Lupus angelicus (Sweeney)
settembre 24th, 2012
a Michela
Anno Domini MDCCX, plenilunio del mese floreale.
Sono arrivata al convento quasi diciassette anni fa, ben confezionata in un cesto di vimini. Mi facevano compagnia teste di aglio, peperoncini e una nuvola di fiori rosa di erba pimpinella.
Le suore mi trovarono davanti al portone d’ingresso in una notte d’agosto, mentre il plenilunio illuminava il mio pianto di neonata, ma non saziava la mia fame. Suor Ginepra delle Angelicanti, la consorella erborista incaricata dei lavori più armonici con la natura, mi prese in braccio, mi portò nella stalla e arrestò le mie lacrime con del buon latte di capra.
La madre badessa, suor Mistica, scelse per me il nome di Arcangela ma tutti qui mi chiamano Pimpinella. Sono rimasta al convento, nessuno del mondo là fuori mi ha adottato. E sono cresciuta giocando nell’orto coltivato con amore da suor Ginepra; nei prati brucati dalle nostre capre continuando a bere il loro latte fresco. Nell’immensa cucina, regno incontrastato e inespugnabile di suor Fumante, ho iniziato il mio apprendistato come allieva tuttofare.
Ora sono novizia e penso, in fondo all’anima, che questa non sia la mia vera vocazione. Amo la libertà. Forse più di un dio e mille altre credenze andrebbero conosciuti prima di scegliere la strada della propria vita. Per questo sono molto curiosa, amo leggere ogni libro, scavalcare le mura del convento con la mente per capire quali mutevoli leggi regolano i rapporti tra gli uomini e quali i percorsi più misteriosi della natura. Così, tra infinite preghiere e altrettante ore di meditazione, riesco a sgattaiolare inosservata nella penombra silenziosa della nostra biblioteca. Qui Suor Poetica mi ha introdotta alla conoscenza della storia, delle scienze e della poesia. I libri di cucina e di erboristeria sono i miei preferiti: grazie alla conoscenza di questi mondi, appresa con i miei primi passi, quasi magicamente, tra gli elisir di suor Ginepra e i paioli di suor Fumante, forse diverrò una perfetta suor Arcangela e darò lustro alle tradizioni del convento delle Angelicanti. Nei periodi dedicati al digiuno, i libri di cucina possono essere di grande sostegno, mitigando debolezza e fame più delle preghiere. Non sono forse essi una bellissima e intensa preghiera? Le regole del convento sono ferree, come quelle delle religioni del resto. Possiamo tuttavia ammorbidirle con l’intelligenza e la fantasia: ritengo sia utile cercare di interpretarle con un pizzico di estroversione e immaginazione.
Proprio a causa di questa mia indole fantasiosa la madre badessa, suor Mistica, che è una santa donna ma dotata di eccessivo puntiglio, è più volte caduta in serie crisi, più che mistiche direi… alquanto terrene.
Con l’inizio del noviziato vige l’obbligo di un lungo e severo apprendistato in tutte le discipline praticate al convento, anche i lavori più umili e faticosi.
Ho sempre avuto una particolare predisposizione a mescolare i più vari ingredienti. Da piccola aiutavo suor Ginepra nella preparazione degli elisir e di nascosto aggiungevo manciate di erbe trovate tra i monti, durate le nostre passeggiate. I risultati erano spesso sorprendenti ed io mi divertivo come una pazza. Non gliel’ho mai detto ma le sue preziose ricette godono tuttora del mio invisibile passaggio.
Suor Fumante forse sospetta qualcosa, perché è gelosissima dei suoi paioli e del loro lento sobbollire. Ho imparato, negli anni, a essere più veloce delle sue giravolte improvvise e più furba delle sue occhiate indagatrici: quando i pasti ricevono gli appalusi delle consorelle, significa che sono riuscita a migliorare qualche sua ricetta con piccoli ma essenziali ritocchi.
Ho imparato, tuttavia, che le abilità non sempre vanno ritenute tali. Durante l’apprendistato in lavanderia mescolai cenere, grassi ed erbe per lavare accuratamente i veli bianchi delle novizie, le conseguenze furono ambigue: riuscii a rigenerare le stoffe consumate. Unico particolare, devo dire bellissimo, il colore rosso fiamma dei nuovi veli.
Suor Mistica, inorridita, mi proibì l’accesso alla lavanderia.
Andai a servire messa. Al vecchio don Margotta venne il singhiozzo quando trovò i semi di zucca nella pisside; il fatto è che se ne accorse proprio durante la funzione pasquale. Avevo inaugurato una mia ricetta: tutte le ostie erano servite, di nascosto, alla preparazione delle soffici colombe alla vaniglia di suor Fumante. Ingenuamente pensai che i semi di zucca, più saporiti, avrebbero potuto essere un’ottima alternativa per la comunione.
Suor Mistica divenne furiosa, sollevandomi per sempre dall’incarico.
Divenni così aiutante di Suor Sinfonica, maestra del coro e organista ufficiale del convento delle angelicanti. C’è ancora una certa indole bambina in me: questi anni adolescenziali sono un passaggio imprevedibile verso la maturità ma tutto contribuisce a crescere, a capire.
Suor Sinfonica non accettò di buon grado il mio esperimento per l’inaugurazione della novena di maggio. Avevo pensato di profumare le navate della chiesa con aroma floreale in onore di Maria Bambina e la saponata con petali di rose sprigionava un’essenza meravigliosa; pericolosamente ero riuscita a versarla nelle canne dell’organo, ai primi accordi si sarebbero sprigionate migliaia di bolle di sapone profumando le navate della nostra chiesa: tutte le suore avrebbero applaudito al miracolo. Al soffio asmatico e rantolante dell’organo suor Sinfonica svenne, incastrandosi disastrosamente nella pedaliera.
Suor Mistica rifiutò le mie scuse con occhi pungenti e, additandomi come disgrazia del convento, mi esonerò dall’attività musicale relegandomi definitivamente al ruolo di guardiana di capre.
Le capre mi sono simpatiche, sono cresciuta con loro, ma non credo che resterò qui per sempre. Non in una stalla. I giorni sono lunghi, il lavoro non mi stanca e per impegnare lodevolmente il tempo durante le ore del pascolo ho trovato, tra i libri che suor Ginepra nasconde gelosamente sotto il suo pagliericcio, un insolito “Erbario magico”. Una capra mi ha rosicchiato un angolo della copertina, dovrò stare più attenta. La cosa più incredibile è che questo libro mi sta stregando, è un insinuante déja vu che scende lento nelle vene. Ho trovato la ricetta di un dolce che può trasportare in uno spazio diverso, a metà strada tra l’essenza dell’uomo e quella dell’animale. Devo dire che sono molto scettica ma infinitamente, totalmente curiosa. Ecco gli ingredienti: tre peli di lana di pecora, mezzo lombrico lavato, cinque petali di caprifoglio, una radice di mandragora raccolta nel plenilunio e finemente sminuzzata, tre grammi di licheni sbriciolati, cento gocce di pioggia notturna, un uovo di tacchino, un cucchiaino di resina di cipresso, quattro cucchiai di miele di lavanda. Si deve amalgamare e stufare il tutto a fuoco lento in un paiolo di rame recitando una breve formula in una lingua sconosciuta… per eliminare l’effetto prodotto dal cibo magico, mangiare ortiche crude.
Non è stato facile ma sono giunta al traguardo. Il giardino del convento è deserto in questa notte d’estate, qualche lontano uccello notturno canta in sordina: ecco alcune nubi violacee che offuscano la luna piena con il loro velo stizzoso. Ora tutto è silenzio. Assaggio l’amara dolcezza della profumatissima crema, ha un sapore ancestrale, unico. Attendo. Vedo le mie mani ricoprirsi di riccioli di peli bianchi, tutto il corpo è attraversato da un intenso solletico, la tunica mi soffoca… devo toglierla scalciando, mi rotolo a terra, sono libera…
“E che ci fa una pecora nel nostro giardino?” esclama suor Fumante dalla finestra della cucina e chiama a raccolta le altre suore nell’alba che si colora di sole. Tutte si precipitano e mai mi sono sentita osservata con tanta attenzione in tutta la mia vita.Posso solo belare ma le consorelle non mi capiscono anzi, decidono di tosarmi perché la mia lana è molto fitta.Scappoda questa strana realtà che ho creato con tanta leggerezza, correndo a rotta di collo verso la zona più lontana del giardino, là dove crescono fitti ciuffi di ortiche: quattro zampe mi permettono una discreta velocità. Bruco avidamente le foglie e il mio aspetto riprende sembianze umane. Laggiù c’è la mia tunica, devo assolutamente indossarla prima che le inseguitrici mi raggiungano…
“Suor Arcangela!” esordisce la madre badessa scrutandomi accigliata. “Hai visto una pecora correre verso di te?”.
“Sì Suor Mistica… correva come una matta verso il bosco laggiù. E mi sono chiesta da dove fosse arrivata e perché mai dovesse fuggire così terrorizzata…”.
Il crocchio di suore bisbiglia.
“E cosa fai tu a quest’ora tra le ortiche?” inquisisce suor Fumante.
“Volevo prepararne un mazzo per suor Velina, l’effetto urticante è ottimo per curare i suoi reumatismi…” sorrido e indico l’abbaino, dove si affaccia, nel tremore dei suoi novantanove anni, la suora ammalata. La saluto sventolando il fascio di ortiche, strappate proprio un attimo prima di emergere dai cespugli.
Il caso dell’apparizione della pecora e della sua scomparsa è l’argomento di cui tutte parlano. Don Margotta, nella sua predica domenicale, ha argomentato di agnelli e diavoli, tuonando minacce infernali contro peccatori e miscredenti.
Ho deciso di parlare dell’erbario magico a suor Ginepra, alla fine si accorgerà della copertina rosicchiata. Prima di restituire il libro, lo trascriverò sul mio messale, usando il retro bianco delle pagine; mi sembra un compromesso accettabile. Questo fatto è insolito: l’inchiostro nero con il quale sto scrivendo cambia colore nelle formule magiche, diventa… rosso.
Suor Ginepra è impallidita quando le ho confessato il piccolo furto, mi è parso di leggere qualcosa di simile alla paura nei lampi del suo sguardo. Mi ha detto che si tratta di un libro assai pericoloso. E’ indietreggiata quando l’ha visto tra le mie mani, fissandolo con gli occhi spalancati.
“Te lo restituisco se mi dirai dove l’hai trovato” la invito a rispondermi allontanando il libro dalle sue braccia tese.
“Nel tuo cesto, quello in cui ti trovammo davanti al portone del convento” sussurra fiocamente “ma non l’ha visto nessuno, solamente io…” aggiunge guardinga, quasi scusandosi.
Un brivido mi percorre con la velocità di un fulmine e molte cose ora hanno un significato chiaro, spiegano la mia diversità in quest’amato eppur geometrico mondo di suore, di precetti, di preghiere e penitenze, di digiuni, di amore puro e assoluto privo di terrestre, corporea complicità.
Pongo l’erbario nelle mani tremanti della suora, lei afferra il libro affannosamente e con destrezza e velocità lo scaglia nel caminetto. Attizza rapida il fuoco e il fumo azzurro che si sprigiona dalle braci, prende per un attimo le sembianze di un lupo, bellissimo e fiero.
Tutto scompare e suor Ginepra mi abbraccia, tenendomi stretta. Mi dice che ora tutto è finito e a quel libro non dovremo pensarci mai più.
Stringo forte il messale nella tasca della mia tunica e mi allontano verso la cappella.
In questo luogo sacro e perfetto inizio a leggere l’imperfezione della magia e memorizzo con sorprendente facilità ogni pagina trascritta, percorrendo nella mente strade già conosciute, sentendo vibrare in me l’armonia e l’energia di un mondo ritrovato.
Anno Domini MDCCXXV, plenilunio del mese apparente.
Non è stata una scelta ambigua quella di rientrare infine al convento, del resto da quando sono divenuta la più giovane madre badessa della contea, ho acquistato anche una grande libertà d’azione. Le formule magiche e le pozioni che so preparare, con la complicità di una magia che si perde nell’eco dei millenni, sono preziose alleate in ogni momento della mia vita. Per un lungo periodo ho vissuto fuori da queste mura, ho conosciuto l’amore terreno, il desiderio, la passione. In fondo all’anima, però, la pace provata tra queste mura apparentemente così invalicabili, è stata un richiamo profondo, intimo e sorprendente. Nelle notti di luna piena amo ritrovare il mormorio delle mie vite passate mentre l’eco del panis angelicus riecheggia nel soffio del vento, nei battiti del cuore.
Invisibile, fuggo dal convento per riprendere le morbide fattezze e le agili movenze della mia essenza libera. Il richiamo della natura diviene sempre più intenso, si fonde nell’anima e nel corpo: il mio ululato riecheggia nella valle e raggiunge l’infinito.
E mentre i pini ondeggiano nel chiarore lunare, io sono lo spirito del tempo e quello del lupo azzurro.

