L’inverno più freddo (di SchiumaNera)

1.
-Fermati, porca puttana!
Ansimi, ma puoi ancora farcela, nonostante quel freddo che ti spezza in due la faccia. Il cuore, il cuore, il maledetto bastardo. Spingi sulle gambe, cerca di raggiungerlo, lo stronzo che ti ha scippato. L’età non conta, quando sei allenato. No? Non sei più allenato a sessantacinque anni, ma vuoi farti fregare dal maledetto che ti ha appena scippato della pensione? Tu? Un ex poliziotto? Vuoi entrare nel girone infernale delle barzellette che non fanno ridere? E allora corri, pesta i piedi sull’asfalto, fletti i muscoli delle cosce: hai mica dimenticato come si fa?
Troppe sigarette: ha ragione Anna, tutto sommato. Quando ti dice: “Gianni, tu fumi troppo”. E tu che grugnisci per non risponderle male. Ma smetterai, ridurrai la quantità di bionde che ti leccano le labbra e fottono i polmoni. Smetterai. Perché non esiste che ti fai scippare la pensione appena presa dal più stronzo dei drogati che impestano l’aria, con i loro fiati che sanno di cervello in putrefazione. No, non tu, tu che quando eri più giovane, i drogati li pestavi a sangue se erano troppo eccitati. Cos’è: la fottuta legge del contrappasso?
Ma, ecco!, il bastardo rallenta. Gianni, basta solo che acceleri un po’. Quella fitta al torace: ignorala. È solo un crampo, un crampo perché dopo due anni ti sei rimesso a correre senza essere allenato, sui marciapiedi, nel freddo più freddo che hai mai visto, a inseguire il ladro che ha rubato al poliziotto.
Se non fosse per la mancanza di fiato l’avresti già preso, ma l’aria proprio non ce la fa a scendere nei polmoni. È come aspirare da una cannuccia zeppa di polistirolo.
-Fermati, bastardo, fermati…. Io… devo… fermarmi…
Cos’è questa fitta, cos’è questa roba che sembra spaccarti il cuore? Cos’è…

2.
M…., 12/12/20…. h. 18,00
Lavorare di notte, quando fanno meno tre gradi è il mestiere più bello del mondo. Anche se devi rovistare nella mondezza. Perché col freddo la puzza non si sente. Perché ci sei solo tu e il freddo che ti taglia la pelle e l’aria che ti ghiaccia i polmoni. A me, quest’inverno così rigido, così fuori dal comune, piace. Mi piace far parte di un evento unico, senza precedenti: la vita è così breve che vale la pena pensare, in punto di morte, di avere partecipato a qualcosa di eccezionale. Che non hai vissuto una vita monotona, anonima, scialba.
Io e Mikail, sempre in coppia: lui guida il camion e io scendo a terra, sto dietro al compattatore, e controllo che vada tutto bene. A Mikail il freddo non piace anche se viene dalla Russia e dovrebbe essere abituato. Curioso. Una decina di gatti stanotte avevano fatto una piazzola di pellicce nell’angolo più nascosto del vicolo. Sembrava una sola grande bestia fatta di tante piccole bestie che respiravano come mantici. Un patchwork animale. Ogni tanto gli lascio gli scatoloni, per farli riparare, ma questa notte i vicoli sembravano completamente vuoti di cartoni e ripari. I cassonetti, invece, sono sempre pieni di robe abbandonate, che non servono più; cibi mezzo assaggiati, involucri e confezioni di cose che domani finiranno nella spazzatura.
Mi piace questo lavoro, perché non devo parlare alla gente e posso godermi in pace le notti. Ogni notte è diversa dalle altre. Stanotte, per esempio, si vedevano Venere e la Luna, vicinissimi. Se avessi una ragazza la porterei con me, nei giri di raccolta, a farle vedere come sono diverse le notti. Com’è diversa la notte d’inverno da quella d’estate.
Ma alle ragazze non piace il lavoro che faccio: lo trovano ripugnante. Pazienza. Mi accontento delle notti in solitaria.
Poi, ecco, ci sono cose che fanno cambiare improvvisamente la notte. E ti fanno fare l’alba in attesa di una spiegazione. O del permesso di tornare a casa. Come quando trovi il cadavere di qualcuno, steso in un vicolo, coperto da un cartone di pizza. Come quando trovi il corpo di un ragazzino; un corpo dove la carne è meno dei buchi che l’hanno sforacchiata. E stai fermo nel vicolo, a guardare la bestia di gatti che si risveglia, mentre Mikail si accende l’ultima sigaretta del pacchetto, a guardia di un bambino ammazzato, in attesa che la polizia venga a darti il cambio.

3.
Stralcio dell’interrogatorio.
Trascritto da’agente Peroli. addì 11/12/20.. h. 14.00
Io mi chiamo Daniele, ho tredici anni e sono il capo dei Cinque Folli. Il nome l’ho scelto io, mi è venuto in mente vedendo il film di Tarantino, quello con La Sposa. Oltre a me ci sono Pino, Marcello, Antonio e Michele. Michele lo chiamiamo “Patata” perché ha proprio la faccia che sembra una patata. E pure il corpo è fatto così.
Insomma. Oggi saremmo dovuti essere a scuola, perché è venerdì, ma non mi andava tanto di andarci per la prof di storia che voleva interrogarmi e io non avevo studiato, perché non me ne frega niente di Napoleone: che mi frega della storia della Francia?, così abbiamo deciso di fare sega. Cioè, di starcene in giro. E gli zaini li abbiamo lasciati da mia nonna che tanto è vecchia, nessuno se la fila a casa mia ed è sempre ferma alla domenica. Infatti stamattina quando le ho detto: “Nò, ti lascio le borse poi vengo a prendermele”, lei mi ha chiesto se ero andato a messa. Finché non muore, posso fare sega senza problemi.
Quindi, dicevo, siamo andati in giro, poi Patata ha detto che faceva troppo freddo e dovevamo trovare o una casa o qualcosa per riscaldarci. Da mia nonna no perché puzza sempre di pipì e di vecchio e la badante rumena si incazza se trova gente in casa. Così abbiamo messo insieme sei euro e sono andato a comprare un pacco da venti di Marlboro. Rosse. Roba forte. E un accendino di plastica. Il tabaccaio è un povero fesso, gli ho detto che avevo sedici anni e mi ha creduto. Capirai, avrà avuto paura che gli sfasciassi le vetrine se iniziava a fare storie.
E poi, con le sigarette, siamo andati nel vicolo. E Marcello non voleva fumare perché aveva paura di morire come sua zia. E gli ho detto che se non fumava gliela ficcavo su per il culo la sigaretta. Accesa. E allora ha fumato. Però gli è andato di traverso il fumo e ha iniziato a tossire, sembrava che gli dovessero uscire gli occhi fuori dalla testa.
E poi ha continuato a tossire e a camminare all’indietro e a ogni colpo di tosse faceva un passo indietro. Ed era una cosa stranissima da vedere che l’abbiamo pure ripresa coll’Iphone. E a forza di andare indietro è caduto addosso a un pannello di cartone. Ed è finito dentro una cantina. E quando siamo andati a vedere dov’era finito quel coglione, lui ci ha chiamato e ci ha fatto vedere la roba. Un sacco di roba. Anzi: parecchie bustine di roba.
E gli altri hanno detto: -Ma è cocaina? Che facciamo?
E io, che sono il capo, perché so quello che bisogna fare, gli ho tolto la busta con le bustine dalle mani e gli ho risposto, semplicemente, da capo: -La spacciamo.

4.
Oddio. Riesce a pensare solo questo: oddio.
Il vecchio è a terra, sembra non respirare più. È blu. La faccia, è blu. Le labbra, invece, sono viola. Sembra un cazzo di puffo.  È stecchito, pensa. Fa finta di non capire che è stecchito, ma si vede che su quel marciapiede ci è stirato.
Pensa solo una cosa: oddio.
Non è: Oh, dio. Non è un’invocazione. È piuttosto come dire: cazzo, cazzo, cazzo. Tre volte. Ma è più efficace. Oddio suona come Orrore. Oddio suona come manette. Oddio suona come calci in faccia e crisi di astinenza. Oddio suona pure come scusa, vecchio, non volevo che stirassi.
La gente si sta avvicinando al vecchio, lui si è fermato proprio sulla soglia del marciapiede, nella sezione bianca, lo scalino. La borsetta da pensionato del pensionato appena morto abbracciata sul torace. La gente guarda il vecchio, uno lo smuove con la punta della scarpa, ma piano, un po’ schifiltoso. Lo sente che dice: -È morto.-; quell’uomo è un genio.
E ora li sente parlare, borbottano tra di loro. La gente nei cappotti e nei piumoni dei cinesi, quelli con il colletto di pelliccia di cane. Guardano il vecchio che a terra imita una forchetta e poi seguono la scia della fuga. E alzano gli occhi e lo fissano.
Se non avesse bisogno di una dose.
Se non gli avessero fregato la scorta che aveva nascosto così bene.
Cazzo. Anzi, oddio. Perché la roba nemmeno era sua, ma di Beppe Santerpino. E Beppe Santerpino è uno che ti fa crepare di overdose ma prima ti spezza tutte le ossa se scopre che qualcuno lo ha fregato.
E non ci sono cristi né madonne. Perché a Beppe Santerpino non gliene frega un cazzo dei pusher. “Hai la tua roba, ma devi venderla per me. Io non ti faccio pagare le tue dosi, se sono ragionevoli. Se non sono ragionevoli, tu muori”, glielo aveva detto tanto chiaramente che non c’era bisogno dell’interprete.
E aveva pensato che se riusciva a portare i soldi a Santerpino, se riusciva, magari, prima a farsi un buco, poi le cose si sarebbero messe bene.
Ma il vecchio era morto. E la gente nei cappotti e nelle sciarpe iniziava ad additarlo. E cinque o sei cellulari avevano iniziato ad attaccarsi alle orecchie di quelli che lo additavano.
E capì che era meglio andarsene.
E allora fece un paio di passi, oltre il marciapiede, sull’asfalto, a marcia indietro, per osservare i movimenti della gente che lo indicava ma non si muoveva. E quando si voltò e vide il grosso furgoncino che gli veniva addosso, subito dopo la curva, era troppo tardi pure per pensare: oddio.

5.
-Tu devi starmi a sentire, perché non me ne frega niente di quello che pensi tu, e della morale e dell’etica e delle fregnacce che ti piacciono così tanto. Non me ne frega niente. Tu devi fare quello che ti ho detto perché, sennò, dico a qualcun altro di fare quella cosa. E di farla prima a te, come premio. Perché tu mi devi rispetto e non lo devi dimenticare.
-Sì boss, lo so.
-E quindi, che hai deciso?
-Che faccio quello che mi hai chiesto.
-Senza fare storie?
-Senza fare storie.
-Bravo. Fallo adesso, fallo stanotte. Quello stronzetto la deve pagare. Un Porsche nuovo, figlio di puttana. Un Porsche nuovo, appena arrivato, che puzza ancora di fabbrica. E tu, figlio di una cagna in calore, tu vieni a rigarmelo così? Tutte e due le fiancate? Non fai prima a spararti in bocca, se hai deciso di suicidarti?
-Certo boss.
-E adesso levamelo dalla vista. Ma non sporcare in casa: sparagli in giardino. Anzi, fai una cosa più di classe: lo leghi a una delle sagome per le esercitazioni e lo usi come bersaglio. Provaci il nuovo Kriss Vector. Ma che soffra, il piccolo stronzo.
-Dove lo devo lasciare, dopo?
-Lontano da qui. Uno dei vicoli di questa città del cazzo. Vicino alla mondezza. Tanto per farlo stare in famiglia.

6.
Elena non ne vuole più sapere.
Non me lo ha detto ma lo so. L’ho capito. Forse vorrebbe che fossi io a dirle: basta, è finita. Ma come può pretendere che le dica una cosa del genere? Come può, una persona dotata di buon senso, buttare via venti anni di vita insieme così, da un momento all’altro, senza rimorso, senza rimpianto?
Ha un altro, lo so, l’ho capito da come si veste, dal trucco, dalle risate al telefono quando sono appostato, proprio così, appostato, dietro la porta del bagno, a sentirla ridere con un altro che non sono io.
Fa male al cuore, Elena, non far parte della tua felicità, delle tue risate. Fa male al cuore.
La chiamata è arrivata da un netturbino, tale Andrea Di Fondi. L’altro, il compare, non ha detto una parola. Solo le generalità. Non deve fregargliene molto, del cadavere, di noi. Forse è l’atteggiamento migliore: fregarsene di tutti tranne che di se stessi. Chissà, forse dovrei prendere lezioni di indifferenza sociale.
Andrea Di Fondi da quando siamo arrivati non si è mosso dalla parete sudicia del vicolo, un po’ ingobbito, le mani in tasca nella divisa dell’azienda speciale, -se ha freddo non lo fa capire-, sembra un ragazzino, deve essere coetaneo di Giorgio. E quest’altro ragazzino, invece, che sta in mezzo al vicolo, in mezzo alla spazzatura, che i miei ragazzi fotografano e rivoltano con tanta cautela e premura, che è tutto un buco, e non deve avere nemmeno dodici anni.
Ma forse era della stessa stoffa di quei cinque che Peroli ha portato ieri pomeriggio in Questura. I cinque spacciatori minorenni. Bella roba. Dovessi fare un figlio adesso, preferirei farmi castrare. Elena, tu che ne pensi? Lo faresti, adesso, un altro figlio con me?
Dio.
Devo dire a Terenzi che mi riporti in Questura. Non ce la faccio a resistere ancora qua fuori, a vedere Andrea Di Fondi che si guarda la punta delle scarpe e il medico legale che cerca di capire la causa della morte su quel corpo che sembra tanto uno scolapasta.
Meno male che Terenzi è telepatico, nemmeno la fatica di chiamarlo: è lui che chiama me.
-Dimmi, Terenzi.
-La centrale… dovrebbe recarsi all’ospedale.
Elena! Elena sta male? Elena che stamattina aveva una faccia, uno sguardo…
-Mia moglie…?
-No, commissario. Giorgio. Suo figlio. È finito sotto un Fiorino.

7.
Da. Selena367@mail.com
A. dontullio@sanvalerio.it
Oggetto.----
Tullio, non puoi rispondermi così. Non dopo tutto quello che c’è stato. L’sms di ieri sera è una bestemmia. Proprio tu? Proprio tu mi proponi di fare quella scelta? Tullio, tu lo sapevi che questa cosa non poteva avere sbocchi, che dovevi impedirmi di dirti di sì, quella volta. E invece non hai fatto proprio niente, hai lasciato che la mia famiglia andasse lentamente alla rovina, come una spiaggia mangiata dal mare.
Ma questa è una cosa che riguarda anche me. È una cosa che riguarda Eugenio e pure Giorgio. Io ho una famiglia, Tullio, non puoi ignorarlo, io non l’ho mai fatto. Ho sempre pensato a loro, anche quando scopavamo in sagrestia, e tu mi dicevi che dovevamo essere cauti, e continuavi a scoparmi e io ti lasciavo fare, perché volevo che tu continuassi e intanto dicevo di sì, che sarei stata cauta, sarei stata attenta. Ma tu, in definitiva, cosa hai fatto per essere cauto, per essere attento?
E potresti esserlo davvero, un padre. Non quello di tutti, quello spirituale che benedice e dice messa, ma quello che porta al parco giochi un figlio e gli insegna ad andare in bicicletta e che controlla sotto il letto per scoprire se c’è l’uomo nero che vuole mangiarlo.
Perché, nonostante tutte le nostre cautele, sono rimasta incinta, Tullio, e sono incinta di tuo figlio.
E tu che cosa mi rispondi? Dopo tutto quello che c’è stato, dopo tutto quello che potrebbe esserci? Come hai avuto il coraggio di scrivermi quello stupido messaggio? Come hai potuto dirmi: “Elena. Sai cosa è meglio per tutti. Io credo che dovresti abortire”?
Non voglio vederti mai più, Tullio.
Vaffanculo.
Elena.

8.
La morte è una grande puttana.
Fa più freddo fuori che qua dentro.
Lei continua a fissare la faccia di nostro figlio, quello che resta della faccia di nostro figlio, quella metà comprensibile di faccia e ha l’espressione di uno specchio che sta per spaccarsi. La sento balbettare sottovoce.
Quello vicino a lui è il povero disgraziato che aveva scippato. Dicono che fosse un collega in pensione: io non l’ho mai visto.
Ah… Giorgio, Giorgio… che cazzo pensavi di fare?
Mi hai ucciso, sai? E anche tua madre, questa tra un po’ muore pure lei e facciamo l’allegra famigliola di cadaveri all’obitorio. Dove si sta più caldi che fuori, nel mondo dei vivi a tre gradi a mezzogiorno.
Elena, tesoro, andiamocene a casa, anche se hai l’amante, oggi non me ne frega niente. Andiamocene a casa a morire di dolore davanti al camino, a sfasciare mobili e piatti, ma al caldo, lontano da tutti, lontano da questa faccia che sembra nostro figlio ma non è più niente. Non è niente, Elena, andiamocene a casa: cosa ci rimane da fare? Che ci resta per vivere?
-Eugenio…
Sì, amore mio, sì dolcezza, dimmi cosa vuoi ma non dirmi che vai via, non oggi, non uccidermi anche tu, quante volte devo morire in un giorno?
-Eugenio. Io... aspetto un bambino… ma non è tuo figlio.
C’è questo cuore che sembra che si stia schiantando. Ma va bene, Elena, va bene. Se me lo dici così vuol dire che torni, che non te ne vai. E se il bambino è tuo sarà anche mio. Elena, non riesco a parlare, adesso, perché il dolore mi strozza, ma posso abbracciarti, sì. Vieni. Senza parlare. Parlare non serve a niente.

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Ritratto di Pilgrimax

Gran bel racconto! Davvero un puzzle di eventi e personaggi distinti ma correlati tra loro da un destino bestiale, bestiale e maledettamente reale! Oltre all'architettura della trama, il pezzo forte è il finale. Mi ha emozionato molto. La reazione di un uomo disperato, la reazione di un uomo ferito, impaurito e, forse, ancora innamorato... Bello, davvero bello!