Alla ricerca…
maggio 12th, 2011
La partenza era stata dura e difficile, l’allontanamento dalle persone che conosceva ancora di più. I lunghi viaggi si susseguivano uno dietro l’altro, intanto che le stagioni cambiavano e si alternavano continuamente.
Egli era alla ricerca di qualcosa, un qualcosa che si attardava a mostrarsi. Jason davvero non riusciva più ad aspettare. Quella ricerca si stava rivelando troppo lunga e complessa, ma i sentimenti che lo spingevano verso essa erano di giorno in giorno più forti. Il barlume di speranza che rimaneva vivo nel suo petto aveva il volto di una fanciulla e la voce di un angelo. Ogni qualvolta che tutto sembrava mettersi contro di lui, gli bastava ripensare a quel dolce viso e a quei suoi capelli profumati.
Continuando a camminare nel buio, Jason trasse un profondo respiro, annusando l’aria fredda della notte e riempiendosene i polmoni. Scrutandosi attorno per un istante, vide alcuni giovani correre ubriachi in mezzo alla via, tra una taverna e l’altra, continuando a bere e a tirarsi per le vesti. Jason chinò il capo per un istante, mentre l’accenno di un sorriso andava delineandosi sulle sue labbra. Subito però tornò triste.
Tanti erano i ricordi che tornavano vivi nella sua mente. I pomeriggi passati nelle taverne da soli, i loro abbracci, i loro baci… E poi un evento, un evento speciale che credeva avrebbe cambiato la sua vita e quella della sua amata. Un semplice e piccolo gesto era bastato quel pomeriggio estivo a rendere entrambi felici. Ancora ricordava il sorriso di lei mentre rispondeva di sì alla sua domanda. Jason non ricordava di essere mai stato più felice. Ancora aveva in bocca il sapore delle sue labbra e sentiva attorno a sé il suo profumo delicato. L’ultima volta che si erano visti…
Sulla sua guancia scese una lacrima, che si apprestò ad asciugare col dorso della mano. Alzando lo sguardo al cielo stellato, vide il volto di lei riflesso nella luna. Proprio non riusciva a pensare ad altro, allora si vide costretto ad entrare in una taverna. Grazie al cielo, pensò, riuscì a trovarne una vuota. Solo il taverniere era presente, a cui si apprestò a chiedere una birra. Non disse altro. Si andò a sedere ad un tavolo e attese la bevanda, che bevve tutto d’un fiato.
«Un’altra» urlò al taverniere senza alzare lo sguardo dalla brocca. L’uomo non disse nulla. Si limitò a servirgli una seconda birra. Jason bevve tutta d’un fiato anche quella, e anche le altre tre che seguirono.
Le lacrime cominciarono a scendere copiose dai suoi occhi, bagnandogli il viso. Jason ne sentì il sapore salato e amaro. Poggiando i gomiti sul tavolo e prendendosi la testa tra le mani, rimase in silenzio e immobile per un tempo che sembrò infinito.
Quando fece per cambiare posizione, fece cadere accidentalmente con un gomito la brocca di birra a terra. «Fate un po’ di attenzione!» gli urlò il taverniere che si precipitò a raccoglierla. Jason però neanche ci fece caso e continuò a fissare il legno del tavolo. Nonostante fosse ormai ubriaco, i ricordi tornarono vividi come sempre. L’anello di fidanzamento, gli occhi commossi di lei, il suo sorriso gioioso, il tenero bacio che si scambiarono… Istanti che erano sembrati durare così a lungo.
Poi la tragedia. I genitori di lei la portarono via, non essendo per nulla contenti della decisione della figlia presa senza il loro consenso. Jason avrebbe voluto urlare loro contro e scappare assieme alla sua amata, rifugiarsi in un posto sperduto, lontani da ogni cosa conosciuta. Sì, gli sarebbe piaciuto… Ma nulla di quello che si vuole lo si potrà mai avere davvero, e lui lo sapeva bene, ne aveva avuto la prova. Tutto ciò che per lui aveva significato davvero qualcosa gli era stato strappato via dalle mani. Ora, fissandole, non vedeva altro che i suoi palmi, vuoti e senza nulla da poter stringere, le sue braccia senza qualcuno da poter coccolare…
Passandosi una mano tra i capelli e strizzando gli occhi, decise infine di allontanarsi da quella solitaria e malinconica taverna, lasciando che rimanesse completamente vuota alla luce soffusa delle lanterne. Jason si accorse di come il taverniere gli aveva lanciato un’occhiataccia da dietro il bancone, e voltando poi lo sguardo sui ducati lasciatigli sul tavolo.
Senza dire né fare cenni di alcun genere, Jason si avviò all’uscita cercando di rimanere in piedi il più saldamente possibile, senza lasciare che le sue gambe si afflosciassero, sotto l’influenza dell’alcol, e lo lasciassero in mezzo alla strada buia e umida. Non appena la porta si richiuse alle sue spalle, Jason vi si appoggiò. Solo dopo una scrollata di capo gli sembrò di essere meno sbronzo.
«Ma che mi salta in mente…» sussurrò nell’oscurità. «Non dovrei… essere qui… a perdere tempo. Ma in viaggio…». La sola cosa che in realtà desiderava in quel momento era poter affogare nell’alcol e mollare tutto, lasciare ogni cosa così com’era. «Dopotutto… se il destino… decide così…». Non appena si rese conto delle parole pronunciate e ne capì davvero il significato, contrastando l’alcol che gli dava alla testa, si riebbe tutt’ad un tratto. «Ma che dico… Mai farò… una cosa del genere…».
Dopo questo si diresse, con passo lungo e instabile, verso un’altra taverna. Ogni due minuti si fermava a riprendere fiato e a respirare un po’ d’aria fresca, scrutandosi attorno e gettando occhiate veloci ai passanti, anche loro ubriachi. Si rese conto del via vai che c’era in una delle tante taverne che si affacciavano sulla strada. Jason avrebbe voluto continuare a camminare per trovarne una meno affollata, ma le sue gambe stavano per cedere e la testa cominciava a pulsare per il dolore. Allora si vide costretto a fermarsi lì per la notte.
Facendosi largo tra la folla, entrò nella taverna. Subito inalò una quantità smisurata di fumo, e l’odore dell’alcol e del sesso erano così forti da fargli venire ancora di più il capogiro. Jason raddrizzò la schiena e cominciò a farsi largo tra la moltitudine, dando qualche spinta qua e là per riuscire a passare. Neanche si accorse delle innumerevoli donne che, dinnanzi a lui, si presentavano come smaniose di fare la sua conoscenza. Jason neanche le guardò e finalmente arrivò al bancone. Lì il taverniere lo accolse con sinistra allegria.
«Salve viaggiatore. Cosa desiderate?» iniziò a parlare accarezzandosi il pancione sotto la tunica unta. «Volete una donna che vi faccia compagnia in questa notte fredda? Ce ne sono per tutti i gusti…» ma Jason, sentite quelle parole, subito zittì il taverniere.
«Mi accontento di una stanza» aggiunse subito. L’uomo dinnanzi a lui continuò a sorridere, come se non si fosse accorto del tono infastidito di Jason.
«Prego, da questa parte». Il taverniere si fece largo tra la folla, seguito da Jason, ed entrambi salirono le scale. Arrivati al piano superiore, l’uomo lo fece entrare in una piccola stanza buia, che poi si apprestò ad illuminare con una candela accesa al momento. «Tutta vostra. Sono trenta ducati. Se domattina intendete avere anche la colazione dovrete aggiungere cinque ducati…».
Jason annuì quasi senza capire quello che il taverniere gli stava dicendo, limitandosi ad allungare una mano con i soldi. L’uomo allora, indietreggiando e uscendo dalla stanza, fece un piccolo inchino sempre sorridendo e sparì poi nel buio.
Jason sbattè la porta alle sue spalle e si gettò sul letto. L’unica cosa che ricordava di quella sera, prima di addormentarsi, è di aver pianto.


