Santi Squilibrati: Santa Monica
luglio 4th, 2012
Le lasagne fatte in casa, anche se fredde, sono una mano santa, se ci si vuole consolare di qualche dispiacere. Monica ne stacca grandi pezzi con la forchetta dalla porzione avanzata dalla sera prima e li fagocita famelica, mentre grosse lacrime le scorrono sulle guance piene. Non è giusto.
Ma che ha fatto di male a questo mondo? Chi ha offeso? Che errori deve scontare adesso?
Monica singhiozza e quasi si strozza con un boccone di lasagna.
Lei, a sto figlio, aveva dato tutto. Cuore, anima, fegato, sangue. Tutto.
E adesso, Agostino è rovinato. Agostino, l’amore di mamma, la sua vita.
E’ il primo di luglio e fa così caldo che il frinire delle cicale è assordante, basta quello a coprire i rumori che provengono dalla strada. Le piante sistemate sul balcone sono tutte sciupate, nemmeno la consueta innaffiatura potrà rinvigorirle. Altro segno che sta andando tutto a puttane.
Va tutto a puttane, prima Agostino, adesso pure le piante.
E dire che trent’anni fa Monica era raggiante nel suo bell’abito bianco, a braccetto di Patrizio, fuori dalla chiesa dove si sono sposati.Guarda l’orologio. Sì, a quest’ora si erano già detti sì da un bel pezzo e sostavano sul sagrato mentre chicchi di riso piovevano sulle loro teste fresche di barbiere l’una e di parrucchiere l’altra, scambiandosi un lungo ma casto bacio a favore della macchina fotografica che ne immortalava l’attimo.
Ben poco casta era stata la prima notte di nozze. Monica ci era arrivata vergine, era ancora “da abito bianco” come sottolineava spesso quando una delle sue tre figlie si accingeva a rinchiudersi in camera col fidanzato, e le erano venute quasi le lacrime agli occhi quando si era sdraiata nuda sul suo bellissimo lenzuolo da corredo in attesa di adempiere ai propri doveri coniugali.
Sarebbe stata una moglie perfetta per quell’uomo che, dal canto suo, sarebbe stato il migliore degli uomini, degli amici e degli amanti.
Sfortunatamente per lei, le cose non erano andate proprio così. La prima volta fu una cosa dolorosa, così dolorosa che Monica aveva passato il tempo a mordersi il labbro inferiore nell’attesa del momento clou. Che era arrivato presto. Per Patrizio, solamente.
Inoltre suo marito non sembrava essere una compagnia particolarmente piacevole.
Lavorava, tornava, si toglieva i vestiti e rimaneva in mutande sul divano a farsi servire e riverire. Se Monica tentava di parlargli, lui rispondeva con dei grugniti o con dei monosillabi bofonchiati a denti stretti.
Qualche volta, si cimentava in una replica decisamente poco entusiasmante di ciò che era stata la prima notte di nozze. E nient’altro. Decisamente questo comportamento era ben lontano dall’idillio che Monica si era immaginata.
Una parentesi rosea costituì la nascita dei suoi quattro figli. Tre femmine ed un maschio, l’ultimo, il più amato, lo splendido Agostino, la luce degli occhi della mamma, che dopo quattro gravidanze aveva preso un bel po’ di chiletti.
Con il passare del tempo il fisico non era migliorato: i seni erano diventati due bisacce vuote e pendule, il sedere si era fatto grosso e flaccido e la pancia si era gonfiata.
Monica si era barricata in casa, passando le sue giornate a spazzare, fare il bucato, stirare, cucinare e ad occuparsi dei bambini, nascondendo le sue infelici forme sotto grembiuli scuri dalle fantasie floreali. Non era l’aspetto, si diceva, quello che contava: era una madre di famiglia e una moglie devota e Patrizio l’amava per questo, nonostante tutto.
Suo marito, nel frattempo aveva cominciato a far tardi sempre più spesso la sera. E ad uscire con delle scuse sempre più assurde. E a spendere sempre più soldi.
Poi Monica aveva capito il perché.
Era uscita a far la spesa e si era attardata fuori più del dovuto. Stava correndo a perdifiato sul marciapiede, terrorizzata per il fatto di essere per strada all’ora di pranzo e non ai fornelli, quando lo aveva visto. Dall’altra parte della strada, avvinghiato ad una bionda secca secca ma con la messa in piega perfetta e vestita elegantissima. Le teneva una mano sul sedere mentre se la baciava con trasporto. Non l’avevano vista ed erano entrati in un ristorante.
Patrizio baciava un altra. Patrizio aveva un’amante che portava al ristorante.
Da quanto tempo lei e Patrizio non andavano a pranzo o a cena fuori…da quanto tempo Patrizio non la baciava più così.
L’idillio era finito. La sua vita adesso era piatta e grigia. Dall’amore coniugale non era più possibile attingere speranze di felicità, così Monica si era buttata sui figli.
Si era dedicata anima e corpo alla loro educazione, specialmente a quella di Agostino, il suo gioiello, il suo orgoglio. Il suo unico figlio maschio.
Era bellissimo, Agostino. Alto, robusto, un vero marcantonio, con due occhi talmente azzurri da sembrare gocce di mare.
Monica non la finiva più di ripetere con aria trasognata alle vicine che talvolta la venivano a trovare per un caffè il pomeriggio di quella volta che lui era andato al mare con degli amici e quando era tornato lei non lo riusciva a riconoscere, tanto il sole gli aveva schiarito i capelli, facendoli diventare come oro e reso la sua pelle dorata.
Lui però non era solo bello. Era anche intelligente.
Le maestre prima ed i professori poi non la finivano più di tessere le sue lodi. Era sveglio e si applicava con impegno allo studio, ragion per cui dopo continue lotte con il marito Monica aveva ottenuto che Agostino si iscrivesse al liceo classico.
Osservava con crescente orgoglio il figlio chino sui libri, intento a tradurre Platone o Sallustio ed a ripetere ad alta voce il pensiero filosofico di Nietzsche; tratteneva a stento le lacrime quando gli insegnanti di Agostino affermavano che lui era il primo della classe.
Era il suo orgoglio.
Affabile, gentile e carismatico qual’era, secondo Monica, suo figlio era destinato a diventare medico.
Ma non un medico della mutua qualsiasi, bensì un illustre professore, uno di quelli che scrive per le riviste scientifiche, partecipa ai congressi in qualità di relatore e viene invitato a ricevimenti di persone importanti e vestite elegantissime.
Monica ne era certa: suo figlio sarebbe diventato un uomo di successo.
Fino a tre giorni prima. Quando lui si era presentato con quella ragazzetta insulsa, con la faccia da topo, i capelli color pel di carota e le lentiggini sul naso. Sarà stata alta si e no un metro e cinquanta e sarà pesata come un gambo di sedano. Agostino le aveva cinto le spalle ossute e aveva osservato la madre con cipiglio serio. “Mamma, questa è Rossana. Io e lei aspettiamo un bambino, da tre mesi. Voglio sposarla e trovarmi un lavoro: non posso continuare l’università”. E aveva stretto in un abbraccio lo spaventapasseri gravido che gli stava a fianco.
A Monica era crollato il mondo addosso. Com’era potuto accadere? Suo figlio, il brillante e promettente futuro medico stava per essere trascinato nel fango da una ragazzetta rinsecchita e bruttina. Da una vacca schifosa.
Monica si era sgolata, una volta rimasta sola, a furia di imprecare contro quella puttanella che aveva rovinato in un istante la carriera di suo figlio e la sua vita.
Quella Rossana lo avrebbe distrutto. Ne era certa. L’aveva osservata bene. Era chiaro che non aveva un soldo, che era figlia di chissà chi. Suo figlio avrebbe dovuto mollare gli studi per fare l’operaio e crescere il figlio di una zoccoletta da strada e sarebbe finito a quarant’anni con la faccia grigia, lo sguardo triste ed i calli sulle mani.
Esattamente come sua madre.
No, non poteva accadere. Lei per questo suo figlio si era annullata. Gli aveva offerto la vita.
Aveva sopportato i tradimenti di Patrizio, la noia, il disgusto, il dispiacere, tutto per lui.
E poi cos’era successo? Era arrivata una sgualdrinella da quattro soldi e aveva rovinato tutto. Tutto quanto. Quella notte Monica si era rigirata e rigirata nel letto, alla ricerca di una soluzione. Non poteva finire così. Doveva salvare suo figlio. Ma come? Si era lambiccata il cervello per ore e poi alle quattro del mattino, bum, l’illuminazione.
Si era ricordata di Rosalia.
Era una vecchia amica, che non vedeva da secoli. Una brava donna, con il suo stesso destino: un matrimonio con un bastardo e una marea di figli. Ma Rosalia era stata sfortunata. Dei cinque figli che aveva partorito ne erano morti quattro. Monica era rimasta scioccata, quando l’aveva saputo.
Aveva espresso la propria pena per quella sorte crudele all’amica la quale aveva replicato con tono piatto “E’ stato così. Fino a quando non ho capito cosa dovevo fare per salvare il mio ultimo figlio rimasto”
“E come lo hai salvato?” aveva chiesto Monica, incuriosita.
Rosalia aveva sorriso “Ho fatto un patto con la Morte. Le ho dato altro a cui pensare”.
Monica allora non aveva capito a cosa si riferisse l’amica. Fino alle quattro del mattino di quella notte tormentata.
Adesso Monica è lì seduta in cucina, il piatto di lasagne è finito. Sul focolare bolle un enorme pentolone, capace di contenere una persona. In effetti, lo farà.
Monica adesso si alza e si spolvera con calma il grembiule. Qualcuno sta suonando alla porta.
“Arrivo, Rossana” Esclama ad alta voce, per farsi sentire dalla giovane che suona al suo campanello. Prima di uscire dalla cucina prende l’accetta.
Un colpo ben assestato sulla testa e quella orrenda faccetta da topo sarà solo un ricordo orrendo.
E la morte avrà qualcos’altro a cui pensare, mentre la vita di Agostino tornerà a brillare come un tempo
(liberamente ispirato alla vicenda della Saponificatrice di Correggio)


