Richardson Eric Creim – II capitolo
giugno 11th, 2011
“Creim! Ma questa stanza è una fogna! Si può sapere cos’è successo? E la finestra?…. Creim svegliati! Ma guarda come sei ridotto! Apro la finestra, che tanfo!”
Movimento, voce, luce. Vengo investito da un treno merci di sensazioni mentre ancora sono accartocciato sulla branda e per un momento credo di essermi sentito come quel giorno che la buon anima di mia madre mi ha messo al mondo. Come allora non avevo la più pallida idea di dove fossi.
Deglutisco il primo pensiero affannato della giornata e biascico qualcosa come: “sei tu? Cosa ci fai qui?”
La palla condensata di azione e suono si materializza ad un centimetro dalla mia faccia e sibila: “Cosa ci fai tu semmai in avanzato stato di decomposizione su questa branda? Hai smesso di avere una casa?”
Non mi lascia il tempo di controbattere. “Creim ma che ti prende, sono giorni che vai in giro di notte! Si può sapere che diavolo sta succedendo?”
Con massimo disappunto della branda, do uno scatto deciso di reni e rotolo sul fianco destro scatenando un cigolio di molle e ferro che inonda la piccola stanza. Socchiudo gli occhi per un momento e mi rivedo nella branda sottocoperta dopo il turno di notte sul ponte della nave. Li riapro e fisso il muro ingiallito del mio ufficio dove intanto Gaspare ruggisce come un leone in gabbia e inveisce contro di me.
Filo di voce, dico: “Ho un caso per le mani”. Risorgo dalle ceneri della branda, familiarizzo con gli arti inferiori intorpiditi, mi avvicino alla finestra squassata dal sasso la sera prima e ingoio una sorsata d’aria umida. Fitte alla testa, nervi asciugati, dico: “Due rane quattro occhi otto zampe”.
Gaspare taglia corto: “in a pond, ker plonk, ker plonk, ker plonk. E’ una filastrocca”.
Un barlume di intuizione cattura la mente e di colpo sono perso nei miei pensieri: sguardo fisso nel vuoto fuori dalla finestra per recuperare alla memoria quanto è accaduto la notte appena trascorsa.
E’ buio, sono per strada e lo sto pedinando da ore, svolto l’angolo e lo perdo nell’oscurità ma inciampo in un cumulo di stracci e rotolo a terra: un barbone. Mi fissa con occhi di brace ben coscienti del perché fossi lì e di come lui mi avesse seminato di nuovo. In un perfetto inglese e condite con del rum di pessima qualità, le sue parole mi arrivano a pelo delle orecchie mentre ancora navigo tra i suoi stracci e la mia rassegnazione: “Two frogs, four eyes, eight legs, in a pond, ker plonk, ker plonk, ker plonk“. Fa per immergersi di nuovo negli abissi dei suoi cenci ed io faccio appena in tempo a sfilarmi di tasca un paio di monete. Lui si blocca, allunga una mano nodosa e agguanta i due soldi che rapidamente ricongiunge a un mazzetto di danari nuovi di zecca scrupolosamente rilegati in fascette bianche che sbucano dalla tasca della sua blusa sdrucita.
Fine del film, ripiombo nella maleodorante stanza d’ufficio. Gaspare ha piantato sul tavolo della scrivania una tazza di nero caffé e ora mi fissa, dico:
“Senti questa allora: depende de quien pasa que yo sea tumba o tesoro. Amigo, no entres sin anhelos“.
“Facile e inesatta la tua citazione Creim. Il verso recita: il dépend de celui qui passe que je sois tombe ou trésor, que je parle ou me taise, ceci ne tient qu’a toi, ami n’entre pas sans désir“.
Coccolo la tazza tra le mani e sorseggio il liquido nero: “Ottimo lavoro, come al solito. Prometto che…”.
“Promesse da marinaio: presto fatte, presto dimenticate! Ti saluto vecchio mio, a buon rendere, si capisce!”. Esce così come è venuto, come il vento e con passi da attore consumato.
Sono di nuovo a pesca della verità e questo vecchio cuoco di marina ancora una volta ha saputo il fattaccio suo.
Ultimo sorso e agguanto l’impermeabile sgualcito, serro la finestra e a passi rapidi esco dall’ufficio e sono in strada. Non inseguo dunque più solo un’ombra, ma a quanto pare una figura raffinata, colta, caritatevole quanto basta, piacevolmente astuta. Sa bene che sono sulle sue tracce e sa che gli sono alle calcagna. Io sono la migliore scelta ma lei è la migliore chimera che abbia avuto per le mani da anni a questa parte. E’ scaltra e mi dà alla testa come si smaterializza tra le mie mani, é oltremodo smaliziata nel depistarmi senza andare mai fino in fondo. Sappiamo di essere due validi avversari l’uno per l’altra e mi raggira con onore, mai fino alla fine e sempre con il massimo rispetto. Centellina le informazioni che ha per me: l’ombra è francese forse per metà e l’indizio non mai è scontato. Ingegnosa! Mi esalta il suo modo di condurmi a lei, il verso che mi ha recapitato con il suo granitico piccione viaggiatore è inciso all’ingresso del Palais de Chaillot, Parigi. Cammino svelto e rapido rifletto. I migliori si fiutano anche dai fronti opposti della trincea.
Stasera la aspetterò al solito posto, come tutte le sere. E arriverà e distribuirà soldi ai barboni del quartiere comprando il loro religioso silenzio ma accordando loro il piacere di darmi arguti indizi sempre e solo con versi. Comincia a piovere. Il passo si fa più rapido e rasente al muro, imbuco il vicolo e sono sotto casa, salirò giusto il tempo di una telefonata per rammentare a chi di dovere che sono cinquanta euro al giorno più spese.
Piombo sotto il portone del palazzo e frugo nelle tasche dell’impermeabile piene di briciole giusto il tempo necessario per prendere atto dell’assenza ingiustificata delle chiavi di casa.
Scatta automaticamente il piano di riserva che prevede come soluzione di prima mano l’assistenza sempreverde della fidata portinaia. Citofono, dito, bottone, sono in attesa. Arriva dal citofono il metallico e sbeffeggiante vociare della prole, a me quanto mai invisa, della portinaia che per qualche arcana ragione ha preso sciaguratamente il comando del preziosissimo citofono. Da un rapido guizzo delle tendine della portineria so che i mocciosi mi hanno riconosciuto e beffardi si godono il loro intenso momento di gloria. La voce arriva secca e lascia presagire poco spazio di trattative: “Parola d’ordine”.
Stizzito inveisco qualche svilente minaccia ma di nuovo il monito non si lascia attendere : “Parola d’ordine”, incalzano i mocciosi dall’interfono, decisi a non regalarmi l’ingresso.
Poi d’un tratto il pensiero affannato: una parola d’ordine… come per esempio two frogs, four eyes, eight legs, in a pond, ker plonk, ker plonk, ker plonk!
Più il tempo passa più si ingarbuglia la matassa!

