Lo sguardone (di MasMas)

L’ufficio anagrafe aveva tre sportelli al pubblico. Quel pomeriggio uno solo era aperto. Di fronte, nella sala d’aspetto, le cinque sedie erano occupate da persone in attesa, e attorniate da altre in piedi. Ognuno con il proprio biglietto in mano. C’era chi lanciava occhiate a chi era allo sportello, sbuffava o guardava la pala al soffitto che ruotava, piano. O sventolava opuscoli verso le gocce di sudore che imperlavano la fronte, si spostava da una gamba all’altra, tossicchiava.

Una signora obesa sulla cinquantina tirò il collo della maglietta e sospirò verso un anziano: “Ma quanto ci vuole?”

Quello, con la camicia sbottonata fino alla pancia: “Già, con questo caldo.”

Un signore in casacca arancio e pantaloni da lavoro li osservò e sbottò: “Di venerdì pomeriggio, solo uno sportello aperto.” Poi guardò l’uomo che aveva accanto, in cerca di uno sguardo d’intesa.

Quello non reagì. Era l’unico che non sembrava turbato, immobile e senza una goccia di sudore, nonostante camicia dal colletto alto e stretto, papillon sottile, pantaloni neri, giacca dallo scollo largo con un accenno di code dietro. I capelli perfetti con la riga, le mani conserte unite sul ventre.

L’uomo in arancio continuò verso l’interlocutore impassibile: “Vorrei sapere cosa fanno gli altri impiegati.” Controllò il suo numero: A957, poi il tabellone: R739. Aprì la bocca per dire altro al tizio ben vestito, ma era sparito.

 

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Nel corridoio dietro gli sportelli, una macchina fotocopiatrice stava sfornando fogli con rumore ronzante. Davanti a essa una signora vestita di verde, mano appoggiata sul coperchio, stava di tre quarti a guardare un altro uomo, camicia dalle maniche arrotolate e bicchierino di plastica in mano, appoggiato al muro accanto.

Il tizio le sorrise: “La prima recita. Deve essere emozionante.”

Alla donna brillarono gli occhi: “Già. Mi sembra ieri che Jennifer ha cominciato la scuola, e il primo anno è già finito.”

L’uomo guardò il caffè fumante e ci soffiò: “Vedrai come passa il tempo. Un momento e ti chiederà le chiavi della macchina.”

“Ma va là!”

Un foglio scivolò troppo avanti sul fascicolatore e cadde a terra.

La donna lo guardò e si chinò a prenderlo ma una mano la anticipò e lo raccolse.

La signora ritrasse il braccio e alzò lo sguardo, a dieci centimetri aveva un volto. Gridò: “Ah!” e si drizzò di scatto.

Davanti aveva l’uomo in giacchetta e papillon; che si raddrizzò, impettito, e porse il foglio con scritto: ‘I A, recita di fine anno. Titolo: La vispa Teresa.’ Guardò la donna e l’altro, poi: “La signora ha perso questo foglio. Pensa di averne ancora bisogno, la signora?”

Quella glielo strappò di mano: “Lei chi è? Da dove è sbucato? Mi ha fatto prendere un colpo.”

L’uomo con bicchiere lo ammonì: “Cosa vuole? Questa zona è riservata al personale. Deve andare via.”

L’accusato unì le mani sul ventre: “Non è mia abitudine ricevere più domande in contemporanea. Ma se i signori avranno la pazienza di ascoltarmi, potrò rispondere a ognuna in ordine. Ordunque, il mio nome è Conseil, domestico. Inoltre, provengo dalla sala d’aspetto. Infine, la persona accanto a me in quella stessa sala, mi ha posto un dubbio, che ho giudicato meritevole d’attenzione. Dato che il mio padrone mi ha mandato per il mondo per capire come funziona.”

La donna balbettò qualcosa: “Padrone? Che dubbio?”

Il collega aggrottò le sopracciglia e concluse: “Dubbio o no se ne deve andare. Lei non può restare qui.”

Conseil batté due volte le ciglia: “Mi rincresce contraddire il signore, ma il mio padrone mi ha dato un compito e non posso venirne meno, anche fosse a rischio la mia vita.” Infilò la mano dentro la giacca: “Inoltre, mi ha fornito tutti i mezzi atti a rendere il mio compito possibile, se non agevole.” Porse una busta.

La signora la prese e l’aprì, conteneva dei documenti. Estrasse il primo, un po’ ingiallito, lo scorse e commentò: “Oddio.” facendolo vedere al collega. Prese un altro foglio, poi un altro e un altro.

Il tizio dietro puntò il dito sul primo: “È questo il suo padrone?”

Conseil accennò l’incurvare in su di un angolo della bocca: “Il signore ha indovinato.”

“Ma, ma è morto.”

“Il signore ha di nuovo ragione. Ciò non toglie validità a questi atti, che vi prego di riconsegnarmi. Sono certo fotocopie, ma ci tengo ad averli sempre a disposizione.”

I due interlocutori gli restituirono le carte, guardandosi.

Conseil rimise la busta all’interno della giacca, poi: “Ebbene, come dicevo, se i signori fossero tanto gentili da spiegarmi perché sono qui a parlare invece che allo sportello a servire i contribuenti, potrei ottemperare al compito affidatomi e garantitomi da questi documenti.”

L’uomo attese pensieroso, poi gonfiò il petto: “Senta, permessi o non permessi, non ho intenzione…”

L’interruppe il gomito della signora che sussurrò a denti stretti: “Cosa dici! Non hai visto tutti quelle carte? Rischiamo chissà cosa!”

“Ehi, ma…”

“Ma che? Se vuoi rimetterci il posto fai pure, ma io non voglio finire nei guai. Per cui rispondi.”

“Va bene.” Tornò su Conseil: ”Sono in pausa caffè.”

Questi alzò appena un sopracciglio: “Da un’ora?”

Il tizio strinse bene tra le mani il bicchiere di carta: “Si deve ancora raffreddare.” E ci soffiò sopra.

 

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Al quarto piano del palazzo del comune l’ascensore si apriva su un corridoio. Le porte recitavano: ‘Nucleo di valutazione’, ‘Segreteria generale’ o ‘Comitato di direzione’. Una delle ultime diceva ‘Direttore affari generali’. Dentro, una stanza con un’altra porta, a sinistra sedie e a destra una scrivania. Dietro, una donna riccia con occhiali tondi, testa bassa sul telefono cellulare tra le mani.

La porta d’ingresso si aprì, entrò un uomo in giacca e cravatta, pochi capello grigi e un sorriso di denti giallognoli.

La donna si rizzò sulla sedia, guardò l’orologio sul muro segnare le dieci meno dieci e sorrise: “Buongiorno direttore.”

“Un buon giorno davvero! Avresti dovuto vedere che sequenza.” e mimò un colpo con una mazza da golf immaginaria.

La segretaria guardò il computer: “Bene, direttore.”

L’uomo si avvicinò alla scrivania: “Ho battuto il mio record di precisione sui drive. Ottanta percento!”

La donna tornò ad alzare gli occhi: “Allora complimentiiiIIIII!” Saltò sulla sedia spostando lo sguardo alla destra del capo.

Questi batté gli occhi, seguì lo sguardo della donna e: “Ah!” scattò ad allontanarsi dal soggetto che aveva a un metro accanto: camicia, papillon, giacca con le code, e sguardo impassibile.

“Ehi! Accidenti, lei chi è? Cosa ci fa qui?”

Conseil parlò con la solita flemma: “Due domande insieme. Se il signor direttore lo permette, risponderò prima all’una: Conseil, domestico. Poi alla seconda: dovrei essere messo al corrente dei dettagli del funzionamento del vostro servizio.”

L’uomo riprese il controllo, tirò i bordi in basso della giacca e aggrottò la fronte: “Cosa dice? Ha un appuntamento?”

Conseil infilò la mano nella giacca: “Non del tutto, o molto di più, a seconda dei punti di vista.” Allungò la busta dei documenti all’interlocutore.

Questi la prese, la aprì, estrasse il primo foglio e allungò la busta alla segretaria. Lesse.

Scorse sull’intestazione della Presidenza della Repubblica, passò veloce sul testo e andò in calce a guardare le firme. Mostrò il documento alla segretaria che ne stava guardando altri: “Non ci credo.”

La donna gli allungò altre carte. Il primo foglio aveva scritto ‘massimo riserbo’ ed era intestato ‘SISDE’ e ‘SISMI’. Un altro era del parlamento, e altri ancora di istituzioni, organizzazioni, società. Alcuni erano in diverse lingue straniere. In cirillico. In alfabeto arabo o ideogrammi.

Il direttore sbarrò gli occhi: “Questo sarebbe il tuo padrone, quello di tutte queste firme? Lui?”

“Se il signor direttore accenna al pluri deputato e pluri senatore, financo a vita, più volte presidente del consiglio, ministro in innumerevoli dicasteri, eccetera eccetera eccetera, direi di sì, lui.”

La segretaria guardò il suo capo: “Incredibile.”

“L’uomo più raccomandato al mondo.”

“Ma saranno veri questi documenti?”

“Lo scopriremo, ma per adesso…”

L’uomo si rivolse a Conseil e prese un grosso respiro: “Sembra che non la possiamo cacciare via.”

“Il signor direttore ha ragione.”

Un altro respiro ancora più grosso: “Quindi, ci dica, ha intenzione di rimanere lì imbambolato per tutto il giorno?”

“Può darsi.”

Terzo respirone: “Ah, può darsi. Senta, noi qui abbiamo delle cose da fare, sa?”

Conseil alzò l’angolo della bocca: “Immagino, dato che il signor direttore è arrivato tanto tardi.”

“Ma come si permette? Non potevo certo lasciare perdere una sequenza tanto positiva!”

“Capisco. D’altra parte il modo di pensare dei suoi dipendenti sembra analogo al suo.”

“Cosa sta dicendo adesso?”

“È appunto per questo che sono qui, dovrò dilungarmi in qualche parola in più, a questo punto. Stamane facevo la fila all’unico sportello aperto dell'ufficio anagrafe. Un avventore come me si chiedeva cosa facessero i dipendenti invece che aprire gli altri due sportelli. Mi sono così recato nel retro, dove ho posto la domanda a due impiegati, intenti a fotocopiare il materiale per la recita della scuola della figlia. Mi hanno spiegato come fossero in pausa caffè, da un’ora. Così sono venuto qui da lei per informarmi alla fonte.”

Il direttore gonfiò il petto: “Le sue parole sono gravi. Quei due rischiano una nota di demerito.”

“Quindi se qualcuno utilizza l’orario di servizio per intraprendere attività non istituzionali, va segnalato al superiore?”

“Certo.”

“Molto bene, il signor direttore mi ha dato un ottimo spunto.”

 

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Più tardi, il sindaco ricevette una visita inaspettata, durante un colloquio con alcuni imprenditori del territorio.

Quella sera, l’assessore dovette far apparecchiare un posto in più, in fretta e furia, alla cena con le associazioni di volontariato.

La mattina dopo fu il presidente della regione a trovarsi un domestico nel bagno.

 

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A pranzo, nel suo ufficio dominato dalle librerie alle pareti, il Ministro degli Interni stava mangiando le trofie al pesto da tre euro mentre rileggeva un discorso su dei fogli scritti a mano.

Leggeva, alzava gli occhi, muoveva la bocca senza fare alcun suono, mangiava una forchettata e tornava a leggere.

Alzò, ripetè ma questa volta parlò: “Ehi!”

Di fronte a lui Conseil sollevò l’angolo della bocca: “Buongiorno.”

Quello lo squadrò: “Lei chi… ma…” poi spalancò gli occhi: “Sei tu, sei tornato! Dovresti essere morto, dopo tutto questo tempo. Invece, sei sempre uguale. Cosa sei, immortale?”

“Il signor ministro ha proprio ragione.”

Commenti

Ritratto di Borderline

Non sarebbe male esistesse una coscienza immortale di questo tipo, un gatto da guardia per impiegati e direttori poco ligi e molto seccanti per noi poveri cittadini :). Ho tutta l'idea che se avesse un altro carattere, si sarebbe perfino arrabbiato che tu l'abbia fatto finire nel mondo della PA peggiore :P.

La narrazione scorre, un bello stralcio che fra le righe racconta qualcosa che viviamo tutti i giorni!

Ritratto di masmas

Anche se mi sento sooolo! :) 

Dannata ciurma vacanziera... :)