I sogni che non ricordiamo sono la sua passione. Li annota su un libro e diventano incantesimi che usa per spaventarci o per riempire il nostro cuore di nostalgia. Li ascolta mentre dormiamo, seduto sul davanzale delle finestre aperte alla notturna brezza estiva, o poggiando l’orecchio al freddo vetro, quando l’inverno s’abbatte sulle case; poi agita le dita paffutelle all’aria, come a chiudere un’ouverture d’orchestra, e d’improvviso ci scordiamo ciò che nell’inconscio abbiam vissuto, fino a quando lui non vorrà evocare a suo piacimento quei ricordi. A vedere il signor Boganov per strada, di certo in lui non riconosceresti mai il grande mago che è, lo scambieresti per un senzatetto come tanti: questa è la regola imposta ai maghi per poter camminare nel mondo degli umani, tanto felici e convinti di sé. Lo trovi a girovagare la notte per le strade buie e strette, nascosto sotto un cappellaccio sudicio calato fin sul rossiccio naso rotondo, da cui fieri s’impennano verso il cielo due folti baffi neri. L’orecchio teso a percepire imprevedibili sonni agitati per poi seguirne la scia col naso all’insù, come un cane segue l’odore di una bistecca, fino a saltellar sui tetti per raggiunger l’obiettivo; mesto poi se ne torna verso casa allo spuntar dell’alba, avvolto nel suo scuro mantellaccio logoro e rattoppato.

Il signor Boganov abita in un vecchio luna park abbandonato nella periferia, dentro un’enorme mela di cartapesta di una giostra fatiscente; a vederla da fuori non diresti mai quale grande magia vi sia all’interno. Sì perché, non appena entrati da un’apertura invisibile, lo spazio diventa buio infinito in cui si perde un pavimento lunghissimo con un grosso calderone che bolle nel centro, una cucina ben attrezzata da una parte, una scala che conduce ad un soppalco volante dove c’è un comodissimo letto, ed una finestra appesa non si sa dove, che mostra il mondo fuori al giorno o alla notte a seconda della volontà del mago. Il signor Boganov ama la malinconica fantasia che aleggia tra quelle strutture ormai dimenticate, che un tempo tanta gioia e tanti sogni hanno regalato. Non ama star da solo ma nemmeno gli esseri umani, così con la sua magia ha dato la vita ad una propria compagnia con cui convive: uno scantucciato cavalluccio di resina dalla giostra delle dame, un manichino senza un braccio dal tunnel degli orrori ed un bidone dei rifiuti con la testa di pagliaccio. I tre amici l’aspettano ogni giorno; il mago, non appena rincasa, posa il librone su di un leggio che appare all’improvviso allo schioccar delle sue dita, punta i piedi, raddrizza bene la schiena, e, agitando le mani al cielo come un direttore d’orchestra, recita magie per materializzare al suo pubblico le paure, le angosce e le nostalgie rubate ai sogni dimenticati della notte, come in un film, per osservare le loro reazioni. Il mago poi, punto da malefico desiderio di vendetta, valuta quali di queste potrebbero recare lezione più efficace a quegli esseri umani che tanta superbia palesano nel ritenersi superiori a lui quando lo incrociano per strada, ignari della sua reale identità; dopodiché si abbandona, con i suoi compagni, ai ricordi di imprese già compiute nei confronti dell’odiata specie, sbeffeggiando, con risatine sarcastiche, le ignare sue vittime: come quando alla signora Bagols fece apparire una nuvola di api che la rincorse per sei isolati, o quando al signor Papos fece perdere cinque chili pedalando come un disperato per una discesa che risultava irta come una salita impossibile, oppure quando dipinse per giorni il cielo di tramonti purpurei identici a quelli che la signora Pigal aveva vissuto nella sua infanzia, facendola piangere proprio come da bambina.

Una volta, durante una delle sue ronde notturne, gli accadde una cosa mai successa prima. D’improvviso sentì nell’aria un sapore strano, inebriante, a cui non seppe resistere; corse dietro a quella scia fino al decimo piano di uno stabile grigio da poco costruito. Guardò nella camera dalla finestra e vide una bambina dormire beata. Il mago ebbe un sussulto: non c’eran paura e tristezza nella sua piccola testolina, che cosa l’aveva attirato?! Usò tutti i suoi poteri per leggere in lei; la creaturina sognava beata la neve che scendeva, immaginando di correre per strade ricoperte dal candido manto, contenta e gioiosa. La scena lo disgustò: niente di peggio che veder quegli esseri felici. Si scaraventò giù e tornò in strada, ma era troppo nervoso: meglio rincasare. I pensieri gli bollivano in testa come il calderone nel mezzo alla stanza; continuava a fissar fuori dalla finestra con espressione irritata, mutando da notte a giorno e viceversa quella visuale, arrovellandosi su cosa non andava. Basta: doveva capirne di più. Infilò di nuovo il mantello rattoppato e uscì di giorno a cercarla. La trovò a scuola, triste, infelice, derisa dai compagni perché nuova, appena trasferita dal freddo e lontano nord. Il mago capì che era stato attirato dalla nostalgia della bambina per ciò che aveva lasciato e che riviveva solo nei sogni. Il signor Boganov percepì la stessa sensazione che albergava nelle creature abbandonate del luna park: solitudine. Così insolito per quegli esseri umani.

Decise che doveva far qualcosa. Attese la notte profonda, tese le mani al cielo borbottando e le stelle inermi cominciarono a risplendere, gonfiandosi come il popcorn, finché non sbocciarono in bellissime orchidee bianche; lentamente i petali cominciarono a cadere, ondeggiando nell’aria divenuta fredda fino a trasformarsi in corposi fiocchi di neve. Nel giro di poco la città fu ricoperta. La bambina, sentendo il freddo pungente, si affacciò alla finestra e restò estasiata di fronte a quella scena, sentendosi finalmente a casa. Il signor Boganov la guardò da lontano, soddisfatto di aver ristabilito l’equilibrio. Promise di non farlo mai più, ma a memoria di ogni cittadino quello fu il primo inverno in cui la neve cadde, incessantemente, per più di un mese.