sento voci…
dicembre 18th, 2010
No, è che vorrei scrivere un’altra cosa… Una cosa vera, diciamo. Non far svolazzare le parole su un tono da bambina occidentale viziata.
Ho 31 anni.
Minchia…
Mi guardo allo specchio. Sì, ora. Ho un’innegabile faccia da donna.
“Donna”. Che parola imbarazzante in una regione dove si è “pitzoccos” e “pitzoccas” fino ai 40 anni…
Beh, ma in italiano sono indubbiamente una donna (je l’assume!). Con un corpo da donna. E con una voce da donna.
Una voce che delle volte sorprende anche me. Come quando si fa grave, quando nasce dal ventre, sottile e vibrante come un filo di fumo che sale, lento ma deciso, da un fuocherello all’aperto. Libero di seguire il suo tragitto.
(Oggi per esempio ti ho parlato con quella voce lì. Ti chiedevo un consiglio. La mia voce, che prima rispondeva assonnata alle tue cazzate di prima mattina, all’improvviso si è fatta seria e concentrata. E anche la tua ha cambiato consistenza, si è fatta più densa, scoppiettava di premura e attenzione. Hai smesso di scherzare e sei stata ad ascoltarmi; e la tua voce pure aveva 30 anni in quel momento.)
Sì, lo so, ho un po’ la fissa dell’età. Ma non credo sia per paura di invecchiare; credo piuttosto per paura di non “maturare bene”, esposta al sole del tempo… E mi guardo allo specchio, mi riguardo, cerco di capire cosa sto diventando. O chi. Quali nuovi petali stanno nascendo dalla mia corolla, quali nuovi cerchi concentrici stanno accrescendo il mio fusto. Visto che crescere è nella nostra natura, come natura insegna…
E anche la mia voce cresce. E sembra nascere da una cassa di risonanza interna che un tempo non sapevo di avere. Il profumo del suo legno ne arricchisce il sapore, la aromatizza di emozioni vibrate appena, emozioni vissute con una più piena consapevolezza. Non con la spaesata irruenza dell’adolescenza, quando la voce mi si colorava di emozioni forti, roboanti, che esplodevano alla ricerca di una libertà matta e disperatissima.
Beh, però forse un po’ esagero… non è mica sempre così romantica la cosa.
Prendiamo la voce di quando sclero. Lì sembro vagare alla ricerca di un tono che possa al meglio esprimere l’incazzo che ho dentro, e non trovarlo. E la voce allora si fa disperata, parla con gli occhi fuori dalle orbite, vorrebbe far credere di essere più sicura di quello che è, di sapere con precisione dove sta il problema. E, avendo la maledetta semiconsapevolezza di non riuscirci, lo sclero diventa sclero al quadrato.
O la voce dell’imbarazzo, accompagnata dall’immancabile sorriso ebete sperduto sul viso molle, un coniglietto nella prateria che si guarda intorno alla ricerca di una via di fuga da uno spazio così aperto.
O la voce della bugia, che finge di non sapere di mentire, e furba furba, un po’ nasale, costruisce coi lego delle parole un micromondo che la fantasia altrui possa ritenere abitabile. E, per farla stare comoda, aggiunge dettagli, comignoli, porte, divani, ne colora le pareti e finisce che un po’ ci crede pure lei alla sua esistenza.
E tutte le altre voci che mi abitano; ognuna col suo paesaggio, ognuna col suo acume e con la sua stupidità, ognuna col suo misterioso percorso dentro di me, e la sua origine ancora più oscura. Tutte orgogliose figlie di madre ignota. Che a pensarci bene, sarei io…


