Betty, Machete e l'acromatopsia (di MasMas)

Mi chiamo Machete Wildcliff, sono il più cazùto esploratore di Sua Maestà e non avevo mai sofferto il mal di mare, né il mal d’amore. Ma c’è sempre una prima volta.

Il bastimento mi aveva lasciato molto al largo dall’isola di Ponape. Mi stava aspettando una canoa venuta da là, grande come un baccello di vaniglia, con giusto un paio di vogatori, due ragazzi o poco più.

Di lì, un’ora buona di viaggio dispersi tra cielo e mare. Cazùto, se non badi alle pinne che ogni tanto circumnavigavano la barchetta. Nemmeno i miei due machete mi avrebbero aiutato nel caso uno di quei bestioni avesse deciso che era ora di pranzo.

A mitigare quell’incertezza c’erano gli occhi della ragazza, più splendenti del cielo, più profondi del mare. Al primo battito di ciglia mi aveva lasciato con la mascella squadrata spalancata. Sorrideva spensierata. Sicura, o forse ignara. Di certo quegli occhi erano cazùti, magnetici più dei gioielli della corona. No dai, facciamo come.

Quando mi hanno lasciato sulle spiagge dell'isola, non mi sono potuto dilungare in richieste di informazioni, dato che entrambi i miei barcaioli indossavano solo un gonnellone di foglie secche. Entrambi. Per cui, da vero Lord, avrei forse dovuto offrire a lei la mia giacca, ma non si è mai visto un esploratore senza sahariana. Per cui ho dovuto allontanarmi appena possibile.

La spiaggia era circondata da una cittadina rada di capanne di legno e foglie, alle pendici del declivio che man mano saliva fino al monte al centro dell’isola.

Evitando di incrociare le donne, abbigliate in maniera indecorosa come la ragazza dagli occhi di mare e cielo, ho interpellato gli uomini.

Nemmeno una parola di inglese, come prevedibile. A gesti ho mimato il profilo curvo del fisico teutonico di Betty, l’altezza aliena per quel popolo di piccoletti, il colore di grano dei capelli. I più hanno scosso la testa. Alcuni l’hanno abbassata, timorosi. Un anziano ha lanciato uno sguardo colpevole verso l’altro lato dell’isola. Cazùto, non mi ci è voluto altro.

Un giorno di viaggio ed eccomi qui, a guardare la giungla finire su un canale largo un metro, oltre il quale ci sono dei terrapieni squadrati su cui sorgono ruderi di mura ancestrali incrostate di vegetazione. Costruzioni alte diversi metri, grandi come un campo da tennis, sollevate dalla laguna, percorse da sentieri d’acqua. Cazùto, per un archeologo. A me però adesso interessa di Betty.

Prendo un sentiero, ho l’acqua al polpaccio. Tento di non fare rumore, ma non è facile. Entro in uno di quei perimetri di pietra, arrivo all’altro estremo e mi infilo in un altro. Non c’è nessuno, eppure l’istinto mi dice di essere su una pista.

Arrivo all’ultimo muro che da sulla laguna, verso l’oceano. Il mare è calmo, c’è sole e calura. Mi arrampico in cima, mi sporgo e guardo oltre, e la vedo. A destra, cinquanta metri, appena fuori un altro rudere, sul confine tra mare basso e oceano aperto. C’è un palo piantato nell’acqua, accanto a una barca, con una persona legata. Non può che essere lei, essere legata a un palo è la sua condizione naturale. Trovata.

Torno all’interno e faccio il giro fino a quel rudere. Continua a non esserci nessuna guardia. Cazùto.

Arrivo dietro il muro oltre il quale c’è Betty. Poco a sinistra c’è una breccia. La raggiungo, mi acquatto tra alcuni arbusti e sbircio.

Vedo solo lei, legata e stremata, più una barca assicurata a riva, a cinque metri dal palo. Fino a lì ci sono dieci metri di sola erba alta. Nella barca però mi potrei nascondere, a meno di sorprese. La guardo dondolare tranquilla nel lieve sciabordio delle onde.

Betty è appesa, mani legate dietro la schiena, si regge appena su un trespolo alla base del palo, la testa bassa, il volto nascosto dai boccoli, camicetta e calzoncini ridotti a stracci. Chissà da quanto soffre quella tortura.

Devo agire. Quatto e rapido, scivolo fino alla barca. Salto dentro e mi sdraio sul fondo. Mi trovo su una montagna di polvere minerale, sembra lapislazzuli. Comincio a sentire puzza di qualcosa che non va. Ci sono dei sacchi mezzi riempiti. Un bordo spunta dalla polvere, si vede qualcosa di scritto. Non ci credo, sono sacchi delle Compagnie. C’è anche l’indirizzo di un magazzino di Londra. Per niente cazùto.

Devo pensare a Betty però. Alzo lo sguardo. Se spingo la barca le arrivo accanto. Senza incontrare guardie. Sembra proprio facile.

Mi alzo quel che basta, mi appoggio a un arbusto che esce dall’acqua, una spintarella e la barca inizia a scivolare verso il palo. Sembra si muova per caso.

Lei se ne accorge, alza appena la testa, mi inquadra. Gli occhi spenti si spalancano, mugugna, imbavagliata. Le faccio segno di fare silenzio. Si zittisce, ma gli occhi hanno dentro terrore, la testa fa no no, piano.

Poi l’acqua esplode, un corpo salta fuori come un cetaceo in caccia, verso di me, digrignando denti di squalo. Alzo il braccio e cado indietro, le mascelle stringono l’aria ma io finisco nella polvere.

Annaspo per afferrare i machete mentre il mostro palmato mi cade sopra, mi pianta la testa nella polvere, mangio sabbia, vedo sabbia, ma stringo il manico e sferzo, lo colpisco, splash, e sono libero.

Mi drizzo a sedere: “Hem hem!” tossisco e libero i polmoni, spazzo gli occhi, prendo il respiro. Aria.

Altri due uomini mezzi squali saltano fuori dall’acqua, appena più lontano. Estraggo anche l’altro machete, mi tiro in piedi, e ne escono altri due, e un altro dietro. Galleggiano sul pelo, mostrano i denti, file multiple seghetta. Cazùto, sempre se sei un antropologo. Per me invece è un po’ troppo.

Grido a Betty: “Tieni duro!” poi mi spingo sul palo, la barca scatta verso riva, mi carico e salto nell’acqua bassa. Parto di corsa, convinto mi seguano, nella foresta. Venite, da bravi, uno alla volta.

Faccio cinque passi ma mi giro e dall’acqua non esce nessuno, attendono. Mi allontano e quelli tornano a immergersi.

Proseguo lungo il muro, poi oltre l’angolo. Controllo dietro. Di nuovo nulla e nessuno, ma l’esperienza non è da ripetere.

Anche se, qualcosa non va. Il fiato si fa corto. Sento i polmoni annaspare per l’ossigeno, come l’aria ne fosse carente. Dannata polvere, mi ha avvelenato.

Peggiora. Prendo boccate violente. Intanto lo sguardo si vela. Cala un filtro di acqua, la vista diventava come fossi immerso nel mare. Comincio a perdere le forze. L’aria non mi dona più la sua energia. Barcollo, cado carponi, sudo, ho caldo.

Non capisco che mi succede. Gli occhi vedono come attraverso l'oceano, come un pesce.

Ho una speranza. Raccolgo le forze e mi lancio verso il mare. Riesco a barcollare due passi, cado tra erba e sabbia e rotolo con la testa nell’acqua. Contro ogni istinto aspiro liquido. Bruciore, e una ventata di energia mi invade quando l’oceano mi dona ciò che l’aria non mi può più dare. Aspiro ancora. Sto respirando acqua. Cazùto.

Prendo due boccate, la mente fatica ad adattarsi, ma la vita che ritorna è un argomento convincente.

Mi spingo avanti, nell’acqua bassa, poi sempre più alta, e nuoto. Sto respirando il mare. Il cazùto mare. Quella roba, non era lapislazzuli. Mi chiedo se diventerò come loro.

Fatico a credere non sia un sogno, ma non è il caso di distrarsi. Mi concentro su Betty e quegli uomini squalo.

Mi tengo attaccato al fondale basso, i machete fanno da zavorra.

C’è una roccia lunga e sporgente che mi separa da dov’era Betty. Mi ci accosto e guardo oltre.

Nel fondale, a una ventina di metri dalla costa, dove inizia la discesa negli abissi oceanici, c’è una voragine larga dieci metri, pare profonda. Un uomo pesce è più su, accanto alla spiaggia, sotto il pelo dell’acqua, che sorveglia la costa.

Un altro arriva dalla grotta, con un sacco come quelli sulla barca, pieno. Esce dall’acqua giusto per versarlo insieme al resto, poi torna giù. Le mani sono palmate, la pelle lucida. Io non sono così. Ancora.

Aspetto il prossimo giro. Conto almeno dieci minuti. Cazùto, ho un piano.

Appena l’uomo squalo sparisce dentro la terra, esco e mi avvicino alla voragine. Giro attorno al bordo, raggiungo l’altro lato.

Intanto guardo dentro. La mutazione alla vista mi fa vedere male sulla terra ma qui posso vedere più lontano.

La massa liquida procede cilindrica verso il basso, fino a un fondale roccioso. Laggiù otto uomini squalo, attorno a un macchinario. Ha un tubo d’ottone da cui esce un puntale che trivellava la roccia, con attorno quattro ogive di vetro piene di una sostanza cangiante.

Cazùto, se sei un ingegnere, ma non mi posso dilungare. Sopra di me c’è quello che sorveglia Betty. Dal lato del cratere su cui sono la salita è fatta da diverse concrezioni rocciose, coperte da alghe ondeggianti nella lieve risacca, percorse da pesci piccoli e grandi. Non troppo grandi, per fortuna, degli amici sotto la canoa nessuna traccia.

Mi avvicino rimanendo al coperto. Sono a due metri dalla superficie.

Attento, mi sporgo appena. Il mio amico è concentrato sull’esterno, gli occhi fuori dal pelo dell’acqua. Ma butta un’occhiata indietro, mi ritraggo appena appena in tempo.

Cazùto, ci vorrà fortuna. Aspetto un altro giro fuori dal buco, poi esco dal riparo. È a dieci metri, cerco di essere rapido. Sette metri, sarà più agile di me qua sotto. Quattro metri, stringo un machete, si gira che sbalzo fuori dall’acqua, lui fa per alzarsi che già abbatto al lama.

Cade senza un grido, sangue si mescola al mare.

Betty ci ha visto, spingo il corpo dal petto squarciato giù verso la grotta, metti un amico della canoa venga attratto dal sangue. Prendo una boccata d’acqua e sono da lei, le tolgo il bavaglio: “Herr Machete!”

Taglio le corde ai polsi, poi quelle ai piedi, biascico: “Scappa, sulla terra, lontano dal mare.”

Un momento ed è libera, salta nell’acqua, la seguo con solo gli occhi fuori, la spingo sulla schiena, parla ma non so che dice.

Dietro, esce un uomo dalla grotta, Betty corre alla spiaggia.

Quando ha l’acqua alla caviglia si ferma, aspetta, parla ma l’acqua mi rimanda echi.

Dannazione, non si doveva fermare. E va bene, prendo un’ultima boccata e salto fuori, mi sta guardando: “Herr Machete, voi che fare?”

La fulmino con il mio sguardo del cobra e la prendo per mano, ci lanciamo oltre il muro, dentro la giungla. Cazùto lo stesso.

Blatera mentre corriamo, non l’ascolto, vedo ancora come sott’acqua, tutto è alieno, e tra poco non avrò più respiro.

Riconosco una zona, la tiro di lato, di nuovo tra ruderi di mura.

Protesta: “Dove noi andare? Cosa voi…”

C’è l’ultimo canaletto che s’infila tra due terrapieni. La punto negli occhi: “Betty! Ascolta. Corri verso il monte, poi alla città. Non ti voltare, io non so se potrò seguirti. Forse non ci rivedremo mai più.”

Lei si zittisce, spalanca la bocca.

Tuffo la bocca in quei dieci centimetri d’acqua, prendo appena un po’ di vita, torno a fissarla.

Riesce a dire: “Ma, vostri occhi, voi…”

Grido: “Va!” e la spingo, quasi cade ma si decide, parte voltandosi l’ultima volta. Cazùto, è fatta.

Mi rituffo a prendere forza vitale, poi mi lancio di corsa in diagonale, verso un altro cerchio di mura. Lo attraverso, dall’altra parte c’è il mare basso. La vista ammantata d’acqua brama il suo nuovo elemento, non posso che accontentarla.

Mi immergo, provo di non muovere troppe onde. Sto accanto alla costa, mi allontano ancora, nuoto e cammino sul fondale per un’ora.

Cazùto, non c’è niente e nessuno. O almeno, rocce incrostate di coralli, alghe e pesci che guizzano ovunque.

Dovrò imparare a pescare. E ad andare d’accordo con gli amici pinnuti, anche quelli più grossi e irascibili. Sono pur sempre il più cazùto, anche se qua sotto il ciuffo se ne va per i fatti suoi.

Betty. Chissà se la rivedrò. D’altra parte, dipinta di mare non stava niente bene. Magari, adesso, il mio destino sarà la ragazza dagli occhi d’oceano e cielo.

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Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Molto bello. Mi è piaciuto parecchio. La narrazione è dinamica e coinvolgente e c’è sempre una vena umoristica a rendere più frizzante l’avventura di Cazùto :-) Lo stile mi piace un sacco. Sebbene il tema della storia sia diverso, lo stile mi ha riportato a qualche racconto di “Storie di ordinaria follia” (C. Bukowski, come se servisse specificarlo). Insomma, io non ho commenti costruttivi da fare. Posso solo godere della storia, l’idea, e il tuo stile empatico.

(Hai usato la parola “colore”, vietatissima (art. 3), ma il racconto merita un’eccezione :D)

Ritratto di Gana Mala

Hai uno stile personale che si riconosce da subito. Se non ci fosse stato il tuo nickname, avrei comunque giurato che il racconto fosse il tuo. Questo è molto positivo, secondo me, è come un timbro di voce che si riconosce tra mille. Questa è una cosa che a me piace.

Ritratto di Sa_Jana

Che dire? Un gioiellino. A me ricorda molto Marquez ed il realismo magico,
Complimenti.

Ritratto di masmas

Ma vi ringrazio.

Anche perché mi sa che ho preso la consegna del colore un po' sottogamba. :( 

Ritratto di Antio

Un racconto davvero cazùto. Una trama avventurosa e misteriosa, un protagonista ben caratterizzato e molto simpatico, il tutto confezionato con un scrittura fluida e coinvolgente. Peccato per la poca definizione cromatica e per l'erroraccio ("il colore del grano dei capelli" di Betty). Voto: cazùto.

Ritratto di masmas

Osta!

Ritratto di Rum

Peccato per la resa cromatica ma Cazuto è proprio forte.

 

Ritratto di LaPiccolaVolante

E finalmente mi son goduto il buon Mas.
Tutta la strategia cromatica gira intorno all'oceano e qualche lapislazzulo. Per quanto debole, e devo ammetterlo, io abbia trovato il modo di colorare il racconto, devo ammettere che la tua capacità di creare i soggetti più variegati, saltare da un ambiente all'altro, da una soluzione stilistica all'altra,  da una struttura narrativa a una completamente diversa mi tiene puntualmente incollato al racconto.
Le svirgolate tecniche diminuiscono assai ogni volta e la chiarezza del cantastorie si delinea sempre meglio.
Pur, ripeto, un gioco, nel suo intento, arrangiato in sufficienza, giudico il tuo percorso generale con un piacere grandissimo.
 

Ritratto di masmas

Ho capito male il senso, sarà per la prossima volta.

Devo ammettere comunque di aver trovato un aggancio per coinvolgere dei miei presonaggi e non ho resisito.

Ritratto di grilloz

Bella Mas, m'è piaciuto il sireno squalo ;) ecco, forse ambientare un racconto "monocromatico" in un luogo così ricco di colori come un'isola tropicale è un po' andarsi a complicare la vita :P

Ritratto di Robypey

Mi ripeto non m'interessa! È sempre troppo bello leggere i tuoi racconti. Io il colore lo sentito, lo visto e l ho respirato. La trama fantastica. Aggiungo un piccolo rimprovero... se mi permetti. Dovresti fare un po più attenzione alle regole, nell penultimo gioco (fino alla tela) avevi dimenticato di inserire i gatti, questa volta hai usato la parola "colore" vietatissima. Solo un pizzico di attenzione in più, e stai raggiungendo un traguardo che io posso vedere distante, kilometri e kilometri di anni luce. Bravissimo Mas!