MERICE – EPILOGO

luglio 3rd, 2011

Nadia sorride.
La bocca di terra mi inghiotte e avverto l’umido fondo sotto di me. Rabbrividisco.
Pulsazioni dolorose si irradiano dalle mie ossa ammaccate e la pelle brucia per i graffi che l’hanno offesa. Sputo il fango amaro.
Accenno a mettermi in piedi, fallisco e scivolo di nuovo giù. I tentativi si susseguono accompagnati da un sospiro di compassione.
“Non così. Rinuncia.” Mi suggerisce.
Ma non voglio cedere. Non posso.
Affondo le dita nel terriccio fino a riempire gli spazi sotto le unghie. Ringhio. Annuso l’aria e uno spasmo mi trafigge il petto. Le costole contuse si oppongono al mio sforzo.
“Basta Merice. Giaci e attendi. Non avrà una durata eccessiva il tuo dolore.”
Nadia si volta. Osserva qualcosa alle proprie spalle. Si allontana senza concedermi un’altra occhiata, qualcosa ha attirato la sua attenzione sottraendola a me.
Nadia. Puttana fino in fondo.
Per cosa mi hai venduta?
Freddo. Il mio stomaco brontola. Detesto essere ferita, indifesa, immobilizzata.
Non ho paura. Non ancora. Sento solo il cuore battere veloce mentre desidero mordere le carni di colei che mi ha tradita. Questo brucia e mi rallenta il pensiero.
Nadia è tornata, mi guarda e scuote la testa. Terra smossa accarezza il mio viso.
“Non sei veloce come credevi. Non sei furba.”
“Voglio uscire dalla fossa.” Non alzo la voce che avverto roca.
“Lo vuoi, ma non ti soddisferò. Non questa volta mia cara.”
“Quale prezzo? Posso offrirti di più.”
Nadia ride di gusto. La sua voce riempie le mie orecchie e dilaga nelle profonde ombre del bosco, fino a lambire le nicchie che non vedo.
“Nessun prezzo, Merice! Non sperarlo.”
“Perché allora?” tutto il mio peso poggia sui palmi delle mani.
“Sono affamata quanto te. Bramo più di te.” Risponde.
Annuso l’aria e avverto il suo odore intenso. Odore di animale famelico.
“Sono un ostacolo?”
“Ora sei una bestia ferita e petulante. Ma durerà poco.”
“Lascia che io esca. Aiutami e ti darò ciò che chiedi.”
“No Merice. Ciò che voglio lo prendo da sola.”
“Perché ora? Perché hai atteso tanto?”
Nadia ridacchia e lancia altre occhiate alle proprie spalle.
“Perché non era tempo, prima. Adesso ho quanto occorre.”
Da qualche parte verso sinistra i rami vengono spezzati. Il rumore crocchiante del legno che si rompe mi raggiunge. Vorrei che qualcuno mi liberasse da questa fossa umida e scomoda e vi scagliasse Nadia a marcire.
“Tesoro!”
Nadia si alza e abbraccia la figura che l’ha raggiunta. Non avrò un aiuto.
Sama mi fissa. Le labbra piegate in una smorfia che non può essere un sorriso.
“Crepa nel fango, puttana.”
Ascolto il suo suggerimento e scoppio a ridere. Eccole unite per me! Che ragazze ingegnose ho avuto al mio bordello, e quanto sciocca mi sono dimostrata.
“Avete legato. Sono lieta per voi! Mentre scaldavi il mio letto e quello dei clienti, Nadia, avevi il tempo di scaldare anche quello di Sama? Che gran lavoratrice! Amante instancabile. Lo avessi saputo avrei messo a frutto meglio il tuo talento.”
Lo sputo di Sama mi raggiunge sui capelli. Non importa, così coperti di terra non fa differenza un po’ di saliva.
“E’ mia sorella.” Rivela Nadia osservandomi.
Inclina la testa e sussurra sul viso di Sama.
Ho davvero fallito nel giudicarla. Il mio fiuto ha colto solo l’essenza della lussuria.
“Mi fai questo perché ho maltrattato la tua sorellina?” sogghigno.
“No. E’ solo fame, Merice. O hai pensato di essere l’unica? Sono famelica quanto te, mia cara. Ho le tue voglie e i tuoi bisogni e non sono incline alle spartizioni. Prenderò la Casa di Dietro, prenderò il bosco, le prede, ogni cosa.”
Sussulto. Afferro la terra e lancio il proiettile di fango verso Nadia. Lei si sposta ma non serve, la mia mano è debole e il terriccio non supera il bordo del fosso.
“Non essere patetica, Merice. Non in questo momento. Nemmeno io lo voglio.”
Sama sghignazza al suo fianco. Mi fissa con disprezzo. Incrociamo gli sguardi.
“Da un’ombra all’altra, piccola Sama.”
Si irrigidisce e serra le labbra. Mi domando cosa desideri farmi.
“Pagherai tutte le umiliazioni. E mi godrò le tue urla!”
Smetto di provocarla e sono io, adesso, a smettere di sorridere. Ignoro la mia sorte.
La mia mano fruga sul terreno in cerca di qualcosa, qualsiasi cosa. Gli occhi sono abituati al buio e osservano i dettagli della prigione. Non vedo vie d’uscite. Siamo noi e la notte.
“Cosa accadrà?”
Nadia si piega verso di me. Non sembra allegra, ha un’espressione che non comprendo.
“Morirai. Non per mano nostra, ma per nostra volontà. Spero tu soffra il meno possibile, ma sarà la morte adatta a te. Signora degli orsi. E io prenderò il tuo posto.”
“Non sarai come me. Non puoi avere il mio posto in questa foresta!”. Io sono unica. Sono Merice, colei che smuove col suo passo imponente le fondamenta del bosco.
“In questo sbagli. Ho il tuo dono. Sono una cacciatrice d’orsi e qui, come puoi immaginare, non c’è posto per due di noi. Siamo destinate a cacciare in solitudine e ora tocca a me ghermire le prede di questa terra.”
Non ho mai sentito il mio cuore battere tanto forte. Lei è come me, dunque è questo che la rendeva così degna del mio amore! Nadia, mia diletta.
Sama sussulta. Si gira di scatto, poi afferra il braccio della sorella.
“E’ vicino! Ci ha raggiunte. Dobbiamo andare via!”
Sento l’odore acre della sua paura. Mi eccita, ma non posso assecondare il mio desiderio di sangue. Ringhio. Ho fame e i miei denti stridono nel mordere l’aria.
“Addio Merice.”
Nadia mi sorride. E’ bellissima, e pur sempre dolce anche nell’abbandono.
Quando non vedo più le ragazze sul bordo della fossa allungo le braccia in avanti e mi trascino verso la parete. Devo uscire, non ho scelta. Mi rimetto in piedi ma il dolore alle ossa è troppo intenso. Cede la gamba destra e cado, mi manca il fiato. Urlo.
E’ rabbia quella che provo. Pianto le dita nel muro di terra davanti ai miei occhi, cerco di issarmi e precipito. Provo e provo ancora ma le mie forze non sostengono il mio impeto e fallisco. Sono sudata, affannata. Vinta.
Una sagoma compare in alto, alle sue spalle la luna è lontana.
“Nadia?” esalo nella speranza che sia tornata per levarmi da quella tomba.
“Fame.”
E’ una voce sconosciuta quella che mi raggiunge.
“Fame tanta.”
Sembra la voce pastosa di un vecchio a cui mancano alcuni denti.
“Aiuto! Fammi uscire buon uomo, sono ferita. Chiama qualcuno per aiutarmi!”
Altra terra frana verso di me; mi colpiscono sassi, tossisco e sputo.
“Resta indietro! Così cadrai nel fosso!”
Striscio lontano dal punto in cui la parete continua a sbriciolarsi. La sagoma tende le braccia verso di me, quasi volesse afferrarmi da lontano.
“Faaaaameeeeeeee!”
Il suo grido disperato mi gela il sangue.
E infine cade. Vola nel fosso agitando gli arti e urta il suolo con un tonfo.
“Sei ferito?” non sono in grado di avvicinarmi a lui. Povero vecchio.
“Fame.” Piagnucola di nuovo. Ha una voce così inusuale, atona.
“Non ho nulla da mangiare.” Dubito sia ritardato. “Conosci solo quella parola?”
Non credo sia in grado di capirmi.
E’ riuscito a strisciare fino a me. Afferra la mia caviglia e sento la sua pelle ruvida sulla mia. Un odore immondo mi avvolge: il tanfo della putrefazione. Quell’uomo porta la morte. E’ la morte! Ora mi chiedo se sia un uomo.
“Cosa fai?” scalcio e tento di sottrarmi al suo tocco disgustoso.
Il mio olfatto è ferito dall’olezzo della creatura e nella mia memoria si sveglia un ricordo che avevo sepolto da tempo. E il ricordo porta con sé l’orrore del rimorso.
“Sei tu, dunque? Sei tu amore mio?”
“Fame!” stringe più forte. Urlo.
Il mio cuore scalpita, mi manca l’aria e respiro con boccate veloci ma brevi. Ho gli occhi sbarrati contro la sagoma che si issa sul mio corpo, la testa deforme è sopra il mio ventre, mugugna e sbava sulle mie vesti lacere.
Tremo. Poi d’un colpo non riesco a muovermi, paralizzata da sorpresa e rassegnazione.
“Sei arrivato a me. Dopo tanto mi hai ritrovata.”
Perché devo oppormi al mio amore dopo aver lottato fino a perdermi per averlo.
Sospiro e rilasso i muscoli. Persino il dolore delle ossa rotte si attenua.
Lui mi afferra con maggiore forza. Stringe i miei fianchi dopo aver graffiato via i brandelli dell’abito. Affonda il volto cadaverico sul mio addome e morde.
Lacera le mie carni e sento il sangue che scivola caldo sotto la schiena.
Grido. Sussulto. Muoio.