INCUBO VENUSTO

aprile 28th, 2012

Il gorgoglio insano dell’acqua in una vasca.
Scrivo qualcosa sul taccuino.
Se.
Se solo riuscissi a pensare come si deve, a costruire quei ponti fantastici, a plasmare le architetture nella mia testa, tutte semplice forma senza alcun rispetto della realtà; se solo potessi iniziare a parlare come qualcuno che riflette davvero e non dico Cicerone(in fondo perchè egli?), ma potrei diventare se non anche essere qualcuno di diverso.
“C’è un solco, un enorme solco che spacca in due la mia vita, io sono con una gamba sul ciglio del burrone e con l’altra sul secondo ciglio”
Scrivo.
Ma credo anche che nessuno potrebbe capire nulla nè trarre qualcosa di sensato da quello che sto tracciando sul taccuino.
La sola cosa che un uomo comprende è un tempo, un luogo.
Le cose reali.
Fino a quando una città non viene distrutta, la più bella città.
Fino a quando gli orologi si arrestano.
Allora l’uomo impazzisce.
II
Un bagno caldo.
Poi arriva qualcuno ed entra in casa.
È Marianna.
“Ciao Marianna”. Penso.
Lei mi saluta io rispondo con un cenno, ma mi chiedo cosa voglia; se viene da me, infatti, non viene per me, Marianna.
Afferra il taccuino e mi dispiacerebbe se leggesse tutto e non capisse nulla, perché è così che accade.
Ha.
Degli occhi e una bocca mirevoli.
Non.
Riesco a fare a meno di badare a insulsi particolari, invece di concentrarmi su ciò che c’è davvero.
Ma c’è davvero qualcosa oltre a quello che vedo e che mi piace?
Stupendo.
“Ti prego dimmi qualcosa che valga la pena sentire, ti prego dimmi una cosa vera, ti prego parlami per davvero”. Penso.
Se lo facesse, io potrei impazzire di gioia, se lo facesse non sarei solo.
Se non dicesse ciò che voglio che dica…
È, in realtà, un essere tanto soave che potrei accettarla solo così e chiuderla in me come un miraggio.
_ Non chiudi mai la porta, vero?
“E tu non bussi mai prima di entrare”. Penso.
Chissà quanto so di ciò che lei pensa.
Chissà se lei sa ciò che io penso.
Chissà se è consapevole di conoscere quello che mi passa per la testa.

Silenzio.
La notte precedente avevo sognato di averla uccisa. In modo brutale, con le lame delle forbici da potatura.
Percepivo l’orrore, il disgusto verso me stesso, in quel sogno.
Pensavo che sarebbero venuti ad arrestarmi e pensavo di non essere più una persona onesta, di essere una belva immonda.
Al risveglio credetti per un secondo che tutto fosse accaduto realmente, che lei fosse ancora lì, morta al piano di sotto, fredda sul marmo gelido, stupenda, forse, ma dolorosa come l’acqua che ti affoga sotto un’onda al mare, senza farti pensare.
Lei viveva, invece.
Incubo.
Meraviglioso.