Una vita tranquilla
ottobre 18th, 2011
Era una ragazza come tante, né alta né bassa, né grassa né magra, né bella né brutta; sicuramente una che non rimane impressa nella memoria al primo sguardo. Certo, aveva le sue qualità ma occorreva un po’ di impegno per farle venire fuori.
La sua vita sarebbe filata liscia come l’olio e noiosa come il binario di un treno senza scambi se non fosse stato per quell’incontro che cambiò radicalmente e irreversibilmente il suo destino.
Come ogni mattina, alle sei e trenta in punto, si alzò al suono ossessivo della sveglia, infilò vestaglia e pantofole e andò diritta in bagno con l’urgenza di vuotare la vescica. Con gli occhi ancora semichiusi si spostò in cucina e mise su il caffè contemporaneamente alla tazza di latte nel microonde. Sorbì la bevanda né troppo calda né troppo fredda e, come ogni giorno, rimpianse di non aver comprato quegli invitanti croissant che si scongelano e cuociono in un colpo solo. Salendo sulla bilancia, poco prima di entrare dentro la doccia, si complimentò con se stessa per non aver ceduto all’acquisto di quei grassissimi e indigesti croissant. Raggiunse così la camera da letto dove trovò, in ordine sulla sedia, gli abiti da indossare, risparmiando così prezioso tempo davanti all’armadio di fronte a vestiti spaventosamente simili tra loro. Un filo di trucco, né troppo né troppo poco,un breve appello per assicurarsi di non aver scordato nulla -chiavi, cellulare, l’elenco della spesa – e finalmente arrivò il momento di chiudersi la porta alle spalle.
Il percorso, sempre uguale, raramente riservava qualche sorpresa come alcune piccolissime variazioni dovute perlopiù al caso. Lo spazzino, ad esempio, era sempre puntuale al solito posto, con la ramazza in mano e un’espressione che valeva più di tante parole. Anche al bar trovava puntualmente il gruppetto di sfigati che, per affrontare una qualsiasi giornata, hanno bisogno di stordirsi fin dalle prime ore del mattino. Lungi da lei l’intento di emettere qualsivoglia giudizio, tutto ciò che faceva parte del suo percorso era da lei vissuto come l’ennesima visita a una mediocre galleria d’arte conosciuta a menadito, le cui opere potevano essere talvolta belle ma incomprensibili, altre noiose da morire, certe brutte da far venire la nausea.
Anche il cagnetto all’angolo fra le due strade era quasi sempre lì quando lei passava ed era l’unico a smuoverle qualcosa dentro, qualcosa di molto simile a una sensazione gradevole, infatti non poteva fare a meno di fermarsi, fargli due coccole e rimpinzarlo con dei biscottini acquistati apposta per lui. L’unica preoccupazione era destata dal fatto che potesse seguirla perché, non avendo alcuna intenzione di tenerlo con sé non poteva sopportare di dover fare qualsiasi gesto per allontanarlo. Lasciatasi alle spalle il tratto di strada più ricco di emozioni proseguì girando l’angolo, come ogni giorno, con le spalle sempre un po’ più incurvate dalla tristezza. Pochi passi dopo, avendo constatato che il cane non mostrava l’intento di seguirla, riprese come se niente fosse successo il suo grigio e anonimo cammino.
Questo fino a quel maledetto giorno.
A pochi metri dall’edicola dove si consumavano lentamente i suoi giorni una zingara dagli abiti sgargianti, un inatteso Gauguin nella sua galleria d’arte, la fermò con l’invadenza che contraddistingue il mendicante che finge di non esserlo – Ferma bella, io non volere tuoi soldi, volere solo leggere tua mano, prego te, ferma, io vede dentro i tuoi occhi tristezza, sortilegio … – Un attimo di indecisione fu fatale e, in meno che non si dica, si ritrovò con la mano fra quelle della variopinta figura, costretta, suo malgrado, ad ascoltare chissà quali scemenze e chissà a quale prezzo. – Tu essere persona molto sola ma tua vita poteva essere diversa … – Detto ciò, la zingara inspiegabilmente si interruppe e mostrandosi evidentemente restia a continuare. – Quanto ti serve per portare a termine questa pagliacciata? Dimmi quanto vuoi e cerca di finire presto perché devo andare !- La vagabonda, visibilmente turbata impiegò qualche secondo, quasi a voler trovare le parole giuste – Non volere niente da te …. mi dispiace, vedere nella tua mano che tempo essere finito per te … io non potere niente per te.. – E così dicendo, con uno svolazzo della lunga gonna a fiori,si allontanò da lei quasi temesse di essere contagiata dall’infausto destino scritto sulle pieghe della sua mano.
L’espressione di disappunto che apparve sul suo volto durò qualche istante, il tempo di lasciare spazio allo sgomento provocato dal terribile impatto che la scaraventò con violenza per terra. Mentre attraversava la strada, infatti, lasciandosi alle spalle la donna che si allontanava da lei frettolosamente, fu travolta da un’automobile che proveniva dalla sua sinistra. Il conducente era un tale famoso per la sua distrazione il quale, per cambiare stazione radiofonica, stavano infatti trasmettendo un’insopportabile canzone tirolese, aveva trascurato per un preziosissimo istante di guardare la strada.
Non è dato sapere se sia trattato di una semplice e sfortunata coincidenza o se la zingara avesse davvero visto la tragedia abbattersi nell’imminenza. Di certo questo era l’ultimo dei suoi pensieri. Rivedeva, invece, con inquietante chiarezza i fotogrammi della sua vita insipida, le piccole abitudini, il vuoto, la mancanza di un uomo, un’amica, un cane, persino una pianta. Quasi non si accorse del frastuono che le si era creato intorno, delle sirene che annunciavano l’arrivo dell’ambulanza, degli sguardi atterriti ma avidi dei curiosi. E proprio mentre le sembrava che la vita la abbandonasse incrociò proprio uno di quegli sguardi che, chissà per quale preziosa alchimia, sembrava riassumere in se quanto di meglio le fosse capitato nell’esistenza. In un momento riaffiorarono ricordi che sembravano persi per sempre: lo sguardo fiero e amorevole di sua madre quando lei si girò l’ultima volta a guardarla prima che varcasse per la prima volta il portone della scuola; la tenerezza di quell’abbraccio paterno quel giorno in cui, cadendo sui pattini, si procurò la frattura al polso; la mano della sua più cara amica , della quale aveva ormai da tempo perso le tracce,sulla sua, in occasione di quell’indelebile delusione amorosa.
Sdraiata per terra, in stato confusionale, poco prima di essere issata sulla barella ebbe la sensazione che il grigiore pian piano perdesse i suoi contorni per assumere sfumature di vari colori.
Forse davvero stava morendo ma in maniera del tutto inspiegabile non pensava a ciò, le rimbombava piuttosto una domanda che come un’eco assordante le riempiva la testa e girava e rigirava esigendo una risposta, una risposta che forse può arrivare solo per chi va via per sempre.
Come una cantilena , una musichetta semplice e soave si ripeteva:- esiste un posto dove si cristallizzano i momenti importanti, quelli che caratterizzano veramente ogni vita, tanto i belli quanto i brutti? Ci sarà una dimensione dove è possibile ritrovare quella sensazione, identica al giorno in cui è stata vissuta, sentire gli odori portati da quel vento, il sapore preciso di quella lacrima? Si potrà stare, come in quell’indimenticabile e irripetibile momento, in compagnia di quella zia tanto cara,di quel cane che profumava di sale, con gli occhi chiusi come allora a godere della brezza rinfrescante in un afoso pomeriggio d’estate?….
E chiudendo gli occhi andò alla ricerca di quello che cercava con il solo rammarico di non vedere più quel cagnetto all’incrocio tra le due strade e con la punta di un rimpianto per non averlo mai portato via con sé.


