L’inferno oltre il buio

luglio 20th, 2012

Io correvo la mattina della domenica lungo la riva del mare, per tenermi allenato.
Io saltavo sulle scale della scuola, era una sfida tra me e l’equilibrio e vincevo sempre.
Io andavo in bicicletta, era il mio mezzo di locomozione preferito, la mia città sembrava fatta apposta perchè pianeggiante, le gambe erano agili come quelle delle gazzelle.
Io giocavo a basket ed ero pure molto bravo, per la squadra ero un elemento utile, perchè avevo sempre il canestro che salva la partita
Io non stavo mai fermo, il cervello correva sempre dietro ad un’idea, che le mie mani o le mie gambe realizzavano velocemente.
Io studiavo, non con estrema passione. Frequentavo l’istituto tecnico con profitto medio, mi piaceva la nuova classe delle superiori, erano ragazzi simpatici, con i quali condividevo molti dei miei interessi.
Io cominciavo a guardare le ragazze, che fino a quel momento mi erano rimaste indifferenti.
Ricordo ancora che in quei tempi mi era simpatica Letizia, una mia compagna di classe. Il viso dolce ricordava le madonne del trecento, gli occhioni grandi e scuri mi davano un brivido insolito, ogniqualvolta appoggiavano il loro morbido sguardo sul mio viso, che leggermente arrossiva, senza il mio permesso.
IO VIVEVO la mia adolescenza, i miei timori e le mie certezze di quindicenne, felice dopo tutto.
Un giorno sono tornato da scuola con un insolito mal di testa. Tanto insolito non era in verità, perchè era da qualche giorno che sentivo pulsarmi le tempie. Mia madre non dette particolare importanza a questo mio malessere e così non ci pensai troppo neanch’io, del resto la maggior parte della popolazione vive e sopravvive con il mal di testa.
Il dolore aumentò e vacillai.
Poi saltò il quadro elettrico e calò la notte. Persi conoscenza.
Un aneurisma era scoppiato nel mio cervello, un bubbone e il sangue sgorgando copioso ha mandato in tilt la fitta rete di neuroni intrecciati.
Il chirurgo tentò di salvare il salvabile con un operazione a cervello aperto, risucchiò tutto il sangue possibile. Mi salvò la vita…..così lui ha creduto, fedele al giuramento di Ippocrate, svolse il suo lavoro in maniera eccellente.
I miei genitori furono felici.
Quando riaprii gli occhi incontrai quelli di mia madre e il suo volto si illuminò come un faro accecante, tanto che richiusi i miei con un pudore indecifrabile.
Tutti esprimevano in ogni loro gesto una gioia carica di apprensione. La percepivo ma non riuscivo a muovere un muscolo e richiudevo gli occhi, certo che di lì a qualche giorno mi sarei riaffacciato alla vita di sempre, la mia vita.
Trascorsi tre mesi dentro l’ospedale, poi fui ricoverato presso una clinica riabilitativa.
Un turbine di emozioni mi affastellava la mente, l’unica ancora in grado di essere indipendente.
Lottavo come un leone. L’entusiasmo di mia madre mi riempiva di speranza.
AH LA SPERANZA!
Un’illusione che mi ha trascinato per anni. L’illusione di poter tornare, se non proprio come prima, almeno autonomo, in grado di gestire la mia vita.
AFFATTO.
Dipendo dagli altri. Questo mi lacera al punto che odio il prossimo, a volte. Ne pagano le conseguenze la mia famiglia. Sono pesante come un macigno, me ne accorgo benissimo, passo lunghe ore a fissare il vuoto che mi circonda, che mi ha assalito, oscurando per sempre il mio orizzonte.
Mi sento come uno caduto in un pozzo scuro e profondo, stretto tra pareti lisce e arrotondate sulle quali non ho appiglio alcuno.
Sono rigido in tutti i miei movimenti e questo mi innervosisce, scatenando una forza misteriosa che mi fa lanciare in aria tutto quanto mi capita a tiro e urlo ferocemente.
La mia famiglia impotente non può che guardare questo spettacolo indecente insieme a me, attore e spettatore di me stesso e della mia tragedia personale dalla quale non trovo vie d’uscita.
Avevo molti amici prima del buio. Ero un ragazzo simpatico e allegro.
Appena successo il fatto, accorsero al mio capezzale tanti compagni di giochi e risate. Venivano con l’intenzione di sollevarmi, di farmi compagnia ma ricevevano solo il mio muso storto e cupo. Li scrutavo e leggevo nei loro sguardi la paura, che cercavano disperatamente di camuffare dietro ad un sorriso e ad una battuta, e l’angoscia che quel mio stato gli provocava.
Man mano che il tempo passava, erano sempre meno i ragazzi che suonavano alla mia porta. Non ero una buona compagnia, sempre serio e taciturno.
Poi persero il mio indirizzo, ora, quando mi incontrano durante le mie passeggiate con l’assistente, abbozzano a mala pena un saluto con la mano, al quale rispondo annuendo con il viso.
Quando si finisce in un pozzo stretto e scuro, all’inizio in molti provano ad affacciarsi e cercano di vedere la tua ombra stagliarsi nel buio, appena intaccato dalla luce del giorno. Ti chiamano, sperando che la sola forza della loro voce possa in un certo qual modo aiutare le tue braccia e le tue gambe a muoversi per risalire in superficie. Nessuno vede i tuoi sforzi, perchè il buio non glielo permette e così alla fine esausti e sfiduciati vanno via e tu non hai neppure più il supporto della loro voce, della loro speranza, che era poi anche la tua in fondo.
Io ho perso la speranza, ho capito che da questa sedia non mi alzerò più, che il mio braccio destro non funziona, che la mia faccia è storta. Sono incazzato con tutto e con tutti ma non mi esce una lacrima, non mi servono le lacrime piuttosto mi aumenta la salivazione e se non mi controllassi schiumerei, sì schiumerei di rabbia.
I miei genitori sono disperati, mia madre non riesce più a fare una vita normale, non mi lasciano mai solo; credo che mi ritengano pericoloso, io invece mi sento sorvegliato e questo mi irrita ancor di più, accrescendo la mia iracondia.
La mia passione è sempre stato il basket e continuo a seguire la mia squadra, grazie a mio padre che mi accompagna a Roma, dove loro giocano e dove mi allenavo e giocavo anch’io.
Mi galvanizzo solo quando so che andrò a Roma a vedere un incontro dei miei ex compagni. Nei giorni precedenti all’evento la mia mente si perde a pensare alla partita, al ruolo di Matteo o di Giulio o di qualche altro, alla loro impostazione di gioco.
Il viaggio di andata è sempre il più piacevole perchè l’attesa dei giorni precedenti, ha caricato di aspettativa l’evento, una piccola droga per dimenticare la rigidità dei miei arti, l’inutilità dei miei muscoli.
L’incontro con i miei compagni è sempre emozionante ma carico di dolore per me. I loro abbracci possenti, le loro gambe scattanti e muscolose, i loro visi freschi e liberi di fare qualsiasi tipo di smorfia mi procurano una fitta dolorosa allo sterno. Devo sorridergli e mi sforzo ma vorrei piangere, piangere la mia rigidità.
Poi la partita mi rapisce e per quasi un’ora dimentico me stesso. Un’illusione, un’altra che pongo davanti ai miei occhi soffocati dall’ira, accecati ormai non li si può più di così.
Il ritorno lo passiamo a parlare della partita ed è forse l’unico momento in cui io e mio padre parliamo, così come eravamo soliti fare prima del black out.
Io e mio padre nutriamo lo stesso rancore, lo stesso dolore, la stessa impotenza. Non ci diciamo mai nulla, non amiamo parlare di noi ma gli occhi discorrono di noi stessi più di quanto vorremmo.
Quando in una famiglia si abbatte un’urugano, quale si è abbattuto sulla nostra, non è facile ritrovare degli equilibri vivibili.
Il mondo di finzioni e di proiezioni oleografiche di sorrisi e di rilassanti sigarette fumate appesi ad una ringhiera piena di rose, è la sola possibilità che resta per non impazzire.
I miei sono bravissimi, mio fratello di quasi cinque anni più piccolo affatto. E’ nel pieno della sua gioventù e di me non gliene frega niente o quasi. I miei poi lo hanno sempre cercato di proteggere e di non fargli pesare la mia nuova condizione e ritengo che abbiano sbagliato. E’ un viziato di prima categoria, ogni cosa la utilizza come pretesto per ricattare i miei e farli sentire in colpa. Adesso pure io li tratto male, poveracci sembrano due ” vasi di coccio in mezzo a vasi di bronzo” per sfruttare Manzoni, però la mia condizione mi giustifica. Che vuole lui che entra ed esce, così come un tempo potevo fare anch’io…ah come sono invidioso!!! Vedere che a tutti voi altri vi si muovono le mani e le gambe, che correte, che ridete senza che il viso vi tiri tremendamente, si sono invidioso ed è inutile che gli psicologi tentano di rincoglionirmi con le loro teorie di merda. Parlano bene, intanto a loro le mani e le gambe si muovono!
Io mi sento peggio che in galera e, purtroppo per loro, i miei genitori appartengono al mio mondo carcerario.
Loro diventano la fisicizzazione della mia condizione di invalido e così posso inveire contro qualcosa di tangibile.
Mia madre piange e mio padre diventa tutto rosso e cerca di trovare qualche parola che mi possa frenare. Non ci sono ragioni come non ci sono religioni.
Io non sono mai stato un intellettuale, io ero uno che si esprimeva attraverso il movimento, ero uno sportivo, che ci faccio ora con questo corpo inutile e rigido?
Nella loro disperazione mio padre e mia madre hanno cercato di intessere contatti con associazioni di persone colpite da un problema analogo al mio.
Un giorno mi portarono ad un incontro organizzato da un’associazione di familiari di persone colpite da aneurisma o ictus celebrale. Tutta gente di varia età che fino all’arrivo dell’uragano conduceva un’esistenza sana e normale.
L’incontro si svolgeva presso un grande albergo di Roma, era una domenica di febbraio piovosa e triste. Mi accompagnò mio padre, offrendo così a mia madre un paio d’ore di libertà.
Durante il viaggio papà cercò di interessarmi a quell’incontro, raccontandomi quanto aveva letto sul sito di questa Associazione riguardo alle attività ludico ricreative che venivano organizzate; cercò inoltre, con un tatto che mi commosse, di indurmi ad un confronto tra pari. Sperava che qualcuno di loro mi infondesse quel coraggio e quell’ottimismo, tanto utili nel mio caso è vero, ma che io ho perso nel momento in cui ho constatato l’impossibilità di riacquistare l’uso delle gambe..
Come al solito lo ascoltavo non dimostrando particolare interesse, ero perennemente annoiato e nulla sembrava distogliere i miei pensieri da quel forte senso di oppressione che mi dava il mio corpo.
Quando arrivammo la pioggia, gelida come spilli di ghiaccio, cadeva fina ed implacabile.
Ricordo la sensazione dolorosa che mi provocò quell’acqua sul viso immobile e contratto, più che gocce d’acqua mi sentii pungere da tanti spilli gelidi come lamine sottilissime di ghiaccio.
L’albergo era molto grande e non presentava barriere architettoniche, sembrava fatto apposta, immensi saloni ospitavano ognuno un convegno e tutti erano ben pubblicizzati all’ingresso, dove c’era un gentile commesso che dava informazioni con un sorriso stampato e, vista la temperatura, congelato. Lo guardai a lungo mentre parlava con mio padre, aveva dei denti perfetti, di un bianco trasparente, lucenti come dei cristalli e non vi nascondo che, vista la temperatura rigida, temetti che da un momento all’altro gli si sgretolassero.
Quando entrai nel salone mi ritrovai insieme a tanti altri carrozzati par mio, voi pensereste che io sia stato felice di questo? Ma niente affatto! Puaf i miei simili, che depressione! Alcuni poi faceva proprio male guardarli, soprattutto pensando che fino a pochi anni prima erano state persone sane.
Nelle intenzioni dei miei quella riunione sarebbe dovuta servire ad aiutarmi ad uscire dalla solitudine, speravano che, confrontandomi con gli altri, avrei trovato la forza di reagire. Ma io ce l’ho avuta la forza di reagire, mi è durata più di quattro anni, poi basta no? Che vuoi reagire?
Nei film va tutto bene e le soluzioni si trovano sempre. Nella realtà non è così. Quando ti si è reciso il filo principale, quello che ti consentiva di disporre di te stesso, quando tutto ad un tratto anche pisciare diventa un atto pubblico, allora che vuoi sforzarti, a fare cosa?
Vedere altri derelitti dell’esistenza par mio, mi ha solo depresso e per circa una settimana ho chiuso le comunicazioni.
Offrivo la mia immagine storta e cupa come emblema della mia disperazione, senza pronunciare una sillaba per ore ed ore, nonostante mia madre con gentilezza cercasse di intessere un minimo di conversazione.
So benissimo che è perfettamente inutile trascinare la mia esistenza in questo vuoto assoluto.
So che dovrei trovare alternative, frugare tra i neuroni rimasti buoni, per capire infine se c’è qualche lezione utile, da trarre da tutta questa storia. So un mucchio di cose ma non me ne frega un bel niente di scoprire l’altra faccia della luna, io sono andato, contro il mio volere, a vivere nella parte oscura e ho imparato a crogiolarmi nei miei silenzi.
Lasciatemi disperare in pace!
Questo lo urlerei volentieri in faccia ai miei e a tutti gli psicologi, che loro mi mettono intorno con l’intenzione, capisco buona, di aiutarmi.
Lasciatemi rotolare nel mio sterco, così come è uso fare un maiale, lasciatemi libero di prendere a spigolate il muro per provare l’ebbrezzo di morire.
Si signori, morire, oddio che brutta parola!
Certo avete ragione, per voi vivere o morire presenta delle differenze sostanziali; per me no, la mia vita è condizionata da cellule celebrali morte, definitivamente bruciate e non sostituibili.
La mia vita di atleta, di amante ardimentoso, di padre premuroso e severo è stata irrimediabilmente bruciata, prima di poter essere tale, così come le mie cellule.
Perchè dovrei temere la morte, che c’è di più terribile della mia nuova condizione?
Dai non per essere pessimisti, come potrebbe a tutta prima sembrare, ma provatevi ad immaginare i vostri arti che non rispondono più ai comandi del cervello. Una vaga idea la potrete avere quando vi si addormenta un braccio o qualsiasi altro arto. Allora la memoria non vi aiuta? Sicuramente e sono certo che adesso pensate alla sensazione terribilmente fastidiosa, che avete provato tante volte immagino, beh non è niente al cospetto del mio quotidiano.
Perchè dovrei temere la morte?
Si sono spente quelle cellule che mi consentivano di volare da solo, le mie idee correvano veloci come le mie gambe….ora sono solo aria che fuoriesce rabbiosa finanche dalle orecchie.
Se arrivo a tiro con il braccio funzionante a qualche oggetto, beh lo tiro con una violenza, che lascia basito anche me. Non serve a niente lo so e ultimamente mia madre, ormai stanca ed esaurita, comincia ad urlarmelo in faccia senza più frenarsi. E’ sfinita poveretta, la capisco perchè sto come lei, solo che lei può muoversi io no e allora la consapevolezza di essere un perdente mi chiude la gola, che libero solo grazie ad un urlo disumano.
L’apice della rabbia che poi digrada nel silenzio, la quiescenza del vulcano.

Un pomeriggio di ritorno da terapia mio padre cambiò strada, sembrò casuale invece la cosa era stata studiata e pensata ma questo lo capii in seguito.
Ci trovammo di lì a poco davanti al cancello di un canile: – Valerio guarda quanti cagnolini! Che ne dici se ne prendessimo uno piccolino? Ti ricordi che qualche anno fa ce lo chiedesti e noi…beh! Era un’altra vita Vale’ – povero papà si sentiva quasi in colpa forse, provai una tenerezza che mi lasciò scappare una lacrima, sorrisi e lo guardai intensamente negli occhi, lui si illuminò e quasi saltò giù dall’automobile. In quel momento posai lo sguardo sulle sue gambe, che agili rispondevano ai comandi impartiti e seguii le linee dei muscoli, almeno di quelli che riuscivo a percepire attraverso la stoffa.
Mi perdo ad osservare le linee disegnate dai muscoli e dai tendini, l’estate poi, che siamo generalmente tutti mezzi nudi, rimango affascinato dalle gambe delle ragazze, che profumate mi svolazzano accanto, a volte senza accorgersi che esisto.
La mia posizione rigida mi costringe ad osservare l’ambiente circostante in maniera diversa rispetto a voi, che correte liberi nei vostri arti agili.
Nelle mie lunghe giornate di silenzio, chiuso in camera mia seduto, come potrei diversamente, a furia di fissare lo sguardo, apparentemente nel vuoto, mi accorsi dell’esistenza di linee, ombre e luci di cui non ne avrei sospettato l’esistenza, se non fossi stato costretto a questo immobilismo.
Ma torniamo al canile.
Volevo scendere e glielo comunicai a mio padre, che fu felice di aver avuto una buona idea.
Si logorava alla disperata ricerca di qualcosa che mi distraesse e che mi aiutasse a convivere, un pò più serenamente, con questo mio corpo insopportabilmente rigido.
Come mi sistemò sulla carrozzina al di fuori dell’abitacolo dell’automobile, avvertii una carezza sottile regalatami dal vento, quello caldo e profumato di salsedine e sabbia, tipico della stagione estiva ma era gennaio ed era tutt’altro che caldo .
Camminammo per un po’ nel vialetto in cui si affacciavano i recinti, che ospitavano vari cagnolini in cerca di padrone. Ad un tratto mi girai, poco in verità ma di più non ci riuscivo, per parlare con mio padre: – Che dolci, papà, vero? – anche loro sono prigionieri come me, pensai ma non glielo dissi: – guarda che musetti eh? – mio padre era raggiante, non gli pareva vero di averci azzeccato, aveva ed ha ragione poveretto, sono uno scontento e non accetto di sentirmi dire che sono esagerato! Sono una persona perbene e con il mondo mi limito a grugnire, annuendo con la testa alle paternali dei tanti bravi che mi circondano. Altrimenti gli tirerei la prima cosa che mi capita a tiro, forse così la smetterebbero di dire idiozie.
Ma torniamo al canile un pò umido e freddo.
Il sole sprofondava tra le braccia languide delle onde del mare, mi sembrava di vedere da lontano la striscia azzurra delle acque, allargarsi per accoglierlo.
Illuminata dalla luce rossa del tramonto, faceva capolino la notte con le sue prime stelle e con l’aria sempre più frizzante e gelida.
Girammo in lungo e largo, passando e ripassando davanti a quei recinti e mi straziava sentire quel guaire sommesso o quel latrato disperato, non riuscivo a decidermi.
Poi ad un tratto lo vidi, era un cagnolino di piccola taglia, il pelo quasi grigio, tanto il nero era sovrastato dal bianco. Era accovacciato in un angolo, il musino poggiato sulle zampine anteriori, gli occhi semichiusi, sembrava non interessarsi affatto alla nostra presenza. Chiesi al gestore del canile notizie di quel cagnolino e seppi che era stato abbandonato già un paio di volte, ormai non si avvicinava più alla rete quando venivano ospiti, non si fidava anche lui come me era stato tradito.
In quel momento decisi che doveva essere lui il mio cane così chiesi di prenderlo.
Oddio che emozione quel corpicino caldo e palpitante!
Era spaventatissimo, la coda serrata tra le gambe, tremava come una foglia quando me lo adagiarono in grembo ma il tremore delle mie gambe rigide lo tranquillizzò.
I suoi occhi scuri mi scrutarono a lungo poi mi annusò con discrezione.
Ci riconoscemmo, avevamo un odore comune, l’odore di terra battuta all’alba, quando la brina della notte ancora non è evaporata con il sole. L’odore di chi è schiacciato su un freddo pavimento.
Rudy si chiama così, il mio cane, il mio amico vero, l’unico a cui posso affidare la mia angoscia senza bisogno di tradurla in un linguaggio faticoso e complesso.
Il rapporto affettivo che si instaura tra un uomo ed un cane ha qualcosa di trascendente.
Il cane sembra conoscerti in profondità. Non puoi mentire al suo cospetto, non ti puoi nascondere dietro al paravento fragile del linguaggio. Il cane è essenza di pensiero, ti conosce meglio di quanto tu conosca te stesso. Sembrano sempre le solite frasi del piffero, non è così ve lo posso garantire. Rudy ed io ci siamo scelti e da quel giorno siamo inseparabili.
Sa di essermi d’aiuto e questa consapevolezza lo ha aiutato a non temere un nuovo abbandono. Giorno dopo giorno la certezza del mio amore, gli ha acceso lo sguardo, smorto e triste che aveva al canile.
Sicuramente prima di me ha trovato persone che non avevano bisogno di lui, anzi è probabile che lo ritenessero un impiccio, altrimenti non lo avrebbero abbandonato.
Le mie enormi difficoltà Rudy le ha percepite fin dal primo incontro. Non era un cucciolo, già conosceva il mondo e questo lo aiutava a fiutare al volo l’ambiente e le persone che lo circondavano.
Ricordo che il primo mese volevo stare sempre con lui, e Rudy con una pazienza inumana, sopportava i miei abbracci continui, senza emettere neppure un guaito per non dispiacermi. Rudy mi ha viziato con le sue coccole, i suoi sguardi amorosi e ho scoperto con incredulità trasognata, che si farebbe scoppiare la vescica pur di non lasciarmi solo.
Un amore così grande è un’importante consolazione, è la brezza di quel venticello consolatore, che giunge alle narici del prigioniero, che dal fondo del pozzo lo attende per riempire i polmoni d’aria fresca..
Io però sono in fondo al pozzo, neppure l’amore di Rudy può tirarmi fuori.
Nonostante il mio pessimismo, diventato un compagno di viaggio, che scoraggia mortalmente chi mi è vicino, Rudy non si è scoraggiato affatto. Per mia fortuna il cane non ha parole inutili da dispensare, dall’aria, piena di odori a noi sconosciuti, trae consiglio e conosce sempre in anticipo quello che è giusto, che lui faccia per me. E’ incredibile, non ho parole sufficienti, non sono un letterrato, sono solo un povero disgraziato a cui la vita ha voltato le spalle. Scrivo male con questa mia mano sinistra ma almeno per scrivere non voglio aiuti.
Rudy è l’unico che mi aiuta senza aiutarmi, il suo odore, il suo pelo morbido che mi solletica la faccia, mi induce a sorridere anche quando non vorrei e mio malgrado in quel sorridere, pur dimesso, libero una quantità immensa di tossine di rancore e mi sento più leggero per qualche secondo.
Attimi come frammenti di luce rifratti in un caleidoscopio, tanta è la mia vita

Io correvo, io giocavo, io ridevo, io ero libero…….