#2 Il figlio dell'arcobaleno (di AlessandroPilloni)

Erano calci. E poi pugni. E le sorrideva crudele. Non era necessario la colpisse. Le poteva colorare la pelle, farla soffrire sino all’estasi del martirio. Era cattivo. Era la mamma. Aveva detto che non mi avresti fatto del male. Dammele. Perché le vuoi? Dammele. Non le ho io. Dammele. Posso smettere, le diceva. Dammele. E la smetto. Le vuoi? Le vuoi davvero? Le vuoi ancora?, gridava lei con i denti della bocca storti.

Il problema grosso coi bambini è che credono a qualunque cosa gli si dica. Direte che ce ne sono tanti altri di problemi coi bambini, ma questo è senza dubbio il più grosso: credono!

Così, se dici ad un marmocchio che è figlio dell’arcobaleno, lui ci crederà. E se è un bambino con il dono, ci crederà talmente tanto da farsi adottare. Dall’arcobaleno, intendo.

Il problema grosso con gli adulti è che non godono l’attesa. Direte bene che ce ne sono tantissimi altri di problemi con gli adulti, ma questo è senz’altro il più grave: agiscono!

Così, se un adulto pensa che le cose non stiano andando come dovrebbero, anzi come vorrebbe, agisce senza pensare alle conseguenze, senza aspettare un esito per le sue azioni.

Il problema grosso con la gente è che esiste. Esagerato, direte! Senza la gente non esisterebbe la vita. Senza gli altri non avremmo nemmeno contorno. Forse non esisteremmo nemmeno. Senza gente, però, esisterebbe lo spazio. Quel luogo di conforto necessario a ciascuno. Fate conto di essere una bolla di sapone. Fate conto di essere circondati da altre bolle. Che pretendono il vostro spazio. Che vi precipitano addosso. Che vi stringono fino a farvi scoppiare. Il problema grande con la gente è che pensa che esistere sia un diritto: un diritto solo suo.

Così, se la gente pensa di avere il diritto di fare ogni cosa, può farla a chiunque.

Quel giorno pioveva ed era tutto di un solo colore. Grigio. Diluviava. Ogni cosa era bagnata, e Sonnie era praticamente acqua che camminava sotto l’acqua. Un ombrello ce l’aveva, ma non poteva aprirlo, perché si era rotto. Si era rotto sulla sua spalla. Il fatto è che quando si era rotto non stava piovendo, però la mattina, al momento di uscire per andare a scuola, minacciava, per questo la mamma gli aveva consigliato di prenderlo. E quando si era fracassato sulla sua spalla, non ce lo aveva nemmeno lui in mano. Lo stringeva forte un suo compagno di classe. E tutti in coro gridavano – Dagli all’uomo macchia! Così lui gliele aveva date. Questa volta era stato l’ombrello sulla spalla. Altre volte erano stati calci sulle cosce, pizzicotti sotto le ascelle, schiaffi sulla testa, pietre al petto, pestoni sui piedi. Ed ogni volta la pelle di Sonnie si colorava. Colori lividi, tendenti al lilla scuro, tra il viola ed il nero. Come tante prugne schiacciate.

Ora correva sotto la pioggia, piangendo. Correva tenendosi la spalla con la mano. A sorreggere il dolore. Ad accarezzarsi la prugna schiacciata. Correva per arrivare a casa prima di quell’uomo. Quell’uomo non le accettava certe cose. Normalmente, sarebbe andata in un altro modo. In altre case probabilmente ci sarebbero stati abbracci, consolamenti, protezione. Lì, dove viveva Sonnie, c’erano invece tapparelle abbassate, silenzio, scale che facevano cadere, pavimenti che facevano scivolare, mani magiche che ti coloravano la pelle, bugie da dire ai dottori.

Tu sei il figlio dell’Arcobaleno! – gli disse la mamma, accarezzandolo dolcemente. Quelle che aveva sul viso non erano macchie, erano impronte. Le orme delle carezze colorate di suo Padre. Non di quell’uomo che li teneva prigionieri in quella casa. Del suo vero Padre. Piangeva, mentre gli rivelava il segreto della sua nascita. Piangeva e quasi avrebbe voluto fosse vero. Che realmente un ponte di colori li potesse portare via, facendoli scappare dalla finestra verso un forziere di monete luccicanti, in un mondo contrario a quello in cui erano costretti a vivere.

Vennero fuori improvvise, alla nascita il suo incarnato era perfetto: sembrava la porcellana di una bomboniera. Quell’uomo, quello che nei documenti chiamavano padre, provò ribrezzo - che già l’avere avuto un figlio con questa donna quasi sconosciuta che ci si era aggrappato alle cosce tre o quattro volte gli aveva creato non poco disturbo. Ma gliel’avrebbe dimostrato, il suo amore! Oh, se lo avrebbe fatto!

La madre lo amò, invece, ma la gente – l’altra gente, quella che infesta il mondo – smorfiava sorrisi. Carino – diceva, ma non lo toccava. E i bambini, oh i bambini – che spasso che sono! – gli diedero nomi e cognomi a quelle macchie, e soprannomi pure. E canti e rime e sberleffi vari. E poi sberle davvero, girotondi vietati, le mani che schifo non toccarmi! Magari è contagioso! Dagli all’uomo macchia!

E Sonnie restava da solo a piangere, a chiedere perché, a strapparsi la pelle con le unghie, a graffiarsi il viso. E non ti sai difendere, non vali niente, mi fai schifo! Ti piacciono le macchie, eh! Te ne faccio venire altre! Oh, e anche la mamma le adorava le macchie, e le contava sulle braccia. Poi quell’uomo beveva ancora e sveniva da qualche parte. E Sonnie lo pregava. Pregava suo Padre, quello vero. Aspettava la pioggia e pregava. Portami via. Portaci via. Qui è tutto grigio. Portaci dove ci sono i colori.

E quel giorno che tornava a casa piangendo, con il dolore sulla spalla per un ombrello spezzato, con la pioggia che tutto lo bagnava, suo Padre gli parlò e gli fece un dono: una sacchetta con dentro cinque biglie colorate.

Il problema enorme della vita è che va avanti. Non ti lascia il tempo di correggere gli errori, di riparare i guasti, di guarire una ferita. Perché nel momento in cui correggi, ripari, guarisci la vita è già passata. Tutta quella serie di momenti in cui eri sbagliato, guasto, ferito non potranno essere modificati. Ti volterai a cercarli e li ricorderai, ma non potrai toccarli, non li potrai cambiare. Così, se ti capita qualcosa di davvero sconvolgente, puoi solo subirla e continuare a pensarci, anche in eterno se vuoi. Puoi chiederti – ma se avessi fatto così oppure così – insomma fantasticare, ma altro non puoi fare. O forse no. Forse mi sbaglio.

Sonnie attraversò la soglia di casa, quel giorno che pioveva, senza aprire la porta. La porta di casa sua aveva una tinta marrone, ma forse più simile al giallo. Sonnie infilò la mano nella sacchetta che suo Padre gli aveva donato e afferrò la piccola sfera del colore più simile alla porta, e desiderò qualcosa. Non seppe spiegarsi perché proprio quel desiderio, tra tutti. Forse perché sentì quelle urla di paura e dolore. Forse perché riconobbe la voce della madre. Forse perché pensò di dover fare più in fretta. Fu solo allora, una volta superata quella soglia, che d’istinto afferrò tutte insieme le cinque biglie colorate. Fu solo allora che tutto si fece trasparente, e poi buio, e poi luce, e poi prisma e poi cinque.

Com’è andata, oggi a scuola? – Gli chiese con dolcezza la mamma. Sonnie le sorrise con gli occhi e la abbracciò. Le braccia di lei lo avvolsero e gli toccarono la schiena livida, ma i lividi erano già spariti, prima ancora che le braccia si congiungessero. La baciò come un figlio amoroso e corse a lavarsi le mani per il pranzo. Si guardò allo specchio e la biglia rossa galleggiava sul palmo della sua mano. Il suo viso candido, con la pelle levigata, immacolata. Non è successo niente di ché, oggi, tutto tranquillo – rispose alla mamma.

Suo padre rincasò, gli scapigliò i capelli per gioco e poi risero a tavola.

Contemporaneamente, Sonnie aprì il diario. La copertina di un supereroe. Un consiglio – gradito – del dottore. Lo aveva fatto parlare tanto, le prime volte. Gli aveva chiesto di esprimere le proprie sensazioni. Cosa provi, come ti senti. Le proprie paure. Non voglio perdere ancora il controllo. Non lasciare che i rimorsi ti corrodano. Non lasciarti sopraffare dai rimpianti. La vita prosegue. La vita va accettata. Scrivile queste sensazioni. Ingabbiale, le tue paure. Inchiodale alla carta e falle prigioniere. Fu per questo che mise un piccolo lucchetto al diario. Per scrivere usava una penna a cinque punte. Cinque punte di cinque colori diversi: blu, rosso, verde, giallo e violetto. Era complicato con una sola mano, ma le faceva uscire tutte insieme e tracciava le linee multicolore, perché solo così le parole prendevano vita. Poi morsicava la biglia verde, tenendola in bocca, come una caramella dura. Quando faceva più male morsicava più forte, sino a che le parole esauste non morivano sulla pagina. Poi le sigillava.

Altrove, nello stesso istante, Sonnie gli tese la mano e lui la rifiutò. Gliela tese ancora. E fu respinta ancora. Si guardò intorno, al terzo tentativo: tutti in cerchio i compagni di classe, a recintare lo scontro da occhi indiscreti – l’ultima volta gli insegnati li avevano interrotti a metà. Sonnie ci voleva provare. Non erano due bestie in un’arena. Erano esseri umani. Lui, almeno, sapeva di esserlo. Ma quell’altro ragazzino che gli stava davanti, tronfio della sua volgarità mentre lo insultava, beandosi della propria forza bruta in attesa di prenderlo a calci, quello forse no, tanto umano non lo era. La accarezzò, la biglia gialla che teneva al collo, ulteriore motivo di scherno, ennesima scusa per gli altri di avere diritto di farlo tappeto per le loro scarpe sporche, o latrina per le proprie pisciate – sì, anche questo. Ma ci voleva provare, a fargli capire che era solo un cliché, che questa sua spavalderia la ostentava solo perché doveva riempire il vuoto incomprimibile che aveva dentro, che quella esaltazione da applausi da claque lo stava rendendo schiavo del suo stesso stereotipo. Voleva riuscisse a capire tutto quello che adesso riusciva a capire lui.

L’avrebbe pure condivisa con lui, e con tutti gli altri, questa nuova percezione, velocità di pensiero, capacità d’analisi che suo Padre gli aveva donato. E lo fece. Prima che gli torcesse il braccio, nel quarto tentativo di mano tesa e glielo spezzasse ancora, Sonnie afferrò e strinse la biglia gialla e lo desiderò. E l’altro capì, illuminandosi. E capirono gli altri. E qualcuno chiese scusa. Qualcuno pianse. Qualcuno lo abbracciò.

In quel preciso momento, Sonnie smise di piangere e poi ricominciò. Più forte. Stringendosi il petto, a volersi consolare il cuore. Ma non ci riusciva. Non sapeva che farsene della presenza degli altri, delle veglie sofferte, dei silenzi pesanti, di tutte le parole dette e non dette, comunque inutili. Quell’uomo non sarebbe ritornato. Non lo avrebbe più colpito. Non lo avrebbe più ferito. Ma non lo avrebbe più mancato, non lo avrebbe più implorato per un perdono necessario. E lui non lo avrebbe più odiato, non lo avrebbe più amato, per poi odiarlo ancora. Quell’uomo era lì, in quel corpo, ma come ricordo e rimpianto. Quell’uomo non esisteva più. La mamma gli diceva sì forte, tutti gli dicevano sì forte. Ma ciò che voleva Sonnie era solo consumarsi in pianto, era solo sentire il sapore di quelle lacrime che colorava di blu. Era il colore della sua anima, e voleva che tutti la vedessero. La biglia blu risplendeva incastonata nell’anello che aveva sopra l’occhio. Le chiese più sofferenza e lei gliene diede un baratro eterno, affinché vi precipitasse senza fine.

Dopo che ebbe attraversato la porta galleggiandoci dentro, tutto era diventato fluido. La mano infilata nel sacchetto di biglie colorate. Li vide quasi senza guardarli: la mamma supina, col labbro spaccato, un occhio infossato, e quell’uomo col braccio alzato, il pugno armato. E lo desiderò. Semplicemente. Che morisse, nel modo più atroce, soffrendo violento, perdendo il respiro. E le biglie lo fecero. Gli presero il coltello dal pugno e lo strisciarono sul collo e poi sui polsi e poi piantato nel petto. E quell’uomo spruzzò. Sangue e paura. E puzza e feci. E morì. Morì come si doveva. Con rabbia ed odio. Poi guardò la mamma. Siamo salvi, voleva dirle. E anche lei lo guardò, ed iniziò a tremare. Perché era colpa sua. Della sua debolezza. Perché erano vittime. E c’era un solo modo per salvarsi.

Fu allora che le vide, mentre la mamma vibrava di terrore, le quattro biglie colorate, sparpagliarsi, sfuggirgli. Così le aveva inseguite, come ai quattro punti cardinali. Ed era rimasto fermo, immobile al centro, mentre gli altri quattro le inseguivano. Lui stringeva la biglia viola così forte che la vide penetragli nel palmo, la vide fondersi e diventare livido, macchiargli la pelle, diventare ferita. Io sono ferita, disse Sonnie digrignando i denti. E le sentì bruciare, quelle sul viso, quelle sulle braccia, quelle sulla schiena, quelle su tutto il corpo. E forse fu Sonnie a capirlo, o Sonnie, o Sonnie.

Il primo comunque fu Sonnie: la sentì vibrare. La biglia gialla gli parlò. Gli disse che qualcosa non andava. Che erano tutti in pericolo. Capì. Anche se era assurdo da capire. E seppe cosa c’era da fare. Seppe a cosa doveva rinunciare. Fu il primo. Mamma, ho qualcosa da darti. Voglio che tu la nasconda. Voglio che non sappia più dove sia. Sonnie non la deve trovare. A te non farà del male. A me ne faranno. E anche agli altri. Ma Sonnie non ne farà più. Glielo dobbiamo impedire.

Devo trovare gli altri. Devo riunirle prima che lo faccia lui. Lo devo salvare. Ti devo salvare!

Sonnie capì. Capì che l’unico modo per placare il dolore di quelle fiamme che gli bruciavano la pelle era ritrovarle. Tutte e cinque. Riunirle per ottenere quel potere. Quel potere che tutto permetteva, che tutto creava, che tutto corrompeva. Mentre sentiva il sapore di cuoio di quelle scarpe bambine sulla bocca, che gli squarciavano le labbra, lo pensava e lo sapeva. Era durata poco la tregua. Perché allo schifo si ero aggiunta una sorta di timore inconscio. E tutti più che lontani da lui. Distanti, ma come anni luce. Come altri mondi. Ma poi il diverso non è da cacciare, perché allontanare non basta. Il diverso è da estinguere, perché non sia causa della tua, di estinzione. Il diverso è da distruggere. Anche se gli è morto il padre. Anzi, così lo raggiungerai presto, mostro! La pagherete. Tutti. Come lui. Non si salverà nessuno. Le troverò. Il dono di mio Padre.

Ha scelto me per un motivo. Le troverò. Li troverò, gli altri me. Me le daranno, senza opporsi. Non potranno. Sarò più forte. Sarò cattivo. Lo devo fare, per salvarmi. Per salvarla. Da se stessa. Oh, povera vittima inconsapevole. Guardavi e tremavi. Avevi paura ma non chiedevi aiuto. Mi stringevi a te. Mi tenevi fermo perché non mi mancasse. Guardavi. Non lo sapevi. Subivi. Non gridavi. Che nessuno sappia. Che gli altri non lo scoprano. Se chiudo gli occhi non succede, ma succedeva. Oh, se succedeva. Succedeva a me.

Sonnie trovò il modo di parlare con Sonnie. O, meglio, di scrivergli. Quando Sonnie aprì il diario trovò parole che non riconosceva. Parole che non erano colorate. Nere. Parole che non aveva pensato, che non aveva scritto. Gli parlavano, quelle parole. Gli dicevano cose che non capiva. Che sapeva ma non voleva capire. Siamo cinque, lo aveva detto al dottore, e lo aveva scritto sul diario. Aveva fatto disegni. Aveva fatto segni colorati. Uno per ognuno. E c’era il Giallo che sapeva tante cose, che capiva tutto di tutti loro. E c’era il Blu che piangeva disperato. E il Rosso che sapeva cancellare le ferite. E lui, Verde che rinchiudeva l’ansia nelle lettere dell’alfabeto. E infine l’Altro, il Viola, quello che faceva paura. Quello che stava per venire a prenderli tutti quanti.

E lei ora gridava, piangeva, implorava, si smarriva. Perché erano calci e poi pugni e sorrisi crudeli. Le colorava la pelle, martirizzandola. Cattivo, mamma! Aveva detto che non mi avresti fatto del male. Dammele. Perché le vuoi? Dammele. Non le ho io. Dammele. Posso smettere. Dammele. E la smetto. Le vuoi? Le vuoi davvero? Le vuoi ancora? Vuoi farlo ancora?

Ancora?

Ho appena cominciato.

Commenti

Ritratto di Polveredighiaccio

Il racconto ha toni inquietanti e cupi nonostante il titolo. Il protagonista è sia vittima che carnefice e non mi è chiaro se tutto ciò che è accaduto sia frutto del suo inconscio o se è realmente un essere con poteri particolari.

Alcuni elementi descrittivi li ho trovati efficaci, i lividi, le caratteristiche emozionali del ragazzo. Le similitudini in particolare.

Solo un appunto: troppe virgole, spesso dove non occorrono. Frasi più fluide darebbero maggiore leggerezza alla lettura.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Avrei detto solo che una resa grafica, un'impaginazione adatta avrebbereso questo racconto perfetto. Ma forse non sarebbe giusto, me ne rendo conto alla fine. Alla fine del grumo, cinque sono le vie che assumono colore e cavolo che bel gioco.

Per quanto possa rendere più esigente d'attenzione e concentrazione la lettura, la totale assenza grafica delle "virgolette" io l'adoro. Punti e virgole. Quoto e mi inchino per il bel gioco, contento che sia stato tu a prendere in  carico i multipli di Sonnie.

Quindi non sono perfettamente d'accordo con Seme Nero. Il singhiozzo è la chiave di questo stile. La serie di periodi organizzati in matriosche da schiudere e richiudersi alle spalle. In questo caso si può parlare certo di un testo NON facile o leggero, ma di un modo che costringe il lettore all'attenzione, a reggere il filo qualsiasi sconquasso, tenere il passo. Concentrazione. A me è piaciuto.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Grazie, ragazzi!!! Mi fa davvero piacere che vi sia piaciuto! Sarebbe bello avere la possibilità di portare la storia a compimento. Ringrazio anche per le critiche. Ma soprattutto ringrazio per il riferimento alle matriosche: mi pare l'immagine perfetta per descrivere questo stile che sto cercando sempre di affinare.

Ritratto di Kriash

Mi è piaciuto molto lo stile. E la resa grafica e sonora delle continue interruzioni.

È sicuramente un testo denso e non facile... completamente opposto all'idea che mi ero fatto dalla traccia iniziale. Molto inquietante ma reso ottimamente.

Ritratto di masmas

Mi è piaciuto, vero molto sincopato, ma in questo caso l'ho trovato consono alla storia, cupa e drammatica, triste. L'atmosfera è coinvolgente, empatica, si viaggia in una dimensione che scombussola e colpisce. Però non ci ho capito una mazza. :D :D :D 

Ritratto di Alessandro Pilloni

Grazie, ragazzi!!!    Masmas, in effetti è il mio cruccio! Ammetto di avere il difetto di scrivere per me, e magari non do per scontato che gli altri, leggendo, potrebbero avere delle difficoltà. Però, a mia scusante, dico che visto che non era obbligatorio finire la storia, l'ho concepito come un prologo. Anzi, forse è addirittura il soggetto di un prologo. Nella mia testa la storia continua, eh! 

Ritratto di Borderline

Atmosfera cupa al punto giusto, come è bene che sia quando si lasciano dei bambini "speciali" a briglia sciolta. Lo stile inizialmente spiazza e bisogna andare parecchio avanti con la lettura per capire veramente quale sia la trama, ma è perfetto per esprimere l'atmosfera straniante dei cinque mondi paralleli che possono compenetrare solo con l'aiuto delle biglie. Non lo vedrei male neppure come fumetto, così si visualizzano pure meglio i cinque Sonnie :). Spero di ritrovarti in uno dei prossimi giochi!

Ritratto di Alessandro Pilloni

Sicuramente! :)

Ritratto di Seme Nero

Non è uno stile che apprezzo, e lo dico per proprio per non fartene un difetto.
L'unico che è riuscito a non farmi sentire la mancanza di virgolette o caporali è McCarthy, quindi fai tu :D
L'atmosfera cupa però mi piace, e sono d'accordo sul fatto che la veste grafica sarebbe ottimale per questa storia.
Non mi sono piaciuti i diversi paragrafi che iniziano con: il problema coi bambini, il problema con gli adulti... eccetera. Allora, la cadenza ci sta, e hanno un senso, solo non riesco ad attribuirli. Sono del Sonnie di turno? Il narratore mi mette in difficoltà. In uno sviluppo più ampio forse non troverei tutti questi problemi (quindi facciamo che è una cosa mia, però tu tieni conto che troverai sempre il lettore scassacacchio) ;)

Ritratto di Alessandro Pilloni

Se voglio imparare a scrivere, devo per forza avere a che fare col lettore!  E' che spero sempre che sia lui a venire verso di me e non il contrario. La ricerca di uno stile personale passaanche per tanti no. Ma le critiche sono sempre ben accette. Grazie! 

Ritratto di Lapiccolaombra

Cupo e angosciante come un incubo. Mi piace e tocca diversi temi socialmente rilevanti. A tratti ho fatto fatica a seguire il filo, ma credo sia voluto e questo comunque caratterizza il racconto e lo rende unico.