'orizzonte, mentre la costa del Portogallo lentamente scompariva dalla vista. Fumò dalla sua pipa contemplando la vastità dell'Oceano Atlantico, l'irrimediabile oscurità della notte, l'infinito splendore degli astri che splendevano sullo sfondo del cielo.

       Messi da parte i suoi pensieri meta-filosofici, si concesse una serata mondana tra i vari esponenti della classe alto-borghese che si trovavano a bordo. Bevve dell'ottimo champagne e fu circondato da diversi ammiratori dei suoi scritti. Molti di loro lo chiamavano “professore”, e non mancavano continui riferimenti alla sua disputa e al suo allontanamento dalle teorie freudiane.

      “Dovunque vada, mi perseguiti, Sigmund”, pensò Jung a fine serata.

    La traversata transatlantica fu lunga, e non mancarono episodi di alta marea o mare agitato, i quali provocarono non pochi malori tra i passeggeri. Jung non fu da meno, e passò gran parte delle due notti successive in preda a nausea continua.

     Dopo una settimana, la nave raggiunse il porto di New Orleans, e Jung fu solleva-to di poggiare di nuovo i piedi sulla terraferma. Si guardò intorno per orientarsi. I fumi di scarico delle navi rendevano l'atmosfera grigia e cupa, e il continuo fragore pulsante della vita di porto rendeva tutto il resto ovattato.

    Da lì, gli toccavano ancora più di tre giorni di viaggio. Esausto, gli toccò incamminarsi verso lo stazionamento degli autobus, valigia alla mano. Più volte considerò l'idea di gettare la valigia insieme a tutto quello che c'era dentro, ma riuscì ad assopire quel suo impulso, e con pazienza e affanno raggiunge l'autobus che portava ad Albuquerque, Nuovo Messico. Si sedette alla penultima fila, a lato del finestrino, così da poter osservare il paesaggio.

      Accanto a lui si sedette una vecchia donna dall'aria curiosa, con degli occhi svegli come raramente accade alle persone della sua età. Dei radi capelli bianchi le cadevano sulle spalle esili e tremolanti. La vecchia fece un sorriso a Jung e prese posto.

      «Viaggiatore? Li riconosco a un miglio di distanza», disse la vecchia osservando curiosamente lo sconosciuto al suo fianco.

       «La valigia mi ha tradito, credo», replicò Jung, curvando le labbra in un sorriso.

     La vecchia rise, e scosse il capo. «No no, lo vedo dagli occhi. La meraviglia di vedere un luogo per la prima volta»

       Jung rimase piacevolmente sorpreso dall'arguzia di quella risposta. «Ha appunto ragione, mia cara signora»

       «Dove la porta la sua sete di conoscenza?»

      «Conoscenza, sì. Del mondo e di me stesso», rispose Jung, sorridendo di nuovo. «Vado nel deserto. Sto facendo una ricerca sulle popolazioni indigene del Nord America»

       «Oh sì», rispose la vecchia, meravigliata. «Quindi lei è uno studioso?»

       «Diciamo che mi piace trovare una risposta alle mie domande».

    La vecchia donna scese dall'autobus poche fermate dopo a Brittany, in una piazzola di sosta distante dal centro abitato. Salutò Jung con calore e scese dall'autobus, incamminandosi verso nord-est.

       Durante il viaggio, Jung per la maggior parte del tempo dormì e pensò. Ogni tan-to rileggeva qualche articolo sul suo giornale, ma tornava ben presto con la mente al suo viaggio, a ciò che si aspettava di trovare nel bel mezzo del Canyon del Chaco.

      Fu solo dopo aver lasciato ogni mezzo di trasporto moderno a Mesita, una piccola cittadina a ovest di Albuquerque, che Jung ritenne iniziato il vero viaggio. Lontano dal caos e dai rumori della civiltà avanzata, si immerse nel silenzio del deserto alla ricerca di tracce di vita indigena. Il calore del giorno era arduo da sopportare, le scarpe che affondavano nella sabbia bollente rendevano ogni passo doppiamente faticoso.

     Vagabondò nel deserto ai confini con l'Arizona per un paio di giorni, diretto al Picco Fajada, senza trovare nessuna popolazione indigena. Le speranze si affievolivano ad ogni ora che trascorreva. La sua scorta d'acqua stava terminando, e il peso della valigia e delle settimane di viaggio e del calore inibivano il fisico esausto del professore. Si accasciò al suolo e si addormentò, senza forze, osservando il sole tramontare dietro le alte montagne rocciose.

      Quella notte Jung fu svegliato dalla punta di una lancia che gli premeva la schie-na. Restò immobile mentre delle persone gli rivolgevano la parola in una lingua sconosciuta. Mostrò le mani nude in segno di non belligeranza, e gli uomini lo costrinsero ad alzarsi.

       Gli uomini che lo circondavano erano alti ed esili. Erano vestiti di pochi strati di pelle di bisonte che coprivano giusto la vita e le cosce. Era difficile notare i particolari nel buio della notte. Erano all'incirca cinque o sei.

       «Mi chiamo Carl. C-a-r-l», disse Jung, cercando di nascondere la sua angoscia e irrequietezza. Si batté la mano sul petto, ad indicare se stesso. «C-a-r-l. Vengo in pace. P-a-c-e»

     Uno di loro si fece avanti, esprimendosi in un inglese rozzo, con una forte ca-denza straniera, ma comprensibile alle orecchie inesperte di Jung. «Wahiree», disse, imitando Jung nel battersi la mano sul petto. «Noi tribù Kachina. Cosa volere? Andare via, subito! Uomo bianco solo vuole distruggere e conquistare»

      «Non voglio conquistare, mio buon amico. Voglio imparare. Voglio sapere tutto della vostra cultura. Voglio sapere come funziona la vostra mente» fu la risposta di Jung, che alzò le mani al cielo in segno di resa. «Conducetemi dal vostro sciamano, vi prego»

      «Lupo Rosso sa cosa fare di te, uomo bianco. Da lui noi portare: lui decide se tu vivere o morire» disse l'aborigeno che rispondeva al nome di Wahiree.

       Jung fu legato ai polsi e condotto al piccolo villaggio aborigeno. Era una struttura di fango e sabbia, dalla forma rettangolare, circondata da mura spesse. All'interno c'erano tante piccole abitazioni quadrate. Non esistevano porte. Tutte le piccole casupole erano collegate tra loro e tutte avevano un lato aperto, cosicché nulla potesse essere nascosto alla vista degli altri.

     Un ampio fuoco illuminava la plaza del pueblo, e numerose voci dall'accento straniero facevano da sottofondo al miscuglio di ansia ed eccitazione del professor Jung. Innumerevoli occhi scuri erano puntati su di lui, quello straniero dalla pelle bianca. Jung credette che molti di loro erano più sorpresi nel vedere un uomo con gli occhiali, piuttosto che uno dalla pelle bianca. Di certo i bianchi non avevano fatto sentire la loro mancanza in quei luoghi.

    Jung fu trascinato al cospetto del grande sciamano Lupo Rosso. Era di pochi cen-timetri più alto di tutti gli altri indigeni. Aveva un fisico asciutto e atletico, sebbene in decadimento a causa dell'età avanzata. La sua pelle raggrinzita sembrava tuttavia dura e resistente. A Jung non sfuggirono le tonalità variopinte delle numerose piume che Lupo Rosso indossava, né la moltitudine di monili e amuleti e ossa di animali che portava al collo, alle braccia e alle caviglie.

    Quando Jung raggiunse Lupo Rosso, le tante voci degli abitanti del villaggio ces-sarono, e regnò il silenzio.

     «Uomo bianco venuto da lontano. Perché calpesti il terreno sacro dei Kachina?»

   «Il mio nome è Carl Gustav Jung. Vengo da molto lontano, non come conquista-tore, ma come apprendista. Ho viaggiato nelle terre africane del Kenya e dell'Uganda, sono andato in India e mi sono allontanato dal caos della cultura occidentale per apprendere la cultura della vita. Tanto più il progresso tecnologico è avanzato, tanto più l'uomo si è allontanato dalla vita, che è la vita dei sensi. Il mio auspicio è che, studiando voi, possa conoscere di più me stesso, e indagare sui lati più profondi e sopiti della mia mente.»

    Lupo Rosso sembrò capire ogni parola di Jung pronunciata in inglese, e, dopo una pausa solenne, rispose: «Dunque, Carl Gustav Jung, è il tuo Io che cerchi, la tua vera essenza. Per farlo, bisogna smettere di pensare con la mente, e iniziare a pensare con il cuore. Il nostro mondo è pervaso dagli Spiriti che controllano e guidano le azioni degli uomini. Ogni essere umano possiede degli Spiriti dentro di sé, i quali rendono le persone ciò che sono. Non si può sfuggire al loro controllo, lo si può solo negare, o cercare di combattere. Ma alla fine vincono sempre loro»

     L'intera tribù restò in silenzio ad ascoltare le sagge parole del loro sciamano. Tut-ti pendevano dalle sue labbra. Jung faceva altrettanto. 

    «Per ascoltare gli Spiriti che governano la nostra anima, dobbiamo prima far tace-re la voce della mente. Seguimi» disse Lupo Rosso. Fece un cenno a Wahiree e pronunciò delle frasi in una lingua a Jung incomprensibile. Dopodiché s'incamminò verso una delle tante abitazioni aperte, e intimò Jung di seguirlo.

    Lupo Rosso condusse Jung in una piccola stanza seminterrata attraverso una sca-la di legno, illuminata da poche candele. Un ampio foro sul soffitto permetteva, evidentemente, alla luce del sole di illuminare la stanza durante le ore del giorno.

     «Questa è una kiva. È una stanza per la meditazione. Qui potrai leggere dentro te stesso», disse, infine.

    Jung si guardò intorno. La stanza, o kiva, non era più larga di tre metri, ed era arredata solamente con pietra e sabbia.

     Dopo qualche minuto, Wahiree discese la scala che conduceva alla kiva reggendo tra le mani una ciotola d'argilla, da cui fuoriusciva del vapore acqueo. Porse la ciotola a Jung e questi la prese con entrambe le mani. Il suo primo istinto fu di annusare il contenuto della ciotola: era un liquido verdastro scuro, bollente.

      «Che cos'è, questo?» chiese Jung.

   «Questa è una bevanda per la meditazione. Serve ad assopire la mente, e a risvegliare il cuore» rispose Lupo Rosso. «Bevi, e saprai»

     Fu con queste parole enigmatiche che Lupo Rosso e Wahiree lasciarono Jung da solo con la sua ciotola fumante. Jung sorseggiò l'intruglio di erbe. Aveva un sapore amaro, e l'alta temperatura gli bruciò l'esofago e lo stomaco, facendogli salire vampate di calore fino alla testa. Dopo una dozzina di sorsi, i sensi di Jung cominciavano a traballare. La vista gli si annebbiò, e la luce delle candele sembrò affievolirsi ulteriormente, finché Jung non si trovò in un abisso nero, vuoto e silenzioso. Dal suo corpo emanò una luce bianca, e una figura traslucida e immateriale si separò dal suo corpo. Aveva un aspetto ben curato, autorevole. Gli assomigliava molto. Ad un'occhiata più attenta, lo spettro era lui, più giovane, più bello.

       «Chi sei?», chiese Jung.

    «Sono Persona. La tua maschera. Sono ciò che vuoi che gli altri vedano:  un involucro vuoto di conformismo e regole sociali»

      «Come puoi essere uno Spirito?»

    «Come gli umani, cambio forma a seconda di ciò che serve alla mia sopravvi-venza. Non so ciò che voglio, ma conosco perfettamente ciò che gli altri vogliono da me. Devo esserlo, altrimenti non verrò accettato»

  Lo spirito svanì, così com'era apparso. Al suo posto, un nuovo essere, dall'apparenza contorta e mostruosa, una chimera spettrale nera come la pece. Jung la guardò prendere forma davanti a lui con angoscia.

     «Io sono Ombra, la parte più profonda di te. Io sono tutti gli istinti che soffochi, tutti gli impulsi malvagi, le fantasie di morte e distruzione»

     «Come puoi essere qui? Io non sono malvagio!» chiese Jung, il battito cardiaco che aumentava.

     «Ogni essere umano possiede una parte di Ombra. Essa è la parte più veritiera dell'animo umano. Non esiste il bene o il male. Esiste solo ciò che vuoi. Gli impulsi che neghi sono gli impulsi genuini del tuo Io. Negarli conduce alla malattia, e con essa, alla distruzione. Quanto più sarai in grado di accettarmi, tanto più sarai libero dalle regole morali, e solo allora il tuo Io trionferà»

       Jung si risvegliò da un sonno che gli parve essere durato mesi, ma con la consapevolezza di aver esplorato più a fondo nel proprio inconscio.

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Non conoscevo il personaggio, di conseguenza mi ha fatto piacere imparare dal racconto che ho abbastanza gradito, è scritto in modo pulito. Di contro ho trovato l’inizio (e non solo) un po’ lento, ma magari è solo una mia impressione. Per esempio, per l’inizio, avrei attaccato con Jung che si sveglia e magari mostrato la camera mentre lui guarda, pensa, ma soprattutto, si muove. Poi, per altre descrizioni dettagliate sugli ambienti, se da un lato permettono al lettore di visualizzare (per me buono) dall’altro alcune di esse non mi sembra abbiano una funzione specifica nella storia quindi, magari, in favore del ritmo in lettura potevano essere alleggerite. Ma, ripeto, molto probabilmente è solo soggettivo.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Mi è piaciuta la scelta iniziale dello stile, che ho trovato coerente col tempo storico del personaggio, però poi lo hai un pochino perso. A tratti mi è parsa prolissa e invece il finale sembra frettoloso.

Ritratto di masmas

Il racconto è carino, la forma scorrevole anche se ci sono ripetizioni e aggettivi che appensantiscono la narrazione. La storia si svolge, anche se non accade tanto. O meglio, accandono tante cose, anche troppe (sicuro la prima metà sia utile?) ma senza grandi scossoni, eccezion fatta appunto per il finale.

Non male però.

Ritratto di Gana Mala

Ho molto apprezzato la scelta del personaggio che a me è molto caro. Il racconto è scorrevole ma trovo che ci siano troppi dettagli irrilevanti e che si arrivi al dunque troppo tardi nella narrazione. Per i lettori come me, affamati di azioni, le troppe descrizioni rischiano di farci abbandonare la lettura. Ovviamente questi sono gusti soggettivi.
Un po' mi dispiace che la vecchia non abbia avuto un ruolo importante nel racconto, già l'accenno di quel personaggio mi piaceva.

Ritratto di Gana Mala

Non andare a capo :)

Ritratto di Kriash

C'è una forte divisione tra prima parte e seconda parte del racconto, tanto da sembrare due cose diversi e indipendenti l'una dall'altra. Nel caso ci sia una parte più lenta (soprattutto iniziale), ti consiglio di provare il trucchetto del mostrare l'azione in pieno svolgimento e poi ritornare all'inizio, così da gettare il lettore nel vortice del racconto e magari farlo "sedere" poco dopo per sistemare le cose. L'apparizione della signora mi ha fatto credere che fosse funzionale al racconto poi è sparita... strano. La scrittura è bella e piacevole (occhio ad alcune ripetizioni, una proprio all'inizio).

Ritratto di LaPiccolaVolante

Quando un personaggio indossa gli occhiali, tira fuori qualche oggetto dalla tasca eccettera eccettera, è abbastanza chiaro che siano i "suoi" occhiali, che sia la "sua" giacca. Se hai bisogno di puntualizzarlo tanto frequentemente vuol dire che il personaggio è un ladro, un cleptomane, ha disturbi o abitudini poco "igeniche" per cui non è scontato che usi, indossi, frughi i suoi oggetti, indumenti, tasche... è ovvio che se fuma una pipa è la sua. :)
Occhio alle ripetizioni. Quasi ogni capoverso contiene una parola sulla quale sembri incantarti e la ripeti troppe volte in poche battute.

Bella l'idea, ma quante battute per un viaggio (la prima parte) che alla fine non è di alcuna importanza. Tanti gesti irrilevanti. Troppi, tanto che la seconda parte sembra scorrere meno curata, frettolosa, a corto di battute. Non è importante il tabacco, la valigia, la giacca, la signora... non così. Aiutano poco anche a definire il personaggio.

Peccato, perché la scelta del soggetto non era brutta. Certo non facile da gestire!
Curioso di vederti giocare il prossimo!

 

Ritratto di Seme Nero

Scrittura scorrevole e racconto piacevole, però l'avrei fatto cominciare dall'arrivo ad Albuquerque. Da questo momento un viaggio descritto con dovizia di particolari arriva subito al dunque con una fretta fastidiosa.

A parte le ripetizioni e gli "a capo" (imposta piuttosto il programma di videoscrittura per farlo automaticamente, eviterai che nel copia-incolla del testo accadano gli errori presenti in questo) non ho molto da segnalare a parte due cosucce:

- L'alta marea si percepisce in alto mare?

- A un certo punto scrivi: "L'intera tribù restò in silenzio ad ascoltare le sagge parole del loro sciamano. Tutti pendevano dalle sue labbra. Jung faceva altrettanto." Ma in che lingua parla? Fino a quel momento pareva che solo alcuni indigeni parlassero in inglese.

Diciamo che se la seconda parte fosse stata scritta come la prima il racconto sarebbe bellissimo, il finale è davvero frettoloso. Peccato perché la penna è buona.

Ritratto di Borderline

Jung è un buon personaggio per esplorare e raccontare di misteri, vero. Avrei dato al racconto un'impostazione magica, dato che i Kachina sono per i nativi americani gli spiriti, e questo spiega forse perché capiscano ciò che dice Jung, e anche perché lo guidino. La scrittura è molto piena, aggettivi, descrizioni che talvolta rallentano la lettura. Ripetizioni senza le quali le frasi potrebbero essere assai più incisive "infinito splendore degli astri che splendevano" può diventare spendore degli astri o astri splendenti, senza pleonasmi, per esempio. Con un labor limae sarebbe un racconto dal fascino più incisivo :). Detto ciò: Benvenuto a bordo, speriamo di trovarti anche per i prossimi giochi di scrittura!