QUATTRO STELLE

marzo 9th, 2012

Nella penombra del sushi-bar, la faccia del critico Martellini sembrava più giovane.

A momenti, un lampo di follia sbarazzina si affacciava dall’orlo delle palpebre chiuse a metà (simile all’irrequieto movimento della luce nottambula di una torcia elettrica sotto il bordo di una saracinesca), mentre la stilografica s’inerpicava a singhiozzo sopra il tovagliolino di carta preso da un supporto metallico con forma di parrocchetto su cui scivolava assente e tuttavia imperterrito, l’errabondo sguardo del critico occupato a scrivere ( cosicché, alla domanda: Che guardi?, egli non avrebbe mai recuperato dal limbo della mente il profilo sintetico del volatile ma viceversa avrebbe descritto con facilità le grazie pungenti di Nina Ferro, la cui immagine da poco assaporata nel buio di un cinemino “fuori circuito”, gli stava mandando in bubbole il già bubbolato cervello).

Il film s’intitolava “Carotide” e Martellini lo definì in modo spiccio “uno psico-horror metropolitano che ti prende alla gola”. Poi s’arrestò, fulminato. Una bordata di aggettivi immaginifici si alzò dio sa da dove e gli arrembò l’emisfero sinistro. Riguardavano tutti Nina Ferro. Martellini puntò i piedi, si fece forza, che in primis, doveva parlare del talentuoso regista Burlacchi, il cui nome di battesimo, zio cane, gli sfuggiva con l’elusività di un solecchio. La stilografica tremolò nella tormenta della coscienza, l’occhio vagò sul parrocchetto, la mascella crollò verso il basso, come un ponte levatoio a cui avessero mollato le catene tutto un botto. Sul tovagliolino apparvero le seguenti parole:

Nina Ferro è il trionfo della vita sulla morte. No che non bastava. Per renderle giustizia, rifletté Martellini, ci vorrebbe il Gran Maestro. Michele Mari. (Per lei mi farò ladro, scenderò nella grotta splendente di balocchi e ne porterò fuori uno, uno soltanto, il Maestro non se ne avrà a male) Scosse la testa, si accarezzò la barba (tale e quale alla barba di Mari) e ristette vergognoso. A’ suoi languori m’umilia acerbetta (questo lo pensò e non lo scrisse).

Il telefonò squillò che Martellini si era già ributtato a scrivere sul tovagliolino.

-Martellini- disse Martellini, il cellulare pigiato tra orecchio e mento, la stilo in panne ma fremente.

- Arrigoni. Non dirmi niente e prendi nota: Lisa Bi. Mi fai una recensione da quattro stelle. Quattro stelle, come minimo. Esagera. Spremiti le meningi, lavora ch’è l’ora. Me la fai diventare un incrocio tra Anna Magnani e Nicole Kidman con una spruzzata di gioventù. Premio Oscar, Leone d’Oro, mettici quello che ti pare.

-“Quella” Lisa Bi?- esalò Martellini. Il freddo lo colse. Era in una landa gelata dove infuriava una tempesta di neve. Come nel “Dottor Zivago” – Quella di “Baci e ritorno”?-

-Proprio lei. E bada Martellini, di non fare scherzi da prete, ché quaggiù siamo alla canna del gas. C’è un tipo che è disposto a pagare in cambio delle recensioni. Si chiama Cavriaghi. La storia è di quelle che perfino uno svalvolato come te se l’immagina senza sforzo ma se vuoi ti faccio un disegnino …

- Lisa Bi. Non sa recitare nella maniera più assoluta- pigolò Martellini.

Dall’altra parte,l’orecchio esperto del caporedattore Arrigoni percepì all’interno di quel pigolio una nota metallica, lo squillo sommesso con cui il critico si preparava a dare battaglia. Allora decise di giocarsi la sua carta migliore.

-Martellini carissimo, come la metti con la tua collezione di albi? Senti qua. Se il giornale affonda, tu finisci daccapo a casa dei tuoi e gli albi in cantina.

Martellini si agitò. Nella sua immaginazione, la cantina del Quadraro si popolò di enormi ratti dagli occhi rossi e dai denti aguzzi oltre che da orde di belligeranti scarafaggi.

-Va bene- ragliò –va bene, va bene.

Era il Martellini, a suo modo, un uomo onesto. Fra sudori freddi e aspre contese dell’intelletto e del cuore passò mezza nottata a scrivere e alle tre di notte si buttò sul letto non senza aver prima accarezzato fuggevolmente le sue preziose raccolte di albi che si ergevano come le colonne di un mitico tempio indù, dal pavimento al soffitto intorno al letto Eklund dotato di rotelle e vagamente simile alla barella di un ospedale da campo, -Lo faccio per voi- sussurrò prima di crollare esausto. Si addormentò immediatamente e sognò che stava inerpicandosi a quattro zampe sul Monte dei Cocci e che una poderosa voce fuori campo lo ammoniva a “seguir la via della virtute che l’altra non vale”.

Si svegliò all’alba covando il germe della rivolta, la testa ricolma di acutissime epigrafi “ Lisa Bi ha solo due espressioni: con la frangetta e senza frangetta” , “Lisa Bi, una che avrà imparato a recitare, il giorno che io ballerò la rumba con un gonnellino di banane”, “Lisa Bi è una gran figa”. Su questo non ci piove, concluse Martellini, e non piove nemmeno sul fatto che quel tal Cavriaghi è un bramoso scimmione. Martellini sputacchiò queste ultime parole come fossero pallini di schioppo, poi s’alzò e rigido come un manico di scopa e ciabattò verso il bagno. Nel tempo che lì ristette, meditò, fra l’altro, su alcune cosucce tanto che nell’uscire si sentì alquanto più leggero e ben disposto. Per intanto, egli s’avvide che la fiammella insurrezionale non s’era affatto domata, come avrebbe piuttosto creduto, e al contrario divampava, sospingendolo all’azione.

“Mi farò volpe” biascicò fra un biscotto e l’altro inzuppato nel caffellatte (era questa del parlar da solo una fisima del critico e da lui ritenuta un segno di genialità eccentrica). Durante la notte tempestosa, Nina Ferro aveva fatto una repentina apparizione sul Monte dei Cocci e gli aveva sventolato sotto il naso un biglietto del Cotral prima di scomparire in un nembo di nera pelle borchiata. Il messaggio era chiaro: cercami. “Ti cercherò” disse Martellini “e farò di te una stella. Prima però devo pagare l’infame balzello”

Spedì la robaccia che aveva scritto in notturna senza neppure rileggerla e trovò un messaggio di Arrigoni “ Il piatto piange.”.

Rombante di stizza, Martellini buttò giù un’ intervista fasulla con Lisa Bi, “l’arrapante liceale della porta accanto” nella quale ella candidamente informava i lettori di amare “la pizza, i puffi e i bei ragazzi mori con gli occhi verdi” e concludeva affermando “che il successo non gli interessava proprio, visto che aveva già l’amore di Cavriaghi”.

“Che Thor lo strafulmini” sputacchiò Martellini. Era fatta. Spedì il pezzo in redazione e subito dopo si dedicò ad una ricerca nel ciberspazio che gli fruttò l’indirizzo della “Parrocchetto Film”, la Casa produttrice di “Carotide”.

A Martellini, il logo della “Parrocchetto”, ricordò qualcosa che aveva visto. Si mise a pescare tra i suoi confusi ricordi e non lo trovò. Un altro filo che pendeva, concluse, irritante e malevolo, come quello di un bottone allentato. Si vestì in fretta: cappelluccio peruviano con le orecchie, piumino e scarponcelli. Era pronto.

La “Parrocchetto Film” ha sede a Centocelle. Martellini ci va col “tranvetto” rimasticando fra sé e sé una poesia di Pasolini che s’intitola “Il pianto della scavatrice”. Quando scende, i passeggeri del tranvetto tirano il fiato, uno, addirittura, fa segno che “coi matti ci vuol pazienza”. Martellini ignaro, sorride a tutti e trotterella tra casette basse e alberelli seccandri; si appiccica alle costole dei radi passanti e tampina gli anziani che tornano dal supermarket con le buste cariche, piazzandogli sotto il naso il logo della “Parrocchetto”. Dopo una sfilza di “no”, il dondolio delle teste diventa uniforme e rischia di farlo assopire. Martellini allora decide di puntare sulla gioventù e si accosta a un tipo con la testa rasata che se ne sta appoggiato a un muretto. Come se lo vede accanto, il rasato gli sputa dritto sugli scarponcelli senza neppure prendere la mira. Martellini scappa e ripara in un baretto, siede a un tavolo e ordina un panino col prosciutto. Mentre aspetta, rimirandosi la punta ingozzita dello scarponcello, una subitanea epifania lo precipita in confusione. Ammette che, nella sua veste di critico, egli, ( tal quale al rasato), sputò sul prossimo spesso e volentieri. (ambigua confessione, se si considera che Martellini non nega di provare talvolta un inebriante senso di superiorità quando redige una critica capace di stroncare un bue). Mordendosi le labbra a sangue e dolorosamente consapevole della propria natura luciferina, Martellini estrae il portatile dalla sacca e s’impone a scopo di ammenda, di scrivere una più che benevola, anzi quasi esaltante, recensione del film “Baci e ritorno”. Di Lisa Bi riesce a dire che è “una fanciulla in fiore dalla personalità ammaliante e dalle notevoli doti interpretative”. Tempo di finire il pezzo e Martellini già si rampogna. Ho abdicato all’arte, si dice, ho tradito la missione. Rimpacchetta il computer, paga il panino che non ha neppure assaggiato e si getta di nuovo all’inseguimento dell’ineffabile Nina Ferro.

Martellini solca la borgata a lunghi passi mentre il pomeriggio avanza e un vento gelido spazza le brume nella desolata piazza Cantalice. Con suo grande stupore, vede un fiocco di neve che scende ondeggiando e si posa, come una mosca bianca e troppo grossa, sul capo bronzeo di Padre Pio. Ci mancava questa, fa. Ma non demorde e continua ad arrancare fra passanti che scappano a casa e saracinesche che si abbassano. Nel silenzio ovattato che avvolge Centocelle, l’unica voce è quella sua, di Martellini che brancola nella bufera sbattuto in su e in giù come una cartaccia, esausto e coi piedi intirizziti. L’immagine del parrocchetto e il sorriso sbilenco di Nina Ferro stampati a fuoco nelle circonvoluzioni di quel cuscino spugnoso conosciuto anche come cervello.

L’ultima scena, lo vede in arrestabile scivolata lungo il fosso della Maranella, precipite percorso segnato da cacche di cane congelate che Martellini scambia per radici. A metà tragitto s’imbatte nella provvidenziale imbottitura di un materasso, sporgente dalla sordizie, come la mesta figura di Cavalcanti nel girone dei dannati. A codesto, il critico si avvinghia abbrancandolo come un caro amico, la faccia, sprofondata dentro una macchia giallina che ha il profilo dell’Africa. Madre di tutti noi, sussurra. L’ultimo pensiero è per Mari. Gli chiede scusa per averlo scopiazzato fin nella barba.

Sembra finita e invece no. La ragazza indossa un lungo cappotto in ecopelle e stivali che le arrivano alla coscia. La osserviamo mentre si arrampica nel fosso in trasversale bilanciando sui rottami ed evitando le cacche con la perizia di una capra tibetana. Dietro di lei, si approssima un gruppetto sparuto, alla testa del quale c’è Silvio Burlacchi con la cinepresa. Tutti insieme fanno la “Parrocchetto Film”. Nina Ferro è la prima ad avvistare Martellini.

Ma lei è Martellini!

Lei è Nina Ferro! Anzi, no, lei è Lisa Bi. Per la sorpresa, Martellini abbandona il materasso di colpo e sta per finire nel dirupo, se Burlacchi con gli altri, non lo sostenessero a forza di braccia.

Sono Lisa Bi e pure Nina Ferro, spiega la ragazza, Lisa Bi fa i film-panettoni con i soldi di Cavriaghi e Nina Ferro li spende per finanziare la “Parrocchetto”. Così va il mondo.

Martellini esulta. Per la felicità, gli si arrossano le guance, sembra un bambino la mattina di Natale. Alza gli occhi e guarda la neve che sta cadendo fitta, Fra cinque minuti, pensa Martellini, non si vedrà più nemmeno una cacca o un pezzo di lavatrice arrugginita. Sarà bellissimo, sarà come dovrebbe essere sempre.

Che ce la scrivi una recensione a quattro stelle? Gli chiede Burlacchi.

Martellini annuisce. Un tassello esce all’improvviso dall’oscurità e si colloca al posto giusto. Il parrocchetto. Ma certo.

Sushi bar di via Tagliamento. Portatovaglioli. Così va il mondo.