Unione eterna
agosto 9th, 2011
I dodici erano seduti a un tavolo.
«Saranno dodici, come noi.» disse Simone il più anziano.
«Sì, ma non basta. Il figlio di Dio deve essere presente. Dobbiamo inventare qualcosa di credibile.» aggiunse Giovanni.
«Figlio di un ricco commerciante, può essere credibile?» domandò Giuda.
«No. Deve essere povero! Magari di nobili discendenze. Ma comunque povero.» ribadì Simone.
I dodici continuarono a discutere e scrivere. Dopo giorni e giorni la storia fu completata.
Per rendere il tutto più realistico il racconto fu scritto quattro volte, con leggere variazioni, e datato in tempi diversi.
I secoli passarono e il racconto dei dodici attecchì come nemmeno loro si sarebbero potuti aspettare.
La religione di cui si parlava nei quattro libri divenne la più importante e seguita di tutto il mondo.
Per Ginevra e Francesco si avvicinava il momento più bello della vita. Tra poche ore avrebbero coronato il loro sogno d’amore col matrimonio. Avrebbero suggellato così la loro unione per l’eternità, come era scritto nei Libri Sacri, e legittimato la vita che da quattro mesi si espandeva irrequieta nel ventre della donna.
La sposa era bella, come tutte le spose del mondo. L’abito bianco e il viso coperto da un leggero velo dello stesso colore le conferivano un’aria candida e amorevole, come Francesco non ricordava di avere mai visto.
Francesco dal canto suo era molto emozionato. Le gambe, da quando era sceso dal letto, non avevano mai smesso di tremargli. Chissà se anche a suo padre era successa la stessa cosa il giorno che si sposò. Aveva visto più volte il filmato del matrimonio dei suoi genitori, ma stabilire certi particolari era impossibile.
Per il ricevimento i due non badarono a spese. Prenotarono un bellissimo locale in aperta campagna e si preoccuparono di scegliere, con l’aiuto dello chef, le pietanze migliori e più costose da far servire agli invitati il giorno della festa.
Tutto filò liscio. Il prete celebrò la cerimonia nel migliore dei modi e ricordò agli sposi che di lì a otto mesi sarebbero dovuti tornare per celebrare il battesimo del figlio e rafforzare la loro unione.
I due novelli sposi si baciarono tra gli applausi degli amici e i chicchi di riso e grano che, in un’atmosfera festante colma di allegria, piovevano su di loro come un leggero temporale primaverile.
Le macchine cominciarono a muoversi a suon di clacson verso il luogo del ricevimento, mentre il parroco sui gradini della chiesa, osservava rigido il corteo, aspettando l’arrivo di un’altra coppia da unire in matrimonio.
Francesco aveva il viso rigato dalle lacrime. Davanti a lui, su una comoda e calda culla, riposava il frutto del suo amore e di quello di Ginevra. Anche Ginevra, stremata dal parto, piangeva un pianto fatto di gioia e comprensibile paura. E con gli occhi cercava conforto in quelli del marito, che avvicinatosi a lei la coccolò teneramente.
Chissà come sarebbe cresciuto il piccolo e se la sua vita sarebbe stata serena come quella dei suoi genitori.
Chissà se avrebbe assomigliato più alla madre o al padre, oppure avrebbe preso i caratteri di entrambi.
I giovani sposi non potevano saperlo. Francesco si chinò su Ginevra, l’abbracciò e le sussurrò dolce come un soffio «Sei meravigliosa amore mio.»
Lei a quel punto non riuscì a trattenere le lacrime che da tempo cercavano una via di sfogo nei suoi occhi liquidi. Pianse come una bambina singhiozzando e tirando su col naso, mentre lui, con lo sguardo umido, le accarezzò i capelli neri assicurandole che tutto sarebbe andato bene.
Il grande giorno arrivò. Il piccolo, che avevano deciso di chiamare Gianni, presto avrebbe ricevuto il suo primo sacramento e nello stesso tempo il parroco avrebbe rafforzato il rapporto eterno tra Francesco e Ginevra.
Gli invitati, gli stessi della volta precedente, erano più seri e portavano vestiti meno sgargianti.
Ginevra, con un fazzoletto in mano per asciugarsi le lacrime,camminava al fianco di Francesco che spingeva il passeggino verso la chiesa. Poi,giunti sui gradini, l’uomo prese Gianni in braccio e lo portò dentro, camminando nel corridoio tra i banchi ancora vuoti. Accanto all’altare vide il cesto ornato con lenzuola, cuscini e fiori bianchi in cui depose il figlio addormentato. L’altare era carico di rose e calle che espandevano nell’aria il loro profumo deciso. L’odore dei fiori misto a quello dell’incenso cominciò a dargli la nausea. L’altra volta non avevano avuto su di lui lo stesso effetto. Il padre diede l’ultimo sguardo al figlio, poi, prima di tornare indietro, diede un’occhiata alle due sedie, poste una a destra e una a sinistra, destinate a lui e alla moglie.
Ginevra lo aspettava proprio fuori dalla chiesa. Non era ancora riuscita a smettere di piangere. Lui l’abbracciò e guardandola fissa negli occhi le disse «Ti Amo.» Lei rispose allo stesso modo.
Prima di guadagnare i loro posti accanto all’altare, i due si presero la briga di salutare uno per uno tutti gli invitati, con strette di mano e baci sinceri. Poi l’uno con la mano stretta in quella dell’altra, si avviarono verso le sedie, mentre i bagliori delle luci appena accese li resero due sagome luminose in movimento.
Tutto era pronto. La cerimonia ebbe inizio.
Il parroco pregò con tutti i presenti, poi, con l’acqua benedetta bagnò la testa del piccolo che si svegliò dal suo sonno e si mise a piangere forte e ininterrottamente.
A Ginevra fu concesso di calmare il piccolo che dopo breve tempo ricadde in un sonno profondo.
Dopo qualche minuto di silenziosa preghiera giunse il momento di rafforzare il rapporto tra i due giovani sposi.
I chierichetti avevano già legato con le fasce sacre l’uomo e la donna alle proprie sedie.
Il parroco indossò i guanti e, col calice in mano contenente le ostie a loro destinate, scese i gradini dell’altare, si voltò effettuando una genuflessione verso il crocifisso e poi porse l’ostia consacrata prima a Francesco e poi a Ginevra. Fatto ciò disse «E con queste ostie consacrate, la vostra unione sarà resa eterna una volta per tutte, come è scritto nei Libri Sacri.»
Nella chiesa piombò il silenzio spezzato solo per un breve attimo dai rantoli dei due sposi e dallo stridere fastidioso delle sedie che assecondavano gli spasmi involontari dei loro corpi.
Il parroco attese paziente poi, preso sotto le ascelle il bambino, lo volse prima alla madre e poi al padre che, con gli occhi sbarrati e rossi e la bava densa alla bocca, pareva guardassero con disperazione proprio lui.
Il prete concluse la celebrazione «Grazie ai tuoi genitori, che ti hanno dato la vita, tu potrai continuare a vivere. In nome della Chiesa e per conto della Chiesa, tutto ciò che era appartenuto a loro ora è di proprietà della Santa Sede, ma ti sarà concesso di sfruttare ogni cosa sino a quando ne avrai bisogno. Col sacramento del battesimo tu rinunci ai tuoi genitori carnali che oggi sono stati uniti per l’eternità e siedono felici nel Regno dei Cieli, e prendi il Signore padrone del Cielo e della Terra come unico e indiscusso Genitore per l’eternità. Come è scritto nei Libri Sacri di Luca, Giovanni, Marco e Matteo. Amen.»


