Quel confine labile

marzo 8th, 2011

Mosse lentamente il collo e socchiuse gli occhi, cercava di risvegliare i muscoli e pian piano la mente sembrava rimettersi in moto. Sentiva un torpore diffuso e ancora gli occhi non riuscivano vedere bene nella penombra mentre il vagone dondolava sulle rotaie, la cullava; di tanto un tanto una scossa più forte la faceva sussultare un poco. Non ricordava; pensò che dovesse essersi assopita ed ora si godeva quella sensazione, a metà tra sonno e veglia, quel confine labile che ad ogni risveglio era restia ad abbandonare. Voleva continuare a sognare ancora un po’. Voleva aggrapparsi alle immagini e alle sensazioni che quasi stavano scivolando via…

Il treno viaggiava ancora e si lasciò andare. Con gli occhi semichiusi, vedeva accanto a sé il finestrino ed oltre distingueva appena una parete di mattoni: una galleria. Chiuse di nuovo gli occhi e ricercò quel suono di voce, che tornò. E assieme l’immagine. Stava riacchiappando il sogno. Un sogno sbiadito come le immagini di una vecchia pellicola Super8 rovinata dagli anni. Sua madre la stava chiamando. Lei era una bimba di poco più di un anno che muoveva i primi passi, in piedi sulle sue gambette instabili e con le mani grassocce si teneva ad una sedia lì accanto. Sua madre qualche metro più in là tendeva le braccia e la chiamava, la incitava ad abbandonre l’appiglio sicuro e a compiere i pochi passi che le separavano. Il suo nome continuava a uscire dalle labbra di sua madre, incoraggiante. Più precisamente usciva dal suo sorriso, aspettava di accoglierla dopo quella breve, infinita distanza. Voleva farlo, voleva lasciare la presa e correre da lei ma non riusciva. Non riusciva a staccare le mani dalla sedia, non riusciva a dare l’impulso alle gambe: si sentiva incastrata, intrapolata in quel momento. Ma ancora il sorriso di sua madre la incitava a trovare il coraggio, e ancora il suo nome echeggiava.

Improvvisamente aveva sei anni, magra e intirizzita nel suo costume da bagno colorato stava sul bordo della piscina e guardava suo padre nell’acqua che la aspettava. Aveva avuto tutte le indicazioni e sapeva come fare, era pronta, in posizione, non doveva far altro che tuffarsi. Ma ancora quel blocco e suo padre che la chiamava e la chiamava e la chiamava ancora. La guardava dal basso, disinvolto nell’acqua come un pesce, col volto bagnato e lucido. Anche lei amava l’acqua e voleva tuffarsi, ma i muscoli non sapevano obbedire: quella piccola altezza le appariva come un baratro. Ma suo padre là sotto non si stancava di chiamarla, ripetere il suo nome. Lei, ferma, proprio non trovava la forza per quel piccolo slancio. Dietro le quinte del piccolo teatro del liceo aspettava che tutto fosse pronto per dare inizio allo spettacolo. Lei aveva la parte d’apertura, a lei toccava rompere il ghiaccio, doveva uscire da dietro il sipario e arrivare sino al pubblico e, cosa ben più importante, portare il pubblico dentro lo spettacolo. Sentiva il brisio oltre la tenda. Chiacchiere di genitori e amici venuti a vedere lo spettacolo messo su da quella compagnia di studenti. E lei avrebbe dovuto dire la prima battuta. Quando scoccarono le cinque, le luci in sala si spensero, e il brusio cessò di colpo. Ora toccava a lei. Quei secondi le sembravano eterni, poi sentì la voce dei suoi amici che da qualche parte nella platea chiamavano il suo nome. Doveva uscire, doveva farlo e l’avrebbe fatto. Scostò il sipario, mentre ancora sentiva il suo nome nell’aria…

Strano sogno, un susseguirsi di immagini, ricordi e di voci, tante persone che la chiamavano con insistenza. Socchiuse di nuovo gli occhi e guardò fuori dal finestrino del treno ancora in corsa; oltre il vetro ancore mattoni, ancora non erano usciti dalla galleria. Da quanto tempo dormiva? Per quanto tempo aveva sognato? Si trovava su quel treno e non sapeva perché, non riusciva a ricordare dove stesse andando, forse era ancora sotto l’effetto del sonno. Appoggiò la testa al vetro e cercò di guardare più in là, riusciva ora a scorrere la fine della galleria. Vedeva una forte luce bianca, in lontananaza, che si avvicinava velocemente. Sapeva che i suoi occhi, abituati al buio, avrebbero sofferto uscendo dal tunnel.

Aveva ancora in testa tutte le voci sentite in sogno e le sembravano provenire dalla luce si avvicinava inesorabilmente.

E d’un tratto quella luce esplose.

Gli occhi le bruciavano; cercava di aprirli, ma le era difficile. Le lacrime deformavano le immagini, ma era chiaro che il treno non c’era più. Era tutto bianco attorno e non poteva muoversi, capì di essere sdraiata su un letto, sentiva dei bip da qualche parte al suo fianco.

Una donna in bianco si chinò su di lei e le sorrise

- Bentornata tra noi – poi corse alla porta e, alle persone che là fuori attendevano con le facce stanche e il fisico provato, disse – Sara si è risvegliata dal coma -.