#12 Gli orchi di Santa Verdiana (di Polveredighiaccio)

Jona ha seguito un fil di lana, l'ha seguito fino al tetto. Poi è sceso giù nel pozzo.

Giù nel pozzo c'era un gatto. Era un gatto con tre zampe. “Dammi un braccio.” disse il gatto.

“Sì, col cavolo!” fece il bimbo.

Ed il gatto con tre zampe disse al bimbo irriverente: “Tu da qui non vai via più.”

Ma quel bimbo era cattivo, quanto il gatto con tre zampe, sorridendo gli rispose che pagar doveva il braccio che ad un altro avrebbe preso.
Maria ha seguito un fil di lana, l'ha seguito fino al tetto. Poi è scesa giù nel pozzo.

Giù nel pozzo c'era un gatto. Era un gatto con tre zampe. C'era un bimbo sorridente.

“Dacci il braccio!” disse il bimbo. “Bacia il culo.” disse Maria.

Ed il gatto con il bimbo cantarono all'unisono: “Tu da qui non vai via più.”
Fanny ha seguito un fil di lana, l'ha seguito fino al tetto. Poi è scesa giù nel pozzo.

Giù nel pozzo c'era un gatto. Era un gatto con tre zampe. C'era un bimbo sorridente e una bimba irriverente: “Dacci il braccio!” dissero tutti.

“Siete scemi!” rise Fanny. “Tu da qui non vai via più.”

Giù nel pozzo c'era un gatto e i bambini più cattivi.

 

Il girotondo si interruppe, i bimbi fecero un salto all’indietro sciogliendo le mani.

“Lena ha perso il conto, tocca a lei.”

Un coro di voci supportò quelle parole e una bimba si piegò sulle ginocchia.

“Giù nel pozzo, giù nel pozzo.”

Tutti battevano le mani. La bimba ondeggiava e cadde sul sedere.

“Il gatto ti ruba il braccio!”

“Lena è caduta!”

“Lena deve seguire il fil di lana.”

I bimbi cominciarono a ridere, qualcuno le diede pacche sulla testa.

“Sei caduta, ora resti dentro il pozzo coi bimbi cattivi!”

“No, non voglio più giocare!”

“Sei una guastafeste!”

“Non stai alle regole!”

I ragazzini le dissero un sacco di parole cattive, qualcuna volgare. Lena chiuse gli occhi e tappò le orecchie. Rimase così a lungo, quando riaprì gli occhi e allontanò le mani dalle orecchie notò che l’avevano lasciata sola. Prese un fazzoletto di carta dalla tasca della tuta da ginnastica e si asciugò la faccia sudata. Si avviò verso il sentiero di pietrisco che portava fuori dal parco. Le zanzare ronzavano attorno.

Non passavano macchine, nessuno andava nella zona dove i cantieri per la riqualificazione urbana disturbavano ogni attività, tranne i bambini che giocavano nel vecchio parco, scavalcando i cancelli o attraversando la rete divelta su cui un cartello intimava l’ALT.

Lena vide un gatto rosso col pelo folto, la fissava, aveva gli occhi verdi e solo tre zampe.

“Sembri quello della filastrocca.”

Il gatto miagolò e lei alzò la mano per attirarlo. L’animale zampettava sulla stradina, le passò accanto e virò verso gli alberi dietro le altalene.

“Ci sono le macerie!”

Lo rincorse fino a una tettoia da cui il gatto saltò per avvicinarsi a una pozza per bere l’acqua stagnante. Lena si fece coraggio e saltò giù, rotolò su un fianco e raggiunse il micio inginocchiandosi con lui, vedeva la propria immagine riflessa. La lingua del gatto lappava l’acqua creando dei piccoli cerchi, più beveva più sembrava che il livello si abbassasse.

“Quanta sete.”

Quando il gatto smise di bere l’acqua continuò a diminuire.

Lena fissava il bordo della pozza diventare sempre più ampio, poggiò le ginocchia sul terreno e si sporse a guardare. Il gatto intanto tornava sui propri passi.

L’acqua finì o così pensò Lena non vedendo il fondo della buca. Sfilò dalla tasca le chiavi di casa, il portachiavi era una piccola torcia. La accese e puntò la luce nel buio.

“Ahi, mi fai male!” strillò una vocina.

Lena sussultò, allontanò la mano.

“Chi c’è?” strillò.

“La luce mi fa male agli occhi.”

“Sei caduta?”

“Sì, mi aiuti a uscire?”

“Ma non ti vedo!”

“Se mi dai la mano mi aggrappo. E ti do un tesoro che ho trovato.”

“Prezioso? Fammelo vedere.”

“Come posso? Qui è buio!”

“Hai ragione, me lo dai quando esci, lo voglio.”

Lena si sdraiò e allungò il braccio, non vedeva nulla e nessuno. Un’idea le attraversò la mente.

“Come hai fatto a stare sotto l’acqua?”

“Così.”

La mano di Lena venne afferrata e delle unghie affilate si conficcarono nel palmo passandolo da parte a parte. Uno strattone e il buio la avvolse.

Gridava mentre cadeva e sembrava non arrivare al fondo, le unghie bruciavano nella ferita e tiravano la carne. Quando toccò il pavimento le mancò il fiato, se l’era fatta addosso.

“Che male.” Piagnucolava stesa a terra, nel buio.

“Bella cattura Fanny, c’è tanta roba.”

“La sera è più facile.”

“Io voglio i polpacci.”

“Li hai avuti l’altra volta!”

“Jona ha ragione, prendi i piedi.”

“Non è giusto!”

“Ti lascio la lingua, ma prendo gli occhi.”

“Maria non sa fare le parti!” protestò la vocina.

“Il resto al gatto.”

“Chi siete? Dove sono? Non vedo nulla!”

“Sei con noi e noi siamo con te.” Disse una voce di bimbo prima di ridere.

“Mi fa male la mano, tanto male.” Singhiozzava. “Brucia!”

“Conosco un modo per far passare il dolore.” Disse la vocina.

“Quale?” chiese Lena con un singulto.

“Sentire un dolore più grande.”

Lena avvertì i denti affondare nella spalla. Gridò forte. Poi altri denti penetrare, tirare e strappare ovunque. Cominciò a dibattersi per scrollarseli di dosso, ma era buio e lei non sapeva dove scappare. Gridava, piangeva e sbatteva mentre la mangiavano.

 

Gli orchi di Santa Verdiana

 

“E mi raccomando, Greta, non nominare Lena di fronte a zia Licia.”

“Ma se nemmeno la conosco Lena! E Poi non è mia zia quella.”

“Siamo cresciute nella stessa Casa famiglia, per me è una sorella, quindi è tua zia.”

“Se chiamassi le cose col loro nome non dovrei sforzarmi, mamma.”

“Ti chiedo di non ferire i suoi sentimenti. Siamo qui per darle supporto e non per ricordarle che sua figlia è scomparsa. Ci puoi riuscire, giusto?”

“Credo di sì, dato che questo viaggio mi farà perdere l’anno scolastico, deve valerne la pena.”

Appiccicò la guancia al finestrino.

La casa presso cui si fermarono era un edificio giallo a due piani, squadrato e senza fronzoli architettonici, con un cortile a prato su cui erano sparsi giocattoli, altalene e gonfiabili sbiaditi.

Scesero dall’auto, una donna le aspettava sullo scalino all’ingresso, fece un cenno con la mano. Mentre si avviavano Greta vide un ragazzino in sella a una bicicletta, si appoggiava al muro della casa accanto. Aveva gli occhi azzurri e una cicatrice sul sopracciglio sinistro. Con un cenno della testa le indicò il retro dell’edificio.

Greta si fermò a bocca aperta.

“Entra cara.”

“Mamma scusa, ho lasciato una cosa in auto, la prendo e arrivo.”

“Lascio socchiuso, allora.” Disse la loro ospite con un tono di voce bassissimo.

Quando le donne entrarono in casa Greta corse a cercare il ragazzino. La aspettava sul lato della struttura senza finestre, era sceso dalla bicicletta.

“Chi sei?” domandò perplessa.

“Chi sei tu? Ti mollano qui alla Casa?”

“No, siamo in visita, mamma è amica della direttrice.”

Sembrava stupito, le osservava i piedi, i vestiti e poi puntava gli occhi sulla sua faccia.

“Smettila, non fissarmi. Perché mi hai chiamata, che vuoi?”

Lui scrollò le spalle.

“Niente, pensavo fossi nuova. Al posto di Lena.” Aggiunse.

“La conosci? Forte. Secondo te che fine ha fatto? Un pedofilo o roba simile?”

Lui alzò le mani e fece una smorfia.

“O peggio. Magari non è scomparsa, magari è morta.”

Greta spalancò gli occhi, osservò con attenzione il ragazzo.

“Spero di no.” Disse consolatoria.

“Spero di sì!” ribatté lui con calore. “Era una tale stronza, ci auguriamo tutti che non torni.”

“Ma è orribile dire queste cose.” Morse il labbro inferiore. “Chi tutti?”

“Gli altri della Casa. Nessuno vuole che torni, quindi se è morta meglio.” Saltò sulla bicicletta. “Dopo cena ci riuniamo al parco giochi, se ti va. Però non dire nulla a Licia o rompe.”

“Perché dovrei venirci? Nemmeno so dov’è, non abito qui.”

“Posso prenderti io, ci incontriamo qui, è un punto cieco e nessuno ci vede. Se preferisci stare in casa con quelle a piangere e parlare di bambini scomparsi fai pure. Chi se ne importa.”

“Quali bimbi scomparsi?” una sensazione spiacevole le passava sotto pelle.

Lui storse la bocca.

“Qualcuno, qua e là. A dopo.”

Pedalò veloce raggiungendo la strada asfaltata. Greta entrò in casa accostando con delicatezza la porta, le donne parlavano con tono basso e rimase dietro il muro incerta se entrare nel salotto. Tossì.

“Greta? Vieni qui.”

Sua madre la presentò all’amica, ma non raccontò nulla di lei e questo la sollevò. Anzi, nel corso della serata sembrava ostentare di ignorarla, come non esistesse.

Si trovarono in una camera al secondo piano per disfare i bagagli.

“Scusa tesoro se sono un po’ fredda con te, lo faccio per non tormentare Licia. Capisci?”

“Come vuoi.”

Sua madre la abbracciò e baciò sulla fronte.

Cenarono. I ragazzi ospiti erano con loro, anche quello della bicicletta. Il silenzio permeava tutto e l’atmosfera era pesante. Mano a mano che finivano di mangiare i bambini si allontanavano. Greta sentiva che superata la soglia correvano via, chi nelle camere e chi oltre il portone.

Anche lei si alzò e sgusciò fuori dalla sala da pranzo. Guardò verso la madre che non staccava gli occhi dal piatto.

Raggiunse il cortile. Niente luna ma tante stelle che sfidavano l’illuminazione della periferia cittadina. Lui aspettava nel posto stabilito.

“Salta su.”

“Non sono sicura, magari sei tu che fai sparire i bambini.” Polemizzò.

Lui gonfiò il petto sotto la felpa, si piazzò davanti a lei. Era più alto di un palmo di mano.

“Se vuoi fare la stronza resta qui, ti divertirai un sacco quando inizierà a lamentarsi e tirerà avanti per tutta la notte.” Montò sulla bici.

“Aspetta! Scusa, nemmeno so il tuo nome.”

“Milo. Ho dodici anni, gli ultimi sette li ho passati qui. Ho una nonna demente che non può tenermi e i miei sono sotto terra. Ho la dislessia e digrigno i denti nel sonno. Basta?”

Greta annui e timidamente prese posto alle sue spalle.

“Andiamo al parco allora?”

“Non devi raccontare nulla a tua madre, il parco è all’interno di un cantiere chiuso da anni, ci sono molte macerie e materiali edili, ma le recinzioni sono rotte e ci infiliamo lo stesso.”

“Sarà pericoloso?”

“Non certo per il cantiere, fidati.” Dichiarò iniziando la pedalata.

“Che vuoi dire?”

“Sei una brava tu? Fai i compiti, niente punizioni, non picchi i più piccoli, non rubi. Cose così?”

“Certo che no! Sei pazzo? Cosa stai insinuando?”

Mentre si teneva stretta alla felpa del ragazzino percepì la sua risata, la contrazione dell’addome.

“Allora stai tranquilla, non finirai nel pozzo.”

“Quale pozzo? Ma sei proprio scemo, fammi scendere!”

“Il pozzo degli orchi. Dai non ti agitare, è uno scherzo.”

Milo si voltò un istante per darle un’occhiata. Greta lo fissava a bocca aperta.

“Cosa vuol dire? Spiegami?”

“Non agitarti. Qui in giro c’era un convento e qualcuno racconta che le suore buttavano nel pozzo i gattini per annegarli. Un gatto sopravvisse e rimase a vivere nel pozzo dove attirava i bambini.”

Il ragazzo pedalava veloce, come se lei non ci fosse. Le strade della cittadina erano deserte a quell’ora, le case squadrate, sciatte, poche luci a dorare le finestre, macchine vecchie e segnate dalla ruggine a decorare la linea dei marciapiedi. Nelle vie periferiche lo squallore era più evidente. I bidoni della spazzatura erano pieni, l’asfalto crepato dalle buche e cespugli selvatici infestavano i giardini e i terreni vuoti. Sullo scivolo di carico di un supermercato chiuso, Greta vide un bidone di vernice da cui si alzavano le fiamme, il falò improvvisato di un uomo che ricambiò la sua occhiata.

“Chi è quello?” domandò tirando la felpa di Milo.

Il ragazzo bloccò la bici facendole battere il mento contro la sua schiena. Fece un cenno di saluto a cui l’uomo rispose. Il suo sguardo era tutto per Greta.

“Astrid, è un barbone che vive da queste parti.”

“Che nome assurdo per un uomo!”

“Lui dice di chiamarsi così.”

Astrid si era alzato in piedi, la pelle scura contrastava con la maglia bianca che indossava e su cui erano stampati due sbiaditi Cip e Ciop.

“Cavolo, ma quanto è grosso?” balbettò la ragazza.

“Non preoccuparti, è innocuo, non crea problemi ai ragazzini. Se gli porti cibo e sigarette diventa tuo amico. E se gli offri un thermos di camomilla ti amerà per sempre. Ne è ossessionato. Non parlare di lui a Licia, non si fida.”

“Perché?”

“Non vedi che è nero? È ovvio.”

Greta era incredula, l’uomo poteva raggiungere i due metri d’altezza ed era massiccio. Gli occhi che le puntava addosso la rendevano inquieta, la trapassavano.

Milo riprese a pedalare e raggiunsero il parco. Una decina di ragazzini di varia età li aspettavano.

“Eccola.” Avvertì parcheggiando la bici contro un albero.

“Ciao.” Fu il coro d’accoglienza.

“Ti va l’anguria?”

Al centro del gruppo, illuminata da una lampada da campeggio, spiccava una grossa anguria a strisce. Una bambina la accarezzava e la faceva ondeggiare.

“Bel bottino, chi l’ha presa?” Milo ridacchiava.

“Luca, al banco del vecchio carrettino. Non se ne è accorto.”

“Pronti?”

Due ragazzi sollevarono l’anguria a quattro mani, poi la lasciarono cadere sopra un sasso. Il frutto si spaccò in tanti pezzi schizzando succo sul gruppo. Saltellavano e ridevano isterici.

Greta fece una smorfia e si pentì subito, raggelata dall’occhiata di rimprovero da parte di Milo.

“Prendi. Scegli tu, è un regalo per darti il benvenuto.”

La fissavano. L’idea di raccogliere dal prato un pezzo d’anguria ammaccata le faceva senso, ma non voleva essere messa da parte. Doveva passare dei giorni in quel posto e aveva bisogno di parlare con qualcuno che non fosse sua madre. Sollevò un frammento, chiuse gli occhi e lo addentò.

“Facciamoci sotto!”

Il rumore dei bambini che mangiavano per Greta era insopportabile. I più piccoli sbrodolavano il succo sui vestiti, alcuni sputavano i semi senza curarsi di mandarli addosso ad altri.

Attese finissero combattendo il desiderio di tapparsi le orecchie. Una bimba le sfiorò la mano facendola sussultare. Milo la teneva d’occhio.

 “Sei amica di Lena?”

“No, per niente.”

“Milo ci ha detto che stai a casa sua.”

Greta lo squadrò stupita e lui la raggiunse.

“Sì, ma non ho detto che siete amiche. Anna non ha capito nulla.”

La bimba nascose le mani dietro la schiena.

“Non sei gentile.”

“Scusa, ma se dici cose inesatte metti la gente nei guai.” Le strizzò l’occhio. “Greta è ospite da Licia, tutto qui.”

Greta guardò la bambina.

“E tu sei amica di Lena?”

“No, no, mi picchia, non le piaccio e lei non piace a me.”

“Io non la conosco, quindi non so nulla di lei.”

“Non è simpatica e non manca a nessuno, quindi che importa?” domandò un ragazzo seduto sull’erba. “Ma dobbiamo parlare di quella stronzetta stasera? Non ditemi che vi pesa la sua assenza. Non fate gli scemi!”

Sguardi sfuggenti e scrollate di spalle gli davano ragione.

“Perché ne parlate così male? Una ragazzina sparisce e non vi spaventa?”

“Greta, lascia perdere, te l’ho detto che siamo tutti contenti e non scherzavo. Lena picchiava i più piccoli, mentiva e metteva nei guai chi non faceva come voleva lei. Era vendicativa e faceva un sacco di dispetti. Ha buttato i pesciolini dell’acquario sul prato davanti alla casa e ha dato la colpa a me. Licia mi ha punito prendendo come al solito le sue parti.”

“A me ha rotto il progetto di scienze e quando mi sono messa a piangere mi ha pizzicato così forte che non riuscivo a respirare.” Mugugnò una ragazzina.

Greta osservava i loro volti, erano sinceri. Sembrava che sperassero le fosse capitato qualcosa di brutto e non che fosse solo sparita.

“Tanto non tornerà.” Il ragazzo seduto sul prato sorrideva.

“Come lo sai?”

“Me lo ha detto Astrid, lo ha visto.”

“Quando te lo ha detto?” Milo si precipitò al suo fianco.

“Oggi. Mi sono fermato a parlare con lui e gli ho chiesto se sapeva qualcosa.”

“Sono stati gli orchi.” Piagnucolò Anna.

“Piantala, cretina!” Milo le indirizzò un’occhiataccia e la bimba scoppiò in singhiozzi.

“Non esistono gli orchi.” La consolò Greta cercando di avere un tono amichevole e allungando la mano per una carezza.

I ragazzi del parco erano ammutoliti. La fissavano. A Greta quelle facce severe fecero battere forte il cuore. Milo si era alzato e l’aveva avvicinata. Accostò la bocca al suo orecchio.

“Non dire queste cose.” Bisbigliò.

Lei rabbrividì. Avvertiva un senso di allerta.

“Cosa significa? Ho detto la verità.”

“Gli orchi esistono.”

Lo spinse via e alzò la voce.

“Non dire stupidaggini! Fate dei giochi davvero assurdi, ci tenete tanto a spaventare i ragazzini o sparlare di quelli scomparsi?”

“Stai calma, non ti conviene agitarti.”

Il ragazzo che sedeva sull’erba si era alzato.

“Esistono gli orchi a Santa Verdiana. Da sempre.”

“Che cos’è Santa Verdiana?”

Greta fece un passo indietro. Milo uno in avanti.

“Chiedi a tua madre, lei è cresciuta qui, saprà tutta la storia.”

“Smettila, mia madre al massimo potrebbe raccontarmi qualche favoletta di quando era piccola e i suoi ricordi su questi posti. E poi non mi avevi detto che dovevo tacere? Che non devo raccontare a nessuno del parco e di esserci venuta?”

I bambini guardavano Milo, lui scrollò le spalle.

“Se serve puoi dirglielo e chiederle anche il resto.”

“Portami a casa.”

“Solo se gliene parli.”

“Portami a casa!” le tremava la voce, non voleva piangere.

“Chiediglielo.” La voce di Milo era glaciale.

“E va bene, accidenti!” Greta tratteneva i singhiozzi.

Lui le afferro il braccio e la trascinò alla bicicletta.

La pedalata fino all’edificio giallo sembrò più l’unga dell’andata e quando saltò giù dalla bici Greta sentiva di avere i piedi di piombo.

“Chiediglielo, Greta.”

Lei si scrollò di dosso la paura e corse dentro. L’atrio era illuminato, ma il resto della casa no. Cercò a tentoni l’interruttore della luce delle scale, lo accese e risalì fino al secondo piano. Si fermò davanti alla porta della camera di sua madre. Bussò.

“Mamma?”

“Vieni.”

Non era la voce di sua madre. Greta aprì la porta, dentro la camera trovò Licia.

“Dov’è mamma?”

“Non so, forse è andata a fare una passeggiata. O a cercarti. Dov’eri?”

Greta deglutì sotto lo sguardo triste e severo.

“Solo a dare un’occhiata qui attorno.”

“Le bugie sono pericolose.”

“Non è una bugia.” Protestò avvilita.

Licia le afferrò la spalla sinistra.

“Lo è. Non farai una bella fine.”

“Lasciatemi stare!”

Si liberò e corse giù fino al portone. Nel vialetto chiamò la madre, ma non udì la voce familiare risponderle e, cosa più angosciante, notò che la loro macchina non era parcheggiata accanto al marciapiede. Le gambe di Greta sembravano pronte ad abbandonarla.

“Mamma?” strillò più forte.

“Torna qui, devi imparare a obbedire.” Licia era sulla soglia.

Greta le voltò le spalle e prese a correre lungo il marciapiede, aveva l’impressione che la seguisse. La notte in quella città sconosciuta era diventata terrificante. Svoltò in un vicolo e scivolò sull’asfalto graffiandosi la caviglia. Era senza fiato.

“Che male!”

“Poverina, che ti sei fatta?”

La voce femminile la fece sussultare. Greta alzò la testa e vide una ragazzina bionda fare qualche passo verso di lei. Le porgeva un fazzoletto. Poi sentì il richiamo di Licia.

“Oh no!” le lacrime scivolavano veloci.

“Di cosa hai paura?”

“Quella donna mi segue.”

“Se vuoi ti nascondo.”

“Davvero? Conosci un posto?”

La ragazzina annuì e le sorrise. Poi allungò la mano per aiutarla ad alzarsi.

“Non hai paura del buio? Perché il mio nascondiglio lo è.”

“Non importa.”

Camminavano mano nella mano, Greta zoppicando un po’.

“Io mi chiamo Fanny.” Disse con una vocina dolce. “Guarda, lì c’è il nascondiglio.”

Davanti a loro giacevano delle tavole di legno e sopra un gatto acciambellato…

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Oddio. Polvere lo sai che sei nata per far paura ai bambini (e non)? Certo che lo sai. Come sempre ora muoio dalla voglia di sapere, e so che mi toccherà aspettare un prossimo (chissà quando) gioco per veder ricomparire la ciurma di bambini monelli!

Non un vero colpo di scena la comparsa tempestiva di Fanny, ma con una sua funzionalità.

Bel gioco, davvero.
 

Ritratto di Alessandro Pilloni

Davvero inquietante! Mi è piaciuto molto. Atmosfera perfetta e storia che fa venire voglia di sapere come continua!

Ritratto di Seme Nero

Davvero fantastico! *coff coff... It... coff* Un misto di storie da raccontare tra amici col buio e leggende rurali, e narrato con maestria, aggiungo! Complimenti :)

Però il refuso te l'ho sgamato XD

"La pedalata fino all’edificio giallo sembrò più l’unga dell’andata..."

Ritratto di Polveredighiaccio

Di It ci sono forse le atmosfere, la storia in testa no, giuro!

Nuoooooooo, un refuso nuoooooooooooooo. Tragedia. ç__ç 

Ritratto di Kriash

Polveredighiaccio che te devo dì... niente.

Racconto perfetto e guarda, sinceramente, per me è bello e finito così. Chiudi perfettamente il cerchio.

Bello bello in modo assurdo.

Ritratto di masmas

M'hai fatto impressione e pure tristezza. Molto brava! Ma io il seguito non lo voglio l'eggere. ;) 

Ritratto di Borderline

Il nome Milo per un bambino è sempre inquietantissimo e fa presagire guai e mostri all'orizzonte (sarà che annissimi fa ho visto un horror con un bambino con impermeabile giallo che aveva proprio sto ca_ di nome e ormai nella mia testa Milo uguale Satana). Il racconto è bellissimo, fa proprio paura. Soprattutto quella stronza della madre di Greta che spero abbia fatto una brutta fine almeno si salva in extremis da personaggio più infido della storia :D. Il finale non-finale potrebbe essere modificato e lasciato più in là per un proseguo, così è davvero repentino (ma nel racconto breve ovviamente ci sta!)
 

Ritratto di Lapiccolaombra

O__O davvero terrificante, complimenti. Io detesto i bambini in questi contesti...e a ragione, vedo. Fila tutto perfettamente, mi ha solo lasciata un po' perplessa la sparizione della mamma, ma in un racconto del genere, ci sta. Bellissimo il finale circolare ( se posso definirlo così). Lascia spazio ad un prosieguo ma conclude anche in maniera convincente.